|
Il
lavoro sta per finire serve un altro contratto
Intervista con Jeremy Rifkin di Francesca Leoni (Fonte)
Le tecnologie stanno diventando
talmente avanzate, sofisticate, poco costose e di qualità così
elevata, che nessun lavoratore "umano" potrà competere con loro.
Questo significa che, senza pronti rimedi, la disoccupazione
assumerà dimensioni drammatiche. Ci potrà salvare solo un nuovo
contratto, sociale.
Prima di scrivere il libro The end of the work1, che tre anni
fa lo ha reso universalmente famoso, Jeremy Rifkin, presidente
della Foundation on economic trends di Washington, era uno già
studioso molto apprezzato per la lucidità delle sue analisi.
Ma nessuno avrebbe immaginato che la sua previsione di
un'inevitabile scomparsa dell'occupazione di massa come conseguenza
del progresso tecnologico gli avrebbe fatto conquistare l'attenzione
e il rispetto di tutti coloro - uomini di Stato e di governo,
scienziati della politica, intellettuali, imprenditori, sindacalisti
- per i quali è essenziale capire dove sta andando il mondo
e che cosa dovremmo fare per impedire che la rivoluzione telematica,
invece di produrre ricchezza e benessere, provochi miseria e
nuove esclusioni. Il fatto è che Rifkin non si è limitato a
segnalare tempestivamente gli effetti dirompenti di questo fenomeno
(le macchine che "espellono" progressivamente l'uomo dal lavoro
e dai processi produttivi). Ne ha anche indicato i possibili
e praticabili rimedi. Perciò è ascoltato, e perciò Telèma ha voluto includere la sua voce
in questo dibattito, intervistandolo a Washington.
Su quali basi e
su quali dati lei fonda la sua previsione di una vertiginosa
crescita della disoccupazione nei prossimi decenni?
Stiamo uscendo dalla rivoluzione industriale ed entrando
nel secolo delle biotecnologie. Negli ultimi quarant'anni, due
dirompenti novità hanno marciato su binari paralleli: il computer
e le manipolazioni genetiche. Come dire: la scienza dell'informazione
e la scienza della vita. Questi due filoni ora stanno
cominciando a fondersi in un unico campo fatto di bioinformatica
e genomica. Esso darà luogo, nel XXI secolo, a una nuova, grande
rivoluzione commerciale.
Certi futurologi ci hanno portato fuori strada parlando di èra
dell'informazione; definire il XXI secolo "èra dell'informazione"
è un po' come chiamare l'età industriale "èra della carta stampata"...
Assurdo, perché il
computer non rappresenta in sé una risorsa: è solo uno strumento
gestionale, una forma di comunicazione, un linguaggio. E quando
ci volgeremo indietro vedremo che il computer ha sì svolto molteplici
ruoli, dalle comunicazioni personali al divertimento, ma che
la sua funzione primaria, avente valore economico, è stata quella
di organizzare, decifrare, gestire e sfruttare i geni. Dobbiamo
dunque
parlare di "èra delle biotecnologie", perché la materia prima
del secolo venturo saranno proprio i geni, come i metalli, i
combustibili fossili e i minerali sono stati le materie prime
del secolo dell'industrializzazione ora al tramonto.
Ma, per tornare al tema: il confluire dell'informatica e delle
manipolazioni genetiche darà luogo a un tipo di economia che
farà assegnamento su una forza lavoro piccola, di élite. Mai
e poi mai vedremo decine di migliaia di lavoratori uscire dai
cancelli di fabbriche come la Microsoft, la Genentech, o di
altre industrie del computer, del software, delle tecnologie
genetiche. Perché queste industrie non avranno mai bisogno di
manodopera di massa.
Oltre le nuove tecnologie
ci saranno altri fattori a determinare questa disoccupazione
"strutturale"?
Sì, ma in realtà tutti i fattori discendono più o meno direttamente
da una stessa causa, le nuove tecnologie. Ad esempio, la globalizzazione
dell'economia sembrerebbe un fattore a sé, e invece è il risultato
delle telecomunicazioni informatiche e del software e delle
tecnologie genetiche, che consentono a imprese transnazionali
di lavorare simultaneamente in ogni parte del mondo. Certamente,
se il mercato globale, un tempo legato alla geografia, sta ora
passando dalla geografia allo spettro elettromagnetico, questo
è il più grande cambiamento mai intervenuto nella storia del
commercio. Se i mercati spostano i
loro punti di riferimento dalla carta geografica al ciberspazio,
questo non solo cambia tutta la base della teoria economica,
ma soprattutto cambia in profondità la natura del lavoro. Ed
eccoci tornati al tema: non ci sarà più bisogno di una forza
lavoro di massa. Una quota sempre maggiore di lavoro umano sarà
svolta
dalle tecnologie intelligenti e da quelle genetiche; sì, gran
parte del lavoro la faranno i geni. Per l'alimentazione cominceremo
a vedere soppiantate le colture agricole all'aperto da colture
di tessuti vegetali e non vegetali al coperto. I microrganismi
prenderanno il posto degli agricoltori, e non solo:
vedremo geni agire come microrganismi per estrarre i metalli
rari dal minerale grezzo, cosicché anche nel settore minerario
non ci sarà più bisogno di molti addetti. Ho fatto soltanto
due esempi ma potrei citarne molti altri, perché il nuovo software,
le nuove tecnologie intelligenti, le nuove tecnologie genetiche
stanno sostituendo il lavoro umano a ogni livello.
Il progresso tecnologico
distrugge e distruggerà sempre più vecchi posti di lavoro. Ma
molti sono convinti che ne creerà altri nuovi in grande quantità.
E' una previsione realistica o sconsiderata?
Dipenderà esclusivamente dalla nostra intelligenza e lungimiranza,
non avverrà affatto in modo automatico. Nell'era industriale,
quando un settore si meccanizzava, emergeva sempre un nuovo
settore per creare in tempo nuove opportunità. Ai primi del
Novecento molte persone che avevano un'azienda
agricola cominciarono a meccanizzare il lavoro, e contemporaneamente
molti dei nostri nonni migrarono nelle città e trovarono posto
nelle fabbriche. Poi, quando anche le fabbriche si sono meccanizzate
(negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta di questo secolo)
molti dei nostri genitori hanno potuto riqualificarsi
e trovare, da "colletti bianchi", nuove occasioni di lavoro
in settori emergenti, come quello dei servizi. Questi processi
non si ripeteranno tali e quali nel XXI secolo. Oggi tutti e
tre i settori - agricoltura, industria anifatturiera e servizi
- si stanno automatizzando e ristrutturando, ma sostituiscono
la forza-lavoro di massa con gruppi d'élite e nuove tecnologie.
Come in passato, abbiamo un nuovo settore di occupazione emergente,
il settore della conoscenza, in cui si vanno continuamente creando
nuovi posti di lavoro, nuove opportunità, nuove competenze,
nuovi prodotti, nuove merci. Ma si tratta d'un numero di posti
assai limitato. Bisogna domandarsi senza finzioni o ipocrisie
quanti addetti occorrano per mandare avanti un'industria biotecnologica
o una società di software... Il succo della faccenda è questo:
le tecnologie stanno diventando talmente avanzate, talmente
sofisticate, di qualità tanto elevata e così poco costose che
di qui a cinque o dieci anni nessun lavoratore "umano" potrà
competere con loro. Di conseguenza, a meno che non si arrivi
a un contratto sociale nuovo, tipo quello che io suggerisco
nel mio
libro, credo che assisteremo a una sempre crescente disoccupazione.
E forse, questo
è un timore abbastanza diffuso, vedremo realizzarsi una suddivisione
della società umana in nuove classi di privilegio e di esclusione?
Stavo per dirlo. Un 20% della forza-lavoro totale se la
passerà sempre abbastanza bene: mi riferisco agli operatori
della conoscenza, agli impiegati di concetto con le giuste qualifiche
professionali. Ma in tutti i paesi questi privilegiati costituiranno
sempre più un'isola felice rispetto a un mare di precari e di
braccia inutili. Già adesso un buon 80% della forza di rango
inferiore, quella che non è ben qualificata o sovrabbondante,
sta finendo nei guai e viene sempre più emarginata.
Che fine faranno
tutti i giovani di cui il mercato non avrà più bisogno?
Questa è una tragedia immane che incombe soltanto sui
paesi più arretrati oppure è una minaccia per tutto il mondo?
Potrà essere sventata?
E come?
Inizialmente il problema riguarderà soprattutto i cosiddetti
paesi in via di sviluppo. Ma finirà con l'investire anche quelli
già molto progrediti... Ad esempio, chi oggi va in Argentina,
in Brasile, in India o nel Messico
settentrionale vede già impianti che si avvalgono di ritrovati
tecnologici modernissimi, specialmente nell'industria manifatturiera
(ma anche in quella dei servizi). Le curve dei grafici un tempo
mostravano tutta la tecnologia nel Nord del mondo e tutta la
manodopera a basso costo nel Sud. Ormai non è più così, le differenze
si vanno attenuando. La verità è che da Nord o da Sud non si
può più competere sui mercati mondiali con impianti che siano
tuttora ad alta intensità di manodopera, neanche nel ramo dei
servizi. C'è ovunque bisogno di una produzione che utilizzi
una tecnologia continuamente rinnovata, come anche di un'industria
dei servizi che assicuri controllo della qualità, forniture
just-in-time (per eliminare il costo dei magazzini) e un accesso
molto rapido ai mercati mondiali. Visitando l'India, il Messico,
la Malesia, ci si accorge subito che in questi paesi la tendenza
è quella di andare verso fabbriche quasi completamente prive
di dipendenti, verso l'impresa virtuale governata da pochi "colletti
bianchi". Ne deriveranno una compressione dei costi e una concorrenza
che metteranno in difficoltà sempre più gravi l'Occidente industrializzato.
Lei vuole dire che
i nostri governanti e i nostri economisti non hanno saputo tenere
il passo degli imprenditori? Che c'è stata, cioè, in sede politica
una sottovalutazione di tutto il problema?
Esattamente. Io collaboro con imprenditori di tutto il mondo
e tengo corsi per manager: ebbene, generalmente li trovo d'accordo
con la diagnosi che ho presentato in La fine del lavoro. Chi
intraprende sa bene che stiamo andando verso una occupazione
sempre più d'élite. Invece molti uomini politici e molti economisti
amano illudersi, e illudere, continuando a dire: «La storia
dimostra che le novità creano più posti di lavoro di quanti
ne distruggano». Ripeto: questo è stato vero ai tempi della
prima e della seconda rivoluzione industriale, non lo sarà più
nel secolo delle biotecnologie. La riconversione e la riqualificazione
della mano d'opera che oggi è fuori mercato potrebbero essere
una soluzione? Anche se si sottoponesse a riqualificazione professionale
tutta la forza lavoro del mondo formandola in vista dei nuovi
posti (ed è impossibile, perché ci vorrebbero tanti anni e risorse
imponenti, ma ammettiamo pure che ci si riuscisse) non vi saranno
mai abbastanza opportunità sufficienti per occupare centinaia
di milioni di persone in cerca di lavoro. Una caratteristica
del secolo dell'informazione e delle industrie biotecnologiche,
lo ripeto, è quella di richiedere una forza lavoro esclusivamente
d'élite. La tesi che io sostengo nel mio libro è che, come l'età
industriale ha posto fine alla schiavitù così il nuovo secolo
determinerà la fine del lavoro salariato di massa.
La conclusione da
trarre è, allora, tanto semplice quanto amara: il mondo anziché
avanti starebbe andando indietro. Un progresso senza limiti
ci starebbe portando verso una completa infelicità.
Non la metterei così. Il genere umano si trova oggi certamente
di fronte a una sfida inusitata e crudele. Ma sono convinto
che potrà vincerla e passare a uno stadio superiore del proprio
esistere. In questa evoluzione io vedo un potenziale balzo in
avanti, a condizione che riusciamo a creare una nuova concezione
politica e sociale del lavoro. Dobbiamo esprimere un pensiero
la cui potenza corrisponda alla forza della rivoluzione tecnologica
e sappia bilanciarla. Come ho detto, il problema è che i politici,
gli economisti e gli esponenti più in vista delle nostre società
non hanno ancora prodotto una ideologia sociale abbastanza forte,
che sia cioè all'altezza dei cambiamenti rivoluzionari in corso
nell'economia.
E' ragionevole immaginare
che le oasi di lavoro privilegiato si troveranno per lo più
in Occidente, mentre il lavoro manuale si sposterà invece nei
paesi meno sviluppati?
No, perché neanche nei paesi dell'ex Terzo mondo si avrà
più bisogno di una forza lavoro di massa. Come farebbe la Cina
a competere sui mercati mondiali con i suoi impianti arretrati
e con addetti tanto numerosi? Non potrebbe. Anche lì bisognerà
cercare la massima economicità, le tecnologie più avanzate,
il controllo della qualità, le forniture just-in-time. Dobbiamo
abituarci all'idea che anche il lavoratore peggio pagato al
mondo non costerà mai meno delle nuove tecnologie già pronte
a prendere il suo posto. L'ingegneria industriale ha appena
automatizzato il lavoro di cucitura tessile, che d'ora in poi
sarà sempre meno costoso; e anche la produzione delle componenti
elettroniche è in corso di automazione. Questi erano gli ultimi
due tipi di lavoro manuale offerti a basso costo dal mondo in
via di sviluppo. Se scompariranno è facile capire quali implicazioni
ne deriveranno per Cina, Malesia, India, e così via. Per questo
motivo, insisto, dobbiamo inventare una nuova politica e una
nuova ideologia culturale e sociale, un nuovo Rinascimento.
E' possibile liberare
le persone dalla tirannia del mercato? Se sì, in che modo?
Prima di tutto, non bisogna dimenticare che il mercato è stato
il baricentro degli interessi umani soltanto negli ultimi duecento
anni, mentre durante tutti i secoli precedenti gli scambi commerciali
sono sempre stati qualcosa di marginale rispetto alla vita.
Lei sostiene, insomma, che la funzione-mercato in cui oggi definiamo
la nostra esistenza, lavorando e vendendo il nostro lavoro,
sarebbe un paradigma recente, che avrebbe già fatto il suo corso...
Sì, ha completato la sua missione. E' prossima a esaurirsi.
E noi ora dobbiamo cominciare a pensare la vita al di là del
mercato. A pensare in termini diversi circa il "come contribuire"
e il "che lavoro fare". Io credo che nel XXI secolo i posti
di lavoro veramente buoni, capaci di conferire status e nuovo
prestigio, saranno quelli che concorreranno a creare ciò che
io chiamo il capitale sociale della società civile. In poche
parole, mi riferisco al Terzo settore: l'insieme delle attività
non-profit e di volontariato. Secondo me, in questo campo si
aprono immense prospettive, anche perché si tratta di lavori
d'un genere troppo sofisticato per poter essere sostituiti dalle
tecnologie dell'oggi e del futuro. Sono lavori che richiedono
l'interazione delle volontà, virtù esclusiva degli esseri umani,
e di cui le macchine non sono e non saranno mai capaci.
In definitiva lei
non è del tutto pessimista. Anzi ritiene possibile e probabile
che si possa arrivare a un traguardo rassicurante. Ma partendo
da dove? Che cosa bisogna fare perché la società riesca a inglobare
e nutrire sterminate masse di senza lavoro?
Ci sono due cose da fare, anzitutto. In primo luogo,
e a breve termine, ridurre drasticamente la settimana lavorativa
dei già occupati. E questa è ancora una soluzione interna al
mercato che abbiamo. Ci serve una settimana lavorativa di 30
ore, cioè 6 ore al giorno per 5 giorni. Quando mi dicono che
è irragionevole scendere a 6 ore di lavoro al giorno, io rispondo:
«No! E' irragionevole non farlo!». Orario settimanale più corto
significa che un maggior numero di persone possono dividersi
i posti di lavoro esistenti, lavorare meno, lavorare in modo
più intelligente, trarre maggiori vantaggi dal proprio lavoro.
La mia tesi, attenzione, è in linea con la storia degli ultimi
centocinquant'anni di evoluzione tecnologica. A ogni stadio
della rivoluzione industriale (pensiamo all'introduzione del
vapore e dell'elettricità) la settimana lavorativa è stata sempre
ridotta e i salari sono sempre aumentati. Siamo passati da una
settimana di 80 ore a una di 70, poi di 60, di 50, di 40, fino
a quella attuale di 37-38 ore: e ogni volta sono aumentati i
salari e i benefici! Era logico: perché mai rinnovarsi e
innovare se non per ottenere vantaggi, cioè meno fatica e salari
migliori? Non capisco perché gli stessi princìpi non dovrebbero
valere per questa generazione e questi tempi. Se crediamo, e
io ci credo, che l'incremento di produttività dovuto alle nuove
tecnologie dell'informazione sia comparabile almeno all'incremento
apportato dalla forza-vapore e dall'elettricità, allora dobbiamo
chiedere ancora una volta una settimana lavorativa più corta:
30 ore ripeto, 6 al giorno, più gente al lavoro, paga migliore,
vantaggi. Questo dovremmo fare, anzitutto. Ma, ovviamente, a
una condizione: che nel contempo lo Stato offra alle imprese,
mediante sgravi fiscali e assunzione di oneri sociali, incentivi
tali da mantenerle competitive. Lo Stato perderebbe parte delle
sue entrate, ma potrebbe recuperarle rapidamente grazie al maggior
reddito tassabile prodotto dalla riforma, in quanto un maggior
numero di persone verrebbe messo in grado di acquistare beni
e servizi. Ecco il tipo di impostazione che secondo me va adottata:
una sorta di do ut des, una specie di nuovo contratto sociale.
Mi auguro che governi, imprenditori e sindacati lavorino insieme
in questa direzione.
Questa secondo lei
sarebbe la prima cosa da farsi. E la seconda?
Chiamare in gioco e valorizzare il Terzo settore. Cioè ripensare
il vecchio modo di concepire e fare la politica economica. Oggi,
quando cerchiamo di combattere la disoccupazione - e qui prendo
proprio il caso dell'Italia, paese che vengo a visitare molto
spesso - andiamo a sbattere subito contro lo scoglio di un pregiudizio
duro a morire: la convinzione che se il governo è a sinistra
il mercato è a destra e che creare nuovi posti di lavoro spetti
o al mercato o al governo. Io dico che questo paradigma politico
va spezzato. Dobbiamo smetterla di pensare ai nostri paesi come
a società divise in due soli campi o settori, perché i campi
sono invece tre. Soltanto se saremo capaci di pensare alla società
di ogni paese come una società composta da tre settori potremo
aprire un nuovo dibattito politico e creare un'altra concezione
sociale del lavoro. C'è un settore di mercato che crea posti
di lavoro privati e capitale di mercato, un settore governativo
che crea posti di lavoro pubblici e capitale pubblico; e un
Terzo settore che crea capitale sociale, in termini sia di impieghi
retribuiti sia di servizi gratuiti.
Dovrebbe spiegarci
meglio in che cosa secondo lei consiste concretamente questo
Terzo settore. E soprattutto perché gli attribuisce una così
fondamentale importanza.
Se tutte le organizzazioni private che esistono in Italia,
tutti i raggruppamenti, tutti i club, tutte le istituzioni che
non sono né imprese di mercato né enti governativi; se le migliaia
di organizzazioni religiose, laiche, sportive, associazioni
non-profit, confraternite, formazioni ambientaliste, gruppi
per la promozione dei diritti umani e della giustizia sociale...
Insomma se dall'oggi all'indomani scomparissero tutte le istituzioni
che fanno la vita dell'Italia, ne definiscono la cultura popolare
e contribuiscono a formare il capitale sociale della nazione,
io sono convinto che anche il vostro paese scomparirebbe. Lo
stesso vale, del resto, anche per gli Stati Uniti. Insomma:
dobbiamo convincerci che il Terzo settore è il vero settore
primario. Il mercato e lo Stato vengono dopo, sono dei settori
derivati, perché prima si crea la comunità, lo scambio sociale,
e poi il mercato; prima la comunità e poi lo Stato. Quel che
ho inteso dire nel mio libro è che i nuovi posti di lavoro verranno
in gran parte proprio dal Terzo settore. Ora anche in Italia
e in altri paesi questo terzo polo sta cominciando a diventare
consapevole di se stesso, e si sta organizzando per poter giocare
- alla pari e allo stesso tavolo - con il mercato e il governo.
Quando ciò avverrà allora vedremo emergere una politica nuova.
E non appena il Terzo settore sarà diventato un luogo di creazione
di nuovi posti di lavoro socialmente utili comincerà a chiedere
che in ogni paese una porzione delle entrate venga utilizzata
per retribuire il lavoro così creato. E allora dovremmo accettare
l'idea che una piccola parte della grande ricchezza prodotta
dal nuovo sapere tecnologico debba essere utilizzata per retribuire
i milioni di posti di lavoro "buoni" e "nobili" creati dal Terzo
settore. Questa è l'unica carta a nostra disposizione per vincere
la sfida che il XXI secolo ci porta.
Lei sostiene, in
altri termini, che è assolutamente necessario ispirarsi a nuovi
valori etici e sociali.
Certamente. Dobbiamo finalmente capire che la corsa al danaro
non è la cosa più importante, non è ciò che definisce l'esistenza.
Nel prossimo secolo ci renderemo conto che avere un salario
oppure produrre beni e servizi e immetterli sul mercato è senz'altro
necessario, ma non sufficiente a salvare l'umanità da un disastro.
La rivoluzione attualmente in corso, l'avvento delle biotecnologie,
la convergenza delle scienze dell'informazione con quelle della
vita ci offrono l'occasione di andare oltre il capitalismo di
mercato, che sarà ancora forte e potrà continuare a svolgere
un grande ruolo, ma non sarà più sufficiente a garantire la
totalità della nostra vita.
"La fine del lavoro"
ha suscitato in Italia e nel mondo un grande dibattito. Se l'aspettava?
Pensa che da allora le cose siano cambiate, almeno per quanto
attiene alla sensibilità delle classi dirigenti?
Devo dire che il successo del libro è stato per me una piacevole
sorpresa (nel caso dell'Italia debbo molto alla bravura del
mio editore). Se è diventato un best-seller in tutto il mondo
vuol dire che i temi che agita stanno a cuore alla gente. Mi
sono incontrato con capi di governo e presidenti di molti paesi,
con leader sindacali e dirigenti di gruppi industriali, con
esponenti del Terzo settore di ogni parte del mondo, con persone
che, per la propria posizione, sono in grado di esercitare una
forte influenza sulle scelte politiche del loro paese. Molti
avevano già letto il libro e addirittura cominciato a porre
in atto alcune delle idee che contiene. Insomma, avevano capito
la mia diagnosi e cioè che l'èra della forza-lavoro di massa
si concluderà nel XXI secolo a causa dell'emergere di tecnologie
sempre più intelligenti, e come conseguenza del confluire dei
due filoni tecnologici da cui sarà definito il prossimo secolo,
cioè l'informatica e la genetica. Questa svolta potrà portare
a una condanna a morte della civiltà, oppure a un nuovo Rinascimento:
dipenderà soltanto da noi, da come la affronteremo. Dobbiamo
avere la consapevolezza che questo momento storico rappresenta
il massimo successo del capitalismo perché finalmente ci offre
la possibilità di affrancare le generazioni future dal mercato
del lavoro. Ma dovremo anche convincerci che non riusciremo
a cogliere appieno i frutti di questo successo se non ci daremo
un nuovo contratto sociale.
Un'ultima domanda.
Lei si considera un avversario o un amico delle nuove tecnologie
o, meglio, le giudica buone o cattive?
Dipende. Buone se sapremo sfruttarne tutte le migliori potenzialità.
Se non ne saremo capaci, il rischio sarà grande. Come esseri
dotati di raziocinio potremmo fare meglio di quanto abbiano
fatto fino a ora, per poter utilizzare appieno tutte le straordinarie
potenzialità offerte dalle nuove scoperte. Credo di poter dire
che il mio libro, fra i tanti dedicati allo stesso tema, è l'unico
a essere ottimista. Nei libri di Bill Gates o di Alvin Toeffler,
per esempio, non c'è alcuna idea di un possibile Rinascimento.
Tutto quello che dicono è: costruiremo e utilizzeremo computer,
telefoni e videogiocattoli sempre più potenti e perfetti. Punto
e basta. Non è forse preoccupante? Per la prima volta nella
storia moderna, mentre siamo alla vigilia di una svolta carica
d'incognite, quasi nessuno è capace di tracciare i connotati
di una società del Duemila capace di assorbire senza traumi,
e anzi migliorandosi, l'effetto lacerante delle nuove tecnologie.
In questo buio, come avrebbe detto il vostro Tommaso Campanella,
io ho cercato di accendere un lume. (Traduzione di Marina
Astrologo)
1- J. Rifkin, The end of
the work - The decline of the global labor force and the dawn
of the post-market era, G.P. Putnam's Sons, 1995. L'edizione
italiana, tradotta da Paolo Canton, è stata pubblicata nello
stesso anno, con il titolo La fine del lavoro. Il declino della
forza lavoro globale e l'avvento dell'era postmercato, dall'editore
Baldini&Castoldi di Milano.
|