BADANTI,
CLOWNS, WEB MASTERS
Il
lavoro oggi è sempre più sganciato dalla prestazione fisica e tendenzialmente
si configura come manipolazione di oggetti relazionali, affettivi, intellettuali,
tecnici, scientifici. Si modula in un processo che si fonda sempre più
sulla cooperazione sociale e mostra la sua valenza in quanto realizzato
in complesse filiere di reti sociali, somma di figure produttive fra
loro concatenate. In questo senso l'aggettivo immateriale attribuito
al termine lavoro può essere una prima sintetica ridefinizione del modo
di lavorare contemporaneo.
C'è
anche da dire che il lavoro immateriale è sempre esistito: intellettuali,
artisti, clowns, assistenti sociali, badanti non nascono oggi. Ma solo
nell'ultimo ventennio non sono più un fenomeno elitario, hanno raggiunto
quantità ragguardevoli tali da costituire una fetta importante della
forza lavoro contemporanea.
Due
sono i fenomeni rilevanti che hanno favorito tale trasformazione: l'informatizzazione
diffusa e l'espansione del Welfare State. L'ingresso delle macchine
nei cicli produttivi e la professionalizzazione dei lavori sociali hanno
contribuito in maniera rilevante a smaterializzare il lavoro in ogni
parte del mondo da Delhi a San Francisco.
La
spiccata "soggettivazione" della forza-lavoro, che ha progressivamente
preso sempre più parte al processo di produzione è stata costretta a
mettere in gioco - a un livello più alto - la propria personalità, trasformandosi
progressivamente da soggetto "passivo" a soggetto "attivo",
o meglio da soggetto "che subisce" a soggetto "che agisce".
Questa soggettivazione è resa più evidente dal nuovo "ciclo
sociale" del lavoro: fabbrica diffusa, lavoro decentrato, terziarizzazione
molto articolata. Il ciclo del "lavoro immateriale" è così
caratterizzato da estrema frammentarietà, grande precarietà, diffusa
mobilità, sempre maggior difficoltà nel distinguere tempo di lavoro
da tempo di non-lavoro.
Il
lavoro immateriale è così stato espressione e allo stesso tempo motore
del passaggio da una produzione di tipo fordista ad una di tipo postfordista.
Se
la produzione materiale (tipica del fordismo) produceva beni materiali,
la cooperazione tra intelligenze (caratterizzante il post-fordismo)
produce beni immateriali. E' la natura del prodotto che fa la differenza.
I primi sono appropriabili, scambiabili, consumabili; i secondi (idee,
affetti, opinioni) sono beni non consumabili, non appropriabili, non
scambiabili. Un bene materiale non può essere mio e vostro contemporaneamente;
dobbiamo dividerlo in due per poterlo condividere. La conoscenza,
invece, o gli affetti possono essere condivisi perché sono indivisibili,
collettivi, comuni e a differenza dei beni materiali, non sono consumabili,
perché istigano all'attivazione di processi di generazione creativa.
La
produzione fordista era caratterizzata dalla produzione di merci conseguente
alla trasformazione di materie prime, merci standardizzate destinate
all'obsolescenza, prodotte e commercializzate secondo una strategia
di economia di scala a carattere nazionale. Questa forma di produzione
si fondava su una cultura della crescita illimitata, da una parte, e
sul dualismo tra fabbrica e atto produttivo, dall'altra. Un dualismo
che fondava le forme del conflitto e dell'identità sociale affermando
allo stesso tempo il primato della razionalità tecnica su ogni sfera
del sociale.
Al
contrario il postfordismo si caratterizza per un tipo di produzione
basata grandemente sulla produzione di servizi e la trasformazione della
conoscenza e dei saperi, per realizzare prodotti personalizzati
ad alto tasso di specializzazione e decadimento temporale, distribuiti
in tempo reale. Un tipo di produzione a carattere transnazionale che
si fonda sulla cultura del limite in uno scenario dove è il primato
delle reti di relazione ad affermarsi come fattore produttivo, al contrario
del gigantismo della fabbrica e del precedente rapporto lineare fra
sviluppo e crescita.
Nel
fordismo il lavoro e i suoi prodotti erano organizzati in tre fasi distinte
e separate: la Progettazione (forma intellettuale del lavoro), l'Esecuzione
(il lavoro dell'operaio massa), la Commercializzazione (il lavoro degli
impiegati come soggetti disciplinati).
Queste
forme di organizzazione della produzione erano caratterizzate da:
-
forte separazione fra gli aspetti ideativi ed esecutivi del lavoro
-
stretta dipendenza dalla macchina
-
precisa dipendenza del lavoro dall'organizzazione disciplinare.
In
sintesi potremmo dire che il fordismo era caratterizzato da una enorme
rigidità di compiti e funzioni che si rifletteva nei prodotti e nella
loro distribuzione. Come pure nell'organizzazione della forza lavoro
e nelle identità sociali che esso generava.
Queste
professioni possono essere qualificate come lavoro intellettuale/cognitivo
che usa un peculiare strumento di produzione, il linguaggio, che si
mette in comunicazione attraverso reti sociali e tecnologiche diventando
lavoro immateriale.
Il
lavoro cognitivo o intellettuale o immateriale possiede caratteristiche
quali:
- il
mezzo attraverso cui si produce, cioè il linguaggio, è il risultato
di un apprendimento storico sociale, una proprietà collettiva posseduta
individualmente;
- è
un tipo di lavoro che ricrea continuamente i bisogni che soddisfa poichè
necessita di continua innovazione;
- è flessibile al pari del linguaggio naturale umano e del linguaggio
della macchina
- si
esplica attraverso la reificazione di capacità umane, quali il produrre,
il variare, l'adattarsi
- si
esplica e si riproduce attraverso una rete di relazioni sociali, è cioè
frutto di una cooperazione sociale complessa
- si
esplica e si riproduce attraverso reti tecnologiche di comunicazione
ad alta velocità.
La
forza lavoro immateriale è realmente dislocata: i suoi spazi di produzione
sono assolutamente deterritorializzati e i suoi tempi di produzione
abitano ogni sfera delle attività del soggetto.
Il
lavoro immateriale dunque:
-
esprime la contraddizione fra vita retribuita e vita non retribuita
-
rompe i meccanismi tradizionali di costruzione della vita relazionale
e sociale cosicché i principi di stabilità e i processi di identità
che su di esso facevano perno per le attività produttive e biologiche
saltano
-
è precario in quanto la sua erogazione può essere solo il frutto
di una prestazione discontinua poichè conserva il carattere temporaneo
delle relazioni su cui si fonda.
In
questo senso, due sono gli effetti che il lavoro immateriale esercita:
la frammentazione delle identità di lavoro e la cooperazione spinta
nella messa in produzione del sapere sociale. Il secondo sembra essere
un antidoto al primo: i lavoratori della conoscenza vendono le proprie
competenze solo se sono capaci di stare in una rete sociale dove scambiare
saperi e conoscenze. Ma oggi, quello che accade è che questi due effetti
tendono a sfumare in una zona grigia, dove cooperazione sociale e competizione
spinta, autovalorizzazione e sfruttamento, libertà e controllo tendono
a confondersi.
Infatti
seppure il sapere posseduto dal singolo lavoratore è presupposto al
profitto nella sua forma-merce esso diventa tale (nel senso di profitto)
essenzialmente all'interno dei meccanismi di circolazione delle merci
le cui dinamiche sono sempre rispettose della legge del valore e dei
suoi "capitani".
La
sola proprietà degli odierni "mezzi di produzione" immateriali
(intelletto, creatività, affettività) non è sufficiente a fare profitto,
perché necessita e viene inglobata nella catena capitalistica secondo
lo schema di "comando" vetero fordista (progetta, esegui,
commercializza). Ciò costituisce la debolezza del General Intellect
che, per quanto rappresenti il cuore pulsante della produzione immateriale,
si trova ad essere subordinato, nel processo di socializzazione del
prodotto, alle logiche turbocapitalistiche. A tal punto da ritrovarsi
ad essere esso stesso manipolato per finalità inizialmente estranee
alle proprie intenzioni di partenza.
Allora
sono inevitabili alcune domande: è possibile (come chiedono taluni)
applicare ai lavoratori dell'immateriale tutele, garanzie, servizi?
è forse questo di cui hanno bisogno? la commistione fra tempo di vita
e tempo di lavoro rappresenta un autosfruttamento patologico oppure
una autovalorizzazione fisiologica? Il sistema di lavoro non salariato,
ampiamente applicato ai lavoratori dell'immateriale, è una deriva del
moderno oppure una liberazione da esso?
A complessificare possibili risposte
a tali quesiti, è necessario riconoscere come la crisi del sistema del
lavoro salariato porta con sé la disoccupazione di massa strutturale,
la fine dello fabbrica-centrismo, l'aumento della professioni "servili",
il divario fra garantiti e non garantiti. E a questi effetti fa da contraltare
la crisi del Welfare State e la fine di quegli interventi pubblici che,
dall'antico patto fra stato e cittadini (meglio forse tra capitale
e lavoro), garantivano una rete di protezione da un insieme indefinito
di rischi sociali: disoccupazione, infortuni, vecchiaia, invalidità,
malattia, carichi famigliari.
Non
è possibile dunque rispondere alle domande poste, guardando ai modelli
del passato. Solo esplorare strade nuove alla ricerca di risposte creative.