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REDDITO DI CITTADINANZA - Verso la società del non lavoro (A.Mantegna. A Tiddi) / Torna a Indice |
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CRISI DEL SISTEMA
DEL WELFARE STATE
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La mutazione dell’organizzazione produttiva da un lato ha destrutturato la costituzione materiale (il lavoro), dall’altro ha progressivamente trascinato nella crisi anche la sua costituzione formale, ovvero il sistema generale di garanzie che su quella costituzione si era determinato. Lo stato sociale, lo stato assistenziale - quel sistema di compromesso sociale che ha garantito l’equilibrio tra capitale e lavoro dalla crisi del ‘29 fino agli anni ‘70 - è anch’esso stato travolto dalla trasformazione produttiva. Il Welfare state, che fin dalle origini aveva il suo perno nell’ordine produttivo, a partire dalle trasformazioni intervenute, è inesorabilmente entrato in crisi. In tutti i paesi sviluppati questa istituzione della regolazione dello scambio capitale-lavoro è votata ormai al declino. Questo sistema che nella sua struttura integrava le istituzioni del lavoro, le organizzazioni di massa, gli attori collettivi garantendo la partecipazione dei lavoratori al funzionamento della società della produzione, si incrina. La forma politica del Welfare che riproduceva il regime di accumulazione su quella struttura stabile della produzione (la fabbrica taylorista) è venuta meno. La piramide dello stato sociale, con tutti i suoi meccanismi di gerarchizzazione delle figure produttive, piramide che costituiva il modello principale di organizzazione, da un ventennio è sulla via dell’insabbiamento progressivo e con essa anche tutte le forme di protezione sociale che le corrispondevano. I governi di matrice neo-liberale impostisi negli anni Ottanta e Novanta hanno definitivamente demolito quel poco di Welfare reale che ancora rimaneva in piedi, smantellando una dopo l’altra le conquiste prodotte dal ciclo di lotte degli anni Settanta, cicli che avevano garantito una democratizzazione dei livelli di vita per un’amplissima fascia di popolazione. Le sabbie mobili del lavoro salariato hanno fatto poi il resto e la crisi del sistema dello stato sociale si ripropone ora in tutta la sua asprezza. Il Moloch dello stato assistenziale si staglia sul finire del millennio irradiando la sua funerea ombra sulle democrazie avanzate. Cerchiamo in breve di considerare uno alla volta alcuni dei motivi e delle cause che hanno portato alla crisi strutturale del sistema del Welfare state. Come è noto l’elemento fondamentale dello stato sociale è costituito da quell’insieme di interventi pubblici che cercano di garantire schemi di protezione da un insieme predefinito di rischi sociali, tra i quali la disoccupazione e gli infortuni sul lavoro, la vecchiaia, l’invalidità, le malattie e i carichi familiari. Le politiche pubbliche orientate a consolidare le garanzie del sistema assicurativo di tipo welfaristico sono nella loro totalità entrate in contraddizione con lo sviluppo dei bisogni sociali prodotti nelle società avanzate. In primis c’è da registrare l’invecchiamento della popolazione nell’area della Comunità Europea. Questo decremento demografico è legato, da un lato, al calo della natalità (se escludiamo l’importante, anche economicamente, aumento della natalità nelle fasce di popolazione immigrate) e, dall’altro, al miglioramento delle condizioni generali di vita. Ciò ha comportato per il sistema dello stato sociale un aumento delle richieste protezionistiche nel settore pensionistico, in quello sanitario e, infine, in quello dell’erogazione dei servizi sociali. Il sistema di garanzie, facendo perno sul lavoro dipendente tradizionale, ha comportato una crescita dei capitoli di spesa finanziaria che si sono concentrati su una quota però in diminuzione dei lavoratori collocati nella fascia del pieno impiego a vita. La crescita delle disparità è stata lineare e progressiva ingrossando la fascia di coloro che si muovono sulla soglia di povertà, ovvero esteriormente alla fascia di un lavoro garantito da un lato e tradizionale dall’altro. Modificandosi la composizione tecnica del capitale (struttura del lavoro) le garanzie che dovevano preservare il lavoro stesso si sono ristrette al solo lavoratore salariato tradizionale escludendo a monte le forme di lavoro autonomo subordinato e a valle le forme di lavoro marginale e sommerso. Proprio l’immigrazione sembra condensarsi intorno a questo lavoro sommerso, ampiamente deregolamentato, che pone la decisiva questione del rapporto tra diritti e reddito, tra esclusione dalla cittadinanza e lavoro. In secondo luogo, c’è da cogliere la modificazione di quell’aggregato sociale, la famiglia, che per lungo tempo ha rappresentato la rete di protezione minima per suoi componenti, soprattutto per i suoi membri più giovani. L’instabilità crescente dei rapporti familiari adesso accentua il rischio sociale per l’individuo, rischio che estende le forme di precarizzazione esistenziale. E’ proprio lo svilupparsi di questo lavoro non più riducibile alle forme classiche, forme coerenti con un sistema di garanzie legate ad una costituzione-famiglia (assegni familiari, per esempio), che tende a superare la famiglia stessa quale momento di mediazione tra società ed individuo. La famiglia in crisi con il venire meno del perno produttivo su cui essa si costituiva (lavoro salariato tradizionale) non riesce più a rappresentarsi come soggetto di riferimento dello stato sociale e, dunque, del suo intervento garantista. Questa rottura dell’asse della famiglia come nucleo primario di produzione di un reddito garantito e stabile incide immediatamente nei settori ad essa più prossimi. La scuola in primo luogo subisce una modificazione assai profonda. Essa non viene più considerata come una sosta, come un parcheggio in vista di una collocazione a venire sul mercato del lavoro tipica del fordismo. La tendenza diventa quella di una spinta alla ricerca di forme di autoreddito (piccoli lavori, impieghi estemporanei, baby sitter, lavoro serale in locali, ripetizioni scolastiche, ecc.) a cui i giovani e le giovani vengono comunque costretti: da un lato, salta la rete di sicurezza che garantiva loro la famiglia, viene meno l’investimento nella forma-scuola come propedeutica alla ricerca di un lavoro (lavoro che non c’è più come approdo definitivo) e, dall’altro, aumenta il pendolarismo tra i “lavoretti” che vengono visti come ricerca di una sorta di formazione dal basso continua e in perenne mutazione, questa sì propedeutica ad un lavoro, anzi ai lavori precari in moltiplicazione. Entrambi gli elementi hanno un’incidenza molto importante nell’aumento delle forme di precarizzazione che investono la forza-lavoro giovanile, di cui il cosiddetto “lavoro minorile” (su cui le anime belle dei governi del mondo piangono inutilmente risolvendo il problema a forza di spot e campagne preventive quanto meno ridicole) non è altro che una componente, certamente la più tragica e disperante, di una spinta verso il basso della ricerca del minor prezzo della nuova forza-lavoro. La scuola, di fatto, non è più percepita come un investimento per poter aumentare in futuro le possibilità di reddito: la formazione media non contiene come corrispettivo la possibilità di acquisire un reddito medio (aumenta la sproporzione nel rapporto formazione/reddito). La crisi della famiglia ha come contraccolpo lo sviluppo e la formazione di un’ampia fascia di lavori a carattere fondamentalmente femminile. Tale femminilizzazione del lavoro (tendenza comune che appare come specificità del passaggio dal fordismo al postfordismo) implica per le donne un doppio carico perché, oltre a farsi carico di tutto il lavoro di riproduzione (lavoro domestico), esse si devono sempre più confrontare con il “paradosso della doppia presenza” (in casa e fuori). Il lavoro femminile, nonostante i tentativi reazionari di riportare le donne a casa, è in espansione continua, il che rappresenta un elemento fortemente progressivo di autonomizzazione dai vincoli della riproduzione patriarcale dei rapporti familiari. D’altro canto la forza-lavoro femminile cade anch’essa spesso sotto un regime di lavoro fortemente deregolamentato o pseudoregolamentato (licenziamenti firmati dalle lavoratrici anticipatamente che preannunciano la loro effettività in caso di gravidanza, lavoro in nero nei locali, lavori di cura presso cooperative di assistenza). La forza-lavoro femminile è uno degli elementi che ingrossano il mercato del lavoro precario postfordista. Infine, la ristrutturazione della società taylorista-fordista con la massiccia applicazione di tecnologia, la globalizzazione che ha messo in discussione gli stati-nazione, i processi di terziarizzazione, hanno ridefinito le configurazioni occupazionali ridisegnando una nuova mappa dei bisogni che potemmo chiamare post-lavorativi: sostegni alla mobilità, servizi per l’impiego, aumenti di esigenze di informazione e di formazione. Il welfare a venire non potrà non tenere conto dello sviluppo crescente di questi bisogni post-lavorativi. A questi elementi primari vanno aggiunte alcune caratteristiche di ordine strettamente finanziario. Gli schemi pubblici di protezione sociale costituiscono gli aggregati più ampi delle voci di bilancio statale racchiuse nel capitolo conosciuto come “spesa pubblica”. Come è noto questa struttura finanziaria ha costituito per tutto l’arco dell’esistenza del Welfare state il principale strumento con cui i governi hanno tentato di bilanciare le storture prodotte dal funzionamento del mercato capitalistico, soprattutto per quanto riguarda la redistribuizione della ricchezza prodotta. La spesa pubblica, il cui obiettivo principale è sempre stato quello di garantire l’equilibrio economico dello stato, ora non è più in grado di bilanciare gli smottamenti sociali determinati dalle crisi economiche. Le crisi finanziarie ripropongono in tutta la loro drammatica attualità la “crisi fiscale dello Stato”, ovvero quella crisi prodotta dal divaricarsi della forbice del bilancio statale e fiscale, dalla sproporzione tra massa finanziaria in uscita e quella in entrata. Le manovre macroeconomiche dello stato non sono più in grado di governare le microeconomie che si sviluppano nel sociale. A ciò si sono aggiunti i sommovimenti monetari dovuti alla conduzione di una politica economica asservita agli interessi di riproduzione del capitale finanziario che hanno finito per far aumentare gli squilibri interni alla finanza pubblica e portato alle stelle il deficit dello stato. Oltretutto il drenaggio di danaro verso fasce di popolazione garantite da una maggiore stabilità economica (per esempio quelle dedite agli investimenti speculativi, ma anche l’uso privatistico della ricchezza prodotta socialmente – come nel sistema di corruzione conosciuto come “Tangentopoli”), piuttosto che per l’avvio di interventi sociali, ha svuotato le casse dello Stato in favore di una ristretta lobby economico-finanziaria. Lo scontro sociale che si apre sui settori classici del welfare, da quello pensionistico a quello sanitario, da quello dell’infortunistica a quello occupazionale, palesa al meglio il momento di crisi e la ridefinizione dell’intervento statale. Le politiche gestionali di risanamento investono le fondamenta della grande tripartizione storica del Welfare: “grande fabbrica (Ford), tendenza alla piena occupazione (Keynes), sviluppo delle politiche sociali” (Paci; 1997: 18). Questa tripartizione è stata rasa al suolo dalla fine della costituzionalizzazione del lavoro. E’ a partire dall’assunto della fine della costituzionalizzazione del lavoro che va ripensata per intero la “nuova questione sociale” (Rosanvallon; 1997) indotta dalla crisi dello stato assistenziale, “questione” che a partire dall’introduzione del reddito di cittadinanza ricollocherebbe il problema del Welfare state sul terreno dei diritti per tutti i cittadini: “l’assicurazione a tutti di minimi vitali consentirebbe, grazie alla sua astrazione da condizioni particolaristiche e da decisioni selettive e potestative, da un lato, una radicale deburocratizzazione dello stato sociale all’insegna della trasparenza e di una restaurata e semplificata legalità, dall’altro, una formalizzazione delle procedure di tutela dei diritti sociali addirittura più efficace e garantista di quella predisposta per i diritti di libertà” (Ferraioli; 1995: 67). Diritti che attraverso l’istituzione di un reddito di cittadinanza comporterebbero una politica di risocializzazione dal basso del Welfare state in quanto esso “favorirebbe la rinuncia a costosi quanto inefficaci apparati di regolazione del mercato del lavoro, non comporterebbe alcun incremento negli organici dei servizi pubblici, consentirebbe, anzi, un certo margine di autovalorizzazione individuale rispetto a tutti i numerosi casi nei quali le prestazioni sono mediate da agenzie di Stato” (Bascetta-Bronzini; 1997: 39). E’ qui che la crisi del sistema del Welfare state si salda con la crisi della società salariale producendo il collasso di ogni “mediazione statuale”: in questo contesto ogni meccanismo di compromesso sociale salta. Se è vero che “il luogo per eccellenza del welfare è il mercato del lavoro” (Rossi; 1997: 41) e, se è vero che proprio la deregulation selvaggia dello stesso mercato del lavoro è il risultato più devastante delle politiche sociali neo-liberiste, si comprende allora come la dissoluzione dello stato assistenziale sia un processo che non lascia spazio ad alcuna manovra ricompositiva. L’affannarsi intorno alla progettazione di proposte di contenimento della crisi permanente che attanaglia la società postfordista testimonia la difficoltà a sbrogliare i fili della matassa: alcuni esempi di queste proposte sono la creazione di misure di finanziamento delle prestazioni sociali il più possibile rispettose degli incentivi al lavoro (finanziamenti alle imprese), i tentativi di alleggerire gli oneri sociali che pesano sul lavoro (agevolazioni fiscali), la ricostruzione di una struttura del mercato del lavoro all’insegna della flessibilizzazione (lavoro interinale, part time), la costituzione di una rete di servizi e di agenzie informali o meno per l’orientamento mirato alla ricerca di attività remunerative (agenzie del lavoro), il drenaggio di investimenti nei settori dell’istruzione e della formazione per la valorizzazione di quello che sociologicamente si suole indicare come “capitale umano” (formazione e ricerca tecnologica), la promozione di politiche volte all’incoraggiamento della mobilità della forza-lavoro (contratti a termine). Il riformismo di questi tentativi si scontra con la rigidità di una concezione del lavoro come pieno impiego a vita. Anche le proposte di ridistribuzione del lavoro esistente, i progetti di riduzione dell’orario del lavoro (35 ore), si rivelano misure parziali che non intaccano da sole il meccanismo profondo della crisi dello stato assistenziale: sono provvedimenti che per così dire lavorano sugli argini, mentre sul letto del fiume scorrono le acque che portano le macerie del Welfare state. Se come sostiene Claus Offe “la funzione fondamentale del moderno Welfare state è quella di garantire per legge la sicurezza sociale (o “benessere”) per mezzo di rimesse in denaro, servizi, infrastrutture materiali e politiche di controllo nel campo della salute, dell’istruzione, degli alloggi, della previdenza, dell’assistenza sociale, della protezione del lavoro e dell’ assistenza alle famiglie” (AA.VV; 1997: 87), occorre riconoscere che lo scenario della società postfordista che si sta delineando non lascia molto spazio alla perpetuazione di questa “funzione fondamentale”. Anzi l’analisi critica e lo sviluppo dei recenti movimenti sociali mostra in tutta la sua drammaticità la scomparsa delle garanzie minime di protezione e di sicurezza sociale. Non è un caso che il teorico del garantismo penale, Luigi Ferraioli, considera l’uscita dalla crisi dello stato sociale possibile mediante “l’elaborazione di una nuova legalità dello stato sociale”. Questa legalità può essere ricostituita, a suo parere, attraverso l’inserimento dei cittadini in un nuovo sistema di regole e garanzie esteso a tutti. “La forma paradigmatica di una simile garanzia è quella offerta da salario o reddito minimo garantito a tutti, dalla maggiore età in poi, maggiorabile solo in ragione del numero dei figli minori e magari integrato, dopo una certa età, da una pensione di anzianità” (Ferraioli, 1995). Questa clausola fondamentale è alla base del “progetto progressista di ricostruzione” che “passa per una rifondazione di senso del patto costituzionale e dello stato di diritto che su di esso si basa. Questo patto, che solo giustifica e assicura la convivenza civile, altro non è che la garanzia dell’eguaglianza e dei diritti vitali della persona: i quali sono sempre, a loro volta, altrettante leggi del più forte, contro la legge del più forte che prende il sopravvento quando il loro senso si smarrisce” (1995). E’ proprio questo che rende imprescindibile la lotta politica per l’istituzione di un reddito di cittadinanza per tutti, come primo e fondamentale momento di giustizia ridistributiva in una società che fa del Welfare state e del lavoro salariato degli istituti di esclusione sociale. |
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