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Estratto da FORMAZIONE DI QUALITA’? (Margherita Sberna)

Cosa determina la qualità di un percorso formativo? E’ un quesito importante  a cui tutti gli addetti ai lavori ed i loro utenti  potenziali  e reali dovrebbero rispondere. Riguarda l’etica professionale oltre che questioni di “mercato”.  Forse, però,  non esiste un’unica risposta  dato che le variabili interessate sono numerose e le connessioni fra esse producono risultati differenti.

Il problema si è fatto più urgente da quando lo Stato ha legiferato in merito, determinando cosa costituisce la qualità degli  “organismi” che si occupano di formazione e delle loro proposte. La procedura non è obbligatoria, ma solo chi vi sottostà può garantire il conseguimento dei crediti  richiesti annualmente a coloro che lavorano nell’ambito socio-sanitario. Si tratta della formazione continua necessaria per mantenersi aggiornati (ed anche per conservare  il proprio posto di lavoro).

Un’iniziativa lodevole da molti punti di vista,  si potrebbe affermare, se non fosse che ciò che viene richiesto per l’accreditamento non riguarda l’aspetto sostanziale ma piuttosto quello formale-burocratico. 

Per esempio la definizione del concetto di “formazione”, non pare essere ritenuta elemento di rilievo: così esso è inteso nella forma più estesa ed omnicomprensiva  riferendosi a qualsiasi situazione “intenzionale” collegata ad una qualche forma di apprendimento. Che si imparino i rudimenti della scrittura o  come aiutare un paziente terminale a “ben morire”, sempre di formazione si tratta! Non si evidenzia  la necessità di processi differenti in rapporto ad obiettivi differenti. Come non pare necessario predisporre strumenti e metodologie diverse per misurare l’apprendimento: può bastare un “questionario pre e post per la valutazione delle conoscenze composto da 30 domande con 5 risposte a scelta multipla da somministrare in ingresso e uscita del corso” (Scheda descrittiva di modulo formativo ISS “La formazione degli operatori nell’assistenza domiciliare”). Mentre sono essenziali  la sede operativa, le capacità organizzative, la pubblicità dei bilanci ,  la certificazione ISO, ecc.

L’obbligatorietà della frequenza ad iniziative formative è un altro elemento che inquina più che migliorare la qualità. L’apprendimento è infatti collegato con la motivazione personale ed essa deriva dal grado di libertà dell’utente/allievo  il quale  dovrà fare i conti con le sue difese e resistenze anche nel caso di una completa autodeterminazione. D’altra parte i gestori, e gli stessi docenti di percorsi formativi saranno tentati di ricorrere  a metodologie manipolative, avendo a che fare con partecipanti spinti dal dovere più che dal desiderio di migliorarsi professionalmente e di evolversi a livello personale.

L’adeguamento a parametri fissi molto limitanti  della progettazione  produce altri guasti: variabili come obiettivi / metodologia / durata di un intervento, sono interdipendenti e raramente possono essere fissati una volta per tutte, a meno di prevedere tutte le opzioni possibili (se anche questo fosse possibile, renderebbe difficile o improponibile l’innovazione e l’originalità). Conseguenze possibili sono il prolungamento inutile dei percorsi formativi o l’accumulo di obiettivi irraggiungibili nel tempo disponibile.

Non pare esistere un qualche tipo di selezione dei partecipanti che non sia l’ordine di iscrizione in rapporto al numero degli ammessi. Addirittura ci sono corsi indirizzati a profili professionali diversi o a tutti gli addetti ad un certo settore -per esempio “personale sanitario impegnato nei rapporti interpersonali” (!). Se l’eterogeneità dei partecipanti è in molte occasioni una risorsa per moltiplicare le possibilità di apprendimento, alcuni elementi di omogeneità fra loro –per esempio il livello di  “scolarizzazione” e di “acculturazione” - sono essenziali come punto di partenza.   

Ci che è più deprimente in tutto questo è che pare non esistere reazione alcuna dagli addetti ai lavori se non l’ubbidienza “cieca, pronta e assoluta”.