Una parola ultima e semplice che dica il senso vero della storia
non c'è.
Come le lettere di una parola, la vita e la storia hanno un senso.
-- Wilhelm Dilthey
Quello che proprio non capisco è come tu possa pensare che la democrazia
e la tua cultura possano convivere. Alla massa non interessa affatto,
perché la testa non vuole domande e la pancia vuole soddisfazione.
Alla politica neppure, perché il suo potere dipende dalla stupidità
della massa. E tantomeno interessa ai veri potenti, a quelli che
hanno i soldi, perché la cultura costa denaro.
-- Rob Riemen
1. Trovar posto -- Prologo 
Se la storia sembra a tratti rivelare con un certo anticipo il destino
di una civiltà, questo può accadere forse proprio durante certe svolte
epocali, quando c'è una trasfigurazione di valori e riferimenti e
nuovi soggetti sembrano disegnare scenari fino ad allora inediti.
Uno di questi mutamenti epocali è contrassegnato secondo Ortega dall'avvento
delle «masse» sulla scena storica durante l'era moderna, quando s'incomincia
a «non trovare posto» in pubbliche manifestazioni, spettacoli, concerti
o assemblee.
La maniera migliore di avvicinarsi all'idea di «massa» è infatti
per Ortega proprio quella di riferirci a un'esperienza visiva, sottolineando
un aspetto della nostra epoca che è ogni giorno sotto i nostri occhi:
«semplicissimo ad essere enunciato, per quanto non sia altrettanto
semplice ad essere analizzato, lo possiamo denominare il fenomeno
della agglomerazione, del «pieno». Le città sono piene di gente. Le
case, piene di inquilini. Gli alberghi, pieni di ospiti. I treni,
pieni di viaggiatori. I caffè, pieni di consumatori. Le strade, piene
di passanti. Le anticamere dei medici più noti, piene di ammalati.
Gli spettacoli, non appena non sono troppo estemporanei, pieni di
spettatori. Le spiagge, piene di bagnanti. Quello che prima non soleva
essere un problema incomincia ad esserlo quasi a ogni momento: trovar
posto».1
Questo fenomeno del «pieno», del «non trovar posto», era tuttavia
comparso con un notevole anticipo già durante l'età imperiale romana,
quando poteva capitare di non trovare posto a teatro o lungo il percorso
di un ritorno trionfante da una guerra vittoriosa. «La storia dell'Impero
Romano -- scrive Ortega -- è anche la storia del sovvertimento e dell'imperio
delle masse, che assorbono e annullano le minoranze dirigenti e si
mettono al loro posto. Allora si produce anche il fenomeno dell'agglomeramento,
del pieno. Per questo, come ha osservato assai bene Spengler, fu necessario
costruire, proprio come adesso, enormi edifici. L'epoca delle masse
è l'epoca del colossale».2
Certo, dopo l'impero romano, le masse sembrano riaffacciarsi sul
proscenio della storia, e questa volta con un ruolo da stabili protagoniste,
durante la rivoluzione francese e d'allora in poi hanno costituito
un soggetto dotato di una personalità autonoma, dando vita a dinamiche
sociali e culturali del tutto particolari e rivoluzionarie.
Intorno agli inizi degli anni trenta del Novecento, il fatto che
caratterizza la vita pubblica europea è, secondo Ortega, proprio «l'avvento
delle masse al pieno potere sociale».3
Poiché le masse non sono in grado di «dirigere la propria esistenza,
e tanto meno governare la società»,4
all'epoca della pubblicazione del suo saggio -- uno dei suoi più letti
e conosciuti in tutto il mondo -- l'Europa soffre «la più grave crisi
che tocchi di sperimentare a popoli, nazioni, culture. Questa crisi
si è verificata più di una volta nella storia. La sua fisionomia e
le sue conseguenza sono note. Se ne conosce anche il nome. Si chiama
ribellione delle masse». 5
2. La ragione storica e la felicità 
La riflessione di Ortega sul ruolo e le prerogative delle masse s'intreccia
con quelle concernenti il significato e la funzione della storia:
questa è il tentativo di recuperare il «tempo perduto, di quella parte
attuale di noi uomini che è il nostro passato, e che ci è sconosciuto».6
Ciò che si nasconde nel tempo passato può essere ritrovato attraverso
la narrazione, che «è una forma della ragione, nel senso più esteso
del termine, come lo è la ragione fisica, matematica, logica».7
Anzi, dato che il raccontare è l'unica attività «capace di comprendere
la realtà umana, poiché l'essenza di questa è di essere storica,
è storicità»,8
la ragione storica è «più razionale della fisica, più rigorosa, più
esigente [...] non accetta niente come puro fatto, ma fluidifica ogni
fatto nel fieri da cui proviene».9
Ortega è convinto che l'uomo sia un animale fantastico, un essere
narrante, e che la storia universale costituisca «lo sforzo gigantesco
e ultramillenario di mettere, piano piano, un po' di ordine nella
fantasia», addomesticando la nostra smisurata immaginazione e affinando
così progressivamente le nostre facoltà intellettuali.10
Il progressivo sviluppo di tali facoltà ha naturalmente un ruolo decisivo
nella costante ricerca della felicità da parte dell'uomo: questa lo
induce infatti a cercare di trasformare il mondo e, più in particolare,
la specifica circostanza in cui si trova a vivere. L'essere umano
aspira infatti a vivere in un mondo in cui siano realizzabili tutti
i suoi desideri, anche quelli più improbabili o addirittura impossibili,
e per conseguire quest'obiettivo egli deve sviluppare una tecnica.
Anche la fisica, che per tanti secoli ha costituito la disciplina
di riferimento per tutte le altre scienze naturali, ha assunto un
ruolo così rilevante perché lasciava intravedere «la possibilità di
una tecnica illimitata», costituendo perciò una sorta di «organo della
felicità umana», tanto che il suo progressivo imporsi può essere considerato
«il fatto più importante della storia universale».11
Pur cercando costantemente di conseguire una maggiore felicità mediante
lo sviluppo della tecnica, la storia umana non è tuttavia raffigurabile
come un progresso continuo lungo questa via direttiva, ma è piuttosto
costituita da epoche di avanzamento e di regresso, o di riposo, durante
le quali prevalgono alternativamente i novatori o i conservatori,
coloro che hanno fiducia nel futuro e nel progresso o coloro che se
ne stanno sulla difensiva, gli ottimisti che preferiscono spenderli
in divertimenti o piuttosto i pessimisti che preferiscono investire
i loro denari in medici e medicine.
«Qualche volta mi è capitato di pensare -- scrive Ortega -- che ci
sono due specie di epoche storiche: in alcune gli uomini si preoccupano
più di procurarsi dei piaceri che di evitare dolori; in altre succede
l'inverso. Un sintomo economico può servire d'indice per differenziarle:
nelle prime si paga di più il giullare che il medico che toglie il
dolore, nelle seconde più il medico del giullare. Noi viviamo decisamente
in un'età di questa seconda specie: abbiamo eccellenti cliniche e
orribili spettacoli; inventiamo analgesici nuovi ma non divertimenti».12
Nell'ambito di questa alternanza di fasi storiche, la cultura di
una civiltà può manifestare i segni di una crisi profonda, tanto profonda
da metterne in discussione la stessa sopravvivenza. Con il termine
«cultura» Ortega si riferisce al «sistema di convinzioni ultime sulla
vita: ciò che si crede del mondo con fede assoluta e radicale. Questa
fede può essere scientifica o no, religiosa o senza Dio. L'importante
è che l'uomo veda davanti a sé, con evidenza decisiva, l'architettura
del suo mondo. Poiché vivere è trattare con un ambiente, preoccuparsene,
sperare e temerlo. Se questo ambiente nel quale si vive si disorganizza,
se manca di punti cardinali su cui orientarsi, se l'uomo giunge a
questa ultima sincerità di non sapere ciò che è possibile e ciò che
è impossibile, non può vivere autenticamente. Siccome non ci sarà
mai una ragione per fare una cosa piuttosto di un'altra si abituerà
a vivere provvisoriamente».13
Quando l'uomo non riesce a vedere distintamente davanti a sé l'architettura
del suo mondo e quindi non si trova saldamente collocato all'interno
di un sistema di credenze e convinzioni, rischia di trovarsi in una
situazione drammatica. Egli può tuttavia non rendersi conto di tale
drammaticità per il semplice fatto che la vita è nel suo complesso
sempre avvertita come un fatto positivo e una promessa di felicità.
Se la storia è una costante ricerca della felicità da parte dell'uomo
e se tale ricerca si manifesta innanzitutto nel tentativo di vivere
più comodamente, più a proprio agio, in una maniera che sia meno oppressa
e condizionata dai bisogni materiali, dal lavoro e dal dolore, gli
aspetti negativi della vita, il dolore e la fatica, non costituiscono
per questo elementi esclusivamente negativi. Ogni epoca impara a trasformarli,
a contestualizzarli e a rielaborarli in modo che risultino accettabili.
Anche gli storici, dunque, dovrebbero cercare di comprendere che cosa
abbia reso ogni epoca sopportabile, o accettabile, complessivamente
felice, dovrebbero cioè proporsi «di capire ciò che nella sua ultima
intimità fu la vita di questa o quell'epoca», e poiché «ogni epoca
si sente, in fondo, felice»,14
la storia dovrebbe innanzitutto cercare di comprendere cosa ha reso
possibile la specifica forma di felicità propria di ogni epoca.
Che la vita sia nel suo complesso sempre felice è provato secondo
Ortega dal fatto che «nessuna epoca ha voluto seriamente essere diversa.
Il vago desiderio di ciò -- di vivere in questo o in quel tempo passato
o futuro -- appartiene alla voluttà della vita e contribuisce a definire
la fisionomia di certi secoli. Ma le disgrazie sono appena meteoriti
che cadono sulla felicità costitutiva, sostanziale, inalterabile,
di ogni astro. I lamenti sui 'tempi che corrono' sono un fattore di
piacere, di gioia della lamentela, la delizia del piangere. In Hegel
c'è un'allusione a questo fatto -- continua Ortega -- che non ho visto
sottolineata né sfruttata da nessuno. Ogni epoca ha la sua vita e
la sente come sua, perché in essa, così come è, si sente felice. L'errore
sta nel credere che la felicità escluda il dolore e le noie. Invece
le include, essi ne sono ingredienti necessari. Lo storico non ha
capito un'età se non si è calato fino allo strato in cui è felice.
Terribile mistero della vita che è in ogni tempo profondamente, irremovibilmente,
beata e riposa in se stessa».15
3. Tra passato e futuro 
La gioia e il dolore costituiscono dunque i due lati di una stessa
medaglia e si alimentano e interpretano a vicenda. Analogamente, la
ragione storica e la ragione vitale non possono prescindere una dall'altra,
in quanto la storia è necessariamente, se la si intende correttamente,
nient'altro che storia della vita in tutti i suoi multiformi aspetti.
La ragione storica è pertanto una ragione «dialogante e comunicativa»,16
che aspira a conseguire un'immagine complessiva dalla vita umana nel
tempo.17 Poiché la
vita è inesorabilmente proiettata verso il futuro, per individuare
la direzione di tale proiezione la storia non può che cercare di ripercorrerla
a ritroso. Ma in tale ricerca del passato, l'obiettivo rimane essenzialmente
quello di decifrare il futuro, ovvero di cercare di capire ciò che
dobbiamo essere e diventare.
La vita è infatti «questa paradossale realtà che consiste nel decidere
ciò che dobbiamo essere; pertanto, nell'essere ciò che ancora non
siamo, nel cominciare ad essere il futuro. Contrariamente all'essere
cosmico, il vivere comincia dal dopo».18
«Il mio futuro -- spiega Ortega -- mi fa scoprire il mio passato per
realizzarsi. Il passato è ora reale, poiché lo vivo, e quando incontro
nel mio passato i mezzi per realizzare il mio futuro, allora scopro
il mio presente. E tutto questo accade in un istante; in ciascun istante
la vita si dilata nelle tre dimensioni del tempo reale interiore.
Il futuro mi riporta verso il passato, questo verso il presente, da
qui mi proietto di nuovo verso il futuro che mi lega al passato, e
questo ad un altro presente, in un eterno movimento».19
La vita umana ha una dimensione essenzialmente storica proprio in
quanto è proiettata verso il futuro e può interpretare se stessa solo
grazie all'ipotetico viaggio di ritorno dal suo futuro anteriore.
Siamo ciò che siamo solo alla luce di ciò che potremo essere stati,
sia in quanto individui che come civiltà. La conseguenza più rilevante
di tale ineludibile storicizzazione dell'esistenza è la radicale impermanenza
della condizione umana: l'uomo non sarà per sempre ciò che è oggi,
così come oggi è diverso da ciò che è stato in passato. L'uomo non
sarà mai per sempre ciò che è stato: «la permanenza delle forme nella
vita umana è un'illusione ottica originata dalla rozzezza dei concetti
con cui le pensiamo, e in virtù della quale idee che solo varrebbero
se applicate a quelle forme astrattamente, si usano come se fossero
concrete e, di conseguenza, come se rappresentassero autenticamente
la realtà».20
La filosofia, nel suo tentativo di interpretare il mondo, la vita
e la storia, sarà dunque altrettanto transeunte, ma al tempo stesso
dovrà cercare di superare e conservare, come prima Hegel e poi Croce
hanno in modo diverso sostenuto, le proprie precedenti posizioni:
«il tempo attuale richiede i tempi anteriori, e perciò una
filosofia è quella vera non quando è definitiva -- cosa inimmaginabile
-- ma quando porta in sé, come le viscere, i passati e scopre in essi
il «progresso all'interno di sé medesima». La filosofia è così storia
della filosofia e viceversa».21
Se la filosofia e la storia della filosofia coincidono, è anche perché
sia la filosofia che la storia hanno, in definitiva, come loro oggetto
privilegiato la vita stessa. Si potrebbe dire, che mentre la filosofia
si rapporta alla vita partendo dai suoi problemi, la storia la narra
e ricostruisce a partire dalle sue soluzioni e dai rischi ad esse
connessi. La storia, più in particolare, è definita da Ortega «la
scienza sistematica della realtà radicale che è la vita. È, quindi,
scienza del più rigoroso e più attuale presente».22
Ma l'oggetto di tale scienza è del tutto particolare, è sfuggente
e cangiante. Poiché l'oggetto della storia è la vita umana e in essa
tutto «è un rischio costante e assoluto»,23
la storia dovrà conseguentemente sempre cercare di decifrare le forme
assunte da tale rischio nelle diverse epoche che si proporrà di indagare.
La conoscenza storica sarà pertanto il tentativo di conoscere il progetto
che stiamo intraprendendo e il rischio ad esso connesso, tutte le
difficoltà che ci accingiamo ad affrontare, perché «la pretesa o progetto
che siamo opprime con il suo particolare profilo il mondo che ci circonda.
E questi risponde a quella vessazione, accettandola o opponendo resistenza,
facilitando cioè la mia pretesa in alcuni punti o mettendola in difficoltà
in altri».24
Vivere significa sempre vivere nel presente e poiché il presente
può essere letto e interpretato solo alla luce di quanto un giorno
saremo stati, l'esercizio della ragione storica costituisce il principale
strumento e antidoto contro il rischio continuo di sbagliare vita,
di trovarci un giorno a scoprire di aver vissuto una vita non nostra.
Nel suo pellegrinare nel tempo e nella vita, la ragione storica consente
all'umanità di liberarsi di volta in volta delle catene e delle limitazioni
che si nascondono nel tempo presente rendendo la sua vita sempre un
po' più libera e consapevole.
«L'uomo -- scrive Ortega -- vivendo, fa e rifà. Continua ad accumulare
essere, passato: diviene un essere nella serie dialettica delle sue
esperienze. Questa dialettica non fa parte della ragione logica, ma
di quella storica, è la Realdialetik su cui Dilthey, l'uomo
cui dobbiamo di più sull'idea della vita, il pensatore più importante
della seconda metà del secolo XIX, fantasticava in un angolo delle
sue carte. In cosa consiste questa dialettica che non sopporta le
facili anticipazioni della dialettica logica? Ah! Questo è quanto
occorre verificare con i fatti (...). L'uomo è quel che gli è accaduto,
ciò che ha fatto. Sarebbero potute succedergli, avrebbe potuto fare
altre cose, ma quello che gli è effettivamente successo, che ha fatto
costituisce un'inesorabile traiettoria di esperienza che porta con
sé, come il vagabondo, il fagotto dei suoi averi. L'uomo è il pellegrino
dell'essere, colui che è essenzialmente emigrante. Per questo non
ha senso porre limiti a ciò che l'uomo è capace di essere».25
4. Progresso e senso della storia 
La vicenda di un simile pellegrinaggio smentisce la favola che l'uomo
sia un animale essenzialmente egoista, come Hobbes, Smith e altri
prime e dopo di loro hanno ritenuto: «è stato un incalcolabile errore
sostenere che la vita, abbandonata a se stessa, tende all'egoismo,
quando invece è, alla sua radice e per essenza, inevitabilmente altruista.
La vita è il fatto cosmico dell'altruismo ed esiste solo in quanto
emigrazione dell'Io vitale verso l'Altro».26
La vita è in viaggio verso l'Altro, è un continuo pellegrinaggio
verso ciò che ci manca, che proprio in quanto ci manca è più presente
e reale di quanto si trova già nella nostra disponibilità. «Ogni cosa
nella mia vita è -- scrive ancora Ortega -- originariamente un sistema
o equazione di comodità e scomodità. Quando una cosa mi è comoda,
mi fa problema, perché ne ho bisogno e non ho «a che fare» con essa,
perché mi manca. Le cose, quando mancano, incominciano ad avere un
essere. L'essere è appunto, ciò che manca nella nostra vita, l'enorme
buco o vuoto della nostra vita che il pensiero, nel suo sforzo incessante,
si affanna a colmare».27
Il continuo tentativo di colmare, da parte dell'uomo, tale vuoto
costituisce un nervo teso all'interno del suo destino. Ma il destino
individuale non coincide per questo necessariamente con quello della
civiltà a cui l'individuo appartiene. La costante ricerca della felicità
che attraversa la vita umana può infatti assumere forme diverse in
relazione alle prospettive teoriche e conoscitive adottate da ciascuno
e queste talora entrano in contrasto stridente con quelle della civiltà
in cui si trova a vivere. Ma non solo: il destino esistenziale di
ogni individuo può trovarsi in contrasto anche con quell'insieme di
credenze, convinzioni e conoscenze che caratterizza la prospettiva
che tendenzialmente orienta la sua stessa vita. La possibilità di
un tale stridente contrasto dovrebbe farci comprendere che, sebbene
noi «dobbiamo, senza alcun dubbio e sempre di più, vivere con idee»,
dovremmo anche cercare di «smettere di vivere a partire dalle
nostre idee e imparare a vivere a partire dal nostro inesorabile,
irrevocabile destino. È quest'ultimo a dover decidere sulle nostre
idee e non il contrario».28
Un obiettivo simile potrebbe risultare astratto e o incomprensibile
se non tenessimo conto che per Ortega il destino di ognuno si manifesta
in una vocazione riconoscibile, e che è pertanto intorno a tale riconoscimento
che le nostre idee possono disporsi organicamente, così da dar corpo
a una architettura del mondo di fronte alla quale non si corra il
rischio di perdere l'orientamento e di tradire la propria vita.
La possibilità stessa di un simile tradimento ci aiuta poi a comprendere
perché la storia non consista in un progresso continuo e lineare.
Il fatto che il destino individuale possa trovarsi in contrasto con
il sistema d'idee di ciascuno rende gli individui variabili imprevedibili
e restituisce loro un ruolo determinante nella storia. L'hegeliana
astuzia della ragione trionfa anche in virtù di questa imprevedibilità,
dato che, per realizzare il suo piano razionale, la usa per nutrire
la stessa razionalità del proprio disegno: se infatti ciascuno operasse
per realizzare il progetto razionalmente più condivisibile questo
potrebbe attuarsi a prescindere dai contributi personali più originali
e imprevedibili, trasformando la ragione stessa in una mera esecutrice
di un piano preordinato in base alla condivisione di un comune e immutabile
progetto razionale, la qual cosa, in effetti, non richiederebbe una
grande dose di astuzia.
Le critiche orteghiane all'idea progressista prendono così le mosse
proprio da questa disamina più generale della condizione umana e della
sua relazione con la storia e arrivano a cogliere le implicazioni
illiberali e deterministiche dello storicismo di matrice hegeliana
-- del quale pur condivide, come si è accennato, alcuni aspetti fondamentali
-- evidenziando in esso rischi non molto diversi da quelli che in
seguito vi verranno ravvisati anche da Popper. 29
«L'idea progressista -- scrive Ortega -- consiste non esclusivamente
nell'affermare che l'umanità -- un ente astratto, irresponsabile,
inesistente -- progredisce (il che è certo), ma che per di più progredisce
necessariamente. Una simile idea ha reso insensibile l'europeo e l'americano
nei confronti del rischio radicale, dinanzi cioè alla sostanza stessa
dell'uomo. Se infatti l'umanità progredisce inevitabilmente, vuol
dire che possiamo lasciar perdere tutto, toglierci qualunque preoccupazione,
irresponsabilizzarci, o -- come diciamo in Spagna -- «tumbarnos
a la bartola», lasciare che essa, l'umanità, ci conduca inevitabilmente
alla perfezione ed alla felicità. La storia umana resta pertanto svuotata
di ogni drammaticità e ridotta ad un tranquillo viaggio turistico
organizzato da una qualunque agenzia turistica Cook di rango
superiore. Marciando così sicura verso la sua pienezza, la civiltà
in cui siamo imbarcati è come l'omerica nave dei Feaci, che senza
alcuna guida navigava dritta verso il porto. Noi paghiamo adesso proprio
questa sicurezza».30
Proprio il fatto che il destino individuale non dipende in maniera
deterministica da alcun sistema conoscitivo, impedisce che la vita
possa trasformarsi in un simile viaggio organizzato. L'uomo non ha
di fronte a sé soltanto un mondo organizzato più o meno razionalmente,
ma un mondo che è attraversato da un mistero indecifrabile: «nella
vita dell'uomo, il contorno è più potente dell'uomo, precisamente
perché una delle sue parti -- il futuro -- non è lì. Ed il futuro
è infinito non già nel tempo e nella quantità, ma nella qualità. È
l'indefinito: mistero, informe, imminente». L'uomo ha quindi bisogno
di ridurre tale infinito «alla dimensione finita e limitata della
sua vita. Deve, cioè, forgiare uno scorcio finito dall'infinito».31
È grazie alla forma assunta da questo scorcio finito che anche il
futuro può prendere forma, e attraverso di esso anche il nostro presente:
«nella vita la causa del nostro ora è il nostro futuro, che è pertanto
anteriore. La vita comincia con l'essere futuro e solo perché noi
viviamo nel futuro sorge la circostanza presente con i suoi caratteri
concreti, comodi o scomodi».32
Il fatto che la vita possa essere letta e vissuta intraprendendo
un duplice viaggio di andata e ritorno verso e dal futuro attraverso
il passato, la rende essenzialmente storica e ne fa il realistico
e intelligibile oggetto d'indagine della storia. Né l'una né l'altra
si sviluppano in modo lineare e continuo verso il futuro, ma entrambe
prendono forma anche attraverso la retroazione dello stesso futuro
sul passato, e viceversa.
La concezione orteghiana del rapporto tra il passato e il futuro
nella storia individuale e collettiva era già stata anticipata per
alcuni aspetti da Dilthey. Anche per il filosofo tedesco infatti «la
nostra concezione del significato della vita muta continuamente. Ogni
progetto di vita è manifestazione di una comprensione del significato
della vita. Ciò che ci proponiamo come scopo nel futuro, condiziona
la determinazione del significato di ciò che è passato».33
Ortega riconosce a Dilthey, tra gli altri suoi meriti, quello di
aver rifiutato una concezione intellettualistica della conoscenza
e di aver considerato la coscienza individuale come parte di una coscienza
umana universale. Entrambi, attribuiscono alla ragione storica un
ruolo fondamentale nell'ambito della vita umana, sia di quella individuale
che di quella che caratterizza lo sviluppo di ogni civiltà. Ortega,
tuttavia, sottolinea in maniera più marcata il fatto che la storia
non è semplicemente un'applicazione della ragione ai temi storici
e vitali, ma è -- come spiega Julián Marías -- «estratta dalla vita,
cioè, è la vita nella sua funzione di farci apprendere intellettualmente
la realtà».34 In
altri termini, la vita, pervade la ragione stessa in maniera rigorosa
e capillare, «la costituisce, e non è qualcosa di secondario e derivato».35
Il compito della storia non consiste, pertanto, solo nel tentativo
di spiegare dei fenomeni storici, così come un fisico potrebbe proporsi
di spiegare dei fenomeni naturali, ma piuttosto in quello di intendere
il suo stesso senso, che coincide con il senso del fenomeno umano,
della vita umana in generale. Fine di ogni storico sarà dunque il
cercare di dilatare la propria perspicacia per comprendere un senso
che non è ancora pienamente emerso e che continua a costruirsi anche
mentre cerchiamo di comprenderlo.
Per realizzare un simile obiettivo, che sfiora il paradosso, dobbiamo
saperci distanziare e avvicinare a un tempo al periodo storico che
stiamo indagando: da un lato dobbiamo distanziarci dal tipo di umanità
che lo ha abitato e incarnato per scoprire quanto la differenzia dal
nostro modo di rapportarci alla vita, a noi stessi e alla società;
d'altro lato possiamo riuscire a conseguire un simile obiettivo solo
partendo dal presupposto che siamo legati a quell'umanità, che risulterà
per tanti aspetti molto diversa e distante dalla nostra, da un'affinità
essenziale, e cioè dal fatto che siamo entrambi alla ricerca del senso
che emana dalla nostre vite.36
Questa affinità essenziale ci permette di procedere sulla via della
ricostruzione storica, nella ricerca del senso che dalla storia emana,
ciò che si può fare cercando di «vedere se nel caos rappresentato
dalla serie confusa degli avvenimenti possano essere individuati linee,
aspetti, tratti, insomma una fisionomia», perché «non esiste un'epoca
nella quale il destino storico non abbia rappresentato qualcosa come
un volto o un sistema di forme riconoscibili».37
5. La storia e le generazioni 
Così come l'andamento della vita ha dei periodi di stasi, in cui
sembra riposarsi e non procedere, anche l'incedere della storia subisce
fasi alterne, rivelandosi ondulatorio piuttosto che lineare, e ciò,
in particolare, a causa del gioco che vi svolgono i contrasti generazionali.
Nonostante la continuità apparente del processo che ci ha condotto
fino al punto in cui siamo, sarebbe «falso dire che la storia cambia
costantemente. La realtà storica è capace anche di riposare. La storia
cambia ogni quindici anni durante i quali riposa, e cambia ogni quindici
anni perché è questa la durata del predominio di una generazione.
La generazione è il passo con cui cammina la storia e per questo la
vita umana consiste in un dramma di architettura diversa per ogni
generazione».38
Ogni civiltà giunge al momento culminante dal quale produce le prospettive
filosofiche e culturali che la caratterizzano non secondo un processo
continuo e ascendente, come il progressismo post-illuminista immagina.
Il conflitto generazionale che pervade ogni realtà storica determina
infatti fasi diverse e contrastanti, durante le quali la storia avanza
più rapidamente o tende a contrarre e ridurre la propria andatura.
«La realtà storica, nel suo nucleo denso e sostanziale, è costituita
sempre dalla collaborazione polemica di due generazioni. L'aspetto
essenziale nel concetto di 'generazione storica', a differenza delle
generazioni genealogiche -- cioè zoologiche -, non è che le generazioni
si succedono ma, in un certo senso, nel contrario: che in gran parte
del tempo le generazioni coincidono, si sovrappongono, s'incastrano.
Ci sono sempre due generazioni che agiscono pienamente allo stesso
tempo, sugli stessi temi e sulle medesime cose, però con differente
indice di età e, pertanto, in direzioni diverse: una in difesa, l'altra
all'attacco.39
Come scrive Adone Brandalise, la teoria orteghiana delle generazioni
«tende pertanto a dimostrare che la storia è sempre mutamento ma,
nello stesso tempo, che questo mutamento non è continuismo orientato
o progressismo generico. Dire che la realtà cambia costantemente non
significa annullare il cambiamento nella pura ripetitività, né segnalare
un ritmo rassicurante che renda la stessa mutazione pura prosecuzione.
La successione delle età può dare luogo ad accelerazioni o a rallentamenti,
a soste pressoché totali o a improvvisi scatti innovativi. In questo
senso esiste una relazione di analogia tra il succedersi delle generazioni
e il modo in cui Ortega immagina la vicenda individuale».40
Se sul piano individuale «io sono io e la mia circostanza» -- per
usare una frase che ricorre più volte negli scritti orteghiani e che
designa il centro della sua filosofia -- sul piano storico «la generazione
è il luogo in cui la stessa circostanza si fa 'io'».41
Ma sia che si tratti d'individui sia che si tratti di generazioni,
chi oggi gioca in difesa può scegliere questa strategia a ragion veduta
e con fondati motivi solo se ha giocato all'attacco da giovane e possiamo
ritenerci davvero adulti solo nella misura in cui sappiamo riconoscere
i nostri errori di gioventù, ma abbiamo anche conservato viva e attiva
la memoria delle cause e del significato di tali errori, della tendenza
a trasformare il mondo e noi stessi che li ha motivati.
6. L'uomo-massa e la storia 
Una riconoscenza analoga a quella che dovremmo avere verso il nostro
passato individuale dovremmo averla anche nei confronti della storia
e della cultura. Noi «pensiamo ciò che pensiamo, amiamo ciò che amiamo,
le nostre illusioni e i nostri entusiasmi sono ciò che sono perché
prima di noi gli uomini avevano pensato, amato e adorato altre cose
e tutto rimane custodito nella memoria. Conserviamo il passato per
evitarlo: questo è il privilegio umano. L'uomo maturo deve la sua
maturità all'essere stato giovane; se gli estirpassimo, come per incanto,
questa sua giovinezza, l'uomo maturo cesserebbe di essere tale e comincerebbe
ad essere di nuovo giovane. La maturità, per quanto risulti paradossale,
è fatta di giovinezza e di fanciullezza. Perché l'uomo sia maturo,
bisogna che la sua gioventù non se ne sia andata del tutto, ma continui
ad essere giovane nella peculiare forma di 'esserlo stato'. Lo stesso
accade con la vita collettiva, con la vita storica. L'occidentale
di oggi è così com'è perché prima è stato positivista e democratico,
e prima ancora assolutista e razionalista, e prima umanista, e prima
ancora cristiano come San Francesco o Dante ecc. Tutti questi modi
d'essere perdurano nel tipo storico attuale, nella forma in cui l'uomo
occidentale 'è stato' una volta».42
Gli uomini che hanno la fortuna e la capacità di poter riconoscere
lo sfondo del proprio destino presente nelle civiltà che hanno contribuito
a forgiarlo saranno però solo coloro che avranno sviluppato gli strumenti
intellettuali necessari per rileggere «criticamente» la storia, e
quindi costituiranno soltanto un'elite limitata, perché si
tratta di un'impresa non facile, rispetto alla quale è impossibile
che un'epoca riesca a fornire equamente a tutti gli strumenti intellettuali
e morali più idonei.43
L'accesso ad un uso appropriato della ragione storica risulta limitato
e circoscritto a pochi, perché «la ragione è stata e sarà sempre essenzialmente
qualcosa di ricercato. Per questo lo snobismo di fronte ad essa è
molto giustificato ed è stato di grande fecondità nello svolgimento
della vicenda umana. È stato necessario arrivare alla bestialità del
nostro tempo, che forse non trova riscontro in nessun altro momento
del passato, perché questo snobismo quasi sparisca. L'uomo-massa in
effetti crede di sapere tutto senza bisogno di ragioni».44
La peculiare forma di presunzione che caratterizza l'uomo-massa dipende
dal fatto che questi «crede che la civiltà in cui è nato e che usa
è tanto spontanea e primogenita come la Natura».45
Questa credenza lo trasforma in un essere primitivo, al quale la civiltà
appare come un luogo selvaggio. Per lui i principi stessi su cui si
fonda la civiltà contemporanea non esistono: «non lo interessano i
valori fondamentali della cultura, non si fa solidale con essi, non
è disposto a porsi al loro servizio».46
Tra le molte cause che hanno determinato questo fenomeno, ad Ortega
preme sottolinearne una in particolare: «la civiltà, quanto più si
avanza si fa più complessa e più difficile. Ogni volta è minore il
numero di persone il cui intelletto sia all'altezza di questi problemi.
Il dopoguerra ce ne offre un esempio assai esplicito. La ricostruzione
dell'Europa -- quando Ortega scrive queste righe si stanno ancora
vivendo le drammatiche conseguenza del primo conflitto mondiale --
è un'impresa troppo algebrica, e l'europeo «volgare» si rivela inferiore
a così sottile compito. Non che manchino le teste. Più esattamente
ci sono alcune teste, molto poche, però il corpo volgare dell'Europa
non vuole mettersele sopra le spalle. Questo squilibrio fra la sottigliezza
complicata dei problemi e la capacità delle menti sarà ogni volta
maggiore se non si trova un rimedio, e rappresenta la più elementare
tragedia della civiltà».47
Una simile tragedia è destinata a sopraggiungere solo nel momento
culminante di un'epoca di decadenza, e cioè quando le minoranze più
qualificate e autorevoli sotto il profilo morale e intellettuale perdono
le loro qualità di eccellenza. Quando tali minoranze perdono quelle
qualità che determinavano la loro elevazione e il loro prestigio divengono
inefficaci e corrotte, e allora contro di esse «si ribella giustamente
la massa».48 Questa
tende però a generalizzare le obiezioni ispirate da una aristocrazia
dirigente divenuta ormai inadeguata e, invece di cercare di «sostituirla
con un'altra più virtuosa», cerca di «eliminare ogni aristocrazia.
Si arriva a credere che è possibile l'esistenza sociale senza minoranza
eccellente; ancor di più: si costruiscono teorie politiche e storiche
che presentano come ideale una società senza aristocrazia. Siccome
questo è positivamente impossibile, la nazione continua acceleratamente
la sua traiettoria»» .49
Tale traiettoria conduce i popoli a realizzare una società sempre
più precaria e disorganica, in cui la concordia sociale si rivela
sempre più carente e inadeguata; ovvero, a dare vita a società che,
in senso stretto, non sono tali. Un insieme d'individui infatti forma
una società solo se tra loro sussiste una concordia sociale sufficiente
per stabilire i criteri che permettono di scegliere chi deve guidarli;
altrimenti la stessa società sarà destinata a sopravvivere in uno
stato di torpore. Questi due aspetti non sono indipendenti, perché
ogni sostanziale concordia implica la condivisione di «una credenza
ferma e comune su chi deve comandare».50
7. Le masse, gli intellettuali e la filosofia

Ortega è convinto che, man mano che una civiltà progredisce, la realizzazione
di tale concordia sia sempre più problematica e che la società sia
anche destinata a imbattersi in pericoli sempre maggiori.51
Tra questi, quello che spicca sugli altri come il più gravoso di conseguenze
epocali è la tendenza all'omogeneizzazione che accompagna la crescita
degli agglomerati umani. Una simile omogeneizzazione è una cosa ben
diversa dalla condivisione di quei valori o principi che per Ortega
dovrebbero stare alla base della società. A causa del ruolo sempre
più ingombrante che tali agglomerati assumono nella storia, i tesori
della civiltà, i valori su cui essa si fonda, la capacità di discuterli
e assimilarli con cognizione di causa tendono a dissolversi nella
massa e le persone che sarebbero capaci di opporre una qualche resistenza
agli effetti negativi di tale fenomeno sono sempre più incapaci d'incidere
sulla storia come vorrebbero e potrebbero.
L'uomo-massa è «fatto di fretta, montato su null'altro che su alcune
esigue e povere astrazioni», e per questo motivo «è identico da un
capo dell'Europa all'altro. A lui si deve il triste aspetto di asfissiante
monotonia che va assumendo la vita in tutto il continente. Quest'uomo
massa è l'uomo previamente svuotato della sua propria storia, senza
passato nelle viscere e, per tanto, docile a tutte le discipline chiamate
«internazionali». Più che un uomo, è soltanto una carcassa d'uomo
costituito da meri idolafori; manca di un «dentro», di una
intimità sua, inesorabile e inalienabile, di un io che non si possa
revocare. Di qui il fatto che è sempre disponibile per fingere di
essere qualsiasi cosa: è l'uomo senza la nobiltà che obbliga: sine
nobilitate, snob».52
A differenza delle persone culturalmente e spiritualmente più «nobili»,
che si lasciano guidare da valori morali da cui non deflettono e che
sono pronti a dedicare la propria vita a forgiare l'ethos di
una società, lo «snobismo» dell'uomo massa è viceversa un effetto
della sua indifferenza verso qualsiasi sistema di valori e principi.
Anche la sua propensione a ribellarsi, dipende essenzialmente da questa
sua mancanza d'identità: deve ribellarsi perché solo riunendosi ad
altri in una massa riesce a percepire realmente ciò che è.
Come si è già accennato, l'entrata delle masse sulla scena della
storia costituisce un evento ricco di conseguenze virtualmente drammatiche.
Le masse sono portate a ribellarsi non soltanto per rivendicare dei
diritti legittimi e realistici, ma anche perché sono costituzionalmente
refrattarie a confrontarsi dialogicamente con le minoranze qualificate
di una società. Esse non costituiscono soltanto un imponente agglomerato
umano dal punto di vista quantitativo, ma sono contrassegnate da un
atteggiamento peculiare nei confronti della storia e della cultura.
Non s'identificano con una o più classi sociali e non sono identificabili
attraverso un criterio economico. Per masse cioè non si deve intendere
«soltanto, né principalmente, la 'massa operaia'. Massa è l'uomo medio.
In questo modo si converte ciò che era mera quantità -- moltitudine
-- in una determinazione qualitativa: è la qualità comune, è il campione
sociale, è l'uomo in quanto non si differenzia dagli altri uomini,
ma ripete in se stesso un tipo generico» .53
In modo apparentemente paradossale, questa sua caratteristica si
traduce in una presuntuosa indifferenza nei confronti dei valori e
principi di cui sono portatrici le personalità più eminenti. L'uomo-massa
finisce infatti col dimostrarsi privo di umiltà proprio in quanto,
identificandosi con la moltitudine, presume di poter trarre da tale
identificazione un'autorità indiscutibile, che lo può indurre a porsi
al di là e al di sopra della norme morali su cui si deve necessariamente
basare ogni civiltà e di poter fare a meno di qualsiasi controllo
critico delle posizioni che abbraccia. Anche la sua fiducia negli
specialisti, nel progresso della scienza e della tecnica, non è che
una convalida di quest'atteggiamento di fondo: egli può credere soltanto
all'autorità di coloro di cui non è in grado di verificare la competenza,
di coloro che usano un linguaggio che non può comprendere piuttosto
che di coloro che sarebbe invece capace di capire ed eventualmente
criticare,54 disdegnando
i requisiti morali e culturali che potrebbero renderlo più consapevole
e più responsabile.
Ortega non si sofferma molto ad indagare quali siano le ragioni di
una simile atteggiamento di fondo dell'uomo-massa sotto il profilo
psicologico e non lo attribuisce a qualche pulsione di tipo inconscio,
come fanno invece, in modi diversi, sia Le Bon che Freud. Il concetto
di massa in Ortega si differenzia da quello di «folla» quale è usato
da Gustave Le Bon in un'opera famosa che uscì nel 1895, nonostante
che i due concetti condividano alcune caratteristiche importanti.
Per Le Bon, «quali che siano gli individui che compongono la folla,
per simili o diversi che possano essere il loro modo di vita, le loro
occupazioni, carattere e intelligenza, il solo fatto di essere trasformati
in massa li dota di una sorta di anima collettiva, in virtù della
quale essi sentono, pensano agiscono in modo del tutto diverso da
quello in cui ciascuno di essi, preso isolatamente, sentirebbe o penserebbe
e agirebbe».55 L'incessante
mobilità delle folle non opera secondo Le Bon «che sulle cose superficiali.
In realtà, esse hanno degli istinti conservatori irriducibili e, come
tutti i primitivi, un rispetto feticista per le tradizioni, un orrore
incosciente per le novità capaci di modificare le loro condizioni
d'esistenza».56
Le masse cui fa riferimento Ortega non hanno invece una propensione
alla conservazione, o almeno non ce l'hanno nello stesso senso cui
fa riferimento Le Bon, perché non sono afflitte né da tale ossessivo
rispetto delle tradizioni né dal terrore per le novità. Anche nell'accezione
orteghiana del termine però, esse sono caratterizzate dalla tendenza
ad assecondare quanto è già in atto e sta avendo storicamente successo,
a procedere per inerzia e in base al principio del minimo sforzo,
o della minima tensione, il che le induce a nutrire una certa diffidenza,
che talora può trasformarsi in fastidio, o addirittura in odio e disprezzo,
per tutti quegli individui portatori di valori non convenzionali verso
i quali esse sono inclini a scagliarsi con particolare sollecitudine.
Certo è che, in ogni caso, le masse cui di cui parla Ortega, come
si è visto, non s'identificano con il proletariato, mentre questa
identificazione caratterizza -- per esempio secondo alcuni sociologi
della «Scuola di Francoforte» -- le «folle» che costituiscono l'oggetto
del saggio di Le Bon, nel quale «l'apparenza della descrizione scientificamente
spassionata delle masse si mescola con una sostanziale metafisica
della storia che riecheggia politicamente la critica restauratrice
alla Rivoluzione francese. È in questo spirito che Le Bon identifica
costantemente «massa» con proletariato moderno e movimento socialista.
[...] La massa, per Le Bon, è essenzialmente nemica della civiltà».57
Per Ortega, invece, le masse non s'identificano con nessuna classe
e costituiscono una formazione sociologicamente ed economicamente
trasversale. Tuttavia, nonostante questa differenza, anche per il
filosofo castigliano esse possono rivelarsi nemiche della civiltà,
e ciò nella misura in cui si ritengano portatrici di un diritto peculiare
e ultimo. Non lo sono però essenzialmente, perché quando sanno riconoscere
gli individui che sono portatori di valori di riferimento e sanno
lasciarsi guidare dalla persone cui riconoscono autorevolezza sotto
il profilo morale e intellettuale, dalla loro azione e dal loro ruolo
non scaturisce alcun pericolo particolare.58
Questo si concretizza solo quando non sono in condizione di riconoscere
chi sarebbe in grado di guidarle o quando, attribuendosi aprioristicamente
le conoscenze necessarie per autogovernarsi, ritengono di poter fare
a meno della guida d'intellettuali organici, cioè di persone capaci
di avere una visione d'insieme della società, della sua storia e della
sua cultura, del complesso dei suoi saperi e delle sue credenze.
Uno dei motivi che può indurre le masse a non riconoscere l'autorevolezza
di tale tipologia d'intellettuali è, come si è accennato, il trionfo
dello specialismo in ogni ambito culturale. Lo specialismo ha infatti
sempre di più contraddistinto non solo la scienza -- il che è forse
inevitabile -- ma anche la vita culturale e ha instaurato una frattura
decisa tra il ruolo degli intellettuali e la capacità delle masse
di comprendere le loro analisi e le loro proposte. L'inaccessibilità
ai linguaggi tecnici e spesso criptici di un'intellighenzia
iper-specializzata ha da tempo sottratto alle masse ogni possibile
controllo di quanto le minoranze autorevoli che potrebbero guidarle
sostengono e teorizzano. I mezzi di comunicazione di massa, lungi
dal colmare una tale distanza, sembrano piuttosto rafforzarla proprio
nella misura in cui assecondano i gusti stereotipati di un pubblico
massificato e non si adoperano per colmare questo divario, che un'elite
di specialisti non è portata a cercare di ridurre, ma anzi, ad assecondare.
Lo specialista tende infatti a sostenere, nelle discipline in cui
non è particolarmente competente, «posizioni da primitivo, da ignorantissimo;
ma le assumerà con energia e sufficienza senza ammettere -- e questa
è la cosa paradossale -- «specialisti» di queste questioni. Nello
specializzarlo, la civiltà lo ha reso ermetico e soddisfatto dentro
la sua limitazione; però questa stessa sensazione interiore di dominio
e di valore lo porterà a voler prevalere al di fuori della sua specialità»,
con il risultato che anche l'uomo più qualificato, lo specialista
più competente, che dovrebbe costituire in sé l'opposto dell'uomo
massa, «si comporterà senza qualità e come uomo-massa in quasi tutte
le sfere della vita».59
Tra l'uomo-massa e gli specialisti tende così ad instaurarsi un rapporto
che oscilla tra l'indifferenza e un'ammirazione astratta e formale,
che si basa in lui sull'inespressa convinzione di poter prendere parte
alla vita culturale della società solo come fan di qualche
suo affermato protagonista di cui non è in grado di controllare la
competenza e l'autorevolezza. Questa sua incapacità di partecipare
attivamente e consapevolmente alla vita culturale della società in
cui vive gli impedisce così di attingere alle fonti che potrebbero
guidarne l'azione e lo sviluppo verso la propria individuazione personale,
inducendolo a rifugiarsi in un relativismo di fondo e a evitare di
sottoporsi a dei principi morali. Egli non tende ad apprezzare una
morale antiquata piuttosto che innovativa, o viceversa, perché --
come scrive Armando Savignano -- «il centro del suo regime vitale
consiste precisamente nell'aspirazione a vivere senza sottoporsi a
nessuna morale».60
Egli «manca -- secondo Ortega -- semplicemente di morale, che è sempre,
per essenza, sentimento di sottomissione a qualcosa, coscienza di
osservanza e obbligo».61
Una tale condizione non è tuttavia così semplice da sostenere come
potrebbe sembrare a prima vista: infatti «dalla morale non è possibile
affrancarsi senz'altro», perché anche quando «non ci si vuole affidare
ad alcuna norma, bisogna pure, velis nolis, sottostare alla
norma di negare ogni morale: e ciò non è amorale ma immorale. È una
morale negativa che conserva della positiva la forma vuota».62
Nell'epoca contemporanea un simile immoralismo è arrivato «a un prezzo
molto basso, e chiunque si vanta di esercitarlo», mascherandosi talora
da rivoluzionario o da reazionario. Ma in qualsiasi modo l'uomo-massa
intenda mascherare la propria condizione essenziale alla fine «il
suo stato d'animo consisterà, in maniera decisiva, nell'ignorare ogni
obbligo e sentirsi, senza che egli stesso sospetti perché, soggetto
di illimitati diritti».63
Le elite intellettuali che potrebbero costituire un punto
di riferimento decisivo per l'uomo-massa nella nostra epoca finiscono
invece con l'assecondare la sua logica: esse tendono infatti a sottrarsi
al loro compito storico e culturale quando cercano di proporre scenari
in cui l'uomo possa essere indefinitamente felice e realizzato piuttosto
che lavorare esse per prime alla costruzione di quella cultura dei
doveri e di quel substrato etico dalla cui diffusione potrebbe indirettamente
scaturire anche una maggiore felicità per l'intera società.
Nei primi decenni del Novecento l'intellettuale s'impegna, secondo
Ortega, a progettare e realizzare utopie piuttosto che cercare di
costituire, come il suo ruolo imporrebbe, un punto di riferimento
fondamentale per la creazione di un ethos collettivo. Egli
vorrebbe rendere felici gli uomini, liberarli radicalmente dal male
e dall'oppressione e restituire loro una dignità nuova, ma nel cercare
di conseguire questi obiettivi tende inavvertitamente a proporre scorciatoie
gradite alle masse, dimostrandosi previamente sedotto dalla possibilità
di ottenere il loro consenso. Cadendo egli stesso nella tentazione
di assecondare l'uomo-massa, gli permette di prosperare in una società
in cui tale ethos collettivo latita, in cui cioè non vi sono
quei valori condivisi che anche per Hegel costituivano l'elemento
saliente per la realizzazione di una società e di uno Stato «etici».
Questo tipo umano dominante nell'epoca contemporanea risulta quindi
difficilmente riformabile anche da parte di quegli intellettuali che,
cercando di utilizzare il linguaggio più chiaro possibile e di argomentare
in maniera trasparente -- come, secondo Ortega, un intellettuale dovrebbe
sempre cercare di fare -- si sforzano di entrare in contatto con lui
e di porlo in condizione di utilizzare le sue facoltà razionali e
spirituali. Anche in virtù di questa mancata comunicazione, i suoi
difetti tendono così a perpetuarsi e a diffondersi in modo pericoloso:
alla fine, essi risultano tanto gravi «che se non li si estirpa produrranno
in modo inesorabile l'annientamento dell'Occidente».64
Siamo infatti di fronte ad «un uomo ermetico, che non è aperto effettivamente
a nessuna istanza superiore», che è restio ad ogni ragionevole messa
in discussione del suo orizzonte di valori e di riferimenti culturali,
tanto da far sorgere il fondato sospetto che non sia in condizione
di potersi ridestare ad una vita personale autentica. Dall'epoca del
suo avvento come protagonista sul proscenio della storia, contrariamente
a quanto il progressismo è portato a ritenere, si è registrata un'involuzione
culturale e civile.
L'inerzia mentale del «progressismo» tende a supporre che mentre
avanza la storia cresca anche il margine d'azione e di libertà che
viene concesso all'uomo per divenire una «persona». Questo è per esempio,
secondo Ortega, quanto credeva «l'onorato ingegnere, ma niente affatto
storico, Herbert Spencer». Ma le cose non stanno esattamente in questo
modo: «la storia è piena di regressi in quest'ordine di cose, e forse
la struttura della vita della nostra epoca impedisce in sommo grado
che l'uomo possa vivere come persona».65
Non può vivere come una persona perché «manca di serietà», perché
non gli importa nulla della verità: per lui tutte le verità sono intercambiabili
e niente è irrevocabile, tanto che può passare con disinvoltura dalla
tragedia alla farsa 66
e abbracciare con disinvoltura le ultime mode culturali e artistiche
in maniera acritica e irrazionale.67
La ribellione di cui è capace questa tipologia d'uomini può dunque
produrre solo due generi d'effetti, entrambi forieri di conseguenze
drammatiche: «la decadenza della società e l'apoteosi del collettivo.
La menzionata ribellione consiste semplicemente nel fatto che le masse
non vogliono essere masse»,68
non vogliono cioè prendere coscienza della condizione che le spinge
a riconoscersi solo in gruppi o agglomerati dai contorni indefiniti
e delle conseguenze regressive e barbariche di tale identificazione.
69
Per Ortega, l'uomo massa è «un primitivo nella civiltà», un individuo
mancato, incapace di accedere a qualsiasi forma di nobiltà morale
e intellettuale.70
Ciò che lo rende «non nobile» è essenzialmente l'incapacità di accedere
alla propria solitudine, alla solitudine del pensiero autentico, che
sa rinunciare a quell'assieme di riferimenti collettivi e omogeneizzanti
di cui invece l'uomo-massa non riesce a fare a meno per orientarsi
nel mondo e nella società.71
La sua identificazione con tali riferimenti è infatti qualcosa di
radicalmente diverso rispetto alla condivisione di valori etici: questi
impongono doveri e senso di responsabilità da cui l'uomo-massa rifugge
e dai quali si sente in qualche modo immune.
Anche quando non si riferisce esplicitamente a Nietzsche, Ortega
ne richiama alla memoria l'aristocratica diffidenza nei confronti
di ogni tipo di «gregge» umano. L'uomo-massa non ha infatti bisogno
di diventare una persona, e tanto meno di diventare un uomo che sappia
nietzschianamente andare oltre se stesso e i principi e valori dominanti
nella propria circostanza storica, semplicemente perché, in senso
stretto, non è un uomo. Egli tende infatti a identificarsi con un
indefinito agglomerato umano proprio per evitare di accedere alla
propria specifica umanità; cerca il previo consenso di individui o
gruppi presupponendo di essere già un individuo libero, ancor prima
di avere mai sperimentato il prezzo di qualsiasi forma di libertà.
Più il mondo diventa complesso, più si rivelano soggettivamente fragili,
precarie e approssimative le strategie che potrebbero condurre alla
sua propria individuazione, e questa circostanza ha su di lui un effetto
scoraggiante e deprimente, inducendolo a identificarsi con un agglomerato
immaginario, anonimo e impersonale, ma che proprio per questo è in
condizione di muoversi e agire come un solo individuo. Proprio nella
misura in cui tale agglomerato umano non è composto da individui,
ma solo dagli echi e frammenti di un io impersonale, tende a comportarsi
come un soggetto unico e compatto.
Ortega è convinto che gli agglomerati umani siano virtualmente disponibili
a lasciarsi educare da alcuni uomini illuminati e a seguirli talora
in modo consapevole e responsabile, ma questo può accadere solo quando
non siano diventati «masse» in senso compiuto sotto il profilo qualitativo.
Se queste fossero disposte a lasciarsi guidare da principi etici condivisi
e accettassero il confronto dialogico con le minoranze culturalmente
qualificate, esse potrebbero svolgere un'azione positiva in qualsiasi
contesto politico che fosse disposto a riconoscere i loro sacrosanti
diritti; ma, al contrario, esse sono sempre più nella condizione di
non riuscire a distinguere chi sappia guidarle da chi sa accattivarsi
il loro consenso con procedure demagogiche. Man mano che la società
si fa più complessa, man mano che lo specialismo trionfa, rischiando
di trasformare sempre più gli individui, come Max Weber aveva ipotizzato,
in «specialisti senza intelligenza e in gaudenti senza cuore»,72
man mano che esso prende il posto di quella cultura a tutto tondo
che aveva nell'esercizio della filosofia e della ragione storica il
suo cuore pulsante e che all'inizio del secolo scorso, almeno nei
paesi con istituzioni politiche liberali, era ancora in grado di far
sentire la propria voce con una qualche autorevolezza, il disorientamento
delle masse è sempre più destinato ad accrescersi e con esso anche
la loro attitudine a lasciarsi guidare dai media e dalla sollecitazioni
demagogiche che questi veicolano.
Questa circostanza pone una volta di più in evidenza il problema
generale del rapporto che gli intellettuali, gli scienziati, gli uomini
colti hanno, nell'era della specializzazione, con le masse stesse,
e del tipo di azione che essi potrebbero svolgere per favorire da
parte di queste un uso autenticamente comunicativo della regione,
che nel contesto storico della modernità è invece sempre più rivolta
a perfezionare la propria funzionalità strumentale.
A questo riguardo, Jürgen Habermas ha posto in evidenza come le
«grandiose unilaterilazzazioni» che caratterizzano la vita intellettuale
e la ricerca scientifica dell'età moderna pongano dei seri interrogativi
circa la possibilità di una mediazione comunicativa che ne renda disponibili
l'azione e i risultati per l'intera cittadinanza, e a questo proposito
si chiede: «come può la ragione, ormai scissa nei suoi momenti, conservare
la propria unità all'interno dei diversi ambiti culturali, e come
possono le culture degli esperti, che si sono segregate in sublimi
forme esoteriche, mantenere un rapporto con la prassi comunicativa
quotidiana? ».73
Forse, è proprio in questo contesto problematico che la filosofia
potrebbe tornare ad assumere un ruolo da protagonista sulla scena
culturale, perché «un pensiero filosofico che non si sia ancora distolto
dal tema della razionalità, né dispensato da un'analisi delle condizioni
dell'incondizionato, si trova messo di fronte a questa duplice esigenza
di mediazione».74
Secondo Habermas, «nella prassi comunicativa quotidiana le interpretazioni
cognitive, le aspettazioni morali, le espressioni e valutazioni devono
in ogni caso compenetrarsi reciprocamente. I processi d'intesa che
si svolgono nel mondo della vita hanno perciò bisogno di una tradizione
culturale in tutta la sua estensione, e non soltanto delle
benedizioni della scienza e della tecnica. Così la filosofia potrebbe
riattualizzare il suo riferimento alla totalità assumendo un ruolo
di interprete rivolto al mondo della vita. O, per lo meno, potrebbe
contribuire a rimettere in moto la comunicazione interrotta fra il
cognitivo-strumentale, il pratico-morale e l'estetico-espressivo».75
Tuttavia, anche abbandonando la filosofia il ruolo del giudice che
sovrintende alla vita culturale per proporsi come attività d'interpretazione
e di mediazione tra i vari ambiti culturali e scientifici, essa si
troverà comunque di fronte -- secondo Habermas -- a un problema cruciale:
«com'è possibile riaprire quelle sfere delle scienza, della morale
e dell'arte, che ora si sono separate e irrigidite quali culture di
esperti, e ricollegarle senza ledere la razionalità che è loro propria,
all'impoverita tradizione del mondo della vita, in modo tale che i
momenti separati della ragione si ritrovino insieme, in un nuovo equilibrio,
nella prassi comunicativa quotidiana? »76
In una prospettiva orteghiana, una risposta alla domanda posta da
Habermas si dimostra sempre più urgente, in quanto la scienza empirica,
con le sue continue invenzioni e scoperte, produce ogni giorno benefici
che l'uomo-massa utilizza ricevendoli in dono come per effetto di
una pratica magica di cui non è in grado di controllare le procedure.
Questa situazione lo pone in uno stato di sudditanza psicologica diffusa,
quella stessa condizione di sudditanza da qualsiasi conoscenza fondata
e autorevole rispetto al fascino del cui prestigio la filosofia aveva
saputo per secoli fornire gli anticorpi adeguati.77
Questa carenza dell'esercizio dell'agire comunicativo, favorita anche
dalla marginalizzazione del lavoro filosofico, fa sì che acquisiscano
un carattere violento anche i tratti, apparentemente non violenti,
che caratterizzano le più comuni procedure d'intesa. Queste finiscono
infatti con il rivestirsi di un alone autoritario nella misura in
cui assecondano in maniera apparentemente libera e spontanea modelli
comportamentali e criteri interpretativi decisi altrove, nel luogo
invisibile e astratto in cui ogni forma di autorità prende inavvertitamente
corpo. Come osserva ancora Habermas, a fronte della violenza legittimata
da una simile forma di autorità soltanto la «riserva di principio
di una comprensione universale e libera dal dominio» potrebbe porre
di nuovo in condizione di «distinguere fondamentalmente il riconoscimento
dogmatico dal discorso vero»; come attesta il fatto che proprio «la
ragione, nel senso del principio del discorso razionale, è la roccia
su cui sinora le autorità di fatto si sono sfracellate, piuttosto
che essercisi fondate sopra».78
La necessità, ben avvertita da Habermas, di un continuo riequilibrio
tra la diffusione di un uso della ragione puramente strumentale e
la rivalutazione e riattivazione della ragione comunicativa s'impone
proprio per imparare a discernere tra posizioni dogmaticamente assunte
come proprie dalla masse e le argomentazioni che conservino come parametro
fondamentale quello di una verità razionalmente sostenibile. Nell'ambito
della sua teoria dell'agire comunicativo, che si propone di spiegare
«i fondamenti normativi di una teoria critica della società», Habermas
osserva come «le controistituzioni che il mondo vitale sviluppa
da se stesso per limitare la dinamica autonoma del sistema di azione
economico e di quello politico-amministrativo», dovrebbero cercare
di sottrarre «all'intervento dei media di controllo e di guida»
almeno «una parte degli ambiti di azione organizzati formalmente»,
per «riconsegnare queste «zone liberate» al meccanismo di coordinamento
delle azioni costituito da comprensione e intesa».79
Tuttavia, il progressivo venir meno della funzione critica della
filosofia, dell'esercizio di consapevolezza che essa comporta e di
quello sviluppo culturale organico che essa favoriva rischia di rendere
illusoria l'efficacia di quanto auspicato da Habermas, perché la massa
tende, motu proprio, ad essere sempre più autoreferenziale
e più «invertebrata», preda virtuale di mode e convenzioni introiettate
in maniera acritica. Secondo Ortega, infatti, essa ha sempre di più
l'impressione di potersi sostituire a qualsiasi elite autorevole
divenendo promotrice della sua storia e del suo destino. La sua cieca
fiducia nell'azione, nell'assemblearismo, in una improbabile democrazia
diretta, in un diritto fondato sul successo e sul consenso di agglomerati
umani ben visibili dall'alto dei media non asseconda degli
ideali, ma inavvertitamente gli interessi di settori di quel potere
e di quell'autorità che vorrebbe combattere, e ciò ricorrendo spesso
alle indicazioni fuorvianti dell'utopia. Questa ha svolto nella storia
un'azione efficace ogni volta che ha saputo proporsi come pungolo
e come una sollecitazione ellittica rispetto al reale, come ispiratrice
di un criterio riformatore, e non quando si è configurata come una
soluzione storicisticamente necessaria dei problemi dell'umanità.
Le masse sembrano invece, sulla scia dell'opera d'intellettuali compiacenti,
cavalcare l'utopia proprio in questo senso, conferendole una dignità
nuova, che fa sempre più leva sul culto del vincitore e della quantità
preponderante: ogni singolo uomo-massa sembra sempre più assorbito
dall'identificazione immediata con istanze liberatorie facilmente
condivisibili e guarda con ostilità e diffidenza a chiunque agisca
da una posizione di minoranza o, ancor di più, in maniera isolata
e autonoma da gruppi di potere e di successo. 80
I principi del liberalismo e del liberalismo socialista che hanno
fornito dei riferimenti fondamentali per lo sviluppo della civiltà
politica occidentale negli ultimi tre secoli -- e sui quali, secondo
Ortega, dovrebbe fondarsi anche qualsiasi speranza in una società
umana migliore di quella presente -- 81
sembrano alla massa in genere troppi blandi, obsoleti e talvolta inconsistenti
o ipocriti. Essa è attratta dalle utopie, piuttosto che da ideali,
e il liberalismo è un'ideale, e non un'utopia. L'ideale, quando è
davvero tale, non è per Ortega «né fantasia né sogno: è l'anticipazione
di una realtà futura» e quindi, in quanto seguace di ideale, ogni
liberale dovrà adoprarsi per la «trasformazione della realtà presente».82
Trasformandosi in un precipitato di luoghi comuni, la massa crede
invece di potersi lasciare alle spalle gli «ideali», cioè quanto sta
alla base della civiltà politica che pur ne ha riconosciuto il ruolo
decisivo, per abbracciare delle «utopie», e ciò confidando nelle proprie
iniziative spontanee e apparentemente destinate a conseguire una condizione
radicalmente liberatoria rispetto ad ogni forma di oppressione. Il
diritto di usare la ragione senza dover rendere conto ad una verità
comunicabile e argomentabile, intersoggettivamente controllabile e
appurabile -- da cui discende il diritto di non usarla affatto --
la induce a rinunciare al confronto dialogico, che gli pare sempre
più un orpello e un ostacolo alla propria libera e liberatoria iniziativa.
8. Massima indistinzione e minima tensione 
L'uomo-massa, questo nuovo protagonista della storia, ha contribuito
massicciamente a realizzare le più grandi tragedie del secolo appena
trascorso. Ortega le ha sapute preannunciare con un notevole anticipo,
almeno rispetto ai loro esiti più devastanti. Il fatto che l'uomo-massa
rivesta però ancora oggi, nell'odierna società mass-mediatica, un
ruolo di assoluto protagonista, che nell'era della globalizzazione
risulta ancora più diffuso e invasivo, può indurre a temere che stiano
per realizzarsi drammi di portata analoga a quelli che pensavamo di
esserci lasciati definitivamente alle spalle.
Ma se una simile circostanza dovesse mai verificarsi, ciò potrebbe
accadere solo in una maniera più sorda e strisciante rispetto al secolo
appena trascorso, perché ciò che contraddistingue l'attuale modo di
ribellarsi delle masse può fare a meno di quei leader carismatici
di cui ha avuto bisogno in passato. La ribellione delle masse si è
fatta oggi più rumorosa e più silenziosa a un tempo: più rumorosa
perché la massa produce un diffuso chiacchiericcio, omologato e ripetitivo,
che avvolge l'esistenza quotidiana di ciascun individuo; silenziosa
perché non ha bisogno di affermarsi in una voce, può fare a meno di
figure che se ne facciano interpreti. La massa agisce ormai utilizzando
astutamente gli individui come pretesti ed occasioni, come simboli
ed icone, ma senza che nessuno di questi sia davvero determinante
e indispensabile per guidare la sua ribellione, che può ormai assumere
alternativamente le sembianze di una pura acquiescenza all'esistente.
Nonostante che il suo scenario di riferimento fosse assai diverso
da quello attuale, Ortega presagì che la massa avrebbe sempre di più
assecondato il principio «del minimo sforzo» e che avrebbe pensato
con sempre «minor rigore»; il suo repertorio di curiosità, di idee,
di punti di vista, sarebbe progressivamente diminuito, «fino a cadere
sotto il livello imposto dalle necessità dell'epoca. Avremo -- scrive
Ortega -- il caso di una razza intontita, intellettualmente degenerata».83
L'uomo-massa tenderà così sempre di più ad essere soddisfatto di sé.
Egli «cercherà di affermare e dare per buono quanto trova in se stesso:
opinioni, ambizioni, preferenze, gusti»,84
ad essere preda della «fauna ripugnante» dei demagoghi 85
e a farsi a sua volta demagogo: la demagogia si annida infatti nella
sua mente e da essa, da questa forma di «degenerazione intellettuale»,
deriva «la sua stessa irresponsabilità di fronte alle idee che maneggia».86
La tendenza all'omogeneizzazione che caratterizza la civiltà occidentale,
e ormai mondiale, evoca la tendenza della vita in generale -- già
sottolineata da Freud e successivamente da Arnheim87
-- a raggiungere il livello massimo possibile di caos e di quiete,
il massimo livello d'indistinzione e il minimo livello di tensione
possibili, quella condizione di massima omogeneizzazione già evidenziato
in fisica dal secondo principio della termodinamica. Secondo tale
principio, la natura tende irreversibilmente a conseguire il massimo
stato di quiete e di disordine, disordine che coincide con il livello
minore di distinzione tra gli elementi che compongono un insieme dinamico.
Con l'avvento dell'uomo-massa sulla scena storica tutte le differenze
tra gli individui che renderebbero possibile una società basata su
rapporti inter-individuali lascia il posto a un protagonista assoluto
e indistinto, a un elemento unico e compatto che tutto riduce a sé
ordinando le relazioni tra gli uomini in modo tale da ridurre le specifiche
caratteristiche individuali a varianti trascurabili e marginali. L'indistinzione
dell'uomo-massa, la sua tendenza fondamentale ad assecondare il principio
del minimo sforzo mentre si appiattisce su dei paradigmi culturali
che non è in grado di porre in discussione, potrebbe costituire il
segnale che la società umana sta diventando -- nonostante un'offerta
di proposte che in ogni campo appare abbondante e varia -- sempre
più indifferenziata e omogeneizzata, e che la «gente» è destinata
a comportarsi sempre di più come un individuo unico, proteso ad assecondare
flussi di idee e di comportamenti preordinati e uniformi. Un simile
preordinamento coinciderebbe con il minor livello di distinzione possibile
tra i suoi componenti, che si troverebbero così sempre di più a procedere
nella vita assecondando criteri e principi standardizzati e impersonali.
L'uomo-massa avrebbe quindi buon gioco nell'accelerare, nell'ambito
della società umana, quella tendenza all'omogeneizzazione irreversibile
che può condurre in definitiva solo alla massima quiete e alla morte
dell'insieme. L'organismo sociale, sempre più complesso, produrrebbe
cioè paradossalmente criteri di differenziazione sempre meno articolati
e complessi, più monocordi e rigidi, favorendo una distribuzione delle
differenze individuali sempre più grossolana, deprimendo la funzione
della ragione storica, dialogica e comunicativa a vantaggio dello
sviluppo di una ragione unicamente strumentale e riducendo così anche
le possibilità di contributi personali originali alla vita della comunità
umana.
Rispetto all'epoca di Ortega, oggi le masse non sembrano nemmeno
avere più bisogno di ribellarsi ad alcunché per percepire la loro
esistenza: esse si specchiano sempre più nella quiete di un virtuale
successo omologato, nella acquiescente ripetitività dei loro atti
e dei loro desideri. Se l'uomo-massa sembra in grado di tracciare
il senso di un destino, di una fase radicalmente nuova rispetto a
tutte le precedenti, questa pare sempre più imperniata sulla sua anomia,
su un relativismo globalizzato e sul culto di tutto ciò che solo nella
massa può trovare la propria rivelazione e identità.
Il ritorno dello spirito umano a se stesso dopo l'attraversamento
di un simile medium epocale non potrà naturalmente più consistere
nel ritorno ad una fase precedente della storia, ad un epoca già percorsa
dello sviluppo spirituale dell'umanità. Come Hegel aveva anticipato,
se la vita di un popolo, e quindi anche di un popolo globalizzato,
deve far maturare il proprio frutto, se deve portare a compimento
il suo principio e trovare soddisfacimento «nel produrre il proprio
principio», tale frutto non potrà però «tornare nel suo grembo, dal
quale è nato. Il popolo non giunge a goderlo, bensì questo diviene
per esso un'amara bevanda. Il popolo, la sua attività, è questa sete
infinita del frutto, il quale, nell'assaporarlo, diviene però la bevanda
che avvelena l'esistenza del popolo stesso, la sua distruzione, e
il frutto diviene nuovamente seme, ma seme e inizio di un altro popolo,
nella misura in cui tale seme dà vita a quest'altro popolo e lo conduce
alla maturità».88
Se l'avvento delle masse sullo scenario della storia costituisce,
nel nostro caso, questo «frutto» cui Hegel fa riferimento, esse non
potranno goderne se non bevendo il calice dei suoi effetti distruttivi
su loro stesse, come è avvenuto durante la rivoluzione francese e
quella russa,89 ma
proprio una simile amara bevanda è destinata a costituire l'incipit
di una fase successiva della storia dello spirito e della civiltà,
in cui forse le masse saranno nuovamente in grado di apprezzare la
relazione che effettivamente può favorirne l'emancipazione: quella
relazione con le minoranze ispirate da valori morali e autentiche
vocazioni conoscitive e comunicative, con le quali ogni uomo-massa
potrebbe e dovrebbe apprendere l'arte d'interagire dialetticamente
e criticamente, in modo da contribuire alla formazione di un ethos
realmente condiviso.
Nonostante quest'auspicabile scenario virtuale, le masse sembrano
però inclini a perpetuare il loro atteggiamento pedissequo e passivo,
che in nome di una propria libertà già effettiva o di una liberazione
imminente rinuncia a sviluppare quella ragione, storica, dialogica
e comunicativa dalla quale soltanto può procedere ogni autentico perfezionamento
della razza umana. Solo rispettando il ruolo guida delle minoranze
culturalmente e moralmente qualificate, solo riconoscendo le prerogative
di coloro che hanno saputo cimentarsi con una Bildung impegnativa
ed esigente, le masse possono sottrarsi all'azione distruttiva che
-- nel lungo periodo, ma pur sempre all'interno di una fase già avviata
-- sarebbero altrimenti destinate ad esercitare su se stesse.90
Quest'aspetto dell'analisi orteghiana lascia sicuramente aperti non
pochi interrogativi: se infatti le masse non sono capaci di riconoscere
le personalità autorevoli che sarebbero in grado di guidarle, chi
potrebbe o dovrebbe farlo? Certo, se la vita sociale e culturale di
un popolo o di una civiltà globalizzata dovesse essere caratterizzata
da intellettuali che si prescelgono e indicano tra loro a vicenda
come punti di riferimento autorevoli -- sul modello della Repubblica
ideale immaginata da Platone -- questo non contribuirebbe certamente
a migliorarne il rapporto con le masse né a mitigare gli effetti dell'impatto
di queste sulla storia e sulla società. D'altra parte, in questo caso,
qualsiasi procedura democratica di elezione in qualsiasi ambito della
vita sociale e politica verrebbe destituita di qualsiasi fondamento,
perché tali personalità non potrebbero essere individuate dalle masse
né prima né dopo che tali elite si siano proposte quali loro
interlocutrici privilegiate. Da un lato, quindi, non pare sussistano
metodologie d'ingegneria sociale intenzionate a conseguire un maggior
livello di consapevolezza critica e di libertà effettiva che possano
fare a meno di proporre e voler favorire un più assiduo e articolato
confronto tra le masse e le minoranze autorevoli di ogni società;
d'altro lato, le masse non sono in condizione d'individuare tali minoranze,
né queste sono in condizione di autocandidarsi in maniera efficace
senza il consenso delle masse. Sembrerebbe dunque che, alla luce di
queste considerazioni, tutta l'analisi orteghiana su questa materia
conduca verso un circolo vizioso.
Ciò nonostante, si può cogliere una via d'uscita dall'alternativa
stringente in cui queste riserve ci hanno condotto tenendo conto del
fatto che Ortega non intende prospettare alcuna soluzione radicale
e perentoria di una simile antinomia: egli suggerisce piuttosto come
sia possibile superarla solo mitigandone progressivamente gli effetti
negativi e paralizzanti, ciò che è possibile contrapponendole l'esercizio
di quella ragione storica, comunicativa e vitale che la civiltà contemporanea
tende a relegare ad un ruolo palliativo o decorativo, in pratica ad
una attività salottiera destinata ad alimentare un immaginario convegno
multimediale di specialisti che si esprimono su temi che vanno ben
al di là delle loro competenze settoriali. Attraverso un adeguato
lavoro dialogico -- che potrebbe essere intrapreso da quegli intellettuali
che avvertano tutta l'urgenza e serietà della posta in gioco -- sarebbe
invece possibile persuadere lo stesso uomo-massa a considerare come
in ogni caso non possa sottrarsi all'adozione di principi morali,
di criteri che siano adatti a orientarlo nella sua esistenza, inducendolo
così, nel contempo, a prendere atto di quanto risulti poco efficace
il tentativo di prelevare supinamente tali criteri dall'agglomerato
umano da cui si sente indistintamente rappresentato. Si tratterebbe,
dunque, di far nascere la consapevolezza che gli effetti rassicuranti
della sua identificazione con un indistinto agglomerato immaginario
non solo non gli consentono di giungere ad una esistenza autentica,
ma che sono anche destinati a ritorcersi contro di lui e contro lo
stesso modello di società in cui si riconosce in maniera così poco
critica.
Il problema posto dalla nozione orteghiana di uomo-massa dipende
dal fatto che questi ignora di essere tale; se lo sapesse, conterrebbe
già gli anticorpi necessari per non appartenere in definitiva a tale
stato. Di riflesso, solo chi sa di essere comunque in qualche modo
condizionato dalla massa può mitigare in lui stesso tale condizione,
che a livello almeno germinale è presente in chiunque. Così come l'uomo
massa è presente in ogni classe sociale, all'interno di ogni professione
e di ogni istituzione, dell'Accademia e dei media, analogamente, anche
chi non è sprovvisto di tali anticorpi è presente trasversalmente
in ogni settore della società. Nella misura in cui è in grado di percepire
e riconoscere l'influenza di qualsiasi tipo di agglomerato umano sulla
sua vita, del consenso previo che può ottenere da rapporti umani anche
parzialmente massificati, nella misura in cui si rende conto di quanto
la ricerca di consenso possa anche inavvertitamente influenzare il
suo modo di pensare e i suoi comportamenti, egli è in condizione di
esercitare nel contempo la paziente e quasi certosina impresa della
continua, quotidiana de-massificazione del proprio stato. Ma il fatto
che l'uomo-massa -- ovvero colui che può essere a pieno titolo considerato
tale -- ritenga invece di essere immune da tale influenza, il fatto
che egli si ritenga libero, spontaneo, autonomo, creativo, originale
persino, fa in genere di lui un quasi impercettibile ingrediente di
una massa invertebrata. Dunque, il problema principale che la sua
stessa esistenza nella storia pone può essere formulato come segue:
visto che l'uomo-massa non è in grado di riconoscersi come tale, per
quale motivo dovrebbe poter entrare in conflitto con la propria condizione?
Cosa potrebbe renderlo avvertito del proprio stato se ritiene superfluo
qualsiasi confronto con quelle minoranze autorevoli cui fa riferimento
Ortega, tanto da giungere, in alcuni casi, a negarne persino l'esistenza,
considerandole comunque, nella migliore delle ipotesi, come un indebito
orpello velatamente vessatorio? E come potrebbero tali minoranze entrare
in contatto con lui?
Questi interrogativi potrebbero essere destinati a rimanere senza
risposta, anche tenendo conto della funzione psicologica che l'identificazione
con la massa può rivestire per ogni membro di una comunità numerosa:
la dipendenza dell'uomo-massa dagli agglomerati umani che costituiscono
i suoi punti di riferimento può infatti essere posta in relazione
con la sua dipendenza simbolica dall'Altro, nell'accezione in cui
Jacques Lacan usa questo termine.91
L'uomo-massa percepisce infatti l'ascendente dell'Altro fin nelle
viscere della propria vita, lo coglie nell'aria che respira e vi si
subordina volentieri. L'Altro non coincide con un qualcuno definito,
anche se qualcuno può occuparne il posto: esso manifesta oggi la sua
legge in tutto ciò che va per la maggiore, nella moda e negli stili
di vita irriflessivamente assunti come propri, nei modi di pensare
all'apparenza «nuovi» e «originali», specialmente se questi si ammantano
di un'aria in qualche modo trasgressiva.
La progressiva desublimazione che la massa incessantemente
asseconda e incoraggia può essere certo funzionale -- come Marcuse
ha ben sottolineato -- alla efficienza del sistema economico e culturale.
Operando nella sfera sessuale, ma non solo, essa funziona come «un
sottoprodotto dei controlli sociali attivati dalla realtà tecnologica,
che diffonde la libertà mentre intensifica il dominio»,92
tanto che può essere letta come il complemento essenziale dello stesso
principio di prestazione: essa permette infatti a tale principio
di realizzarsi sempre meglio compensando il livello di tensione eccessiva
che la prestazione produce, e ciò con gli strappi, gli interludi dello
«sballo» e del piacere reiterato attraverso espedienti ormai globalizzati.
Una simile «desublimazione istituzionalizzata» induce nella massa
una «coscienza felice che facilità l'accettazione dei misfatti di
questa società»,93
coprendo la paura e la frustrazione che la pervadono, ma la sua azione
non riuscirebbe mai a essere massicciamente diffusa se non fosse riconosciuta
a sua volta come un valore aggiunto nel luogo stesso dell'Altro, né
potrebbe rivelarsi utile per veicolare e controllare i modelli culturali
attraverso i quali si accede ai piaceri della vita, come attesta il
fatto che per molti anni, quando le masse erano già all'opera sulla
scena della storia, essa era assente o preventivamente bandita.
I rapporti tra desublimazione e prestazione non sono
mai diretti e immediati: solo nella misura in cui l'Altro opera in
entrambe, esse possono coordinarsi e realizzarsi nei modelli culturali
e negli stili di vita in cui di volta in volta l'Altro s'incarna,
cosicché l'efficientismo della «prestazione» possa essere effettivamente
integrato e coadiuvato dall'allentamento di tensione reso possibile
dalla «desublimazione». Lo stesso concetto marcusiano di desublimazione
repressiva asseconda quindi, in questo senso, il principio del
«minimo sforzo» cui Ortega fa riferimento: tale desublimazione allenta
infatti la tensione eccessiva originata dal principio di prestazione
e la riequilibra in un modo illusoriamente liberatorio. Riducendo
la tensione libidica e sociale incoraggia le soluzioni più agili e
comode, le scorciatoie più immediate e i percorsi meno complessi,
quelli che richiedono il minor sforzo critico e rielaborativo.
L'uomo-massa percepisce il potere della mediazione simbolica dell'Altro
e vi si immola: che siano ad esercitarla concretamente delle mode,
delle utopie, o una particolare tipologia di «emozioni» l'importante
è che queste provochino un crescente effetto agglomerante, tale da
rendere difficile il «trovar posto» nei luoghi cui occasionalmente
si manifestano e da rendere visibile il consenso dell'Altro. Importando
in questo contesto un'espressione di Slavoj Žižek, si potrebbe
dire che la massa costituisce una sorta di metasoggetto, che
come Dio o la ragione «oltrepassa l'intenzione del soggetto. Esso
può funzionare come rassicurazione capace di pacificare e di fortificare».94
Le considerazioni svolte a questo riguardo da Žižek suonano
pertinenti non soltanto alla figura del Master, o del despota,95
ma anche alla massa cui fa riferimento Ortega. Chi si asserve al consenso
dell'Altro può conservare in esso il suo posto, mentre chi non si
adegua al suo richiamo «dispotico» sente messa a repentaglio la propria
stessa vita. Come il «grande Altro» di cui parla Lacan, così anche
la massa di cui parla Ortega è dunque una sorta di macchina parassitaria:
essa è l'invisibile impostura che può diventare di colpo ben visibile
ogni volta che riesce a serrare le fila e a darsi un obiettivo.96
Dilthey aveva spiegato come le intuizioni religiose del mondo producano
interpretazioni della realtà che scaturiscono da un rapporto stretto
con l'invisibile:97
ebbene, come accade spesso per gli approcci di tipo religioso alla
vita e alla società, l'uomo-massa si rapporta al suo agglomerato di
riferimento come al luogo invisibile in cui le coordinate dell'esistenza
sono già state decise; luogo invisibile, ma non muto, perché è lo
stesso occupato dall'Altro, e quindi emana di per sé coordinate e
direttive.
Il compito di recepire tali direttive in maniera consapevole e critica,
il non subirle in maniera passiva in virtù dell'autorità che procede
dal «gran numero» di cui ogni massa si compone, la scommessa di saper
interagire dialogicamente con tale presunta e invisibile autorità,
per Ortega non possono prescindere dal rapporto con quelle figure
che sono ancora oggi in grado d'incarnare degli esempi e dei riferimenti
fondamentali, con quelle «aristocrazie» spirituali e culturali che
è sempre più difficile per la massa riconoscere e ascoltare. Ma questa
stessa esigenza, avvertita da Ortega come cruciale, pone di fronte
a quel circolo vizioso cui si è fatto cenno, le cui implicazioni non
sono facilmente risolvibili o aggirabili.
Se questa nuova epoca della storia umana non potrà mai costituire
una mera ripetizione di civiltà trascorse, in cui le minoranze autorevoli
svolgevano una funzione decisiva nella società -- come accadeva nella
polis greca, in cui tale relazione vigeva però tra elite
di diverso grado culturale e non coinvolgeva realmente l'intera popolazione
-- ciò non impedisce che possa un giorno trovarsi costretta a rivalutare
il ruolo che tali elite possono svolgere: ma se questo scenario
potrà mai rivelarsi attuale, ciò sarà possibile solo perché l'uomo-massa
sarà divenuto consapevole della sua debolezza oltre che della sua
forza, delle sua responsabilità individuale oltre che dei propri diritti,
e cioè solo a patto che, in questa nuova fase, che per ora può essere
considerata solo un auspicio, invece d'identificarsi con questi ultimi
considerandoli un dato acquisito da cui spiccare un risolutivo balzo
in avanti, sappia considerarli piuttosto come il presupposto iniziale
di un rapporto con la cultura e la storia che si annuncia -- data
la sempre maggiore complessità della società in cui viviamo -- inevitabilmente
faticoso e problematico, esente da possibili scorciatoie efficaci.
Ciò che potrebbe indurre l'uomo-massa -- che in misure diverse si
annida in ognuno di noi -- a coltivare un simile rapporto con la ragione
storica e comunicativa, dialogica e narrativa, è la consapevolezza
che solo mediante lo sviluppo di tale rapporto ogni persona e ogni
cittadino può giungere progressivamente a una reale emancipazione
dalla propria condizione massificata: solo attraverso una sempre più
articolata presa di coscienza di tutti quei fattori che potrebbero
ostacolare l'esercizio e lo sviluppo della ragione storica,
solo attraverso questo paziente esercizio di consapevolezza,
l'umanità può infatti prendere coscienza delle proprie catene, evitando
così sia di adagiarsi nel raggio della loro azione sia di ferirsi
seriamente per intraprendere inconsulti tentativi di fuga.
La fede nel progresso complessivo dell'umanità, in un progresso meccanicisticamente
predeterminato, favorisce proprio il tentativo di attuare entrambe
queste due opposte strategie, di adattamento o di fuga, quasi si sostenessero
a vicenda. L'uomo-massa asseconda sempre un'idea di progresso che
deriva dai successi della scienza e della tecnica; egli sembra affetto
da un progressismo assoluto e da uno storicismo superficiale. Ai suoi
occhi tutto ciò che viene dopo è migliore di ciò che viene prima,
per lo stesso motivo, induttivamente generalizzato, per cui l'ultimo
modello di telefonino o di automobile sono migliori dei rispettivi
precedenti. Egli tende così a considerare migliori anche le ultime
idee, le ultime opere d'arte e le ultime canzoni, tende cioè a considerarle
più interessanti e «attuali» rispetto a quelle del passato, più proiettate
verso il futuro perché ad esso più vicine. Ciò che è passato è semplicemente
passato, ed è meglio lasciarselo alle spalle: l'uomo-massa sembra
infatti non prendere molto sul serio l'idea che solo attingendo in
maniera «critica»98
dal passato sia possibile lavorare in maniera consapevole e responsabile
alla costruzione del futuro.
Così come tutte le ultime mode soppiantano le vecchie con strattoni
risoluti e repentini, il presente in cui egli prospera fa terra bruciata
intorno a sé, dato che si ritiene superiore per il semplice fatto
di essere l'ultimo rappresentante della sua specie. Ma ogni volta
che il presente trionfa in questo modo nella storia, la storia propone
già il suo passo successivo, la sua irruzione nel presente, un'irruzione
che costringerà chi lo abita a familiarizzarsi di nuovo con la ragione
storica e ad apprendere la difficile arte di osservare sé dall'esterno,
dal passato e dal futuro, riconciliandosi così con la stessa dialettica
del processo che lo ha condotto ad essere ciò che è, a quella stessa
dialettica che ogni individuo umano intrattiene necessariamente col
tempo della sua esistenza.
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Copyright © 2011 Gustavo
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Gustavo Micheletti. «Ortega, l'uomo-massa e il senso
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Note
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Ibidem.
-
Ibidem.
-
J. Ortega y Gasset, Una
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Ivi, p. 97.
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Ibidem.
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-
J. Ortega y Gasset, Lo
spettatore, trad. it. Parma, 1984, ed. cit. 1993 p. 91.
-
Ivi, p. 201.
-
Ivi, p. 212.
-
Ivi, pp. 212-213.
-
Come scrive Antonio Regalado
García, «Ortega concepì la ragione storica come una forma del
pensiero in radicale opposizione alla tradizione, alla quale
avrebbe dovuto partecipare la comunità dei ricercatori, cioè,
come una ragione dialogante e comunicativa» (A. Regalado García,
El laberinto de la razon: Ortega y Heidegger, Madrid
1990, p. 303).
-
Lo stesso Antonio Regalado
García, osserva come si possa evincere la paternità hegeliana
del concetto di ragione storica dal fatto che essa è anche «una
visione della totalità, una attualizzazione nella storia della
verità della storia che Ortega qualificò come «demistificazione
del reale»» (ibidem).
-
J. Ortega y Gasset, Che
cos'è Filosofia, trad. it. Torino, 1973, p. 208.
-
Ivi, p. 209.
-
J. Ortega y Gasset, Appunti
sul pensiero, la sua azione teurgica e demiurgica, in Idee
per una storia della filosofia, trad. it. Firenze 1983,
pp. 64-65.
-
J. Ortega y Gasset, La
Storia della filosofia di Émile Bréhier, in Ortega y Gasset,
Idee per una storia della filosofia, cit., p. 107.
-
J. Ortega y Gasset, Storia
come sistema, in Aurora della ragione storica, cit.,
p. 232.
-
J. Ortega y Gasset, Meditazione
sulla tecnica, in Aurora della ragione storica, cit.,
p. 288.
-
Ivi, pp. 295-296.
-
J. Ortega y Gasset, Storia
come sistema, in Aurora della ragione storica, cit.,
p. 228.
-
J. Ortega y Gasset, Il
tema del nostro tempo, trad. it. Milano 1985, ed. cit. Varese,
1994, p. 119.
-
J. Ortega y Gasset, Lezioni
di Metafisica, in Metafisica e Ragione storica, trad.
it. Milano, 1989, ed. cit. 1994, p. 94.
-
J. Ortega y Gasset, Goethe
dal di dentro, in La conquista della felicità, trad.
it. Milano 1986, p. 216.
-
Secondo Popper la metodologia
storicista implica una teoria sociologica secondo la quale «la
società si sviluppa necessariamente lungo una strada che non
può mutare, seguendo stadi inesorabilmente prestabiliti» (K.
R. Popper, Miseria dello storicismo, trad. it. Milano,
1975, p. 57). Lo storicista «può soltanto interpretare lo sviluppo
sociale e giovare ad esso in vari modi; la sua tesi fondamentale,
tuttavia, è che nessuno può mutarlo» (ivi, p. 58).
-
J. Ortega y Gasset, L'uomo
e la gente, trad. it. Roma, 1996, p. 40.
-
J. Ortega y Gasset, Che
cos'è la conoscenza, in Origine e epilogo della filosofia,
trad. it. Milano, 2002, p. 157.
-
Ivi, p. 117.
-
W. Dilthey, Der Aufbau
der geschichtlichen Welt in den Geisteswissensschaften,
in Gesammelte Schriften, vol. VII, p. 233 (trad. nostra).
-
J. Marías, La filosofia
de la vida, in Biografia de la filosofia, 1953, in
Obras, Madrid, 1969, t. II, p. 623; cfr. A Savignano,
La ragione storica e vitale, cit., pp. 146-147.
-
Ibidem; cfr. A Savignano,
La ragione storica e vitale, cit., p.147
-
Cfr. A. Savignano, La
ragione storica e vitale, cit., p. 149.
-
J. Ortega y Gasset, Una
interpretazione della storia universale, cit., p. 21.
-
Cfr. J. Ortega y Gasset,
Vives o l'intellettuale, trad. it. Padova 1997, pp. 29-30.
Fin da giovane, Ortega aveva avvertito come ogni generazione
costituisse il punto d'intersezione di una generazione anteriore
con una successiva.La realtà storica di una generazione -- scrive
- consiste nell'essere il punto d'intersezione di una generazione
anteriore che l'ha preparata e una successiva che emana e deriva
da quella: ogni generazione è discepola di una più vecchia e
maestra di un'altra più giovane» (Testo manoscritto inedito,
cit. in. Julián Marías, Ortega -- Circumstancia y vocación,
Madrid 1983, ed. cit. 1984, pp. 157-158).
-
Ivi, pp. 31-32.
-
A. Brandalise, En torno
a Ortega, in Ortega y Gasset, Vives o l'intellettuale,
trad. it. Padova, 1997, pp. 118-119. Come scrive Armando Savignano,
secondo Ortega «la vita può configurarsi o come accettazione
cosciente del passato, o come rifiuto dei valori tradizionali.
Vi sono generazioni che sentirono una sufficiente omogeneità
tra ciò che ricevettero e il proprio. Così si vive in epoche
cumulative. Altre volte hanno sentito una profonda eterogeneità
con entrambi gli elementi, e sopraggiungono epoche eliminatorie
e polemiche, generazioni di combattimento. Nelle prime,
i nuovi giovani, solidarizzando coi vecchi, si assoggettano
ad essi; nella politica, nella scienza, nelle arti continuano
a governare gli anziani. Sono tempi di vecchi. Nelle seconde,
poiché non si tratta di conservare e accumulare, ma di eliminare
e sostituire, i vecchi sono sostituiti dai giovani. Sono tempi
di giovani, età di iniziazione e belligeranza costruttiva» (A.
Savignano, J. Ortega y Gasset, La ragione vitale e storica,
trad. it. Firenze, 1984 pp. 166-167).
-
Cfr. A. Brandalise, En
torno a Ortega, cit., p. 119.
-
J. Ortega y Gasset, Vives
o l'intellettuale, cit. pp. 32-33.
-
Un'analisi sotto alcuni
aspetti concordante con quella di Ortega è stata intrapresa,
pochi anni dopo la pubblicazione de La ribellione delle masse,
da Hermann Keyserling, secondo il quale «per l'immensa maggioranza
il senso più facile a trovare è, come abbiamo detto, la fusione
dell'individuo nella collettività. Ma, secondo ogni evidenza,
in tale caso si tratta di una narcosi, non già d'un senso vero
e proprio. Tuttavia, i rari individui capaci d'un reale approfondimento
possono trovare, appunto nelle epoche catastrofiche,
l'ambiente più propizio al loro sviluppo interiore. Infatti,
tali epoche costringono colui che possiede una intensa vita
interiore a ripiegarsi su se stesso, a cercare dentro di sé
quel contento del suo stato presente che gli sarà certo rifiutato,
nel mondo esterno, per il resto della vita. Senza la guerra
del Peloponneso, Platone non si sarebbe mai spiegato in tutta
la sua grandezza. Senza il collettivismo crudele e gaudente
del mezzo in cui Gesù si trovava -- collettivismo che perseguitava
chiunque da esso si scostava -- il seme piantato dal profeta
israelita che si attirò il disprezzo anche dei suoi, non avrebbe
mai dato nascita all'albero vigoroso della chiesa cristiana.
Così ciò che era la miseria della maggioranza, è stato in ogni
tempo la ragion d'essere per l'arricchimento interiore degli
eletti» (H. Keyserling, La rivoluzione mondiale e la responsabilità
dello spirito, trad. it. Milano, 1935, pp. 152-153). A questo
riguardo, Keyserling ritiene, d'accordo con Hans Hesse, che
sia «nobile tutto ciò che non è la massa», perché «fra la nobiltà
e la massa esiste un abisso eterno». I nobili sono individualisti,
animati dal sentimento di essere persone insostituibili, ma
per la stessa ragione sono anche persone pronte a sacrificarsi
al tutto. Essi possono abbracciare contemporaneamente i valori
dell'individualismo e del socialismo, cogliendone la relazione
essenziale al di là delle contrapposizioni di rito, e ogni nazione
può svilupparsi armonicamente sotto il profilo culturale, sociale
ed economico solo quando riesca a garantire «un campo d'azione
sufficiente allo spiegarsi libero e disinteressato dei caratteri
nobili» (cfr., ivi, pp. 182-183).
-
J. Ortega y Gasset, Vives
o l'intellettuale, cit. p. 79.
-
J. Ortega y Gasset, La
ribellione delle masse, cit. pp. 869-870.
-
Ibidem.
-
Ibidem.
-
J. Ortega y Gasset, Spagna
invertebrata, in Scritti politici, cit., p. 565.
-
Ivi, p. 565. Per quanto
concerne l'aristocraticismo di Ortega e l'influenza che su di
esso ha avuto il pensiero di Nietzsche, vedi G. Sobejano, Nietzsche
en España, Madrid 1967, pp. 554 e 558, e più in generale
la nota che a questo tema dedica A. Savignano in J. Ortega
y Gasset, La ragione vitale e storica, cit. p.189 (nota
44).
-
J. Ortega y Gasset, Sull'impero
romano, in Scritti politici, cit. p. 993; cfr. A.
Savignano, J. Ortega y Gasset, La ragione vitale e storica,
cit. p.189.
-
Cfr. J. Ortega y Gasset,
La ribellione delle masse, cit. p. 870: «Civiltà progredita
è una stessa cosa che problemi ardui. Quanto maggiore è il progresso,
maggiore è il pericolo».
-
Ivi, p. 788. «In Inghilterra
-- precisa Ortega in nota - le liste degli abitanti residenti
indicavano unitamente a ciascun nome l'ufficio e il rango della
persona. Per questo accanto al nome dei semplici borghesi appariva
l'abbreviazione s. nob. Cioè, senza nobiltà. Questa è l'origine
della parola snob» (ibidem, nota a).
-
J. Ortega y Gasset, La
ribellione delle masse, cit., p. 813; cfr A. Savignano,
J. Ortega y Gasset, La ragione vitale e storica, cit.
p. 192.
-
Cfr. N. R. Orringer, Ortega
y sus fuentes germànicas, Madrid, 1979, p. 276.
-
G. Le Bon, Psicologia
delle folle, Milano, 1946, p. 28; cfr. Istituto per la Ricerca
sociale di Francoforte, Lezioni di Sociologia, trad.
it. Torino 1966, p. 88.
-
G. Le Bon, Psicologia
delle folle, Milano, 1946, p. 52; cfr. Istituto per la Ricerca
sociale di Francoforte, Lezioni di Sociologia, cit.,
p. 89.
-
Istituto per la Ricerca
sociale di Francoforte, Lezioni di Sociologia, cit.,
p.90. Un'altra interessante differenza che emerge tra il saggio
di Le Bon e quello di Ortega è costituito dall'importanza attribuita
da quest'ultimo all'inconscio, inteso quale scaturigine dei
comportamenti delle folle, dei loro atteggiamenti fideistici,
emozionali e insurrezionali. In questo, l'analisi di Le bon
anticipa alcuni tratti delle riflessioni freudiane in merito
allo stesso tema. Nel 1921 Freud pubblicava lo scritto Psicologia
delle masse e analisi dell'io, saggio nel quale, prendendo
le mosse da Le Bon, Freud individuava nelle masse le occasioni
sociali che potevano permettere agli individui di liberare pulsioni
inconsce altrimenti destinate a rimanere represse nella loro
sfera privata. Adorno e Horkheimer vedono nel testo di Freud
un passo ulteriore rispetto a quanto sostenuto da Le Bon, nonché
un superamento della metafisica reazionaria che ravvisano in
esso. Freud avrebbe indagato come «il singolo, pur comportandosi
per lo più in modo radicalmente diverso da quando si trova coartato
nella condizione di massa, venga a cadere psicologicamente in
questa condizione. Questo scritto di Freud, di grandissima fecondità,
è rimasto meno conosciuto di quanto merita. Egli cerca la risposta
nelle condizioni che permettono al singolo, nella massa, di
«affrancarsi dalle rimozioni dei suoi impulsi istintuali inconsci»,
e che gli appaiono comparabili a quelle della nevrosi: a differenza
di tutti gli psicologi precedenti, quindi, Freud non si arresta
alla spiegazione del fenomeno che può offrire la suggestione,
ma cerca di spiegare quest'ultima risalendo «alla sua natura
libidica»» (Istituto per la Ricerca sociale di Francoforte,
Lezioni di Sociologia, cit., p. 92). In Psicologia
delle masse e analisi dell'io - un'opera del 1920, che precede
quindi di un decennio La ribellione delle masse - Freud
si pone in effetti il problema di come nella psicologia delle
masse vengano elusi taluni processi di tipo narcisistico attraverso
il rapporto con altri. La psicologia delle masse si occupa proprio
dei meccanismi che consentono un simile mutamento degli investimenti
energetici, mutamento che non può secondo Freud essere semplicemente
ricondotto all'esistenza di un irriducibile «istinto gregario»,
a una «pulsione sociale» insita nella natura umana. Piuttosto,
anche gli effetti di un simile ipotetico istinto dovrebbero
essere ricondotti, almeno per quanto concerne le sue manifestazioni
iniziali, all'ambito familiare (cfr. S. Freud, Psicologia
delle masse e analisi dell'io, trad. it. Torino, 1975, pp.
11-12). Più in particolare, Freud ritiene che tali comportamenti
socialmente orientati siano riconducibili all'azione della libido.
Questo concetto, tratto dalla teoria dell'affettività, sta per
Freud alla base di ciò che, più in generale, si chiama amore,
o Eros, e delle sue varie manifestazioni. La massa verrebbe
dunque tenuta insieme dalla potenza dell'amore, e anche colui
che si lascia suggestionare da altri lo fa perché probabilmente
«vi è in lui un bisogno di stare in armonia con gli altri anziché
di contrapporsi ad essi, e quindi forse si comporta così «per
amor loro»» (cfr., ivi, p.32-35). Il fatto di ricondurre il
comportamento gregario che caratterizza le masse ad una forma
di amore, oltre a denotare una sostanziale incomprensione
del fenomeno da parte di Freud, manifesta anche il suo approccio
meccanicistico a quelle problematiche psicologiche per la cui
trattazione è diventato famoso. Le masse che durante la rivoluzione
francese assistevano trepidanti alle esecuzioni capitali sarebbero
dunque state piene di amore, e così coloro che plaudivano ai
grandi dittatori del secolo appena trascorso, pur sapendo che
cosa questi ultimi andavano preparando o realizzando. Una accezione
così generica del termine «amore» può avere come principale
conseguenza solo quella di svuotare tale nozione di qualsiasi
contenuto specifico e positivo, riducendolo ad una delle tante
manifestazioni della libido. Freud dimostra in questa
occasione di tenere in pochissima considerazione una lunghissima
tradizione di riflessioni in merito, che va da Platone fino
Spinoza, Leibniz, Hegel e Schopenhauer (per citarne solo alcuni),
i quali tutti avevano in modi diversi utilizzato il concetto
di amore in maniera ben più circostanziata e pertinente alla
sua reale fenomenologia.
-
Questi individui cui Ortega
fa riferimento sono molto simili a quegli stessi individui storico-universali
cui Hegel attribuiva la capacità di forgiare quell'ethos
popolare in assenza del quale qualsiasi personalità è destinata
a rimanere irrealizzata, sebbene Ortega non nutra nella loro
azione durante l'era dell'uomo-massa la stessa fiducia che poteva
nutrirvi Hegel. Essi sembrano poter trarre tale universalità
da loro stessi, anche quando sembrano voler attuare solo dei
loro fini particolari. La loro frequentazione della filosofia
li rende però capaci di riconoscere l'universale e di volerlo
(Cfr. G. F. Hegel, Filosofia della storia universale,
trad. it. Torino 2002, pp. 64-65). Essi sono per Hegel i più
«ragionevoli», perché «comprendono nel migliore dei modi quale
sia la questione predominante; ciò che vogliono e fanno è corretto
e giusto, sebbene, dal momento che gli altri ancora non lo sanno,
la loro volontà e la loro azione appaiono come la loro causa
personale, la loro passione, il loro arbitrio. Gli altri devono
tuttavia obbedire, perché sentono quanto è corretto e giusto,
perché questo, interiormente, già appartiene loro, pur pervenendo
soltanto ora alla forma dell'esserci» (ivi, p. 65). A differenza
della situazione descritta da Hegel, l'efficacia dell'azione
di questi uomini storico-universali sembra scarsamente efficace
già nella prima metà del Novecento, quando le masse stesse pensano
di poter giocare d'anticipo quanto al criterio più adeguato
per poterli riconoscere. È vero che anche le masse possono riconoscere
in tali uomini ciò che già appartiene a loro, ma proprio per
questo, proprio per il fatto che esse presuppongono di poter
riconoscere la questione fondamentale prima e meglio di qualsiasi
individuo storico-universale, sono solite sceglierli come vessilli
e rappresentanti occasionali di quello spirito del tempo che
loro già prima e direttamente pensano d'incarnare.
-
J. Ortega y Gasset, La
ribellione delle masse, cit., p. 887.
-
A. Savignano, J. Ortega
y Gasset, La ragione vitale e storica, cit. p. 298.
-
J. Ortega y Gasset, La
ribellione delle masse, cit., p. 948.
-
Ivi, pp. 948-949.
-
Ivi, p. 947.
-
J. Ortega y Gasset, La
ribellione delle masse, cit., p. 800.
-
Ibidem.
-
Cfr. S. Bellow, «Prologo
a La rebelión de las masas, in Revista de Estudios
Orteguianos», 3, 2001, p. 298.
-
Il fatto che anche l'arte,
in questo contesto, tenda a «disumanizzarsi», a trasformarsi,
abbandonando il meriggio della chiarezza e dell'intelligibilità,
in un puro stile capace di provocare una sorta di contagio psichico
incosciente (cfr. Ortega y Gasset, La deshumanización del
arte, Madrid, 1987, ed. cit. 1993, pp.67-68) o, come pensa
Adorno, che dei «solidi borghesi», per i quali essa «non sarà
mai abbastanza irrazionale», cerchino di tenerla lontana dall'esercizio
della coscienza critica e immune da «qualsiasi aspirazione alla
verità», può essere interpretato come un ulteriore sintomo della
situazione descritta da Ortega (cfr. T. W Adorno, Minima
moralia, trad. it.Torino, 1954, p. 71).
-
Cfr. ivi, p. 278.
-
Il pericolo di un imbarbarimento
della società che può derivare dall'assunzione di tale ruolo
da parte delle masse incombe sulla storia futura come un presagio
realistico, che verrà avvertito e annunciato, tra gli altri,
anche da Johan Huizinga.In un libro scritto pochi anni dopo
la pubblicazione de La ribellione delle masse, Huizinga
manifesta infatti preoccupazioni analoghe a quelle evidenziate
da Ortega nel suo saggio, registrando un imbarbarimento della
cultura e dello spirito del tempo che sono strettamente collegabili
con l'ascesa delle masse sulla scena storica e sociale. Per
Huizinga, «la prospettiva di un mondo civile abbandonato a un
suo proprio dinamismo, a un sempre crescente dominio delle forze
naturali, a una sempre più piena e immediata pubblicità di quanto
accade, ha in sé molto più dell'incubo che della promessa di
una civiltà purificata, ripristinata, innalzata. Desta visioni
di insopportabile sovraccarico e di schiavitù spirituale. La
prospettiva di una civiltà che continua a svolgersi ci ispira
da gran tempo l'ansiosa domanda: lo svolgimento culturale cui
assistiamo non è piuttosto un processo d'imbarbarimento? Per
imbarbarimento si può intendere un processo culturale, in virtù
del quale una situazione spirituale d'alto valore venga a poco
a poco soffocata e ricacciata indietro da elementi di più basso
livello. Può essere incerto se i rappresentanti dell'elemento
basso e di quello alto debbano necessariamente fronteggiarsi
sotto l'aspetto di masse e di élite. A ogni modo, ove si voglia
affermare questa popolarità, bisognerà assolutamente svuotare
i concetti di massa e di élite di qualsiasi contenuto sociale,
e considerarli solo in quanto espressioni di atteggiamenti spirituali.
Così intese la cosa anche Ortega y Gasset nella sua Rébelion
de las masas» (J. Huizinga, La crisi della civiltà,
trad. it. Torino, 1962, ed. cit. 1970, p. 138). Huizinga individua
persino nei moderni strumenti di comunicazione di massa - come
allora, verso la metà degli anni trenta, erano la radio e il
cinema -- un aspetto insidioso per la civiltà contemporanea,
perché a suo avviso essi rischiano di «disabituare la gioventù
dal pensare, di mantenerla infantile, e probabilmente, per giunta,
di annoiarla rapidamente e a fondo». La lettura è al loro cospetto
«una funzione culturale più fine. Leggendo lo spirito afferra
molto più in fretta, sceglie continuamente, si tende, salta,
sosta, riflette: mille moti del pensiero in un istante, che
sono negati al radioascoltatore» (ivi, p. 140). L'habitat
socio-culturale in cui la civiltà futura dovrebbe svilupparsi
ne risulta minacciato, tanto che sarà arduo evitarne l'imbarbarimento.
Le forze organizzatrici della società, come partiti, chiese
e associazioni, non sono infatti in grado di impedire un mutamento
che si annuncia come epocale, o almeno non lo saranno se non
cercheranno prima di tutto di provocare un mutamento di tipo
spirituale. Per Huizinga «non possiamo aspettarci la salute
dall'intervento di una forza organizzatrice. Le basi della civiltà
sono di tutt'altra specie; né gli organi collettivi come tali
-- popoli, stati, chiese, scuole, partiti, associazioni -- possono
porle o mantenerle. E' necessaria una purificazione interiore
che prenda tutto l'individuo. Deve mutare l'habitat spirituale
dell'uomo. Il mondo attuale è andato molto oltre sulla via della
piena negazione d'ogni norma morale assoluta. A mala pena distingue,
convinto, il bene dal male. Esso è portato a ritenere tutte
le crisi, che l'odierna civiltà attraversa, una mera lotta tra
opposte tendenze, una lotta tra avversari per il potere. Eppure
la possibilità di sperare sta tutta nel riconoscimento che in
questa lotta le azioni si ordinano secondo un principio di bene
assoluto e di male assoluto. Da questo riconoscimento consegue
che la salvezza non può essere contenuta nella vittoria di uno
stato, di un popolo, di una razza, di una
classe. Il senso umano della responsabilità raggiunge il suo
più basso livello quando si sottopone il criterio dell'approvazione
o della condanna a una finalità fondata sull'egoismo» (Ivi,
p. 152).
-
Cfr. G. Alonso Dascal,
La rebelión de las masas: pronóstico de una realidad desafisiante,
in Revista de Estudios Orteghianos, 2, 1001, pp. 275.
-
Questa impossibilità di
accedere alla propria solitudine da parte dell'uomo-massa è
sottolineata, sebbene nel contesto di un'analisi sociologica
e politica molto diversa, anche da Marcuse, secondo il quale,
nell'era della desublimazione repressiva, «la solitudine,
la condizione stessa che sosteneva l'individuo contro ed oltre
la sua società, è divenuta tecnicamente impossibile» (H. Marcuse,
L'uomo a una dimensione, trad. it. Torino, 1964, p. 90);
mentre per Adorno essa costituisce una sorta di ultimo rifugio
critico, l'unico modo autentico e non reificato di partecipare
alla vita della comunità, tanto che nella società capitalistica
contemporanea, «per l'intellettuale, la solitudine più scrupolosa
è la sola forma in cui può conservare un'ombra di solidarietà»
(T.W. Adorno, Minima moralia, cit., p. 18).
-
Secondo Max Weber, qualora
l'attività economica si spogli definitivamente del senso etico-religioso
che l'aveva accompagnata sino agli albori del capitalismo e
si associ a «passioni puramente agonali», la società sarà destinata
a impietrarsi in una meccanicizzazione febbrile: «allora in
ogni caso per gli ultimi uomini di questa evoluzione della civiltà
potrà essere vera la parola: «specialisti senza intelligenza,
gaudenti senza cuore: questo nulla si immagina di esser salito
ad un grado di umanità, non mai prima raggiunto»» (M. Weber,
L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, trad.
it. Firenze 1945, ed. cit. 1977, p. 306). Weber coglie in maniera
precisa, e con notevole anticipo, i problemi connessi allo sviluppo
della democrazia nella società di massa:«l'importanza dell'attiva
democratizzazione di massa - scrive - sta nel fatto che il capo
politico non viene più proclamato candidato sulla basa del riconoscimento
della sua buona prova nella cerchia di uno stato di notabili,
per poi diventare capo in virtù del suo emergere in parlamento,
bensì conquista la fiducia e la fede delle masse -- e quindi
la sua potenza -- con mezzi demagogici. Guardando all'essenziale
delle cose, ciò comporta una forma cesaristica di selezione
dei capi; e in effetti ogni democrazia ha questa inclinazione.
Il mezzo specificamente cesaristico è il plebiscito: esso non
è una normale «votazione» o «elezione», ma la professione di
una «fede» nella vocazione di capo di colui il quale pretende
per sé questa acclamazione» (M. Weber, Economia e società,
vol. II, trad. it. Milano, 1961, p 756). Per Weber «il pericolo
della democrazia di massa per la politica dello Stato consiste
infatti in primissimo luogo nelle possibilità di una forte preponderanza
di elementi emotivi nella politica. La «massa» in quanto tale,
prescindendo dagli strati sociali che la compongono nel singolo
caso, «pensa soltanto fino a domani». Essa è infatti, come insegna
qualsiasi esperienza, sempre esposta all'influenza attuale puramente
emozionale e irrazionale; e del resto essa condivide di nuovo
questo carattere con la monarchia moderna «autogovernate», che
presenta gli stessi fenomeni» (ivi, p. 767).
-
J. Habermas, Etica
del discorso, trad. it. Roma-Bari, 1985; ed. cit. 1993,
pp. 21-22
-
Ibidem.
-
Ivi, pp. 22-23.
-
Ibidem.
-
Non è un caso che la filosofia
non abbia «bisogno né di protezione, né di attenzione, né di
simpatia da parte delle masse» (J. Ortega y Gasset, La ribellione
delle masse, cit., p. 866). Essa è tutelata dalla sua «pura
inutilità», che «la affranca da ogni soggezione all'uomo medio.
Sa di essere per essenza problematica, e abbraccia allegramente
il suo libero destino di uccello del buon Dio, senza chiedere
a nessuno che l'accetti, senza raccomandarsi né difendersi.
Se riesce di giovare sinceramente a qualcuno per qualcosa, ne
gioisce per la semplice simpatia umana, però non vive di questo
vantaggio che le è estraneo, né se lo propone, né lo spera»
(ivi, pp. 866-867).
-
J. Habermas, Agire
comunicativo e logica delle scienze sociali, trad. it Bologna,
1970, ed. cit. 1980, p. 515.
-
J. Habermas, Teoria
dell'agire comunicativo, trad. it. in due voll., Bologna,
1986, vol. II, p. 1077-1078.
-
Cfr. T. W. Adorno, Minima
moralia, cit., p. 58. Alcune osservazioni di Adorno sembrano
calzare perfettamente all'uomo-massa orteghiano, sebbene, naturalmente,
muovano da premesse teoriche molto diverse. Anche Adorno, per
esempio, nota come, «anche nella comunità più ristretta, il
livello si conforma al più subalterno dei suoi membri», e come
anche l'individuo più differenziato finisca col sentirsi «obbligato»
verso tutti coloro lo sono meno, ai cui occhi «la debolezza
di spirito, riconosciuta come principio universale, appare come
energia vitale» (ivi, pp. 178-179).
-
Cfr. J. Ortega y Gasset,
La riforma liberale, in Scritti politici, cit.,
pp. 328- 330.
-
Ivi, p. 331. La prospettiva
ideale del liberalismo trova secondo Ortega un'espressione efficace
nelle seguenti parole di Pestalozzi: «È necessario volgere gli
occhi a quanto accade, al fine di conservare limpida in noi
la sensibilità per quel che deve accadere» (ibidem). Gli ideali
liberali e del socialismo liberale, che per Ortega rappresenta
l'unico socialismo possibile (cfr, ivi, p. 330), proprio in
quanto ideali, e non utopie, non si rivelano particolarmente
accattivanti per le masse. La diffidenza generale nei confronti
del liberalismo viene spiegata anche da Croce in termini simili:
essendo il liberalismo «negazione dell'utopia», esso, «messo
a riscontro con le varie concezioni trascendenti, le quali offrono
determinatezza di fede e sicurezza di speranza in una definitiva
beatitudine, è stato giudicato scettico e pessimistico: scettico,
perché ripone la verità non altrove che nella assidua e infaticabile
indagine del pensiero, e pessimistico, perché similmente, negando
uno stato di felicità che è nient'altro che una metafora, ripone
la felicità unicamente nella gioia di lavorare e combattere,
come l'uomo sempre deve e può. [...] Così, togliendo all'uomo
l'illusione del definitivo acquisto e dello stabile possesso
della verità, della virtù e della felicità, la dottrina liberale
priva se stessa di due mezzi assai efficaci per chiamare attorno
a sé il volgo di qualsiasi ordine sociale; e ciò fa sì che le
si assegni anche un altro carattere, che è di nuovo titolo di
ammirazione e nuova accusata cagione di debolezza: il carattere
aristocratico onde è improntata la sua concezione e il suo metodo,
che la rende (si dice) comprensibile e accetta ai pochi ma senza
presa sulle moltitudini»(B. Croce, La storia come pensiero
e come azione, Bari 1938, ed cit. 1965, pp.234-235).
-
J. Ortega y Gasset, Spagna
invertebrata, in Scritti politici, cit., p. 574.
-
J. Ortega y Gasset, La
ribellione delle masse, cit., p. 849.
-
Cfr. ivi, p. 801.
-
Ivi, p. 802.
-
La pulsione di ritornare
ad uno stadio inanimato annuncia per Freud la pulsione di morte
che caratterizza ogni organismo vivente, manifestando una sua
specifica inerzia: «l'aver riconosciuto che la tendenza dominante
della vita psichica, e forse della vita nervosa in genere, è
lo sforzo che trova espressione nel principio di piacere, inteso
a ridurre, a mantenere costante, a eliminare la tensione interna
provocata dagli stimoli (il 'principio del Nirvana', per usare
un'espressione di Barbara Low), è in effetti uno dei più forti
argomenti che ci inducono a credere nell'esistenza delle pulsioni
di morte» (S. Freud, Al di là del principio di piacere,
trad. it Torino, 1975, pp. 89-90). A questo riguardo, Rudolf
Arnheim osserva come, sulla scia di Fechner, in quest'opera,
del 1929-20, Freud pose in relazione il principio di piacere
con quello della riduzione di tensione, vale a dire con l'accrescimento
o diminuzione dell'eccitazione psichica. [...] Quanto Freud
desidera dimostrare è che lo sforzo di mantenere la tensione
a livello minimo, o di eliminarla interamente, costituisce la
tendenza dominante di un'esistenza psicofisica (principio di
Nirvana). Tale riduzione di tensione viene concepita da Freud
come dissolvimento catabolico. Gli istinti sono pulsioni dell'organismo
vivente a ritornare allo stato inorganico. Obbiettivo della
vita è la morte» (R. Arnheim, Entropia e arte, saggio sul
disordine e l'ordine, trad. it. Torino 1974, ed. cit. 1989,
pp. 62-63).
-
G.F. Hegel, Filosofia
della storia universale, trad. it. Torino, 2001, pp. 27-28.
-
Cfr. J. Ortega y Gasset,
La ribellione delle masse, cit., pp. 871-872.
-
Lo stretto rapporto tra
libertà, cultura e nobiltà di spirito è stato di recente analizzato
ed esposto in maniera efficace da Rob Riemen, in particolare
relativamente al pensiero di Thomas Mann. Il grande scrittore
tedesco pensava infatti che «noi non siamo liberi perché non
riconosciamo nulla al di sopra di noi, ma perché onoriamo qualcosa
al di sopra di noi». La cultura, in quanto via d'accesso alla
verità e testimone di un mondo in perenne trasformazione, dovrebbe
costituire il terreno che nutre ogni autentica Bildung
dell'uomo, la sua educazione morale e spirituale, perché «distruggere
la cultura significa distruggere la verità. E distruggere la
verità non è altro che privare l'uomo della sua dignità» (R.
Riemen, La nobiltà di spirito, trad. it Milano, 2010,
pp. 73-74 e 39-40). Proprio Thomas Mann ci ricorda come anche
Dostoevskij considerò il declino spirituale e culturale come
il primo germe del declino di ogni nazione, perché quando in
una nazione si estingue « «l'esigenza di un comune perfezionamento
individuale [...] si estinguono allora a poco a poco anche le
'civiche istituzioni' perché non c'è più nulla da conservare»»
(T. Mann, Considerazioni di un impolitico, trad. it.
Bari, 1967, p. 462). Mann pare concordare con Dostoevskij anche
quando quest'ultimo osserva che, quando una nazione abbia voltato
le spalle al suo idale etico-religioso, quello che subentra
non è ««altro che un bisogno, quasi un'angoscia panica, di unirsi,
al solo scopo [...] di 'salvare la pancia'; l'adunarsi dei cittadini
non conosce ormai altro scopo»» (ibidem). Questa diffidenza
nei confronti delle adunanze di cittadini e delle loro rivendicazioni
è, fatte salve alcune sostanziali differenze tra le loro motivazioni
rispettive e gli esiti delle loro analisi, comune a due grandi
scrittori ed evocano decisamente tematiche care ad Ortega. Sempre
nello stesso saggio -- che fu composto tra il 1915 e il 1918,
e quindi oltre un decennio prima de La ribellione delle masse
- lo scrittore tedesco osserva, per esempio, come alla massa
sembri sempre più giusta «la forma di giustizia più semplice,
rozza e primitiva, quella che senza far tanti complimenti affibbia
a tutti lo stesso. La quale, anzi, apparendole giustizia assoluta,
mette la massa in una posizione di resistenza morale a ogni
forma aristocratica del diritto con quel pathos che chiunque
sia invece conscio dell'imperfezione implicita in ogni ordinamento
giuridico, non riuscirà mai a far suo, e col quale la massa
finisce per forza col vincere; e solo con la massa, con quel
suo pathos per la giustizia così primitivo e anti-aristocratico
è possibile oggi fare politica» (ivi, p. 232).
-
Jacques Lacan considera
l'uomo «un animale in preda al linguaggio» e il suo desiderio
definito dal «desiderio dell'Altro», dato che «il soggetto deve
trovar la struttura costitutiva del suo desiderio nella beanza
aperta dall'effetto dei significanti in coloro che per lui vengono
a rappresentare l'Altro, in quanto la sua domanda è loro soggetta»
(J. Lacan, La direzione della cura, in Scritti,
trad. it Torino, 1974; in due voll., vol. II, p. 624). Poiché
è «come desiderio dell'Altro che il desiderio dell'uomo trova
forma» (J. Lacan, Sovversione del soggetto e dialettica
del desiderio nell'inconscio freudiano, in Scritti,
cit., vol. II, p. 816), egli teme costantemente di sparire nell'Altro.
Per farsi riconoscere dall'Altro l'uomo proferisce «ciò che
è stato solo in vista di ciò che sarà» (J. Lacan, Funzione
e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in
Scritti, cit., vol. I, p. 293), proiettandosi così incessantemente
nel futuro anteriore di ciò che sta per divenire, perché in
ciò che «sarà stato» intravede la possibilità del suo pieno
e irreversibile riconoscimento. Più in particolare, nell'era
contemporanea, in virtù di questo suo essenziale desiderio di
riconoscimento da parte dell'Altro l'uomo tende a creare le
premesse di una sua integrazione efficace nell'ordine simbolico
cui è necessariamente sottomesso partecipando il più attivamente
possibile all'opera della scienza e assecondando i comportamenti
e gli usi che essa impone, dimenticando così la propria soggettività:
«egli collaborerà efficacemente all'opera comune col suo lavoro
quotidiano e ornerà i suoi svaghi di tutte le gradevolezze di
una cultura profusa che, tra il romanzo giallo e le memorie
storiche, tra le conferenze educative e l'ortopedia delle relazioni
di gruppo, gli darà di che dimenticare la sua esistenza e la
sua morte e insieme di che misconoscere in una falsa comunicazione
il senso particolare della sua vita» (ivi, p. 275).
-
H. Marcuse, L'uomo
a una dimensione, cit., p. 91. Per Marcuse la desublimazione
può rivelarsi repressiva nella misura in cui determina «una
localizzazione della libido, la riduzione della sfera erotica
all'esperienza ed alle soddisfazioni sessuali [...]. Fintanto
che la maggior libertà comporta una contrazione piuttosto che
un'estensione e uno sviluppo dei bisogni istintuali, essa opera
a favore anziché contro lo status quo di generale
repressione, tanto che si potrebbe parlare di «desublimazione
istituzionalizzata» (ivi, p. 92).
-
«La perdita di coscienza
dovuta alle libertà di gratificazione concesse da una società
non libera dà origine ad una coscienza felice che facilita l'accettazione
dei misfatti di questa società» (ivi, p. 94).
-
«La tesi fondamentale
di Lacan - scrive Žižek - è che il Master è,
per definizione, un impostore: il Master è qualcuno che,
trovandosi al posto della mancanza costitutiva della struttura,
agisce come se tenesse le redini di quel surplus, del misterioso
X che elude la comprensione della struttura. È questo che segna
la differenza tra Habermas e Lacan, in rapporto al ruolo del
Master: in Lacan, il Master è un impostore, tuttavia,
il posto da lui occupato -- il posto della mancanza nella
struttura -- non può essere abolito, poiché proprio la finitezza
di ogni campo discorsivo impone la sua necessità strutturale»
(S. Žižek, Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento,
cultura di massa; trad. it. Milano, 1999, p. 162). In sintesi
vi è per Žižek «una sorta di metasoggetto, (Dio, la
ragione, la storia, l'ebreo),» che «oltrepassa l'intenzione
del soggetto. Esso può funzionare come rassicurazione capace
di pacificare e di fortificare (fiducia religiosa nella volontà
di Dio»), (ivi, p. 88).
-
È l'esistenza di un simile
metasoggetto che consente di sacrificare se stessi per
un despota, ed è in virtù di tale sacrificio che si può conservare
il proprio posto nel Grande Altro, laddove il rischiare la propria
vita contro il despota implicherebbe invece la perdita del suo
sostegno, e quindi l'esclusione dalla comunità, «dall'ordine
sociale incarnato dal nome del despota» (cfr. ivi, p. 116).
-
Qualora si concepisca
il potere che la massa esercita sull'uomo-massa orteghiano come
un potere di tipo dispotico, queste osservazioni di Žižek
risultano calzanti anche per definire tale rapporto di subordinazione
totale. L'ordine simbolico imposto dal grande Altro può quindi
trasfigurarsi, nella massa e attraverso di essa, in «una macchina
parassitaria che si introduce nell'essere umano e si aggiunge
a esso come una sua protesi artificiale» (cfr. S. Žižek,
Credere, trad. it. Roma, 2005, p. 102).
-
Cfr. P. Rossi (a cura
di), Lo storicismo tedesco, Torino, 1977, p. 230.
-
Con l'aggettivo «critica»
ci si riferisce anche, sebbene non soltanto, al concetto di
«storia critica» in Nietzsche, che inquadra tale concetto nell'ambito
di una tripartizione più generale degli atteggiamenti che si
possono assumere nei confronti della storia nel modo seguente:
«se l'uomo che vuol creare cose grandi ha in genere bisogno
del passato, se ne impossessa per mezzo della storia monumentale;
chi invece ama perseverare nel tradizionale e in ciò che è venerato
da gran tempo, coltiva il passato come storico antiquario; e
solo colui al quale una sofferenza presente opprime il petto,
e che a ogni costo vuol gettare via il peso da sé, ha bisogno
della storia critica, vale a dire di quella che giudica e condanna.
[...] Il critico senza sofferenza, l'antiquario senza pietà,
il conoscitore della grandezza senza la capacità della grandezza
sono tali piante diventate erbacce, estraniate al loro terreno
naturale e perciò degenerate» (F. Nietzsche, Sull'utilità
e il danno della storia per la vita, trad. it. Milano 1974,
ed. cit. 1979, pp. 23-24). In particolare, Nietzsche si rivolge
a coloro che hanno un atteggiamento critico nei confronti della
storia con queste parole: «solo con la massima forza del
presente voi potete interpretare il passato: solo nella
più forte tensione delle vostre qualità più nobili indovinerete
ciò che del passato è degno di essere conosciuto e preservato
ed è grande. Uguale con uguale!Altrimenti abbasserete il passato
a voi» (ivi, p. 55). Habermas osserva come per Nietzsche, senza
un simile approccio critico, anche il lavoro dello storico che
si cimenti col tentativo di conseguire la massima obiettività
nelle sue ricostruzioni storiografiche perda di «forza plastica»
e non sia in grado di penetrare realmente nel passato. A suo
avviso, infatti, Nietzsche «analizza l'inefficacia di una tradizione
culturale staccata dall'azione e trasferita nella sfera dell'interiorità:
«Il sapere che viene preso in eccesso, senza fame, anzi contro
il bisogno, oggi non opera più come motivo che trasformi e spinga
verso l'esterno, ma rimane nascosto in un certo caotico mondo
interno [...]. E quindi tutta la cultura moderna è essenzialmente
interna [...], un 'manuale di cultura interna per barbari esterni'».
La coscienza moderna, oberata di sapere storico, ha perduto
quella «forza plastica della vita», che mette gli uomini in
condizione di «interpretare il passato» con lo sguardo rivolto
al futuro e «con la massima forza del presente». Le scienze
dello spirito che procedono metodicamente, siccome seguono un
ideale falso, perché irraggiungibile, di oggettività, neutralizzano
i criteri necessari alla vita e diffondono un relativismo paralizzante:
«in tutti i tempi fu diverso, non conta come tu sia». Esse bloccano
la capacità «di infrangere e di dissolvere [ogni tanto] un passato,
per poter vivere [nel presente]». Come già i giovani hegeliani,
nell'ammirazione storicistica per il 'potere della storia' Nietzsche
fiuta una tendenza, che fin troppo facilmente si rovescia nell'ammirazione
della politica realistica per il nudo successo» (J. Habermas,
Il discorso filosofico della modernità, trad. it. Roma-Bari
1987, pp. 87-88).
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