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REDDITO DI CITTADINANZA - Verso la società del non lavoro (A.Mantegna. A Tiddi) / Torna a Indice |
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CONCLUSIONI.
VOGLIAMO VINCERE TUTTI !
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Lunghe code si accalcano alle ricevitorie del superenalotto, oppure si prova con i “gratta e vinci”: no, davvero il suono di quella sveglia che ci strappa dal letto per spedirci al lavoro non lo vogliamo più sentire! E’ forse che più le condizioni sociali sono precarie più si è propensi a confidare nella sorte o, più laicamente, a tentare col gioco. Rischio e insicurezza sociale saranno temi interessanti per una ricerca sociologica della società del XXI secolo. Al di là delle premure sociologiche o futurologiche, però, le lotterie, il gioco di massa, ci dicono qualche cosa di più, ci illuminano sui desideri, sulle aspirazioni di chi gioca: è il lavoro, il poter rinunciare ad esso senza dover rinunciare al reddito per sopravvivere, a mobilitare tanti scommettitori, a porre tante crocette sui numeri di quelle super schede. In fondo, il gioco della lotteria rappresenta di fatto un implicito rifiuto di massa del lavoro salariato, è partecipe di quel desiderio di emanciparsi dai suoi vincoli. No, il lavoro non è utile se non perché ci consente di ottenere un reddito e di attività autorealizzanti ne troveremmo certo molte anche fuori del suo regime costrittivo. L’obbiettivo di fare a meno dei suoi vincoli, date le condizioni attuali della produzione, non è più un miraggio, sarebbe una possibilità concreta se solo si accettasse l’idea di intaccare il monte profitti. “Intaccare i profitti”: questa idea equivale, lo sappiamo bene, ad una bestemmia quando il profitto sembra essere divenuto l’ultimo e l’unico spazio sacro nella nostra società secolarizzata, l’ultimo intoccabile mito. Intanto il precariato si diffonde come condizione generale del lavoro e la deregolamentazione che con esso è stata introdotta, piuttosto che rilanciare la flessibilità come possibilità di autoregolamentazione dei propri tempi e della propria attività lavorativa, costringe fasce sempre crescenti di popolazione all’insicurezza, alla penuria, alla subalternità rispetto a decisioni da esse indipendenti ed esteriori, soprattutto costringe alla subalternità di fronte al ricatto del ‘o con il lavoro o senza reddito’. Dinamica di cui facilmente si può dimostrare la drammatica funzionalità per un sistema che ha come obbiettivo la precarizzazione del lavoro, la sua deregolamentazione, il contenimento (se non addirittura l’abbassamento) del suo “costo”: la guerra di concorrenza tra i non possessori di lavoro induce ad un progressivo svilimento delle aspettative dei soggetti e all’abbassamento del prezzo della forza-lavoro. La spirale che minaccia il lavoratore precario si incarna, da un lato, nel declino delle garanzie (declino che si concretizza, per esempio, con il contenimento dei costi dal punto di vista delle spese di indennità per gli infortuni, sul fondo pensionistico, sui contributi, ecc.), dall’altro nella riduzione effettiva dell’entità monetaria della retribuzione diretta (il salario): oggi, di fronte alla crisi del lavoro e alla concorrenza tra precari, si accetta lavoro per retribuzioni sempre più basse e con garanzie sempre più ridotte. Il concetto di flessibilità deve essere quindi disconnesso nella pratica (cioè con l’introduzione di forme concrete di reddito indipendenti dalla prestazione lavorativa) dal concetto di precarietà (che ancora è l’orizzonte sul quale si muove la nuova forza lavoro, il lavoro immateriale) perché finché è ad esso agganciato significherà, sempre, non valorizzazione del soggetto, ma la sua svalutazione dinanzi all’egemonia totale del mercato e della sua astrattezza. Entrare nell’era del diritto al reddito universale vuol dire rimettere il soggetto, la sua irriducibile singolarità e differenza, al centro dell’economia, vuol dire riconsegnargli la scelta e la possibilità di discernimento tra un’attività che lo valorizza e una che lo avvilisce, scelta che non è neanche pensabile quando all’assenza di lavoro corrisponde sempre e comunque l’assenza di reddito. Il reddito di cittadinanza è rispetto al punto di vista che sacralizza il profitto a scapito dei produttori (del sociale), ampiamente in controtendenza. La flessibilità che viene promossa dal dispotismo del mercato è quella del soggetto rispetto alle esigenze di riproduzione della formazione sociale: dobbiamo imporre alla formazione sociale le esigenze di flessibilità che richiede la vita dei soggetti sociali, dobbiamo tenere la vita come parametro non mediabile della produzione e dell’economia. Dobbiamo volere un nuovo concetto di flessibilità che chiama la vita ad essere protagonista oltre il mercato. Davanti all’insensatezza dell’attuale condizione di esistenza giochiamo pure alla lotteria, proviamoci, comunque si ritiene già perso quello che si poteva perdere. La lotteria, d’altro canto, è solo la forma di ridistribuzione élitaria, speculare di quell’altro grande gioco che decide continuamente delle nostre sorti senza che, davvero, le masse possano lì partecipare: la borsa. Il reddito di cittadinanza per tutti/e oppone la vincita sociale all’arricchimento di élite, la ridistribuzione sociale della ricchezza alle esigenze del mercato: vogliamo vincere tutti, vogliamo vincere sempre, vogliamo vincere subito! Vogliamo vincere perché abbiamo bisogno di liberare tempo, vogliamo liberare il tempo della nostra unica e irripetibile vita dal lavoro. Vogliamo vivere ora, qui: vogliamo viverci dignitosamente! Il lavoro non c’è più, lo sappiamo. Il lavoro è morto, quella che ci si prospetta dinanzi è la società della disoccupazione strutturale: bene, però basta piangere. Dovremo pur elaborare il lutto della morte del lavoro, dovremo darci ancora delle possibilità. Vogliamo una ridistribuzione egualitaria, orizzontale, vogliamo uscire dal ricatto che il fantasma del lavoro ci impone: o occupato, o senza reddito. Un fantasma, certo, perché il lavoro non c’è più, è morto e non è possibile farlo rinascere. Non lo potranno resuscitare i riti voodoo della sinistra riformista che si limita a proposte di contenimento della crisi, né tanto meno lo potranno fare rivivere le promesse di Berlusconi, che, in una delle sue gag più famose, promise un milione di posti di lavoro ad una società che ha già difficoltà strutturali a sopportarne anche solo centomila. Dovremo comprendere altrettanto che il lavoro salariato diminuisce, ma il livello di sfruttamento sociale aumenta: ognuno di noi è creditore nei confronti del mondo del profitto, creditore di vita. Quando anche il nostro ozio diventa produttivo e la nostra creatività è messa al lavoro, quando il lavoro si estende oltre il lavoro, la produzione oltre il tempo di lavoro, ognuno di noi, direttamente o indirettamente, come produttore e come consumatore, partecipa, innova, contribuisce alla produzione sociale. Così la lotta per il reddito di cittadinanza è, in un certo senso, vicina alle grandi battaglie per i diritti civili (diritto all’esistenza, diremmo), ma è anche l’ultima (in ordine di tempo) grande battaglia del lavoro. Per quel che ci riguarda vorremmo fosse estinto per intero quel credito che abbiamo stipulato involontariamente con il capitale, con il suo sistema di sfruttamento: per il momento, però, ci potremmo anche accontentare di un atto simbolico, un atto di buona volontà da parte sua: un reddito universale e incondizionato, un reddito di cittadinanza per tutti e per tutte! |
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