Il mito del lavoro (Ektor Georgiakis)
Diritto all' alloggio e al reddito, e dovere del lavoro

"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro...." (art.1 della Costituzione). Questa affermazione è del tutto priva di senso, perchè non si conoscono Stati fondati sull'ozio, il furto, o l'inedia. Malgrado ciò, ha esaltato generazioni di italiani che hanno interpretato l'articolo come una dichiarazione del diritto al lavoro.

La retorica del lavoro come diritto aveva la sua motivazione quando l'Italia era il Bangladesh d'Europa. Dopo aver mandato milioni di cittadini a fare i migranti nei cinque continenti, dopo aver mandato i carusi di 9 anni nelle miniere, e dopo aver venduto al Belgio minatori in cambio di carbone, era naturale che si creasse un'ideologia del lavoro. Una ideologia e una retorica che hanno promosso l'esodo verso il nord Italia di sei milioni di meridionali.
L'Italia ha vissuto nel secolo scorso quello che oggi sperimentano la Nigeria, l'India, la Cina: migrazioni, manodopera a basso costo, e inesistenti tutele del lavoro. Il tutto sorretto appunto dal mito del lavoro.

In realtà gli esseri umani hanno non il diritto al lavoro, ma semmai il dovere del lavoro. Ogni essere umano, per il solo fatto di essere nato, ha diritto a un alloggio civile e a un reddito adeguato alla vita familiare e sociale. Lo Stato ha il dovere di creare le condizioni perchè tutti abbiano soddisfatto questo diritto. Se non è capace di farlo indirettamente, deve farlo direttamente fornendo alloggio e reddito a ogni cittadino. In cambio di ciò lo Stato può chiedere che il cittadino espleti il suo "dovere" di lavorare.
L'idea che lo Stato soddisfi il diritto al lavoro, direttamente o indirettamente, è non solo ingiusta teoricamente ma sempre meno possibile concretamente. Quando eravamo il Bangladesh d'Europa il lavoro abbondava e ha consentito all'Italia di emanciparsi. Dagli anni settanta del novecento siamo diventati un Paese del primo mondo, ma la promozione è durata due decadi. Poi sono arrivate la globalizzazione e la de-materializzazione, e il lavoro ha iniziato a lasciare gli italiani.

La globalizzazione ha significato l'immigrazione, legale o meno, di sette milioni di lavoratori a basso costo e senza diritti. La nuova emigrazione di un milione di italiani all'estero. La delocalizzazione all'estero di centinaia di imprese. L'acquisto di centinaia di imprese da parte del capitale straniero, con alta probabilità di delocalizzazione e futura riduzione della manodopera.

La de-materializzazione (l'evo immateriale, esploso intorno agli anni novanta) ha registrato un'accelerazione dell'informatica, della telematica e della robotica. Ogni computer in ufficio elimina la necessità di 2/3 impiegati, e per costruirlo non servono 2/3 operai. Amazon ha soppresso, e continua a farlo, centinaia di punti vendita rendendo disoccupati migliaia di commessi e magazzinieri. Un'agenzia di viaggi online, con 5-10 impiegati fa il lavoro che prima facevano migliaia di addetti, ora disoccupati. Le banche chiudono centinaia di sportelli. La robotica viaggia a vele spiegate, e va dai magazzini senza magazzinieri alle fabbriche senza operai. Macchine che costruiscono macchine, senza o quasi manodopera.

Nessuno sembra aver capito che il lavoro manufatturiero, a meno che non sia di altissima qualità, è in via di sparizione. Nesssuno sembra aver capito che la globalizzazione e l'immaterialesimo, nei Paesi che vogliono stare nel primo mondo, richiedono la creazione di migliaia di nuove fonti immateriali di produzione della ricchezza e la conversione di milioni di lavoratori da produttori di beni materiali di basso pregio, a lavoratori dell'immateriale.

E nell'attesa che il miope, inetto, incapace ceto politico capisca? Lo Stato deve riconoscere a tutti il diritto, non al lavoro che non c'è, ma a un alloggio e un reddito adeguato.

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