CENTRO  DI CUSTODIA ATTENUATA PER TOSSICODIPENDENTI

Sembrano contadini come gli altri, gli uomini che portano il fieno alle vacche da latte. Uno guida il trattore, l'altro scarica le balle, un terzo taglia i campi per andare a controllare le arnie delle api. Ma un fossato e una rete alta poco più di due metri raccontano che questo non è un podere come gli altri: è una “casa di lavoro” con detenuti che dopo il carcere hanno subito anche questa "pena supplementare". Proprio qui, oltre la rete sorretta da pali verdi ed i resti dei muraglioni del Forte Urbano (a Castelfranco in provincia di Modena) il 21 marzo scorso è stato inaugurato alla presenza di ministri e autorità locali il primo carcere speciale per tossicodipendenti.

Il progetto è stato preparato dalla comunità di San Patrignano: la “struttura a custodia attenuata” è dedicata a persone tossicodipendenti e potrà accogliere fino a 140 persone.

Il ministro Fini, lo scorso 16 febbraio in un incontro dedicato a "Strategie nazionali e internazionali nella lotta alla droga" ha affermato che Castelfranco è una struttura per il recupero di detenuti tossicodipendenti condannati a pene detentive che non permettono l'assegnamento alla comunità. Sottolinenando come, anche per chi è condannato per omicidio e non può uscire dal carcere, lo Stato non debba rinunciare all'idea di un recupero dalla tossicodipendenza.

Una struttura, dunque, molto diversa dai Servizi a custodia attenuata esistenti da più di un decennio (il primo è stato aperto a Rimini nel 1992) in otto carceri italiane e che prevedono “reparti” con 10 o 15 detenuti al massimo.

A detta di San Patrignano questa esperienza raprresenta un modello per le altre realtà attive nel campo del recupero e del reinserimento, un progetto d'avanguardia, di forte valenza educativa e sociale.

Ma, alcuni giuristi e responsabili di comunità, sostengono che una realtà di questo tipo cancella i diritti previsti per i tossicodipendenti: il sistema delle pene alternative al carcere e soprattutto dell'affidamento in comunità è già previsto dall'ordinamento vigente. Le difficoltà di applicazione sono dovute alle alte pene dei detenuti tossicodipendenti per il cumulo dei reati, alla lentezza dell'esame delle domande da parte dei tribunali di sorveglianza e infine alla non volontà di una parte dei detenuti a sottoporsi a questa misura.

Cosa dunque accadrà ora per le comunità terapeutiche e la loro mission sociale, pedagogica, riabilitativa? Come si interpreta e valuta un soggetto privato che si sostituisce all'amministrazione pubblica nella gestione concreta dell'esecuzione penale? L’affidamento ad organizzazioni del terzo settore di strutture di “sorveglianza e pena” prefigura e meno uno scenario all’interno del quale il volontariato fungerà da controllore politico ociale della devianza? Gli operatori sociali dovranno diventare secondini oppure i secondini saranno impiegati al loro posto?

Acarus, aprile 2005

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