Un reddito per tutti. Un’introduzione al basic income di Sveva Pacifico fonte

Questo libro di Corrado Del Bò ci conduce alla “scoperta” del basic income, meglio noto come “reddito di base”: un trasferimento monetario che lo Stato dovrebbe erogare periodicamente agli individui per garantire loro un’esistenza dignitosa, indipendentemente dalle loro condizioni economiche e dal contributo lavorativo offerto alla società (cfr. p.1). Grazie ad una scrittura limpida e concisa, e a una solida conoscenza dell’argomento, l’autore riesce a rendere semplice per il lettore la comprensione di un tema tanto complesso quanto affascinante e attuale. Il reddito di base, infatti, è stato ed è oggetto di molteplici letture (economica, politica, sociologica ed etico-filosofica), di alcuni equivoci (molto si discute, per esempio, sul contenuto stesso del reddito di base, distinguendolo da misure solo in apparenza simili come il reddito minimo di inserimento o il reddito di cittadinanza), ma anche di un crescente interesse: dal 1986 il Basic Income European Network, una sorta di “osservatorio permanente” sul reddito di base organizza, ogni due anni, una conferenza di respiro internazionale sul tema. L’ultima si è tenuta a Barcellona nel settembre del 2004 con il patrocinio dell’Unesco.

Un ulteriore pregio di questo lavoro è il suo carattere scientifico, e quindi non fazioso e militante. Come scrive Del Bo’ stesso nella sua conclusione: non è un libro scritto “per convincere qualcuno della bontà del reddito di base [ma per dimostrare] che il reddito di base non è un’idea bislacca e stravagante, ma un tema che può estendere i confini della discussione pubblica su ciò che possiamo richiedere alle istituzioni” (pp. 124-125). Il basic income non è un’idea utopistica, ma una misura economica – sperimentata per altro già in Alaska e Brasile - a cui i governi occidentali potrebbero decidere di ricorrere per risolvere o, per lo meno, attenuare il problema antico della povertà e, soprattutto, il disagio socio-economico nuovo nascente dalla flessibilità del lavoro. E’ indiscutibile che la certezza di poter fare affidamento su una somma costante di denaro (il reddito di base appunto) permetterebbe al lavoratore, temporaneamente disoccupato, di affrontare con maggiore serenità la sua condizione senza sentirsi costretto ad accettare ogni tipo di lavoro gli venisse offerto per il timore di entrare a far parte di una fascia socialmente più debole di quella a cui appartiene.

Prendendo in prestito il titolo di un saggio dello studioso belga Philippe Van Parijs (“Basic Income: A simple and powerful idea for the Twenty-first century”, cit. p.14), forse il maggiore teorizzatore del reddito di base, Del Bo’ definisce il basic income “un’idea potente”, la cui potenza deriva innanzitutto dal suo essere uno “strumento universalista e incondizionato” (p. 17), in grado perciò di evitare le numerose conseguenze negative (sia in termini di costi amministrativi sia in termini di invasione della privacy) derivanti dall’adozione di schemi selettivi. Il reddito di base, infatti, è diretto a tutti gli individui (registrati all’anagrafe) ed è assolutamente indipendente dal fatto che essi vivano o meno “al di sotto di una soglia di povertà preventivamente prefissata” e dalla disponibilità a lavorare. Certamente estremo, ma significativo, il caso del surfista di Malibù: anche a lui, secondo i suo teorizzatori del basic income, lo Stato dovrebbe erogare il reddito di base, sebbene il giovanotto scelga di trascorrere le sue giornate in spiaggia piuttosto che alla ricerca di un lavoro.

Tali caratteristiche differenziano il reddito di base da ogni altro strumento assistenziale selettivo e condizionato, quale, per esempio, il “reddito minimo di inserimento”, che è assegnato a chi, trovandosi al di sotto di una certa soglia di reddito, s’impegni a trovare un inserimento nel mondo lavorativo. A fare del basic income uno strumento particolarmente attraente è però soprattutto il fatto che esso guarda alle persone che lo percepiscono come ad “agenti morali” responsabili e capaci di scegliere come spendere i soldi che lo Stato gli dà (cfr. p. 22). Denaro che, non trattandosi di un sussidio, può anche aggiungersi, tra l’altro, a quello eventualmente guadagnato, con l’indubbio merito, pertanto, di incentivare il desiderio di cercare un’occupazione.

Pur attento ai problemi della sostenibilità del reddito di base e alle difficoltà di prevederne i possibili effetti sociali, privilegiando una prospettiva filosofico-politica, l’autore si sofferma qui soprattutto sul problema della giustificazione morale del reddito di base (cfr. p. 29), problema tutt’altro che irrilevante in quanto l’avversione verso questa misura sembra spesso sostenuta più da ragioni morali che da eventuali difficoltà di attuazione. Il tentativo dell’autore, sulle orme del lavoro di Van Parijs, è quindi inserire la discussione sul basic income all’interno del più ampio dibattito contemporaneo sulla teoria della giustizia (cfr. pp. 45-47), rispondendo alla domanda “se sia giusto o meno che le istituzioni pubbliche eroghino un reddito di base ai propri cittadini” (p. 47).

In letteratura si possono distinguere almeno quattro diverse giustificazioni filosofico-politiche del reddito di base: quella neo liberista, che vede nel basic income una sorta di “reddito di sopportazione”; quella comunitaria, che vede nel reddito di base una misura in favore di una maggiore inclusione sociale; quella avanzata da alcune teoriche femministe, che lo concepiscono come forma di retribuzione dei lavori domestici e di cura in genere non pagati e svolti dal sesso femminile; e, infine, la giustificazione libertaria, per la quale esso dovrebbe garantire un’uguale libertà reale per tutti. Quest’ultima, che è stata sviluppata sistematicamente da Philippe Van Parjis nell’ormai celebre Real Freedom for All (1995), viene ampiamente illustrata e discussa da Del Bo’.

Nelle quattro giustificazioni filosofiche del reddito di base sopra elencate è presente, sottolinea l’autore, un’analoga struttura logica: il reddito di base è, infatti, giustificato in base alla sua “strumentalità teleologica” in vista di un obiettivo diversamente individuato. Esistono però argomenti che fanno riferimento ad una “strumentalità deontologica”, ovvero non agli effetti che l’introduzione del reddito di base è in grado di produrre, ma alla giustizia dei processi che il reddito di base garantirebbe (cfr. p. 83).

Da un punto di vista deontologico si tratta di trovare una giustificazione filosofica al fatto che alcune persone lavorino e paghino le imposte, mentre altre, grazie al lavoro delle prime, pur senza lavorare, sopravvivano. Tornando al caso del surfista di Malibù, destinatario del basic income, come non pensare che egli stia “sfruttando” la società? Come può essere equo un criterio che distribuisce il denaro dei contribuenti tanto all’incolpevole disabile che non può lavorare quanto al biasimevole surfista di Malibù che non vuole lavorare?

La nozione di sfruttamento – sottolinea Del Bo’ - è difficile da maneggiare sul piano filosofico: essa è infatti “funzione della teoria della giustizia che adottiamo ed è quindi a questa teoria che occorre guardare per decidere se una relazione tra due persone o gruppi implica o meno sfruttamento” (p. 90). In ogni caso, fornire argomenti che consentano di rispondere all’obiezione dello sfruttamento o di aggirarla appare fondamentale per i sostenitori del reddito di base: difficilmente essi potrebbero raccogliere consenso su una proposta che appaia moralmente discutibile. Due argomenti interessanti per aggirare l’obiezione dello sfruttamento sono analizzati in chiusura: il primo è stato proposto dalla sinistra libertaria e consiste nel considerare “il reddito di base come risarcimento per la privatizzazione di risorse naturali originariamente disponibili per tutti” (anche per il surfista di Malibù); il secondo viene invece da una impostazione marxista e vede nel reddito di base “uno strumento di contropotere del lavoro rispetto al capitale nell’epoca dello sfruttamento dell’intellettualità diffusa” (p. 124). Pur non nascondendo la propria preferenza per l’argomento formulato dalla sinistra libertaria, l’autore nelle sue conclusioni preferisce lasciare aperta la strada a successive ricerche e riflessioni su una proposta che, può non convincere, ma che anche alla luce di questa lettura si può considerare senz’altro degna di un’ampia e seria discussione pubblica.

Il testo recensito: Corrado Del Bo'. Un reddito per tutti. Un’introduzione al basic income. Ibis. Como-Pavia. 2004.

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