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Estratto da Diritto d'autore: una provocazione al dibattito (Eva Zenith)


Un grande ostacolo al pieno uso della rete è quello del diritto d'autore relativo ai contenuti. Questa formula magica è quella che ha ucciso l'espressività per tutto l'Evo Moderno. Ha fatto passare l'idea che esprimersi era un mestiere, una professione, magari capace di far arricchire chi la faceva; e che dunque, chi non riusciva a mantenersi con l'espressività, doveva rinunciarvi. Che sia possibile esprimersi, per esempio scrivere, pur facendo un regolare lavoro è dimostrato dagli scienziati che scrivono continuando a fare il loro lavoro di ricercatori e insegnanti. Don Milani era prete e maestro, Einstein fu per anni impiegato all'ufficio brevetti, Freud non ha smesso un giorno di fare il medico, sia pure della psiche, Svevo si occupava di import-export, Borges lavorava come bibliotecario. Ma il problema non è tanto questo, quanto il fatto che non è vero che qualcuno inventa qualcosa. Ogni artista, scienziato, pensatore, scrittore non è che un trasformatore, metabolizzatore, interprete di materiali altrui. Quando uno di questi ci sembra originale è solo perché non siamo capaci di risalire alle sue fonti. Questo non significa che l'autore non abbia meriti, ma non giustifica che la sua produzione sia inutilizzabile se non a pagamento. Esprimersi offre di per sé vantaggi, in primo luogo intrinseci (esprimerci ci rende soggetti più pieni e sovrani), e in secondo luogo forieri di un credito sociale che quasi sempre si traduce in vantaggi materiali. Il diritto d'autore ha raggiunto il paradosso con la fotografia e il documentario. Fotografi e cine-documentaristi riescono a farsi pagare i diritti d'autore, al posto delle macchine che usano e dei soggetti che fissano sulla pellicola. La foto sull'indiano affamato di Calcutta, non porta una lira a lui, ma al fotografo. Molte popolazioni o singoli hanno intuito questa forma di rapina e si rifiutano di farsi fotografare.

L'oggetto dell'espressività (libro, disco, saggio, quadro o foto) è tutelato dal diritto d'autore solo in quanto è diventato merce di un'industria. Un sistema produttivo che gode di molti benefici (fra i quali la pubblicità gratuita) ma che non cessa di essere un'industria come le altre. Il diritto d'autore è insomma fondato sulle esigenze della trasformazione e distribuzione. L'industria culturale trasforma i beni immateriali (idee, immagini, discorsi, notizie) in beni materiali e li distribuisce. Funzione come un sistema di intermediazione. Per questo difende il diritto d'autore. La rete offre l'opportunità di dare una spallata a questo sistema, eliminando la necessità sia dei supporti materiali sia della distribuzione. Chiunque può diventare autore esprimendosi con la musica, la pittura o la grafica, la fotografia o il cinema, la poesia o la scrittura e, attraverso il web, far pervenire il suo lavoro a chiunque e ad un costo vicino allo zero.

Che senso ha ancora il diritto d'autore? L'industria culturale dovrà riconvertirsi in qualcos'altro e i cosiddetti "artisti" dovranno trovare forme di reddito diverse dalla semplice espressività. La rete, che ha eliminato le barriere spazio-temporali, non può espandere il suo potenziale se viene vincolata dalle royalties. Il web è lo spazio dove chiunque può prendere ciò che vuole da ogni posto e da ogni tempo, trasformarlo e interpretarlo liberamente, per reimmetterlo in circolo. Il massimo diritto da riconoscere è quello della citazione, per mero fair play.