Pubblichiamo questa intervista non recentissima, perchè il dibattito politico attuale sembra in ritardo di almeno dieci anni. Il testo di Rikfin è stato pubblicato nel 1996 !!!

Il lavoro sta per finire, serve un altro contratto
Intervista con Jeremy Rifkin di Francesca Leoni (Fonte)

Le tecnologie stanno diventando talmente avanzate, sofisticate, poco costose e di qualità così elevata, che nessun lavoratore "umano" potrà competere con loro. Questo significa che, senza pronti rimedi, la disoccupazione assumerà dimensioni drammatiche. Ci potrà salvare solo un nuovo contratto, sociale.
Prima di scrivere il libro The end of the work1, che tre anni fa lo ha reso universalmente famoso, Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on economic trends di Washington, era uno già studioso molto apprezzato per la lucidità delle sue analisi. Ma nessuno avrebbe immaginato che la sua previsione di
un'inevitabile scomparsa dell'occupazione di massa come conseguenza del progresso tecnologico gli avrebbe fatto conquistare l'attenzione e il rispetto di tutti coloro - uomini di Stato e di governo, scienziati della politica, intellettuali, imprenditori, sindacalisti - per i quali è essenziale capire dove sta andando il mondo e che cosa dovremmo fare per impedire che la rivoluzione telematica, invece di produrre ricchezza e benessere, provochi miseria e nuove esclusioni. Il fatto è che Rifkin non si è limitato a segnalare tempestivamente gli effetti dirompenti di questo fenomeno (le macchine che "espellono" progressivamente l'uomo dal lavoro e dai processi produttivi). Ne ha anche indicato i possibili e praticabili rimedi. Perciò è ascoltato, e perciò Telèma ha voluto includere la sua voce in questo dibattito, intervistandolo a Washington.

Su quali basi e su quali dati lei fonda la sua previsione di una vertiginosa crescita della disoccupazione nei prossimi decenni?
Stiamo uscendo dalla rivoluzione industriale ed entrando nel secolo delle biotecnologie. Negli ultimi quarant'anni, due dirompenti novità hanno marciato su binari paralleli: il computer e le manipolazioni genetiche. Come dire: la scienza dell'informazione e la scienza della vita. Questi due filoni ora stanno
cominciando a fondersi in un unico campo fatto di bioinformatica e genomica. Esso darà luogo, nel XXI secolo, a una nuova, grande rivoluzione commerciale.
Certi futurologi ci hanno portato fuori strada parlando di èra dell'informazione; definire il XXI secolo "èra dell'informazione" è un po' come chiamare l'età industriale "èra della carta stampata"... Assurdo, perché il
computer non rappresenta in sé una risorsa: è solo uno strumento gestionale, una forma di comunicazione, un linguaggio. E quando ci volgeremo indietro vedremo che il computer ha sì svolto molteplici ruoli, dalle comunicazioni personali al divertimento, ma che la sua funzione primaria, avente valore economico, è stata quella di organizzare, decifrare, gestire e sfruttare i geni. Dobbiamo dunque
parlare di "èra delle biotecnologie", perché la materia prima del secolo venturo saranno proprio i geni, come i metalli, i combustibili fossili e i minerali sono stati le materie prime del secolo dell'industrializzazione ora al tramonto.
Ma, per tornare al tema: il confluire dell'informatica e delle manipolazioni genetiche darà luogo a un tipo di economia che farà assegnamento su una forza lavoro piccola, di élite. Mai e poi mai vedremo decine di migliaia di lavoratori uscire dai cancelli di fabbriche come la Microsoft, la Genentech, o di altre industrie del computer, del software, delle tecnologie genetiche. Perché queste industrie non avranno mai bisogno di manodopera di massa.

Oltre le nuove tecnologie ci saranno altri fattori a determinare questa disoccupazione "strutturale"?
Sì, ma in realtà tutti i fattori discendono più o meno direttamente da una stessa causa, le nuove tecnologie. Ad esempio, la globalizzazione dell'economia sembrerebbe un fattore a sé, e invece è il risultato delle telecomunicazioni informatiche e del software e delle tecnologie genetiche, che consentono a imprese transnazionali di lavorare simultaneamente in ogni parte del mondo. Certamente, se il mercato globale, un tempo legato alla geografia, sta ora passando dalla geografia allo spettro elettromagnetico, questo è il più grande cambiamento mai intervenuto nella storia del commercio. Se i mercati spostano i
loro punti di riferimento dalla carta geografica al ciberspazio, questo non solo cambia tutta la base della teoria economica, ma soprattutto cambia in profondità la natura del lavoro. Ed eccoci tornati al tema: non ci sarà più bisogno di una forza lavoro di massa. Una quota sempre maggiore di lavoro umano sarà svolta
dalle tecnologie intelligenti e da quelle genetiche; sì, gran parte del lavoro la faranno i geni. Per l'alimentazione cominceremo a vedere soppiantate le colture agricole all'aperto da colture di tessuti vegetali e non vegetali al coperto. I microrganismi prenderanno il posto degli agricoltori, e non solo:
vedremo geni agire come microrganismi per estrarre i metalli rari dal minerale grezzo, cosicché anche nel settore minerario non ci sarà più bisogno di molti addetti. Ho fatto soltanto due esempi ma potrei citarne molti altri, perché il nuovo software, le nuove tecnologie intelligenti, le nuove tecnologie genetiche stanno sostituendo il lavoro umano a ogni livello.

Il progresso tecnologico distrugge e distruggerà sempre più vecchi posti di lavoro. Ma molti sono convinti che ne creerà altri nuovi in grande quantità. E' una previsione realistica o sconsiderata?
Dipenderà esclusivamente dalla nostra intelligenza e lungimiranza, non avverrà affatto in modo automatico. Nell'era industriale, quando un settore si meccanizzava, emergeva sempre un nuovo settore per creare in tempo nuove opportunità. Ai primi del Novecento molte persone che avevano un'azienda
agricola cominciarono a meccanizzare il lavoro, e contemporaneamente molti dei nostri nonni migrarono nelle città e trovarono posto nelle fabbriche. Poi, quando anche le fabbriche si sono meccanizzate (negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta di questo secolo) molti dei nostri genitori hanno potuto riqualificarsi
e trovare, da "colletti bianchi", nuove occasioni di lavoro in settori emergenti, come quello dei servizi. Questi processi non si ripeteranno tali e quali nel XXI secolo. Oggi tutti e tre i settori - agricoltura, industria anifatturiera e servizi - si stanno automatizzando e ristrutturando, ma sostituiscono la forza-lavoro di massa con gruppi d'élite e nuove tecnologie. Come in passato, abbiamo un nuovo settore di occupazione emergente, il settore della conoscenza, in cui si vanno continuamente creando nuovi posti di lavoro, nuove opportunità, nuove competenze, nuovi prodotti, nuove merci. Ma si tratta d'un numero di posti assai limitato. Bisogna domandarsi senza finzioni o ipocrisie quanti addetti occorrano per mandare avanti un'industria biotecnologica o una società di software... Il succo della faccenda è questo: le tecnologie stanno diventando talmente avanzate, talmente sofisticate, di qualità tanto elevata e così poco costose che di qui a cinque o dieci anni nessun lavoratore "umano" potrà competere con loro. Di conseguenza, a meno che non si arrivi a un contratto sociale nuovo, tipo quello che io suggerisco nel mio
libro, credo che assisteremo a una sempre crescente disoccupazione.

E forse, questo è un timore abbastanza diffuso, vedremo realizzarsi una suddivisione della società umana in nuove classi di privilegio e di esclusione?
Stavo per dirlo. Un 20% della forza-lavoro totale se la passerà sempre abbastanza bene: mi riferisco agli operatori della conoscenza, agli impiegati di concetto con le giuste qualifiche professionali. Ma in tutti i paesi questi privilegiati costituiranno sempre più un'isola felice rispetto a un mare di precari e di braccia inutili. Già adesso un buon 80% della forza di rango inferiore, quella che non è ben qualificata o sovrabbondante, sta finendo nei guai e viene sempre più emarginata.

Che fine faranno tutti i giovani di cui il mercato non avrà più bisogno?
Questa è una tragedia immane che incombe soltanto sui paesi più arretrati oppure è una minaccia per tutto il mondo?
Potrà essere sventata?
E come?

Inizialmente il problema riguarderà soprattutto i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Ma finirà con l'investire anche quelli già molto progrediti... Ad esempio, chi oggi va in Argentina, in Brasile, in India o nel Messico
settentrionale vede già impianti che si avvalgono di ritrovati tecnologici modernissimi, specialmente nell'industria manifatturiera (ma anche in quella dei servizi). Le curve dei grafici un tempo mostravano tutta la tecnologia nel Nord del mondo e tutta la manodopera a basso costo nel Sud. Ormai non è più così, le differenze si vanno attenuando. La verità è che da Nord o da Sud non si può più competere sui mercati mondiali con impianti che siano tuttora ad alta intensità di manodopera, neanche nel ramo dei servizi. C'è ovunque bisogno di una produzione che utilizzi una tecnologia continuamente rinnovata, come anche di un'industria dei servizi che assicuri controllo della qualità, forniture just-in-time (per eliminare il costo dei magazzini) e un accesso molto rapido ai mercati mondiali. Visitando l'India, il Messico, la Malesia, ci si accorge subito che in questi paesi la tendenza è quella di andare verso fabbriche quasi completamente prive di dipendenti, verso l'impresa virtuale governata da pochi "colletti bianchi". Ne deriveranno una compressione dei costi e una concorrenza che metteranno in difficoltà sempre più gravi l'Occidente industrializzato.

Lei vuole dire che i nostri governanti e i nostri economisti non hanno saputo tenere il passo degli imprenditori? Che c'è stata, cioè, in sede politica una sottovalutazione di tutto il problema?
Esattamente. Io collaboro con imprenditori di tutto il mondo e tengo corsi per manager: ebbene, generalmente li trovo d'accordo con la diagnosi che ho presentato in La fine del lavoro. Chi intraprende sa bene che stiamo andando verso una occupazione sempre più d'élite. Invece molti uomini politici e molti economisti amano illudersi, e illudere, continuando a dire: «La storia dimostra che le novità creano più posti di lavoro di quanti ne distruggano». Ripeto: questo è stato vero ai tempi della prima e della seconda rivoluzione industriale, non lo sarà più nel secolo delle biotecnologie. La riconversione e la riqualificazione della mano d'opera che oggi è fuori mercato potrebbero essere una soluzione? Anche se si sottoponesse a riqualificazione professionale tutta la forza lavoro del mondo formandola in vista dei nuovi posti (ed è impossibile, perché ci vorrebbero tanti anni e risorse imponenti, ma ammettiamo pure che ci si riuscisse) non vi saranno mai abbastanza opportunità sufficienti per occupare centinaia di milioni di persone in cerca di lavoro. Una caratteristica del secolo dell'informazione e delle industrie biotecnologiche, lo ripeto, è quella di richiedere una forza lavoro esclusivamente d'élite. La tesi che io sostengo nel mio libro è che, come l'età industriale ha posto fine alla schiavitù così il nuovo secolo determinerà la fine del lavoro salariato di massa.

La conclusione da trarre è, allora, tanto semplice quanto amara: il mondo anziché avanti starebbe andando indietro. Un progresso senza limiti ci starebbe portando verso una completa infelicità.
Non la metterei così. Il genere umano si trova oggi certamente di fronte a una sfida inusitata e crudele. Ma sono convinto che potrà vincerla e passare a uno stadio superiore del proprio esistere. In questa evoluzione io vedo un potenziale balzo in avanti, a condizione che riusciamo a creare una nuova concezione politica e sociale del lavoro. Dobbiamo esprimere un pensiero la cui potenza corrisponda alla forza della rivoluzione tecnologica e sappia bilanciarla. Come ho detto, il problema è che i politici, gli economisti e gli esponenti più in vista delle nostre società non hanno ancora prodotto una ideologia sociale abbastanza forte, che sia cioè all'altezza dei cambiamenti rivoluzionari in corso nell'economia.

E' ragionevole immaginare che le oasi di lavoro privilegiato si troveranno per lo più in Occidente, mentre il lavoro manuale si sposterà invece nei paesi meno sviluppati?
No, perché neanche nei paesi dell'ex Terzo mondo si avrà più bisogno di una forza lavoro di massa. Come farebbe la Cina a competere sui mercati mondiali con i suoi impianti arretrati e con addetti tanto numerosi? Non potrebbe. Anche lì bisognerà cercare la massima economicità, le tecnologie più avanzate, il controllo della qualità, le forniture just-in-time. Dobbiamo abituarci all'idea che anche il lavoratore peggio pagato al mondo non costerà mai meno delle nuove tecnologie già pronte a prendere il suo posto. L'ingegneria industriale ha appena automatizzato il lavoro di cucitura tessile, che d'ora in poi sarà sempre meno costoso; e anche la produzione delle componenti elettroniche è in corso di automazione. Questi erano gli ultimi due tipi di lavoro manuale offerti a basso costo dal mondo in via di sviluppo. Se scompariranno è facile capire quali implicazioni ne deriveranno per Cina, Malesia, India, e così via. Per questo motivo, insisto, dobbiamo inventare una nuova politica e una nuova ideologia culturale e sociale, un nuovo Rinascimento.

E' possibile liberare le persone dalla tirannia del mercato? Se sì, in che modo?
Prima di tutto, non bisogna dimenticare che il mercato è stato il baricentro degli interessi umani soltanto negli ultimi duecento anni, mentre durante tutti i secoli precedenti gli scambi commerciali sono sempre stati qualcosa di marginale rispetto alla vita. Lei sostiene, insomma, che la funzione-mercato in cui oggi definiamo la nostra esistenza, lavorando e vendendo il nostro lavoro, sarebbe un paradigma recente, che avrebbe già fatto il suo corso...
Sì, ha completato la sua missione. E' prossima a esaurirsi. E noi ora dobbiamo cominciare a pensare la vita al di là del mercato. A pensare in termini diversi circa il "come contribuire" e il "che lavoro fare". Io credo che nel XXI secolo i posti di lavoro veramente buoni, capaci di conferire status e nuovo prestigio, saranno quelli che concorreranno a creare ciò che io chiamo il capitale sociale della società civile. In poche parole, mi riferisco al Terzo settore: l'insieme delle attività non-profit e di volontariato. Secondo me, in questo campo si aprono immense prospettive, anche perché si tratta di lavori d'un genere troppo sofisticato per poter essere sostituiti dalle tecnologie dell'oggi e del futuro. Sono lavori che richiedono l'interazione delle volontà, virtù esclusiva degli esseri umani, e di cui le macchine non sono e non saranno mai capaci.

In definitiva lei non è del tutto pessimista. Anzi ritiene possibile e probabile che si possa arrivare a un traguardo rassicurante. Ma partendo da dove? Che cosa bisogna fare perché la società riesca a inglobare e nutrire sterminate masse di senza lavoro?
Ci sono due cose da fare, anzitutto. In primo luogo, e a breve termine, ridurre drasticamente la settimana lavorativa dei già occupati. E questa è ancora una soluzione interna al mercato che abbiamo. Ci serve una settimana lavorativa di 30 ore, cioè 6 ore al giorno per 5 giorni. Quando mi dicono che è irragionevole scendere a 6 ore di lavoro al giorno, io rispondo: «No! E' irragionevole non farlo!». Orario settimanale più corto significa che un maggior numero di persone possono dividersi i posti di lavoro esistenti, lavorare meno, lavorare in modo più intelligente, trarre maggiori vantaggi dal proprio lavoro. La mia tesi, attenzione, è in linea con la storia degli ultimi centocinquant'anni di evoluzione tecnologica. A ogni stadio della rivoluzione industriale (pensiamo all'introduzione del vapore e dell'elettricità) la settimana lavorativa è stata sempre ridotta e i salari sono sempre aumentati. Siamo passati da una settimana di 80 ore a una di 70, poi di 60, di 50, di 40, fino a quella attuale di 37-38 ore: e ogni volta sono aumentati i salari e i benefici! Era logico: perché mai rinnovarsi e innovare se non per ottenere vantaggi, cioè meno fatica e salari migliori? Non capisco perché gli stessi princìpi non dovrebbero valere per questa generazione e questi tempi. Se crediamo, e io ci credo, che l'incremento di produttività dovuto alle nuove tecnologie dell'informazione sia comparabile almeno all'incremento apportato dalla forza-vapore e dall'elettricità, allora dobbiamo chiedere ancora una volta una settimana lavorativa più corta: 30 ore ripeto, 6 al giorno, più gente al lavoro, paga migliore, vantaggi. Questo dovremmo fare, anzitutto. Ma, ovviamente, a una condizione: che nel contempo lo Stato offra alle imprese, mediante sgravi fiscali e assunzione di oneri sociali, incentivi tali da mantenerle competitive. Lo Stato perderebbe parte delle sue entrate, ma potrebbe recuperarle rapidamente grazie al maggior reddito tassabile prodotto dalla riforma, in quanto un maggior numero di persone verrebbe messo in grado di acquistare beni e servizi. Ecco il tipo di impostazione che secondo me va adottata: una sorta di do ut des, una specie di nuovo contratto sociale. Mi auguro che governi, imprenditori e sindacati lavorino insieme in questa direzione.

Questa secondo lei sarebbe la prima cosa da farsi. E la seconda?
Chiamare in gioco e valorizzare il Terzo settore. Cioè ripensare il vecchio modo di concepire e fare la politica economica. Oggi, quando cerchiamo di combattere la disoccupazione - e qui prendo proprio il caso dell'Italia, paese che vengo a visitare molto spesso - andiamo a sbattere subito contro lo scoglio di un pregiudizio duro a morire: la convinzione che se il governo è a sinistra il mercato è a destra e che creare nuovi posti di lavoro spetti o al mercato o al governo. Io dico che questo paradigma politico va spezzato. Dobbiamo smetterla di pensare ai nostri paesi come a società divise in due soli campi o settori, perché i campi sono invece tre. Soltanto se saremo capaci di pensare alla società di ogni paese come una società composta da tre settori potremo aprire un nuovo dibattito politico e creare un'altra concezione sociale del lavoro. C'è un settore di mercato che crea posti di lavoro privati e capitale di mercato, un settore governativo che crea posti di lavoro pubblici e capitale pubblico; e un Terzo settore che crea capitale sociale, in termini sia di impieghi retribuiti sia di servizi gratuiti.

Dovrebbe spiegarci meglio in che cosa secondo lei consiste concretamente questo Terzo settore. E soprattutto perché gli attribuisce una così fondamentale importanza.
Se tutte le organizzazioni private che esistono in Italia, tutti i raggruppamenti, tutti i club, tutte le istituzioni che non sono né imprese di mercato né enti governativi; se le migliaia di organizzazioni religiose, laiche, sportive, associazioni non-profit, confraternite, formazioni ambientaliste, gruppi per la promozione dei diritti umani e della giustizia sociale... Insomma se dall'oggi all'indomani scomparissero tutte le istituzioni che fanno la vita dell'Italia, ne definiscono la cultura popolare e contribuiscono a formare il capitale sociale della nazione, io sono convinto che anche il vostro paese scomparirebbe. Lo stesso vale, del resto, anche per gli Stati Uniti. Insomma: dobbiamo convincerci che il Terzo settore è il vero settore primario. Il mercato e lo Stato vengono dopo, sono dei settori derivati, perché prima si crea la comunità, lo scambio sociale, e poi il mercato; prima la comunità e poi lo Stato. Quel che ho inteso dire nel mio libro è che i nuovi posti di lavoro verranno in gran parte proprio dal Terzo settore. Ora anche in Italia e in altri paesi questo terzo polo sta cominciando a diventare consapevole di se stesso, e si sta organizzando per poter giocare - alla pari e allo stesso tavolo - con il mercato e il governo. Quando ciò avverrà allora vedremo emergere una politica nuova. E non appena il Terzo settore sarà diventato un luogo di creazione di nuovi posti di lavoro socialmente utili comincerà a chiedere che in ogni paese una porzione delle entrate venga utilizzata per retribuire il lavoro così creato. E allora dovremmo accettare l'idea che una piccola parte della grande ricchezza prodotta dal nuovo sapere tecnologico debba essere utilizzata per retribuire i milioni di posti di lavoro "buoni" e "nobili" creati dal Terzo settore. Questa è l'unica carta a nostra disposizione per vincere la sfida che il XXI secolo ci porta.

Lei sostiene, in altri termini, che è assolutamente necessario ispirarsi a nuovi valori etici e sociali.
Certamente. Dobbiamo finalmente capire che la corsa al danaro non è la cosa più importante, non è ciò che definisce l'esistenza. Nel prossimo secolo ci renderemo conto che avere un salario oppure produrre beni e servizi e immetterli sul mercato è senz'altro necessario, ma non sufficiente a salvare l'umanità da un disastro. La rivoluzione attualmente in corso, l'avvento delle biotecnologie, la convergenza delle scienze dell'informazione con quelle della vita ci offrono l'occasione di andare oltre il capitalismo di mercato, che sarà ancora forte e potrà continuare a svolgere un grande ruolo, ma non sarà più sufficiente a garantire la totalità della nostra vita.

"La fine del lavoro" ha suscitato in Italia e nel mondo un grande dibattito. Se l'aspettava? Pensa che da allora le cose siano cambiate, almeno per quanto attiene alla sensibilità delle classi dirigenti?
Devo dire che il successo del libro è stato per me una piacevole sorpresa (nel caso dell'Italia debbo molto alla bravura del mio editore). Se è diventato un best-seller in tutto il mondo vuol dire che i temi che agita stanno a cuore alla gente. Mi sono incontrato con capi di governo e presidenti di molti paesi, con leader sindacali e dirigenti di gruppi industriali, con esponenti del Terzo settore di ogni parte del mondo, con persone che, per la propria posizione, sono in grado di esercitare una forte influenza sulle scelte politiche del loro paese. Molti avevano già letto il libro e addirittura cominciato a porre in atto alcune delle idee che contiene. Insomma, avevano capito la mia diagnosi e cioè che l'èra della forza-lavoro di massa si concluderà nel XXI secolo a causa dell'emergere di tecnologie sempre più intelligenti, e come conseguenza del confluire dei due filoni tecnologici da cui sarà definito il prossimo secolo, cioè l'informatica e la genetica. Questa svolta potrà portare a una condanna a morte della civiltà, oppure a un nuovo Rinascimento: dipenderà soltanto da noi, da come la affronteremo. Dobbiamo avere la consapevolezza che questo momento storico rappresenta il massimo successo del capitalismo perché finalmente ci offre la possibilità di affrancare le generazioni future dal mercato del lavoro. Ma dovremo anche convincerci che non riusciremo a cogliere appieno i frutti di questo successo se non ci daremo un nuovo contratto sociale.

Un'ultima domanda. Lei si considera un avversario o un amico delle nuove tecnologie o, meglio, le giudica buone o cattive?
Dipende. Buone se sapremo sfruttarne tutte le migliori potenzialità. Se non ne saremo capaci, il rischio sarà grande. Come esseri dotati di raziocinio potremmo fare meglio di quanto abbiano fatto fino a ora, per poter utilizzare appieno tutte le straordinarie potenzialità offerte dalle nuove scoperte. Credo di poter dire che il mio libro, fra i tanti dedicati allo stesso tema, è l'unico a essere ottimista. Nei libri di Bill Gates o di Alvin Toeffler, per esempio, non c'è alcuna idea di un possibile Rinascimento. Tutto quello che dicono è: costruiremo e utilizzeremo computer, telefoni e videogiocattoli sempre più potenti e perfetti. Punto e basta. Non è forse preoccupante? Per la prima volta nella storia moderna, mentre siamo alla vigilia di una svolta carica d'incognite, quasi nessuno è capace di tracciare i connotati di una società del Duemila capace di assorbire senza traumi, e anzi migliorandosi, l'effetto lacerante delle nuove tecnologie. In questo buio, come avrebbe detto il vostro Tommaso Campanella, io ho cercato di accendere un lume. (Traduzione di Marina Astrologo)

1- 
J. Rifkin, The end of the work - The decline of the global labor force and the dawn of the post-market era, G.P. Putnam's Sons, 1995. L'edizione italiana, tradotta da Paolo Canton, è stata pubblicata nello stesso anno, con il titolo La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l'avvento dell'era postmercato, dall'editore Baldini&Castoldi di Milano.

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