Presente e futuro delle professioni sociali per il nuovo Welfare territoriale
Le  proposte  delle autonomie  locali del 23 febbraio 2004
Incontro – Confronto con i rappresentanti delle forze politiche in Parlamento e il Governo Roma, 17 marzo 2004 / Sala del  Refettorio  – Camera di Deputati / Roma, Via del Seminario  76

DOCUMENTO  BASE  PER  LA  DISCUSSIONE (metti la tua opinione in Bacheca)

Premessa

            ANCI, FederSanità ANCI, Legautonomie e UPI quando - come associazioni di rappresentanza delle autonomie locali – hanno deciso di avviare un’approfondimento sulle possibilità applicative dell’art. 12 della Legge 328/2000, hanno avuto presente che il compito che stavano assumendo e le difficoltà che avrebbero trovato sul loro cammino non sarebbero state di poco rilievo. La mancanza di una iniziativa specifica e doverosa, nel merito, da parte del governo nazionale, sta rendendo sempre più difficile affrontare la quotidianità dei servizi sociali, dei servizi alla persona, anche in considerazione che gli interessi in campo, attorno a questo tema sono molti, così come le attese. Nel prossimo futuro alcune regole dovranno forzatamente essere individuate per mettere ordine in un sistema professionale assai fragile e in un mercato del lavoro frantumato.

Da questi presupposti parte questa iniziativa che intende offrire una sponda alle esigenze professionali, raccogliere gli stimoli, ascoltare le proposte, ma che essenzialmente vuole creare il presupposto politico di una riflessione larga fra tutti gli attori del sistema, evitare derive eccessivamente corporative, offrire un quadro di riferimento nazionale certo ed un possibile tentativo di coniugare esigenze regionali e mantenimento di una unitarietà nazionale, necessaria e di garanzia per tutti.

Ruolo e politiche degli Enti locali

Gli attori pubblici – Province, Comuni, Distretti e Zone sociali, Aziende Unità Sanitarie Locali - vorrebbero definire le dotazioni organiche per i servizi, avendo a disposizione un repertorio limitato di figure, con profili, competenze e percorsi formativi chiaramente individuati.

Per contro, le imprese sociali che gestiscono in appalto o convenzione, i servizi, devono tutelare gli attuali occupati; molti dei quali lavorano da anni senza qualifica o con titoli regionali e solo in piccola parte appartengono a professioni riconosciute a livello nazionale. Per questi, è prioritario ottenere un titolo di valore all’esperienza acquisita e che sia riconoscibile nel mercato del lavoro.

Tra queste diverse, ma legittime esigenze, gli enti locali sono a un bivio. I servizi alla persona esigono competenze sempre più raffinate, ma una qualificazione più elevata trascina con sé un aumento del costo del lavoro. Questo è un problema reale nel momento che le risorse degli enti locali sono sempre più limitate. Inoltre, i dirigenti dei servizi trovano sempre più frequentemente una maggiore preparazione teorica nei giovani che escono dall’università, rispetto a quelli formati nei corsi regionali, che sono molto più brevi ma sicuramente più mirati all’operatività.

Le stesse lauree triennali a valenza professionale nel settore sociale (classe 6, 18, 36, 34, 3, 14) sono ancora in fase di rodaggio, alla ricerca di un nuovo equilibrio tra sapere teorico e competenze operative e questo mal si concilia con l’esigenza di operatività e di risposta ai servizi richiesti dalle oggettive situazioni personali o familiari.

            In definitiva il nuovo oggi non sempre si sposa con l’attualità di una responsabilità tutta a carico degli Enti Locali in ordine all’assicurazione di servizi sociali all’altezza dei bisogni dei cittadini.

Dobbiamo dimostrare che la complessità e la lunghezza di un percorso di portata epocale - nel quale cerchiamo di interpretare le conseguenze della crisi del modello di welfare nazionale e centralista e cerchiamo di darvi risposta con la costruzione di un welfare territoriale con al centro l’azione delle Regioni e delle autonomie locali, e degli altri attori sociali - devono essere un nodo da sciogliere in positivo con il contributo prioritario e dovuto del legislatore nazionale e con il coinvolgimento delle rappresentanze professionali di riferimento, oltre alle famiglie, il volontariato, i sindacati, le imprese profit e no profit.

C’è molto quindi, oggettivamente, da consolidare, da chiarire, da sistematizzare. Ci sono innanzitutto livelli di diritti essenziali da assicurare su tutto il territorio nazionale (anche se sarebbe più giusto sottolineare come ciò non è minacciato dalla scelta di un modello di welfare che poggia sulle regioni e gli enti locali, ma è la condizione reale di disuguaglianza che un welfare centralista non ha saputo sanare), ispirando il modello federalista ad una solidarietà vera nei confronti delle aree più deboli e critiche del paese.

C'è poi da tenere ben chiaro lo scenario di un’Europa in costruzione che non potrà essere fino in fondo la nostra nuova casa comune se non armonizzerà, senza appiattirle, le politiche di protezione e promozione sociale.

C’è da implementare il welfare territoriale oggi esistente con politiche che affrontino almeno tre grandi questioni che si vanno imponendo alla nostra attenzione ad un ritmo impressionante:

-          la precarizzazione del futuro delle giovani generazioni,

-          l’invecchiamento della popolazione e la non auto sufficienza,

-          l’immigrazione come dato strutturale della nostra società in termini quantitativi e qualitativi.

Il welfare territoriale lungi dall’essere ancora una strategia omogenea, coerente e progressivamente adeguata ai bisogni, rappresenta comunque una risorsa di valore inestimabile, e noi avvertiamo una forte consapevolezza e una forte coesione sociale quando lo poniamo al centro della nostra azione di governo e della nostra battaglia politica, che va ben al di la degli addetti ai lavori, dei ceti sociali più deboli, del mondo del lavoro.

C’è infine da fare i conti con i valori economici inediti che un nuovo welfare richiama e alla coerenza che impone nelle politiche fiscali e redistributive nel nostro paese.

Ruolo e politiche del Governo e delle Regioni

La revisione del Titolo V della Costituzione, decisa nel 2001 e la legge immediatamente precedente, su un sistema integrato di interventi e servizi sociali (328/2000), nella loro combinazione consentono di dare la seguente risposta: tocca allo stato determinare i principi fondamentali in materia di professioni (art.117 cost., competenza concorrente), pertanto non basta un decreto ministeriale – come prevedeva la L. 328/2000 - bensì serve una vera e propria legge ordinaria, che tuttavia non è libera nei suoi contenuti ma deve almeno riprendere i criteri e principi già individuati nell’art. 12 della stessa legge 328, che per questo aspetto sono tuttora vigenti come quadro generale per successive normative.

In sostanza c’è stata una costituzionalizzazione delle linee guida della legge 328/2000 e quindi un rafforzamento anche della procedura di intervento in materia.

Queste conclusioni sono tuttavia ostacolate, di fatto, da due orientamenti dell’attuale governo: da un lato è annunciata una “revisione della revisione” costituzionale; dall’altro lato si è rinviata o sospesa l’attuazione di riforme già avviate e connesse al quadro di riforma costituzionale, talvolta sostenendone la “decadenza”, senza argomenti giuridici, o semplicemente omettendo di adottare i provvedimenti conseguenti.

Cosicché sull’intera materia pende la nube e la minaccia di “controriforme” che in ogni caso ci costringono in uno stato di confusione, ritardo, inadempimento, incertezza dei diritti.

La segnalata volontà di esercizio degli autonomi poteri delle Regioni, pur meritorio in questo contesto – e comunque necessario – in ogni caso aumenta la complessità anche a fronte di figure professionali non comparabili che fioriscono nel territorio e rafforzano l’esigenza di un riordino generale.

Valutazioni di ordine generale

Per tutte queste ragioni è opportuno affiancare e rafforzare gli argomenti “formali”, dell’interpretazione giuridica già enunciata, con alcune indicazioni sulle tendenze dei sistemi.

Tre sono gli argomenti da affrontare:

a) sviluppo delle professioni sociali e sviluppo delle autonomie locali sono fenomeni interdipendenti: pertanto immaginare di trovare nella sola autoregolazione locale la soluzione al proliferare di figure è illusorio, occorre reintrodurre livelli di armonizzazione e indirizzo di tutto il sistema;

b) da questo punto di vista esiste già una tendenza del costituzionalismo europeo a estendere i sistemi di tutela dei diritti, e livellare in alto gli standards delle prestazioni, che deve guidare anche le variazioni nazionali;

c) nel quadro di tendenze europee ormai affermate, la linea di sviluppo storico del sistema italiano appare assai coerente e stringente: crediamo si possa parlare di obbligo costituzionale a configurare concreti sistemi di servizi anche integrati, pubblico-privato, per la soddisfazione di diritti civili e sociali.

Con questo inquadramento di ordine generale il tema del riordino delle professioni sociali consente di procedere lungo due linee di riflessione:

1) vi è un problema di garanzia dei diritti dei destinatari delle politiche e dei servizi (standards, LEA, copertura uniforme del territorio nazionale, accesso ecc.);

2) vi è un problema di tutela del lavoro in questi campi (formazione, titoli, retribuzioni, carriera ecc.).

L’una e l’altra linea riportano a specifiche competenze di riduzione a coerenza del sistema: se anche la annunciata “revisione della revisione” del titolo V della Costituzione, dovesse sottrarre la materia delle professioni alla competenza concorrente di Stato e Regioni, o se tutte la materie di competenza concorrente dovessero essere eliminate per una attribuzione secca allo stato o alle regioni, i due temi indicati (la garanzia eguale dei diritti sociali e l’eguale tutela del lavoro) ricadrebbero sempre e comunque nella sfera dei poteri centrali di integrazione a sistema.

            Immaginare che in queste materie ci si possa rimettere alla varietà del federalismo non solo contraddice principi chiarissimi della prima parte della Costituzione (artt.2, 3 e 4), ma contrasta la linea di sviluppo della costituzione europea.

Il welfare territoriale lungi dall’essere ancora una strategia omogenea, coerente e progressivamente adeguata ai bisogni, rappresenta in ogni caso una risorsa in essere di valore inestimabile, e noi avvertiamo una forte consapevolezza e una forte coesione sociale quando lo poniamo al centro della nostra azione di governo e della nostra battaglia politica, che va ben al di là degli addetti ai lavori, dei ceti sociali più deboli, del mondo del lavoro.

Ci sono quindi le condizioni per dare vita ad una forte iniziativa su queste tematiche e noi, le associazioni delle autonomie, che da anni provochiamo occasioni di riflessione e di mobilitazione sull’applicazione della legge 328, sulle politiche di volontariato, sui livelli essenziali delle prestazioni nella sanità e nel sociale, vogliamo fare la nostra parte a partire da due convinzioni forti:

- la prima è che va recuperata un forte coerenza fra il modello istituzionale, l’attuazione del titolo V della costituzione, il suo completamento, il modello fiscale e quindi l’attuazione dell’art. 119 della costituzione e il modello sociale;

- la seconda è che l’iniziativa per essere efficace - almeno da parte nostra - non può essere solo rivendicativa di risorse e di poteri, ma deve essere propositiva, riformatrice, non deve temere di scavare nei limiti con cui stiamo affrontando la revisione del modello centralista di welfare, pensiamo alla previdenza e alla sanità in particolare, e nei limiti del welfare territoriale che abbiamo finora prodotto.

Il “SOCIALE” come categoria

Nell’intervento sociale c’è un contenuto relazionale, che si riscontra nei luoghi della vita quotidiana, quali la famiglia, i luoghi dell’aggregazione e della socializzazione ecc. La “categoria” quindi è in debito verso questi “luoghi”, in quanto proprio questi luoghi hanno contribuito a definire come “sociali” gli interventi e i servizi.

Servizi che, da uno scopo inizialmente assistenziale-riparatorio - hanno assunto in modo sempre più deciso obiettivi di tutela e di promozione, orientati alla cittadinanza e all’inclusione sociali.

Merita un richiamo la famiglia, al cui modello si sono ispirate, in modo più o meno esplicito, molte delle azioni rientranti negli interventi socio-assistenziali, perché la famiglia è il luogo privilegiato per:

- la soddisfazione dei bisogni

- le relazioni di aiuto

- l’inclusione sociale e i legami di appartenenza

Le influenze di tali premesse sono tuttora riscontrabili nel sistema dei servizi, anche nella difficile definizione dei profili professionali e nell’indicazione delle relative aree di competenza. E’ probabile che anche la variabile di genere risenta di tale situazione (alcuni profili si presentano come profili “al femminile”)

Dalle stesse premesse deriva il rischio di costruire i profili professionali e gli ambiti di pertinenza secondo il criterio “della residualità”, rispetto a categorie più definite o più definibili (in primo piano il riferimento alla categoria del “sanitario”) E questo lo vogliamo evitare.

Nel linguaggio corrente si parla indifferentemente di professionista e di operatore: ma si tratta di termini che esprimono significati diversi.

Nel termine professionista è compreso il concetto di “sapere” che implica un insieme di conoscenze e di valori che orientano le scelte e i comportamenti; un sapere che si accumula e si affina attraverso l’esercizio (della professione) e quindi con l’esperienza. Un sapere quindi che non è di per sé divisibile e nemmeno è rappresentabile servendosi di semplici protocolli o schemi standardizzati.

Nel termine operatore al contrario si comprende il possesso di competenze tecniche specifiche, necessarie a compere correttamente un’azione. Le competenze si possono dividere secondo schemi precisi e si possono collocare entro schemi precisi.

L’uso di un termine o dell’altro si riflette quindi almeno a tre livelli:

  • sulla determinazione e la divisione degli ambiti di pertinenza delle diverse figure;
  • sulla gerarchizzazione dei diversi livelli;
  • sulla attribuzione della responsabilità delle azioni.

Nella pratica i due termini possono confondersi. Ma la loro differenza si evidenza quando si analizza il lavoro, che può essere un lavoro “da professionisti”, oppure un lavoro “da operatore”.

Questa attenzione va considerata più che mai oggi, in quanto alle figure “sociali” tradizionali, operanti ai diversi livelli e nei diversi campi (assistenti sociali, sociologi, psicologi, educatori, animatori, operatori di assistenza, ecc.) si aggiungono continuamente nuove figure, che nascono da nuove esigenze. (Situazione questa che non sempre è riscontrabile all’interno dei vari contratti di lavoro o nelle varie declaratorie o bandi).

Per affrontare la situazione, c’è la tentazione di imboccare la strada della “chiarezza e della certezza” (del fare), quando invece l’esercizio concreto dell’attività (professionale o operativa) evidenza la necessità di “permeabilità” (dall’ambiente), per mantenere legami e corrispondenze con la dinamica dei bisogni da soddisfare.

E i bisogni non sono classificabili in modo definitivo, in quanto risentono delle variabili culturali, spaziali e temporali.

Si può parlare di professioni sociali in astratto, senza considerare i contesti nei quali le stesse vengono agite.

Ma i contesti non sono indifferenti all’esercizio del lavoro sociale. Per questo è utile prestare attenzione ai servizi organizzati, come il prevalente contesto nel quale le professioni sociali vengono esercitate.

Analizzando le professioni sociali dentro l’organizzazione dei servizi, si possono ipotizzare due scenari, diversi tra loro:

primo scenario: un’organizzazione che enfatizza le competenze tecniche e pratica i criteri di divisione (scientifica) del lavoro; richiede e valorizza i profili definiti, gli spazi chiusi, i compiti certi, le norme precise, il controllo e la documentazione delle decisioni;

secondo scenario: un’organizzazione che enfatizza i processi e i risultati; richiede e valorizza la condivisione, la comunicazione, la flessibilità, l’adattamento, le linee guida, le verifiche e la documentazione dei risultati.

Le conseguenze legate all’uno e all’altro degli scenari indicati sono rilevanti.

Si tratta peraltro di scenari che non sono in contrapposizione tra loro; il secondo è soltanto più evoluto del primo e perciò lo comprende.

Enfatizzare i processi e i risultati infatti non esclude una cura e un’attenzione alle competenze specifiche e tecniche (di quanti operano nei processi), ma colloca queste ultime all’interno di un approccio strumentale, che non prevede enfasi.

Le differenze più rilevanti che si riscontrano nei diversi scenari riguardano le funzioni dirigenziali:

- nel primo scenario spicca il controllo sulle competenze (anche gerarchicizzate) e sulle prestazioni tecniche (si privilegia il contenuto dell’attività);

- nel secondo scenario emerge la guida e l’implementazione dei processi, il sostegno della motivazione, la promozione e lo sviluppo della comunicazione, il controllo dei risultati, la condivisione degli esiti (derivanti dai processi e, all’interno di questi, delle diverse e specifiche attività).

Figure nazionali e iniziative delle Regioni

Solo alcune professioni sociali che attualmente lavorano nella rete integrata dei servizi hanno un qualche statuto nazionale:

-          OSS operatore socio-sanitario

-          Educatore professionale

-          Assistente sociale

-          Sociologo

-          Psicologo

-          Pedagogista

Una qualifica di base e cinque professioni laureate.

Assistenti sociali e psicologi sono regolamentate con albo professionale.

I sociologi da anni sollecitano il riconoscimento nazionale del ruolo esercitato nella rete dei servizi di welfare: attività di studio della domanda, programmazione, valutazione e sviluppo dell’offerta, costruzione di legami organizzativi e coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali.

Così pure i pedagogisti, che in varie regioni sono riconosciuti per le attività di progettazione e coordinamento dei servizi socio-educativi.

La professione di educatore è definita solo per il comparto sanitario, mentre manca un profilo unico per chi lavora in sanità, nel sociale e nel penitenziario.

Occorre, dunque, completare la regolazione delle figure laureate; tuttavia i problemi maggiori si incontrano nella fascia delle qualifiche intermedie. Qui si addensano moltissime figure regionali, con nomi diversi da regione e regione e i percorsi formativi più vari. Sul piano numerico questi operatori hanno un peso rilevante nei servizi, si sentono operatori di seconda serie rispetto ai laureati e faticano a trovare una solida identità professionale.

La frantumazione del mercato del lavoro, in un certo senso, è frutto dell’abbondanza di offerta formativa. Un grosso contributo è venuto dal FSE, che negli ultimi anni ha scoperto nel sociale un bacino d’impiego promettente. A ciò si sono aggiunte le leggi di settore che hanno accompagnato le misure per nuovi servizi con fondi per la formazione di specifici operatori; servizi per l’infanzia (L285/97), inserimento dei disabili (L. 68/99), accoglienza di immigrati (L.40/98) hanno promosso nuovi interventi e contestualmente nuove figure.

Alcune mappature dei corsi svolti negli ultimi anni danno conto di una miriade di qualifiche e attestati, sparsi in rivoli minori che non sarà facile incanalare nell’alveo delle professioni nazionali

Il disordine non ha risparmiato neppure la fascia universitaria; si differenziano i percorsi formativi all’interno della stessa classe di laurea e assistiamo alla moltiplicazione di master e corsi di perfezionamento che rilasciano titoli non comparabili.

In questo contesto come si comportano le agenzie di formazione?

Tanto le agenzie regionali che le università cercano di contemperare due interessi divergenti: da un lato avvertono l’esigenza di programmare un’offerta in sintonia con i servizi locali e formare qualifiche ad alta occupabilità, ma dall’altro lato sembrano interessate a mantenere un ampio ventaglio di titoli, assecondando nicchie di mercato che si saturano in breve e lasciano all’operatore il compito di riconvertirsi.

Le Regioni sono chiamate a trovare coerenza tra la domanda di competenze dei territori e l’offerta di formazione delle agenzie. La Regione ha un vantaggio: con l’assessorato al lavoro programma i finanziamenti della formazione, con l’assessorato delle politiche sociali governa gli standard di personale dei servizi, quantità e qualità delle figure professionali (autorizzazione e accreditamento).

Tuttavia i due apparati regionali si sono a lungo ignorati, lavorando come sistemi indipendenti.

E’ importante tenere presente che le figure tecniche intermedie devono rispecchiare gli equilibri che si sono consolidati nel mercato del lavoro locale.

Sono frutto di un compromesso tra una prospettiva di lungo periodo - portare alla laurea tutte le figure escluse quelle di base - e una esigenza a medio termine, dare riconoscimento preciso agli operatori che affollano le attuali piante organiche pur essendo privi di qualifica o in possesso di attestati deboli.

Senza entrare nel merito dei singoli profili, appare evidente che le nuove figure vanno a ricoprire funzioni che stanno diventando cruciali un po’ in tutti i territori:

-          accoglienza ad ampio spettro per tutti i cittadini, non solo per quelli che richiedono una presa in carico professionale

-          accoglienza di persone provenienti da paesi e culture diverse, per abbassare la soglia di accesso ai servizi pensati per la popolazione locale (scuole, ospedali, servizi sociali, centri per l’impiego, ecc.)

-          sostegno alle risorse associative della comunità, non solo educazione di ragazzi deprivati, genitori incapaci e famiglie in frantumi

-          avviamento personalizzato al lavoro di soggetti svantaggiati che altrimenti dovranno dipendere dall’assistenza (disabili, sofferenti psichici, detenuti, ecc.).

A questo punto occorre una regia nazionale

Sono tre le questioni da affrontare.

Prima: è opportuno regolare con norme nazionali le professioni sociali o questo obiettivo è superato nei fatti, rispetto un mercato del lavoro che in tutti i settori tende a premiare esperienze e competenze (curricula), mentre dà sempre meno valore al semplice titolo di studio?

Seconda: le nuove competenze del welfare territoriale devono entrare nel bagaglio professionale delle figure esistenti o conviene far nascere figure nuove, con un corpus di conoscenze, abilità e settore d’impiego specifico?

Terza: è la domanda che attiene al livello formativo di ingresso: le figure nazionali dovranno essere tutte laureate (tranne quelle di primo livello, come l’OSS) o c’è spazio per le qualifiche tecniche intermedie?

Sulla prima questione è giusto richiamare gli operatori sociali a non fidarsi del titolo di studio per trarre forza sul mercato. In futuro tutti i vecchi strumenti difensivi - titolo, esame di stato, ordine professionale - avranno un valore decrescente anche nel settore pubblico. Per trovare lavoro nei servizi sociali converrà presentare un ricco profilo di competenze e dimostrare capacità sperimentate sul campo.

Tuttavia, tenendo conto di questo suggerimento, il welfare è ancora nella fase in cui sta definendo standard omogenei e questo è un passaggio necessario per costruire infrastrutture omogenee per quantità e qualità su tutto il territorio nazionale. Le nuovissime figure regionali non rendono superflua una regia nazionale; anzi vanno viste come uno stimolo ulteriore per costruire un profilo unico valevole su tutto il territorio, dando agli operatori una garanzia in più sulle opportunità di lavoro.

Le figure nazionali devono essere agganciate ai livelli essenziali che lo stato dovrà garantire in modo uniforme a tutti i cittadini (Liveas). In che modo? Se da un lato i Liveas non dovranno vincolare le modalità organizzative, in quanto spetta alle regioni e alle autonomie locali definire come fornire i servizi, è pur vero che, per assicurare la stessa qualità nei servizi essenziali, è importante che le figure abilitate abbiano dei profili comparabili.

Si conferma la necessità di dotare il welfare di alcune professioni cardine, definite a livello nazionale. Altre figure dovranno essere individuate a livello regionale, per rispondere a esigenze di flessibilità organizzativa e sviluppare nuovi modelli di cura.

Ma le prestazioni comprese nei livelli essenziali dovranno essere affidate in massima parte figure nazionali.

Prendiamo a riferimento i documenti sui LIVEAS delle Regioni e dell’ANCI.

La prima impressione è che le attuali figure nazionali coprono quasi tutte le funzioni riconosciute essenziali, ma una lettura più attenta mette in luce alcuni buchi.

Il più evidente riguarda i servizi per l’infanzia. Nei Liveas c’è l’asilo nido dove occorre impiegare un operatore specifico. Si tratta di quella figura,  oggi variamente chiamata educatore della prima infanzia, operatore dell’infanzia, operatore dei nidi, che per ora viene formata sia dalle regioni che dalle università con percorsi difformi.

Coerenza vuole che se i servizi per la prima infanzia sono essenziali in tutti i territori, anche il profilo dell’operatore debba essere definito e formato con standard nazionali.

Altre due funzioni indicate nei LIVEAS richiedono competenze distintive tali da individuare una figura professionale specifica: l’animazione e l’inserimento lavorativo.

Mettiamo a fuoco queste tre aree emergenti per rispondere alla seconda domanda: vanno affidate all’assistente sociali e all’educatore o conviene creare tre nuovi profili di rilievo nazionale?

L’educatore della prima infanzia è una professione in crescita, con un campo di occupazione ben preciso; ma dopo la chiusura delle scuole per maestre d’asilo, i servizi hanno difficoltà a coprire le piante organiche con personale adeguato. Il liceo ad indirizzo socio-psico-pedagogico non è finalizzato a formare competenze professionali. In prospettiva l’organico dei nidi dovrebbe avere una figura laureata, in armonia con l’intero arco di istruzione primaria; uno scenario fortemente auspicato dal coordinamento nazionale dei nidi.

Tuttavia, la realtà dei servizi è ben lontana da questo standard; introdurre a livello nazionale il vincolo della laurea, imporrebbe ai servizi di fare un insostenibile “salto di qualità” o di bloccarne l’espansione. Il passaggio va preparato, con la consapevolezza che oggi lavorano nei nidi molti operatori con diplomi inferiori e anche gli standard delle regionali con maggiore esperienza in questo campo sono assai prudenti.

Si tratta di individuare un profilo professionale laureato e un profilo tecnico intermedio, fissando un percorso temporale per l’adeguamento delle piante organiche. Analogamente, la gradualità potrebbe essere applicata anche alle figure per ora di livello intermedio: animatore sociale e tecnico di inserimento lavorativo. Vediamo come.

L’animazione è una funzione richiesta in tre aree distinte: servizi residenziali e semi residenziali (attività ludiche con gruppi di utenti), programmi di inclusione sociale (lavoro di comunità, dispersione scolastica, ecc.) e nella socializzazione diffusa (programmi 285 per ragazzi, centri per la famiglia, ecc.). Al centro non è il singolo soggetto o il nucleo familiare, bensì gruppi sociali e porzioni di territorio; l’educazione individuale è arricchita con gruppi di auto-aiuto e l’educazione tra pari. Questi compiti possono essere affidati all’educatore, come rileva l’ANEP.

Tuttavia, se guardiamo le dotazioni organiche delle varie realtà regionali, troviamo che spesso nelle equipe c’è anche l’animatore sociale variamente denominato (animatore di comunità, operatore di strada, ecc.), una figura che nel tempo ha consolidato un patrimonio professionale distintivo, con metodi e strategie operative centrate sui gruppi e sulle comunità.

Simile è la situazione dell’inserimento lavorativo. Si tratta di una funzione prevista nei LIVEAS e che dovrà avere un forte sviluppo nel prossimo futuro.

Attualmente è un lavoro affidato in prevalenza a educatori, ma è cresciuta anche una leva di operatori che si sono specializzati nei programmi di inserimento (L.68/99) e fanno da ponte tra i SIL, i centri di formazione, i servizi per l’impiego e le imprese, tanto quelle private quanto le cooperative sociali di tipo B.

I compiti del tecnico di inserimento nel lavoro sono duplici: da un lato valutare il potenziale produttivo del soggetto e accompagnarlo nel percorso di autonomia (riabilitazione e tutorship), dall’altro promuovere le opportunità di lavoro nel territorio con programmi per le fasce deboli e incentivi per le aziende accoglienti.

Si delinea un campo specifico di impiego ad ampio spettro, che va dai servizi sociali, sanitari e i servizi per il lavoro, fino alle stesse aziende.

Si può dunque ritenere che questa figura regionale possa trovare riconoscimento nel mercato del lavoro nazionale.

Figure intermedie o figure laureate?

Il ragionamento fatto per i servizi della prima infanzia può valere anche per animazione e inserimento lavorativo.

Un primo passo potrebbe consistere nella standardizzazione dei profili regionali, avviando in ambito universitario corsi di laurea progettati a misura delle esigenze dei nuovi servizi.

Dopo un’attenta verifica, le lauree professionali potrebbero consolidare figure di rilievo nazionale. Gli esiti contrattuali di questa gradualità vanno visti per tempo; occorre fissare un termine alle imprese sociali per adeguare la formazione degli occupati e agli enti per reperire le risorse con cui fronteggiare l’aumento dei costi.

Un discorso a parte merita la mediazione interculturale.

Questa funzione è stata introdotta nei servizi sanitari, sociali, educativi, scolastici a partire dagli anni ’90, in seguito alla presenza crescente di extracomunitari.

Si tratta di equipe ridotte dal punto di vista numerico, però svolgono un ruolo essenziale di garanzia per le persone che non si esprimono bene, non comprendono l’italiano, non conoscono le norme, sono intimiditi nei confronti dei nostri servizi. Inoltre, la mediazione costituisce uno sbocco occupazionale per persone immigrate, radicate da più tempo nel nostro paese, che hanno ricevuto una formazione ad hoc promossa da regioni, comuni, Ausl.

Il mediatore culturale copre un’area professionale di nicchia, forse transitoria. La capacità di mediare dovrebbe essere incorporata nel patrimonio di tutte le figure sociali: comprensione dei codici culturali, gestione delle differenze nel dialogo con gli utenti, ecc.

In prospettiva, l’attuale funzione dei mediatori potrebbe essere sdoppiata: da un lato il traduttore linguistico, dall’altro tutti i professionisti sociali capaci di riconoscere e gestire le differenze culturali.

Questo è uno scenario di lungo periodo. Per ora, molti servizi continuano ad aver bisogno di mediatori culturali che, a nostro avviso, vanno formati in ambito regionale; i corsi di laurea triennali sono una buona opportunità per studenti italiani, molto meno per quelli stranieri. 

Ruoli di gestione

La rete territoriale dei servizi è sottoposta a molte innovazioni che richiedono dirigenti di alto profilo. Anzi, in tema di competenze, i vertici dei servizi sono il punto di maggiore fragilità del welfare territoriale. Sappiamo bene che i bravi professionisti crescono e danno frutti, nella misura in cui funziona il sistema organizzativo.

Tutta l’architettura istituzionale deve trovare rinforzi partendo dall’alto, altrimenti le nuove professioni che stiamo cercando di individuare non porteranno il valore aggiunto auspicato. Non si tratta di codificare una figura specifica, bensì di individuare le competenze distintive che sono requisiti indispensabili per i ruoli dirigenti.

Molte sono le assistenti sociali che ricoprono ruoli gestionali rilevanti per la rete dei servizi, tanto nei Comuni e consorzi intercomunali, quanto negli Uffici di Piano delle zone. Questa professione è articolata in due profili, che definiscono le competenze gestionali sia per i ruoli di coordinamento (assistente sociale), che per la dirigenza (assistente sociale specialistica). E’ un’indicazione importante, ma non esclusiva. L’accesso ai ruoli di gestione è aperto ad altri iter formativi e professionali, che è opportuno delimitare formalizzando il nucleo indispensabile di competenze che andranno richieste a chi dirige i servizi: requisiti scientifici, ma soprattutto esperienze prolungate e documentate di gestione nel settore welfare.

Assistente familiare

L’assistente privata (in gergo la “badante”) si sta diffondendo in tutta Italia, al nord come al sud, nelle grandi città come nei piccoli centri. Solo uno sguardo superficiale può ritenere semplice, banale, il lavoro di cura che le famiglie affidano alla lavoratrice convivente; sappiamo invece che questo nuovo mestiere richiede sia competenze propriamente assistenziali che competenze relazionali sofisticate. La convivenza di una persona priva di autonomia con una badante va vista come un equilibrio difficile e precario. Pertanto la lavoratrice privata è vista dagli enti locali come una risorsa che va coordinata nella rete dei servizi e qualificata con una formazione ad hoc. In questo modo viene assicurata qualità di cura alla persona assistita e viene tutelata la lavoratrice da rischi professionali (i medici di base segnalano che si ammalano per lo stress).

A questo scopo, bastano i corsi organizzati a livello locale o sarebbe opportuno prevedere una formazione certificata a livello nazionale?

Vi sono due motivi che spingono nella seconda direzione: una formazione certificata a livello nazionale, per esempio mediante accordo in conferenza Stato-Regioni-Città, facilita la mobilità dei soggetti nel mercato del lavoro nazionale; inoltre, consente alle lavoratrici più esperte e con titoli di studio adeguati di aprirsi uno sbocco di carriera nella filiera delle professioni sociali. Conviene considerare il lavoro in convivenza come un’esperienza a termine; ogni volta che una badante lascia la famiglia per cercare impiego in un altro settore, si disperdono competenze importanti, ma se le competenze vengono certificate e danno crediti per i profili nazionali, la lavoratrice sarà invogliata a restare nel settore sociale.

Riordino dal basso e azioni di accompagnamento

A nostro avviso un quadro nazionale con questi contenuti sarebbe sufficiente a garantire professionalità omogenee nelle prestazioni essenziali, coprendo al tempo stesso le aree strategiche del welfare futuro: infanzia, socializzazione, sostegno alle famiglie, inserimento lavorativo, vita indipendente. E la sua validità potrebbe durare un arco di tempo sufficiente per dare spessore, tradizione, identità culturale alle nuove professioni.

Tutto questo però non risolve la frantumazione che caratterizza i tanti mercati del lavoro locali, né può dare valore alle professionalità disseminate negli operatori attualmente occupati nei servizi, anche in quelli privi di qualifiche riconosciute.

Costruire uno scenario nazionale di tendenza è importante, ma non basta.

Fin qui è stato seguito un percorso che, partendo dai LIVEAS, delinea le professioni nazionali da riconoscere in via prioritaria. Per completare il disegno, bisogna individuare caratteristiche unitarie ed elementi oggettivi e riconosciuti di collegamento tra qualifiche regionali.

I corsi professionali delle Regioni dovranno essere impostati adottando schemi modulari che permettano il riconoscimento dei crediti formativi e dei crediti lavorativi.

Lo sviluppo di un mercato del lavoro senza barriere necessita di un accordo istituzionale tra Regioni su:

-          moduli formativi equiparabili nella progettazione dei corsi

-          criteri di equipollenza dei titoli emessi in ambito locale, per facilitare il riconoscimento degli operatori che si spostano da una regione all’altra

-          riconoscimento del percorso formativo e lavorativo degli operatori occupati ai fini del raggiungimento delle qualifiche nazionali

-          crediti formativi per i diplomati di istruzione secondaria di area sociale (tecnico dei servizi sociali e area socio-psico-pedagogica).

Infine, sarà necessario un consistente piano finanziario straordinario per aggiornamento, riconversione e adeguamento delle qualifiche.

Un tentativo di proposta

Come promotori di questa iniziativa sulle professioni sociali sottoponiamo al governo, al parlamento, agli ordini professionali, alle associazioni sindacali, alle imprese sociali, a nome degli enti locali, depositari della titolarità amministrativa dei servizi sociali, un ventaglio di questioni aperte.

In sintesi:

-          figura unica di educatore professionale per il comparto sanitario, sociale e penitenziario

-          profilo nazionale di educatore della prima infanzia

-          profilo nazionale di animatore sociale

-          profilo nazionale di tecnico di inserimento lavorativo

-          curriculum di competenze ed esperienze per i ruoli dirigenti nei servizi e nella rete integrata

-          percorso formativo omogeneo per l’assistente familiare

-          riconoscimento del ruolo del sociologo professionale

-          riconoscimento del ruolo del pedagogista

-          criteri per la comparazione tra figure professionali regionali.

Difficile prevedere il risultato di questa iniziativa e se la stessa riuscirà a trovare un punto di equilibrio tra i diversi interessi in gioco; ma sicuramente ed in ogni caso, avrà dato un grande contributo se porterà alla luce le difficoltà presenti, se aiuterà gli attori in gioco a riconoscere almeno interessi convergenti e divergenti e se, a partire da questo documento preparatorio, aperto al contributo di tutti, il dialogo proseguirà su basi comuni.

            In ogni caso la necessità oggettiva di tentare questo percorso, per onorare le nostre responsabilità amministrative, è stata per noi lo stimolo utile ad iniziare una riflessione, un giro di incontri e confronti che arricchendoci nella comprensione hanno anche contribuito a sviluppare una conoscenza profonda di queste tematiche.

            Si tratta ora di capire fino a che punto si deve andare avanti, quale sarà la ricettività dei soggetti istituzionali che possiedono le chiavi delle decisioni finali.

Sarà in ogni caso un’avventura lunga che ha già raggiunto il risultato di creare una discussione vera e stimolato molte intelligenze.

            Vogliamo in ultimo ribadire e segnalare a tutti gli attori del sistema che in questo nostro lavoro non si devono ricercare soluzioni individuali o di gruppo, non si devono prefigurare risposte contrattuali, normative ed economiche. Sicuramente l’armonia e la condivisione con la quale riusciremo a completare questo nostro percorso può essere elemento catalizzatore di buone pratiche e di utili frequentazioni, integrate, che da sole possono essere viatico a soluzioni successive per le diverse esigenze.

In ogni caso chiarire lo stato dell’arte, individuare punti unitari valoriali e professionali, far capire che questo impegno è legato al dovere istituzionale di rappresentare al meglio il diritto di cittadinanza dei nostri amministrati, sono fatti che da soli giustificano appieno tutta l’energia e l’impegno che c’è e ci sarà su questi argomenti: fino alla soluzione istituzionale più coerente alla soddisfazione dei bisogni.


ANCI                           Antonio Saia                           _______________________________

FederSanità ANCI      Pier Natale Mengozzi             _______________________________

Legautonomie            Oriano Giovanelli                    _______________________________

UPI                              Carmine Talarico                   _______________________________

Roma, 12 marzo 2004

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