| A. Scenario
1. Lavoro
della Comunità, con la Comunità, sulla Comunità
Il termine lavoro
di comunità contiene diversi significati, ciascuno dei
quali si basa su premesse differenti e prefigura sviluppi diversi.
Uno indica la comunità come soggetto ed il lavoro che essa produce
per il proprio sviluppo. Questa ipotesi parte dalla premessa
di una totalità-organismo vivente e indica uno sviluppo autopoietico,
intenzionale e programmato. Il secondo significato individua
una struttura autonoma ma deficitaria, il cui sviluppo è legato
al partenariato ed al sostegno di tecnici. Il terzo senso della
definizione si basa sulla premessa di un organismo dipendente,
passivo, malato, il cui sviluppo è legato ad azioni eterodirette,
vicarianti, ortopediche o chirurgiche.
Le pratiche psicologiche,
sociali, pedagogiche, culturali e normative del Dopoguerra hanno
avuto il lavoro di comunità come fine dichiarato, il lavoro
con la comunità come illusione e il lavoro sulla
comunità come pratica quotidiana.
2. Modernità
vs. Comunità: la Comunità come ostacolo e come sogno
La storia della Modernità
è stata costruita sulla progressiva distruzione di tutte le
realtà intermedie fra lindividuo e lo Stato nazionale,
ad eccezione delle corporazioni di interessi. Famiglie, comunità
locali, aggregazioni culturali autonome sono state colonizzate,
smembrate o sottomesse dallunica totalità ammessa dalla
civilizzazione industriale moderna: lo Stato. La famiglia è
stata colonizzata per via giuridica, con la sottrazione del
potere educativo. Le aggregazioni culturali sono state sottomesse
per via economica, con la cooptazione concessa dai finanziamenti
del cosiddetto welfare state. La comunità locale
è stata smembrata mediante processi di compartimentazione e
despazializzazione della vita quotidiana. La divisione
del lavoro civico, proiezione speculare della divisione
del lavoro industriale, è stata accelerata dalla compartimentazione
urbanistica che ha suddiviso le zone abitative da quelle produttive
e da quelle ricreative; dalla dislocazione di competenze dal
livello locale a quello regionale, nazionale o sopranazionale;
dalla despazializzazione supportata dai mass media. In un certo
senso, le comunità locali sono state le aggregazioni intermedie
più resistenti alla desertificazione prodotta dallo Stato, proponendosi
come unico, pur debole scudo, dei singoli cittadini in balìa
delle corporazioni e dello Stato. Sia le autonomie locali giuridicamente
riconosciute (i Comuni), sia le realtà locali autonomistiche
e antagoniste sono state le sole isole di gemeinshaft
che si è posta come freno alla dilagante e divorante gesellshaft,
ma anche come sogno di recupero della totalità perduta.
Le uniche realtà intermedie
non solo sopravvissute allo Stato moderno ma capaci anche di
prenderne il controllo, sono state le corporazioni di interessi.
3. Corporazioni
vs Comunità ovvero le Comunità come bottino
Lo Stato come difensore
degli interessi generali è stato, nel corso della Modernità,
poco più che unideologia, uno slogan, un simulacro. Salvo
che in brevi e saltuari momenti, lo Stato moderno ha avuto il
ruolo di mascherare il dominio delle corporazioni più forti,
che attraverso esso hanno potuto legittimare la propria voracità.
Il dibattito quasi secolare sul conflitto pubblico - privato
non è stato altro che unabile azione di offuscamento della
realtà moderna, fondata sullirrilevanza delle totalità
e sul trionfo della parzialità. Il settore pubblico -in una
parola, lo Stato- è stato fin dallinizio della modernità
privatizzato, cioè sottratto allinteresse generale dalle
corporazioni di interessi parziali. Il provocatorio detto marxiano
del Governo come comitato daffari della borghesiasi
è rivelato fin troppo ingenuo di fronte agli Stati moderni che
sono gradualmente diventati meri comitati daffari
delle corporazioni. Il fatto che nella tarda modernità
le corporazioni più forti ne abbiano dovuto cooptare moltissime
altre più giovani e più deboli, non cambia la natura della forma
Stato attuale, che resta il simulacro pubblico di interessi
privatissimi. In questo processo di privatizzazione della totalità,
allargata a sempre più numerose corporazioni, le comunità locali
rappresentano il bottino. Le corporazioni più forti
si spartiscono lo Stato nazionale in tutte le sue aree di potere
e di reddito, mentre fra le corporazioni più deboli vengono
spartiti il potere politico e il reddito derivanti dalle comunità
locali. Il meccanismo è rafforzato dal sistema amministrativo
che assegna alle realtà locali una limitatissima autonomia economica.
Lo Stato assegna alle comunità locali i finanziamenti e vincola
non solo le destinazioni ma anche i processi di assegnazione
di incarichi, appalti, consulenze. In tal modo le corporazioni
controllano in toto le cosiddette autonomie locali. Con il consolidamento
dellUE il meccanismo è stato raffinato al punto che oggi
non esiste quasi più alcuna autonomia negli Enti Locali.
4. Desovranizzazione
delle Comunità: dallalto lImpero, dallinterno
le corporazioni
Una delle conseguenze
più vistose della tarda Modernità è la completa desovranizzazione
delle comunità territoriali. I Comuni, che sono stati il primo
trampolino dellepoca moderna dopo i secoli imperiali
del Medio Evo, sono oggi resi del tutto insignificanti non solo
dagli Stati nazionali ma anche dal sistema dellImpero
che sta nascendo in Occidente. LUE e gli USA stanno creando
il blocco leader del globo post-moderno. Tale progetto,
che prevede la desovranizzazione degli Stati nazionali, non
può che prevedere uno svuotamento anche maggiore delle comunità
locali. Il processo di imperializzazione dOccidente ha
visto una rivitalizzazione dei movimenti autonomistici, bellicosi
come nelle ex-jugoslavia o non bellicosi come in Italia, spesso
anche supportati dalle oligarchìe sopranazionali. LImpero
ha un interesse tattico allindebolimento degli Stati,
il che spiega lintervento militare contro la Serbia e
limportanza data dalla UE alle Regioni. Ma in termini
strategici, le comunità sono un ostacolo al progetto imperiale.
In via ordinaria, il potere sopranazionale sta togliendo sovranità
agli Stati e alle autonomie locali. Già ora i Comuni hanno perso
ogni potere nelle politiche della formazione, dellassistenza,
della cultura, del reclutamento di risorse umane. La desovranizzazione
delle comunità è avvenuta anche dallinterno, col viraggio
di tutti i poteri da una destinazione generale ad una corporativa
e privata. Quasi tutte le città sono amministrate da corporazioni,
le cui scelte, ancorché definite pubbliche, sono in concreto
dirette ad interessi privati organizzati. Si può dire che la
corporativizzazione delle comunità è il modo con cui le elites
di potere riescono a mantenere una apparente unità sociale.
Per corporativizzazione possiamo indicare un processo di segmentazione
per interessi omogenei della totalità comunitaria, accompagnato
dalla cooptazione, in gradi diversi, nella fase di spartizione
delle spoglie, e concluso con la segregazione di ogni
corporazione in un comparto limitato e circoscritto. Nessuna
realtà comunitaria è più competente o legittimata ad affrontare
i problemi complessi della totalità, o ad operare per gli interessi
generali. Ciascuna corporazione ha una competenza parziale e
privata, mentre il fantasma della polis resta sfuocato, come
un fondale inanimato.
5. Il
lavoro di Comunità come manipolazione e controllo
In questo scenario il
lavoro di Comunità svolto da operatori è solo un lavoro sulla
comunità. Il termine di operatori sociali,
un tempo usato per indicare coloro che lavoravano per il socius,
è divenuto obsoleto con la progressiva morte della polis. Le
comunità territoriali non sono più aggregazioni di cittadini,
uniti da un patto di interesse generale, ma assemblaggi di corporazioni
e di singoli sudditi chiamati ad operare in ambiti parziali
e privatizzati. I numerosi interventi operati verso le comunità
territoriali, dai vecchi Organi Collegiali della scuola alle
recenti leggi per la Famiglia, hanno col tempo mostrato la loro
natura. Non strumenti di rafforzamento o crescita delle totalità
comunitarie, ma mezzi di raccolta del consenso delle corporazioni
professionali o para-professionali attraverso mezzi economici,
e mezzi di controllo dei sudditi mediante le suddette corporazioni.
Ormai è evidente che il fine unico delle migliaia di miliardi
erogati per le cosiddette politiche locali della formazione,
dellassistenza, della prevenzione, delloccupazione
e del volontariato è la cooptazione delle corporazioni addette
a questi comparti, e tramite questa il controllo dei sudditi.
Il sistema di reclutamento e selezione degli operatori è strutturato
e controllato in modo che sia impossibile la minima autonomia
degli stessi. E il sistema di erogazione dei servizi è tale
da garantire la persistenza dellassoggettamento dei sudditi
al circuito del controllo, del consenso e dellomologazione.
Termini come autonomia, emancipazione, differenziazione sono
dichiarati come fini del lavoro comunitario con la stessa frequenza
con cui sono demonizzati nella quotidianità. Chiunque abbia
gestito un Corso di formazione delle migliaia finanziati dalla
UE sa che lunico risultato previsto ed accettato è il
mantenimento della corporazione degli addetti, nonché il controllo,
durante e dopo il corso, dei partecipanti. Chiunque abbia partecipato
ad un progetto per la promozione di qualche aspetto della vita
giovanile (salute, occupazione, cultura, ecc.) sa bene che
lemancipazione giovanile è lultima cosa richiesta.
Chiunque abbia partecipato ad un progetto contro qualche dipendenza
(droga, alcool, fumo, farmaci, ecc.) ha ben chiaro che lunico
fine, sia pur implicito, è quello di trasferire la dipendenza
dalla sostanze agli operatori e da questi alle corporazioni
dominanti. Non è un caso che tutti gli interventi di comunità
realizzati dagli Anni Settanta ad oggi abbiano sempre dovuto
fare riferimento al paradigma della patologia o dellassistenza,
mai a quello della cultura. I Centri di Aggregazione per gli
adolescenti e i giovani sono affidati a educatori
(notoriamente preparati per leducazione di soggetti a
disagio) invece che a ludotecari o animatori, e amministrati
dagli Assessorati allAssistenza. La prevenzione primaria
delle dipendenze è affidata agli stessi servizi che curano le
patologie delle dipendenze. Gli interventi che interessano i
rapporti fra scuola e comunità sono delegati spesso a operatori
dei servizi psichiatrici.
Lideologia sottostante
è quella di una comunità morta o moribonda, che richiede interventi
terapeutici, realizzati da corporazioni centrate sulla cura
anziché sulla crescita. Negli anni recenti il sistema di manipolazione
e controllo ha raggiunto i suoi vertici mediante dispositivi
come le gare dappalto e i bandi di assegnazione dei progetti
di comunità, che sono congeniati in modo da evitare rischi nella
spartizione fra le corporazioni
6. La Comunità
come business: più si lavora, meno cè Comunità.
Nella tarda Modernità,
la comunità è un business. LISTAT ha reso noto che il
comparto chiamato volontariato ha avuto nel 2001
un attivo di 4.000 miliardi, anche se non è chiaro in quali
tasche sia finito. Alcune stime assegnano a questo comparto
circa 4.000.000 di soggetti, teoricamente dediti ad un lavoro
nella o per la comunità. Non sappiamo quanti di questi 4.000.000
siano volontari veri (cioè operanti a titolo totalmente gratuito),
quanti siano operatori sottopagati e sfruttati, e quanti siano
professionisti retribuiti regolarmente o munificamente, e mascherati
da volontari. Ma se a costoro aggiungiamo gli operatori professionisti
dichiarati, operanti delle scuole, nella sanità, negli Enti
Locali, nellassociazionismo, nella cultura, arriviamo
ad una corporazione di 5 o 6 milioni di soggetti che gode di
una modesta fetta di reddito, ma di un discreto potere politico.
Se poi pensiamo che questo oceano di risorse è composto da reti
o filiere a dimensione nazionale, e a volte sopranazionale,
possiamo comprendere come il business di comunità sia interessante,
sotto il profilo economico, ma soprattutto politico. Praticamente
tutti questi soggetti dichiarano di fare lavoro di comunità
sia pure con diverse sfumature. Londa montante del lavoro
di comunità, volontario e professionale, è continua dagli Anni
Ottanta. I progetti e servizi realizzati in Italia in questi
20 anni sono migliaia. Malgrado ciò, le comunità territoriali
non hanno aumentato la loro qualità: al contrario lhanno
costantemente diminuita. Il gradi di incomunicabilità fra le
parti delle comunità sono decresciuti. Le forme di associazionismo
gratuito, di partecipazione civica e politica, di responsabilità
collettiva attivate negli Anni Sessanta e Settanta sono oggi
del tutto scomparse o ridotte a puro simulacro. La attenzione
verso le comunità locali, dichiarata da quasi ogni organo di
Governo (regionale, nazionale e comunitario), si è tradotta
nel controllo e nellinaridimento delle stesse, tramite
lo strumento dei finanziamenti controllati.
B. Microfisica del dominio
1.
Legalità come soggettività del potere
Uno degli slogan più
frusti ed abusati nella cosiddetta Seconda Repubblica è quello
inneggiante alla legalità. Apparentemente è ragionevole
sostenere lesigenza di legalità in ogni consesso umano,
e nessuno teorizza il vantaggio di una illegalità generalizzata
(persino i criminali si appellano continuamente alla legislazione,
sia pure con intenti difensivi). Tuttavia occorre andare oltre
lastrazione e analizzare concretamente la fonte della
legalità, i modi di costruzione e applicazione delle norme,
le forme della legislazione.
LItalia è il
Paese col più alto numero di norme e con la magistratura civile
meno efficiente e più costosa (per i sudditi) dellintero
Occidente. Considerando queste due condizioni, diventa facile
interpretare la legalità come la mera prepotenza della soggettività
delle corporazioni dominanti. Lesistenza di centinaia
di migliaia di leggi, regolamenti, norme, spesso contradditorie
e quasi sempre confuse ed imprecise, consegna una posizione
dominante ai ceti che presiedono linterpretazione e lattuazione
delle stesse. A prescindere dalla fonte della legge, la sua
attuazione è sottomessa a coloro che la interpretano, i quali,
in assensa di ogni possibile ricorso (per levidente crisi
della Magistratura), gestiscono un mero dominio soggettivo.
Il governo della maggior parte delle organizzazioni, profit
e non, pubbliche e private, è di fatto controllato da notai,
funzionari e contabili, che sono le corporazioni leaders del
sistema buro-corporativo dominante.
Lintero sistema
dei concorsi pubblici e delle gare dappalto, a volte è
vistosamente e illegalmente truccato, ma più spesso è truccato
in piena legalità. I frequenti scandali che emergono nei concorsi
universitari e nei concorsi pubblici in genere, vengono soffocati
semplicemente perché sono truccati, ma nella legalità. Linterpretazione
di norme confuse o contradditorie consente ampi margini di discrezionalità
legale che a sua volta consente la conservazione,
da parte delle corporazioni addette al controllo, di un forte
potere di scambio. E raro che di recente sia sorto uno
scandalo relativo alle gare dappalto truccate, per il
fatto che il sistema legale e stato raffinato nella Seconda
Repubblica in modo da consentire il controllo politico di quasi
tutte le gare. Laddove succede che qualche assegnazione sfugge
entra in gioco la discrezione legale nelle fasi
di controllo, nuovamente assegnate alle burocorporazioni dominanti.
Gli assegnatari di finanziamenti o progetti, che sono integrati
nel sistema del dominio, godono di una totale franchigia dei
controlli. Quelli che non sono integrati vengono controllati
puntualmente e regolarmene puniti. Qui torna in aiuto ai controllori
la confusione delle norme e la loro discrezionalità. Oggi nessuno,
su nessun tema può essere dichiarato incolpevole di una qualche
illegalità. La messa dei sudditi in stato di constante potenziale
colpevolezza è il metodo del dominio legale usato dalle burocorporazioni
dominanti. La comunità legale è un mero simulacro
della arbitrarietà, della prepotenza e del dominio della soggettività
delle élites. Naturalmente non è nemmeno pensabile una rivalutazione
dellillegalità come prassi. Di fatto la attuale legalità
è già una illegalità mascherata, rispetto ai principi fondanti
delle democrazie. Ciò che restituirebbe senso alla legalità
comunitaria, sarebbe la formulazione di nuovi patti negoziati
fra i cittadini, liberati dalla tirannia delle burocorporazioni.
2. Eugenetica
dellinclusione
La filosofia del dominio
non è più lesclusione, bensì linclusione controllata
seguita dalla reclusione. Il potere lascia ampi spazi di inclusione,
ma senza negoziare patti di alterità. Ciò che viene incluso
deve prima essere omologato. In una sorta di eugenetica sociale,
chi viene incluso deve essere sano, conformato e integrato,
ed il prezzo della salute, della conformazione e dellintegrazione
è la piena sottomissione. Per partecipare al lavoro di comunità
non basta la competenza: occorre che il potere sancisca la professionalità
con un diploma o una laurea. In un secondo tempo, lattestato
non basta più: si richiede la iscrizione, ovviamente controllata,
a qualche consorteria, ordine, albo, associazione. In terzo
luogo esistono i Registri o Elenchi comunali, provinciali,
regionali ai quali è necessario essere iscritti, per avere la
possibilità di fare lavoro di comunità (o ogni altro lavoro
civile). Naturalmente, tale iscrizione non esonera
dalliscrizione obbligatoria alla Camera di Commercio e
al Tribunale, se si vuole fare un qualsiasi lavoro. Di recente
ha preso piede un nuovo ostacolo allinclusione, chiamata
certificazione di qualità. Un processo che di certo
garantisce solo la tangente da versare agli enti di certificazione
e la produzione smisurata di carta. Ma tutto ciò non bastava
a garantire il sistema di filtri eugenetici legali della inclusione.
Lultimo grido in fatto di inclusione per sottomissione
è laccreditamento, una sorta di finto esame di fantasiose
variabili, legalmente regolare ma in sostanza del tutto discrezionale.
Ecco qui linclusione. Tutti possono entrare nel lavoro
comunitario, a patto che: abbiano un diploma, liscrizione
ad una consorteria, la presenza in un Registro o Elenco pubblico,
il timbro del Tribunale e della camera di Commercio, una certificazione
di qualità, e infine laccreditamento. La trafila consente
unampia inclusione, ma controllata da filtri (ogni gradino
è del tutto a discrezione dei rappresentanti del sistema) che
impediscono laccesso a chiunque non sia completamente
omologato e asservito. Ma non è finita qui. Leugenetica
sociale non richiede solo che i sudditi siano doc,
assegna anche alle burocorporazioni dominanti svariati sistemi
di controllo in itinere. Il suddito escluso viene
di fatto espulso da ogni possibilità di lavoro comunitario e
recluso in ghetti di occupazione marginale quando non di mero
precariato e disoccupazione. Il suddito incluso lo è solo sub
condicione. Nel corso di una storia lavorativa egli è
sottoposto a possibili controlli fiscali e contabili, come tutti
i sudditi di altri comparti. Larma fiscale è anchessa
regolamentata in modo che nessuno possa mai dirsi in regola:
essa può essere usata in ogni momento per sanzionare sudditi
sgraditi. Ma il lavoro comunitario gode di un plus di controlli
in itinere che offrono ulteriori mezzi di repressione. Col nome
di rendicontazione e valutazione passano
sistemi del tutto arbitrari e discrezionali di potere da parte
delle burocorporazioni, che esistono solo nel campo del lavoro
di comunità. Laddove la sudditanza fosse in qualche modo incrinata,
questi sistemi in itinere hanno una decisiva funzione di ricatto.
Lultimo controllo in itinere, cioè larma finale
di controllo, è quella meramente finanziaria. Mediante un calibrato
sistema di norme e inefficienze burocratiche, gli Enti pubblici
che controllano di fatto tutto il lavoro comunitario, decidono
con quanti mesi di ritardo vogliono pagare questa o quella prestazione.
Il tempo medio di ritardo dei versamenti dovuti è di 8 mesi
ma non è infrequente vedere un ritardo di 12 o 16 mesi. Mediante
questa accorta e legale normativa eugenetica, i
detentori del dominio burocorporativo controllano in ingresso,
in itinere e postea tutto il comparto del lavoro di comunità,
garantendosi conformismo, consenso e sudditanza. Di fronte a
questo quadro, sarebbe semplice ipotizzare un lavoro di comunità
estraneo agli enti pubblici, ma non è possibile. La politica
dellinclusione controllata non ammette circuiti paralleli.
Può fare lavoro di comunità solo chi è dentro il meccanismo
di inclusione controllata.
I sudditi inclusi hanno
peraltro un destino prestabilito in virtù di un meccanismo di
reclusione. La comunità è sempre più compartimentata, secondo
una logica di divisione del lavoro sociale mutuata dal più primitivo
fordismo. Questo produce la conseguenza che linclusione
avvenuta per un comparto o un settore del lavoro di comunità,
relega i sudditi inclusi a quel comparto o settore che è presieduto
da una specifica burocorporazione. Il sistema di reclusione
è tale da arrivare ad ambiti geografici minuscoli: chi lavora
in un piccolo paese non è ammesso a lavorare nel paese vicino;
chi opera nel comparto disabili non può collaborare con quello
delle dipendenze; chi ha sede in una regione non può lavorare
in unaltra. A meno che non si sottopongano ad una nuova
trafila di selezione gestita da altre burocorporazioni.
3. Ceti intermediari
e parassitari
La microfisica del dominio
richiede un controllo generalizzato del territorio che le grandi
burocorporazioni non possono gestire da sole. La soluzione maturata
nella tarda modernità è quella della proliferazione e moltiplicazione
di ceti intermediari e parassitari, la cui unica funzione è
il controllo. Queste giovani burocorporazioni, che si mantengono
con lesazione di quote di reddito dei sudditi, non forniscono
servizi richiesti bensì prestazioni obbligatorie. Le burocorporazioni
dominanti emettono una normativa legale che impone una qualche
pratica ai sudditi (per esempio, la normativa della sicurezza
negli uffici). Costoro sono vincolati a mantenere le corporazioni
subalterne, pagando per servizi non solo inutili ma spesso dannosi.
Il gioco riguarda centinaia di compiti e decine di burocorporazioni.
Per citarne solo alcune: i notai, i commercialisti, i fiscalisti,
i consulenti, i certificatori, i valutatori, gli amministrativi,
le agenzie di pratiche, i rendicontatori, gli operatori degli
Enti gestori di registri ed elenchi, i divulgatori di informazioni
legali, gli enti consortili, i funzionari della Pubblica Ammnistrazione,
uffici di assistenza e consulenza. Fatto 100 il bilancio di
un qualsiasi lavoro di comunità, la somma destinata agli operatori
o agli utenti (cioè agli attori del lavoro comunità) raramente
supera il 30. Più spesso si attesta sotto al 30.
Tutto questo non serve
al lavoro di comunità, ma è utilissimo alle burocorporazioni
maggiori e minori. Ma genera un reddito da spartire, e soprattutto
genera un plusvalore politico dato dal consenso di migliaia
di operatori. La tarda modernità in Italia vede circa una metà
della forza lavoro controllata direttamente o indirettamente
dalle élites burocorporative dominanti (appartenenti indifferentemente
al Governo o allopposizione): circa 4 milioni di dipendenti
pubblici, a cui si aggiungono circa 4 milioni di operatori del
cosiddetto volontariato e circa 2 altri milioni di operatori
di ceti meramente parassitari costituiscono più della metà della
forza lavoro nazionale. I settori del mitico privato
sono controllati mediante centinaia di strumenti normativi o
centinaia di miliardi a pioggia che, oltre a garantire un plusvalore
politico, giustificano lesistenza delle burocorporazioni
intermediarie e parassitarie. La stessa origine di questi ceti
garantisce la loro omologazione alla cultura dominante ed al
sistema imperiale. Qualsiasi gruppo o individuo che non segue
le regole, può essere accusato di illegalità o semplicemente
emarginato dal circuito produttivo.
4. Illusionismo
del Welfare
Il cosiddetto Welfare
State è stata loperazione più vistosa della presa del
potere delle grandi burocorporazioni. In via teorica il Welfare
State è nato come lo Stato del Benessere, che doveva garantire
a tutti i cittadini dalla culla alla tomba, una
migliore qualità della vita. Il sistema pensionistico e sanitario
pubblici, sono inclusi artatamente in questo quadro teorico.
In realtà entrambi risalgono a ben prima che il Welfare fosse
teorizzato e applicato. Il Welfare doveva essere la integrazione
e larricchimento, attraverso mirate politiche sociali,
dei tradizionali sistemi pubblici di tutela pensionistica e
sanitaria. Le politiche sociali dovevano essere a sostegno delle
comunità locali e dei gruppi sociali più deboli (giovani, donne,
anziani, disabili). E difficile citare qualche intervento
legislativo o progetto operativo che sia risultato effettivamente
a favore dei gruppi più deboli, ma tutti hanno consentito la
creazione di infinite burocorporazioni minori e, attraverso
queste, il controllo del consenso dei sudditi svantaggiati.
Gradualmente, ogni intervento si è rivelato per gli utenti poco
più di una benevola elemosina, e per gli operatori una fonte
di reddito controllato dal potere. La storia degli interventi
per le tossicodipendenze è paradigmatica. Nelle fasi iniziali
del fenomeno, intorno alla fine degli Anni Sessanta, la tossicodipendenza
malgrado i chiari segnali provenienti da oltreoceano-
è stata ignorata. Sono dunque nati numerosi gruppi di matrice
cattolica, solitamente ad opera di sacerdoti coraggiosi, che
si sono fatti carico del problema. Lo Stato, invece di rilevare
la questione direttamente ha preferito lasciarla nelle mani
di questi enti volontari, semplicemente controllandoli
con finanziamenti modesti e ritardati. Più tardi con i SERT,
lo Stato ha avocato a sé le terapie di mantenimento, ma ha continuato
a lasciare cura e prevenzione nelle mani dei gruppi privati,
retribuiti quasi normalmente, ma continuando ad usare lo strumento
economico in funzione di ricatto. Il risultato è stato che i
tossicodipendenti hanno goduto di un trattamento terapeutico
e le comunità hanno fruito di interventi di prevenzione, gestiti
da volontari raramente professionalizzati. Dal punto di vista
del dominio invece il risultato è stato uno sviluppo abnorme
di un sedicente volontariato, controllato politicamente. Trentanni
di politiche locali e nazionali hanno raramente visto le corporazioni
del settore in conflitto coi centri decisionali, per il semplice
fatto che queste erano e sono sotto il controllo delle burocorporazioni
dominanti. Processi analoghi sono stati realizzati, sulla scia
di quello che è diventato lo Stato Assistenziale, in psichiatria,
verso il problema dei disabili, per le politiche giovanili e
occupazionali, la formazione professionale, gli anziani e le
minoranze deboli.
Un esame dettagliato
e realistico degli interventi in corso, evidenzia come la maggior
parte degli investimenti non è diretto agli utenti ma agli operatori
ed ai ceti intermediari e parassitari. Ma anche circa la qualità
degli interventi è evidente che lutenza non è mai il primo
bersaglio delle preoccupazioni normative e operative. Non sono
affatto rari i servizi aperti nelle ore nelle quali gli utenti
non possono accedervi, i progetti focalizzati assai più sugli
aspetti burocratici che su quelli utili allutenza, le
iniziative il cui unico risultato possibile è il mantenimento
degli operatori invece che i benefici per i ceti deboli. Non
è raro che un intervento di successo venga vanificato dagli
stessi organismi che lhanno promosso per il fatto che
non registra un consenso politico come output. Tutti i progetti
di comunità afferenti al Welfare State dichiarano obiettivi
di emancipazione, autonomizzazione, socializzazione, ma praticano
evidenti richieste di subalternità, dipendenza, omologazione
verso gli operatori e, tramite questi, verso gli utenti. Gli
operatori del Welfare sono gradualmente diventati i secondini
del disagio, incaricati di segregare e controllare. Tutte le
politiche per loccupazione giovanile o lautoimprenditorialità
hanno dato vita a centinaia di migliaia di imprese la cui sopravvivenza
non supera lanno, per i semplice motivo che mentre è facile
e corporativamente utile dare finanziamenti, è impensabile che
il potere burocorporativo riduca il controllo che detiene sul
mercato.
Il Welfare è stato ed
è oggi ancora più una grande manipolazione per il controllo
del consenso politico. Se infatti il settore non si può definire
ricco economicamente, esso è molto ricco di valore politico.
Il ceto politico e burocratico, che controllano per via normativa
ed economica il Welfare State, traggono da esso un consenso
indispensabile.
C. La Comunità fra nevrosi e psicosi
1.
Jena Plissken tra rovine, ruderi, rottami
e relitti travolti da una società "liquida"
Le comunità territoriali
somigliano sempre più alla New York del famoso film. Un agglomerato
di rovine non tanto murarie quanto psicologiche e culturali,
abitato da nuovi barbari il cui unico fine sembra
essere la mera sopravvivenza, contro tutti. Il carattere di
liquidità dellEvo Immateriale ha avuto leffetto
di un fiume in piena su un villaggio. I rapporti faccia a faccia,
che nella letteratura sociologica, davano maggiore qualità alle
comunità rispetto a quelli anonimi della società, sono spariti
sotto il dilagare di un anonimato di tipo urbano. La stessa
estraneità fra le persone che si nota in una grande città, domina
i rapporti anche nei piccoli agglomerati. Le risposte che i
giornalisti ottengono dopo un fatto di sangue a Milano o Capracotta
sono le stesse: sorpresa per quello che sembrava una così
brava persona. Droga, criminalità e disoccupazione sono
ormai un fenomeno equidistribuito fra le metropoli, le periferie
e le piccole comunità. La epocale frantumazione delle soggettività
individuali ha una sua speculare proiezione nella disarticolazione
delle comunità. La competizione feroce, tanto spesso attribuita
alla modernità metropolitana, assume nelle piccole comunità
un volto anche più crudele per la totale mancanza di alternative.
Non esiste assessore che non competa con un altro; un parroco
che non sia pregiudizialmente ostile a quello vicino; un gruppo
di volontariato che non operi per la soppressione dei gruppi
operanti nello stesso settore. Luso del potere da parte
dei gruppi dominanti è pesante a livello generale, ma non è
meno asfissiante nei paesi più piccoli. Farsi ricevere dal Sindaco
di Milano è impossibile quanto da quello di Rivisondoli. Assessori,
funzionari comunali, vigili urbani hanno la stessa media arroganza
su ogni livello della scala di aggregazione. La metropoli giustifica
la sua inefficienza con la complessità, il piccolo Comune la
giustifica con la mancanza di mezzi. Comunità di ogni dimensione
e qualità, siano pubbliche o private, vedono una gestione barbarica
e selvaggia del potere, unita alla completa assenza di partecipazione.
I sistemi formalmente legali di partecipazione dei cittadini
nelle scuole, a livello urbano o nelle piccole comunità locali
sono pensati e gestiti in modo da impedire la partecipazione
o favorire solo quella che garantisce la piena omologazione
a chi detiene il potere. I gruppi di potere, che siano formalmente
preposti al governo o che siano allopposizionedi
una comunità, si autorafforzano mediante negoziazioni informali
e scambi di favori e complicità. Non esiste comunità oggi che
non sopravviva in base alla pratica del voto di scambio. Naturalmente
non sono affatto diminuiti i casi di vera e propria corruzione,
basati sullo scambio danaro-privilegi. Ma il gioco è diventato
insieme più immateriale e più devastante. Fra i ruderi della
liquidità, non serve uno scambio diretto di danaro, quando basta
operare uno scambio fra privilegi ed un consenso, che si traduce
in danaro esigibile su un altro tavolo.
2. Elusioni
fobiche e rituali ossessivi.
Come in ogni comunità
devastata da una catastrofe, il sentimento più diffuso è la
paura: del nemico, del contagio, dellestraneo. Il fatto
è che il cerchio della sicurezza risulta vistosamente ristretto
allappartamento, e qualche volta alla propria camera (come
testimoniano gli aumentati casi di stragi familiari). La paura
è aspecifica, generalizzata, metafisica e si concreta via via
in ogni oggetto che abbia una parvenza di eterogeneità. Ogni
diversità è percepita come potenziale conflitto, ed ogni possibile
conflitto è percepito come mortale: di qui la paura e lorrore.
I casi più vistosi riguardano le minoranze etniche, ma questi
non sono nemmeno i più diffusi. La paura riguarda il vicino
di casa che ha diverse opinioni; il collega di lavoro che non
condivide un progetto; il conoscente vestito in modo strano.
Il potenziale conflitto non viene affrontato e simbolizzato,
ma evitato mediante continui comportamenti da nevrosi fobica:
fuga, sottrazione, evitamento dellaltro, del diverso,
delleterodosso. Oppure il conflitto viene negato con periodici
rituali ossessivi di fusione: allo stadio, nelle discoteche,
nelle manifestazioni di piazza, nel turismo di massa. Laltro
evitato e laltro con-fuso smettono di essere
una minaccia. Quando levitamento e la fusione non sono
più sufficienti, prende corpo lipotesi del massacro.
Lorrore per la
differenza è tale che non viene demonizzata solo allesterno,
ma è repressa anche nel mondo interno. Lo sforzo costante è
quello di negare la propria individualità mediante pratiche
anestetiche, consolatorie, rassicuratorie, autopunitive, omologanti.
Quando il nemico esterno scarseggia, è la paura di sé a diventare
centrale. Allora ogni sforzo viene dedicato allautorepressione,
allautoflagellazione, alla dissimulazione. Gli abitatori
della comunità devastata vivono nellombra, in costante
allarme, tesi continuamente a mimetizzarsi, disposti a mutilarsi,
per via chimica (droghe e alcol) o chirurgica (plastiche e piercing)
per non distinguersi. Essere normali, che agli albori della
modernità era lequivalente di un insulto, è diventato
il massimo ideale della tarda modernità. La diversità individuale
che, malgrado tutto, tende a dimostrare la sua irriducibilità,
si esprime attraverso pratiche rischiose, pericolose, azzardate
che non di raro esitano in forme di suicidio dissimulato: gli
sport estremi, i massacranti rave parties, il gioco dazzardo.
3. Sintomi
schizo-paranoidi
La comunità devastata
manifesta una pervicace negazione dellevidenza, costruendo
unimmagine di sé del tutto allucinata. Il dichiarato nelle
scuole, nei servizi socio-sanitari, negli enti locali, nelle
associazioni è che la loro comunità e quella immediatamente
circostante sono il migliore dei mondi possibili. Laddove è
pratica quotidiana lautoritarismo è tutto uno sbandierare
di democrazia. La più feroce e distruttiva competitività viene
negata e soffocata da slogan inneggianti la cooperazione e il
lavoro di rete. Laddove le persone vengono utilizzate
alla stregua di automi o soprammobili, è tutto un peana per
lumanità. Insegnanti e scuole che praticano la repressione
sistematica di ogni originalità, fanno un gran parlare di creatività
e valore dellindividuo. Mentre il sistema burocorporativo
è centrato sul controllo e la sottomissione di ogni ipotesi
di intrapresa, profit e non, si sente il coro costante che inneggia
lautoimprenditorialità. Apparenza, dichiarato e illusioni
non hanno alcun riscontro nella realtà. Nessun test di realtà
riesce a contenere questa posizione schizoide. In una piccola
comunità di mille abitanti, durante una riunione convocata il
giorno seguente al funerale civile, perché quello religioso
fu negato- di un giovane tossicodipendente trovato morto sul
sagrato, il parroco teorizzava che qui la droga esiste
solo come fatto sporadico. In una scuola tecnica superiore,
con un tasso di espulsione del 50% annuo, il Preside ha il coraggio
di andare dicendo che le cose non vanno male come dicono
alcuni. Il fatto più sorprendente è che né parroco né
preside sono stati pubblicamente biasimati.
Naturalmente, quando
tutto crolla e la comunità di autoassolve, occorre trovare un
colpevole allesterno. La posizione schizoide assume caratteri
paranoici. Ogni parte della comunità disloca il negativo sulle
altre: la scuola funziona male a causa della famiglia; la famiglia
è in crisi a causa delle famiglie vicine; i servizi sono messe
in difficoltà dallAssessorato. E la comunità nel suo complesso
disloca il negativo sulle comunità limitrofe o sui soprasistemi:
nessun Comune collabora con i Comuni vicini; tutti i problemi
della comunità dipendono dalla Provincia, dal Governo, dallUnione
Europea. Le tifoserie sportive sono il paradigma della fenomenologia
schizoparanoidea.
I sintomi schizoparanoidei
sono un carattere eclatante della tarda modernità, che si esprime
nel locale come un frattale del globale. Anche lImpero
vive sulla negazione della sua crisi endogena ed è alla continua
ricerca di crociate planetarie. La forza con cui la realtà è
negata e il nemico esterno reso indispensabile è tale che chiunque
provi ad opporvisi rischia la lapidazione. Chiunque facendo
lavoro di comunità ha sperimentato pratiche serie di ricerca
valutativa, ricerca-intervento, ricerca sui climi organizzativi
e comunitari ha fatto lesperienza del capro espiatorio.
Qualsiasi ricerca che metta in luce realtà sgradevoli o rischi
di stimolare la consapevolezza dei processi schizoparanoidei
ha solo un esito: loblio negli archivi più remoti e lostracismo
perpetuo quando non la pura ritorsione- dei ricercatori
che non lo accettano.
4. Depressione.
La comunità devastata
che Jena Plissken scopre attraversandola è anche uno scenario
di depressione. Fra rovine, ruderi, rottami e relitti si aggirano
individui e gruppi il cui orizzonte è schiacciato sulle tribolazioni
del presente. Il senso di vuoto radicale è riempito con laffollamento
di impegni quotidiani dei quali nessuno è in grado di fornire
una motivazione. La generatività , fisica o simbolica, è sostituita
dalla sterilità . Il peso della censura è limitato solo dalla
gravità ed estensione dellautocensura e dellinibizione
spontanea. Si moltiplicano i tentativi di suicidio indiretto
tramite luso di sostanze chimiche, il traffico stradale,
le abitudini alimentari. Tutto ciò configura un evidente quadro
depressivo.
Il sintomo più evidente
della depressione è la sparizione del futuro. Di fronte alla
frantumazione, la comunità non reagisce col progetto. Lorizzonte
non supera mai lestate: non si ha notizia di progetti
a respiro triennale e tantomeno decennale. La scomparsa del
futuro è anche testimoniata dal rapporto ambiguo con le nuove
generazioni. Ad un dichiarato trionfalistico di amore, rispetto
e valore attribuiti ai giovani, non esiste comunità che nei
fatti non agisca ogni tipo di ostacolo, vessazione o tirannia
verso le nuove generazioni. La pseudo-nutritività che estende
la giovinezza fino ai 35 anni non è in realtà che una punizione
per la colpa dei giovani di abitare il futuro. Nemmeno più
il crimine assegna la condizione di adultità: è frequente sentir
parlare di due giovani rapinatori di 32 anni. Le
comunità soffocano i giovani con la retorica di un amore perverso,
che impedisce loro di avere una casa, una famiglia, un lavoro,
uno status di cittadino (in definitiva, unidentità autonoma).
Linfanzia, ladolescenza, la giovinezza sono sottratte
alle età corrispondenti e trascinate in avanti, fino alla soglia
dei 40 anni. Mentre gli adulti fanno a gara a comportarsi da
bambini e ragazzi, i bambini ed i ragazzi veri vengono investiti
di responsabilità, senso del dovere, decisioni critiche. E lodio
per i giovani è la traduzione in concreto della paura-odio per
il futuro. Fra i ruderi è palese la convinzione che quando morirà
lultimo adulto si spegnerà la luce sul pianeta.
La sparizione del futuro
è affiancato dal vuoto del presente. Un vuoto che ricorda la
morte e che dunque terrorizza e deve essere riempito in ogni
modo. Impegni, rumori, stimoli visivi hanno raggiunto una dimensione
ipertrofica, come una gabbia esistenziale che ha il compito
di sostenere simulacri di individui non più capaci di reggersi
senza sussidi ortopedici. La regola è essere altrove o stare
per andarci. La regola è la scarsità del tempo: per parlare,
per pensare, per ascoltare. Le riunioni nelle comunità sono
sempre più simili a stazioni ferroviarie: gente che va e viene,
qualcuno che non si presenta, pochissimi che restano. Il pieno
del contesto corrisponde al vuoto dellattenzione: decine
di stimoli e persone con cui si entra in contatto ogni giorno,
senza che avvenga alcuna vera esperienza. Limpossibilità
di esserci e di essere con è un altro
sintomo della depressione.
La sterilità biologica
(meno figli) ma anche sociale (meno intraprese civili) sono
un altro sintomo della defuturizzazine e della depressione.
LItalia è il Paese occidentale col tasso di natalità più
basso e col minor numero di grandi imprese realizzate dagli
Anni Settanta ad oggi. Non generare e non intraprendere, sono
legati alla sparizione del futuro ma anche alla scomparsa della
libertà. La depressione è determinista, sottomessa al destino,
estranea al costruzionismo. Le comunità hanno ridotto a zero
i gradi di libertà attraverso un capillare controllo del territorio
per via normativa, massmediatica, ed infine visiva. Il sistema
normativo consente già un ampio controllo preventivo dei comportamenti:
non esiste praticamente alcuna attività comunitaria o privata
che non sia sottomessa ad autorizzazione. Le telecamere ad ogni
angolo sono lultima novità di un controllo già diffuso
capillarmente con migliaia di norme e la pervasività di giornali,
radio, tv, spettacoli che lanciano praticamente una sola ideologia:
il controllo quotidiano. Tale controllo esterno è rafforzato,
dalla sua introiezione a livello individuale e dalla sua distribuzione
a livello interpersonale. Questa dislocazione del controllo
permette allImpero di avere un volto bonario: la repressione
avviene a livello preventivo nelle fasi di inclusione sociale,
e poi è delegata in gran parte allinibizione autogena
ed alla censura interpersonale. Si moltiplicano, attraverso
la pedagogia massmediatica, gli appelli allautocontrollo
e al controllo-denuncia dei vicini che trasgrediscono. Naturalmente
a posteriori, nei casi di comportamenti troppo eterodossi, il
volto bonario del controllo può diventare in ogni momento sadico.
Le telecamere ad ogni angolo di strada non scandalizzano perché
raramente qualcuno ha il tempo e le competenze per vedere il
materiale girato. Ma possiamo giurare che in presenza di un
qualsiasi comportamento eterodosso, non necessariamente criminale,
il materiale video girato diventa subito una prova a carico.
Sterilità biologica e sociale, defuturizzazione, libertà zero
chiudono il cerchio della fenomenologia depressiva delle comunità
post-moderne. Nei casi più gravi si registrano i suicidi reali
o i tentativi di suicidio per via indiretta chimica, stradale,
sportiva, alimentare.
D. Tassonomia delle Comunità postmoderne
La devastazione delle comunità
territoriali e delle comunità organizzative tradizionali, non
ha eliminato i bisogni di totalità, di appartenenza, di condivisione,
di identità collettiva specifica che lidea di comunità
soddisfa. La comunità è unaggregazione antropologica che
assume diverse forme storiche ma la cui essenza si fonda su
irriducibili bisogni umani. Se le comunità tradizionali sono
state frantumate dalla liquidità torrenziale della tarda modernità,
non per questo è sparito il bisogno umano di aggregazioni più
ampie del piccolo gruppo e meno ampie della società. In questi
di transizione dalla Modernità allImmaterialesimo troviamo
numerose sperimentazioni di comunità. Tentativi di ritrovare
uno spazio comunitario diverso dai tradizionali, ma capace di
rispondere ai bisogni che quelli soddisfacevano. Luomo
ha sempre bisogno di appartenere ad uno spazio di scambio di
doni ed oneri (cum-munus), circoscritto da mura
(cum-moenia) che distinguano il noi dagli altri.
Il fatto strano è che questi tentativi di comunità sono abitualmente
esenti da quello che chiamiamo lavoro di comunità.
Gli operatori di comunità tradizionali (educativi, psicosociali,
assistenziali, ecc.) sono coinvolti nelle frantumate comunità
territoriali, ma assenti dalle sperimentazioni di nuove comunità
in atto. Ecco alcuni esempi.
1. Cloniformi:
corporazioni e new towns
Con questo termine indichiamo
quelle comunità che sono clonate, cioè ripetute
sempre uguali sulla base di un modello che ha mostrato la sua
funzionalità. Questi tipi di comunità si basano sullomologazione
col sistema imperiale, fra loro ed al loro interno. Intanto
esse nascono non come alternativa al sistema sociale dominante
ma semmai come sua imitazione iperrealistica. Le nuove corporazioni
che nascono (professionali, di interessi, di volontariato, ecc.)
si preoccupano di strutturarsi in modo funzionale al sistema
e si organizzano secondo gli stessi parametri. Aggregano soggetti
che hanno un carattere distintivo uguale, e che organizzano
la loro visione del mondo intorno a questo tratto. Cloniformi
sono anche le New towns, nuove comunità progettate
dal nulla molto simili fra loro- , e centrate su valori
come la sicurezza, lisolamento, la omogeneità di classe.
Le corporazioni e le New towns rispondono certamente al bisogni
di identità, relegando tutti gli estranei al ruolo di potenziali
nemici. Soddisfano anche il bisogno di totalità, ponendosi come
fornitrici di servizi plurivalenti e integrati fra loro, e diventando
spesso una fonte di socializzazione esclusiva (molti membri
di queste comunità hanno relazioni solo fra loro). Lappartenenza
in genere è anche stimolata dal vantaggio di status sociale
che lessere membro di una corporazione o di una New Town
fornisce. Il lato debole delle comunità cloniformi risiede nella
scarsa varietà biologica e culturale che consentono. Con una
metafora genetica, possiamo dire che queste comunità sono destinate
allindebolimento progressivo da incesto.
2. Retoriche
Le comunità retoriche
sono quelle a carattere prevalentemente verbale. Lesempio
più vistoso è quello legato alla rianimazione recente del campanilismo
e del patriottismo. Ovunque è un fiorire delle tradizioni campanilistiche
dei palii, delle quintane, delle rappresentazioni sacre o storiche,
delle feste contadine dimenticate. Perlopiù questi revivals
hanno una funzione turistica, ma accarezzano anche lipotesi
di rianimare il senso delle radici, della tradizione, della
piccola patria. Linvenzione della patria padana,
come limportanza assegnata allinno e alla bandiera
nazionali, appartengono a questa retorica. La fragilità di queste
comunità risiede nel fatto che raramente riescono a porsi come
soddisfattici dei bisogni di totalità, appartenenza, identità
e condivisione. Si tratta infatti di fenomeni afferenti alla
società dello spettacolo, privi di conseguenze concrete. Nessun
lombardo percepisce una qualsiasi comunità padana, come nessun
italiano aumenta la sua appartenenza alla patria cantando linno
o esponendo la bandiera al balcone. Queste comunità si vitalizzano
solo nel caso di un esplitico e grave attacco esterno, e durano
il tempo di quello. Raramente si tratta di comunità per:
più spesso esistono solo in quanto contro. Di questo
tipo sono anche diventate molte comunità partitiche o religiose,
cioè a sfondo ideologico. Comunità che in via ordinaria hanno
una vita simil-comatosa, si rianimano in occasione di anniversari,
celebrazioni, festival oppure a seguito di un attacco esterno.
3. Artificiali
Le comunità artificiali
sono quelle più legate alla società dello spettacolo ed ai media
in generale. Raramente queste si definiscono tali dallinterno.
Spesso sono inventate e denominate dai mezzi di comunicazione:
i boat people, il popolo del fax o della notte, i girotondini.
Altre volte sono pure creazioni dello star system: i fan club
di musicisti, sportivi, starlet; i sostenitori del Grande Fratello;
i partecipanti e gli spettatori di un talk show. Si tratta
di comunità create a tavolino e dallesterno, che aggregano
individui per un semplice comportamento (acquistare un disco,
inviare una lettera, presenziare ad uno spettacolo, ecc.) e
dunque caratterizzate da una estrema volatilità. Strutturano
una identità e consentono unappartenenza molto parziali,
occasionali, superficiali. Raramente offrono scambi fra i membri,
anche se, basandosi su una leadership con un certo carisma,
consentono identificazione in cambio di sudditanza.
Lunico tipo di
comunità artificiale che meriterebbe uno studio
approfondito e che mostra caratteri sorprendentemente interessanti
è quello della tifoseria calcistica. Il calcio è
lunico sport che presenta questo fenomeno comunitario.
Per molti tifosi la squadra amata rappresenta una totalità:
parlano di fede, visione del mondo, filosofia. Lappartenenza
è forte e sembra slegata dai singoli individui o da leadership
carismatiche: i tifosi restano tali anche se cambiano i calciatori,
gli allenatori, i presidenti. Lidentità offerta dal tifo
calcistico è così forte da arrivare a giustificare abituali
scontri fisici, che arrivano anche alla morte. Anche lo scambio,
sia pure in forma minima, non è assente dalla comunità di una
squadra calcistica. I tifosi non sono meri fruitori, come i
membri delle altre comunità artificiali, ma influenzano la vita
della squadra, partecipano ed a volte anche determinano certe
decisioni, godono di privilegi. Inoltre le tifoserie sono veramente
interclassiste, e aggregano membri di diverso reddito, cultura,
origine geografica.Le comunità del tifo hanno dunque caratteri
molto estesi e molto simili a quelli delle comunità tradizionali.
Il loro unico limite è la totale distanza dalla vita reale e
quotidiana. Sembra che il fantasma delle comunità civili defunte,
sia potuto incarnarsi in queste comunità di tifosi in quanto
abitatrici di una dimensione parallela, un universo a parte,
unoasi spazio-temporale, senza contatti con la vita civile
e lavorativa quotidiana.
4. Transitorie
Le comunità transitorie
sono quelle limitate nel tempo: grandi kermesses, fiere, gruppi
musicali o teatrali in tournèe, troupes cinematografiche, seminari
di formazione a carattere residenziale, villaggi turistici.
Migliaia, centinaia o decine di persone che, per un periodo
limitato, vivono insieme per lintera giornata. Il tipo
più generalizzato di questa categoria è certamente quello dei
villaggi turistici, oggi frequentati da milioni di persone nel
mondo. Tutte queste comunità condividono il carattere parallelo
delle precedenti, con la differenza che in genere hanno un impatto
abbastanza significativo sulla vita reale. Pur essendo transitorie,
la loro durata è piuttosto significativa per cui risultano essere
una parentesi che influenza il corso della vita ordinaria. Per
il periodo che durano esse sono la vita ordinaria. Creano una
forte appartenenza e una discreta identità, si presentano come
totalità esperienziale perché invadono tutte le ore della giornata,
offrono opportunità di scambio e condivisione a volte anche
profondi. E un peccato che gli studi su queste comunità
siano tanto rari, perché potrebbero dare elementi da trasferire
nelle comunità territoriali tradizionali. Anche se in particolare
la transitorietà costituisce un elemento di compressione che
accelera i processi e una riduzione del peso della routine
che invece connota le comunità territoriali. Le comunità transitorie
godono del vantaggio da statu nascenti che è difficilmente
trasferibile.
5. Mistiche
Queste comunità, generalmente
piccole, sono le uniche ad avere mantenuto i caratteri delle
comunità territoriali tradizionali. Siano di tipo New Age (cioè
tecnofile), religiose come quelle arancioni, pauperiste
come gli Amish, o di tipo terapeutico, hanno in comune una ideologia
forte ed carattere settario. Forte identificazione ed appartenenza,
valore totalizzante, elevato e significativo numero di scambi,
decisa separazione dal mondo esterno. La diffusione di queste
comunità è generalmente combattuta dalla società in generale
in modo ideologico, ma a volte anche militare (ricordando la
strage di Waco). Daltro canto è innegabile che la loro
diffusione è una delle risposte al bisogno di comunità negato
dalla società tardo moderna. Il motivo principale dellostracismo
che colpisce queste comunità è dato dal loro presentarsi come
totalità: di qui le accuse di settarismo, di plagio verso i
membri, di autoritarismo della leadership interna. La debolezza
di queste accuse risiede nel fatto che sono proprio questi elementi
che caratterizzano le comunità mistiche come tali, e che proprio
la loro esistenza motiva ladesione dei membri. Questa
intollerante cultura tardo-moderna dimentica daltronde
di essere nata proprio da comunità monastiche e da Comuni
che avevano gli stessi caratteri oggi rimproverati alle comunità
mistiche. Il limite delle comunità mistiche, come di tutte le
comunità sembra la non generalizzazione, ma in realtà è proprio
il carattere localistico, di non esportabilità, che distingue
le comunità da altre aggregazioni umane. Le comunità soddisfano
appunto il bisogno umano di particolarismo totalizzato: qualcosa
di molto esclusivo che può essere considerato come universale,
esaustivo, globale.
6. Virtuali
Di grande interesse
sono le nuove comunità in forma virtuale. Capaci di creare forte
appartenenza e identità, sicuramente basate sullo scambio, hanno
come solo limite il canale telematico, anche se, a livello dimmaginario,
arrivano in certi casi ad assumere una valenza totalizzante.
Le comunità telematiche sono di tipo artificiale (quando sono
generate sia per scopi puramente commerciali) ma anche di tipo
mistico (quando aggregano passioni molto forti). Le esperienze
sono relativamente giovani, se pensiamo che la prima comunità
telematica (formata da genitori e chiamata Well) risale agli
Anni Ottanta. Tuttavia, quello che possiamo osservare sul web
è che le comunità virtuali sembrano avere molti titoli per prendere
il posto delle comunità tradizionali. Quando le abitazioni saranno
fortemente informatizzate e i dispositivi elettronici portatili
altrettanto, le comunità virtuali potranno estendere la loro
azioni al quotidiano consentendo la ri-creazione di un tessuto
di scambi e identità.
E. La Comunità del lavoro di Comunità: frattale o virus?
1.
Fra corporativismo e precariato perpetuo
La comunità dei lavoratori
di comunità è tragicamente simile alle comunità nelle quali
lavora. Il lavoro di comunità ha una storia di circa 40 anni,
ma non è ancora riuscito a trovare una coesione, unidentità,
una base di scambio. Da una parte cè la tendenza ad entrare
nel sistema buro- corporativo, affiliandosi alle corporazioni
più forti (federazioni, cordate partitiche, clientele politiche,
associazioni professionali, culturali o sindacali consolidate)
o creando nuove corporazioni (come gli Ordini degli assistenti
sociali o degli psicologi). Dallaltra domina una sorta
di precariato perpetuo che non garantisce alcuna continuità
ed alcuna autonomia operativa. La comunità del lavoro di comunità
è nelle stesse condizioni di decine di altre, di fronte al sistema
imperiale: al bivio fra lessere inclusa alle condizioni
imposte dal potere, o lessere perpetuamente esclusa. La
comunità del lavoro di comunità non offre a tuttoggi identità
e appartenenza, né occasioni di scambio interno. Questo, malgrado
esistano curricula formalizzati di psicologia, servizio sociale,
psichiatria, medicina, educazione di comunità. E
malgrado esistano centinaia di interventi, progetti, leggi che
si richiamano al lavoro di comunità. Ad oggi insomma la comunità
del lavoro di comunità è speculare alle comunità territoriali
in cui opera. E un frattale, con tutte le caratteristiche
del contesto cui appartiene.
2. Tutti
in guerra contro tutti
La frantumazione della
comunità del lavoro di comunità si esprime attraverso lassenza
di comunicazioni e interazioni fra i membri, ma anche mediante
un conflitto globale che vede tutti contro tutti. Chi deplora
lesasperata competizione del capitalismo produttivo, finge
di non conoscere i livelli di competizione esistente nel cosiddetto
lavoro sociale. Pubblico contro pubblico: raramente
un servizio pubblico coopera con servizi della sua organizzazione,
o con servizi operanti nella stessa comunità territoriale. Pubblico
contro privato: non esiste servizio pubblico che non tratti
le realtà private del lavoro di comunità con un misto di disprezzo,
paternalismo, manipolazione; daltronde sono rare le realtà
private che non cercano di sfruttare i servizi pubblici come
vacche da mungere. Privato contro privato: come in tutte le
situazioni deprivate e precarie, i poveri sbranano
altri poveri per ogni pelle di patata. Fra le realtà
del privato sociale il gioco è quello della savana: avere più
territorio a disposizione e mangiare quante più vittime possibili.
La guerra di tutti contro tutti, in presenza di un mercato
drogato dal controllo corporativo non ha alcuna relazione collinnovazione
o la qualità dei servizi e prodotti. La ragione della guerra
non è lutente, ma il potere. Non vince mai chi offre servizi
migliori o prestazioni di maggiore qualità: vince e sopravvive
chi naviga meglio nel labirinto delle dinamiche buro-corporative.
Sicchè è normale vedere progetti di comunità affidati a enti
o gruppi che non hanno alcuna competenza interna. Né la conferma
e la continuazione di un progetto è legato ai risultati ottenuti.
Linesistenza di sistemi di inclusione e valutazione formalizzati
è la prova evidente che il lavoro di comunità non è in alcun
modo finalizzato al miglioramento della loro qualità, ma solo
al controllo dei lavoratori di comunità e, tramite questi, al
controllo dei sudditi.
3. Più
potere che capitale
Malgrado ormai il lavoro
di comunità ed il settore sociale in genere muovano migliaia
di miliardi, non si può dire che si tratta di un ricco business.
Certo è un comparto produttivo se dà lavoro a qualche milione
di soggetti e produce qualche migliaio di miliardi di utile
lanno. Se il solo volontariato ha avuto nel 2001 ben 4.000
miliardi di utile, non è assurdo attribuire allintero
comparto un utile di 4 o 5 volte maggiore. Ma non è questo il
centro del gioco. Che invece è il potere derivante dal controllo
e dal consenso, in un gioco di sponda fra operatori di comunità
e burocorporazioni politico-amministrative. Lesempio paradigmatico
di questa dinamica è il Gruppo Abele, una specie di Fininvest
del sociale. Pochi ricordano che, fino a poco prima di diventare
capo del Governo, era R.Prodi il presidente del Gruppo Abele.
Pochi hanno sottolineato che qualche mese fa tutti i parlamentari
di opposizione hanno fatto uninterrogazione al Governo
per la esclusione del gruppo Abele dal registro dei Formatori
di insegnanti. Nessuno può negare i meriti del gruppo Abele
in molti campi, ma è evidente la sua integrazione nel sistema
di scambio politico, se un povero gruppo di volontariato
ha come ex-presidente il n.1 dellUnione Europea e riesce
a ottenere interrogazioni parlamentari firmate da tutta lopposizione.
Sul piano e con lo stesso potere del Gruppo Abele, ci sono altre
decine di organizzazioni operanti nel lavoro di comunità. Ma
se poche arrivano a certi vertici di potere, quasi tutte sono
modellate sulla stessa filosofia: lavoro di comunità-controllo
politico-consenso-potere. Le organizzazioni del lavoro di comunità,
in cambio di danaro e potere, garantiscono alle burocorporazioni
dominanti il consenso degli operatori e il controllo degli utenti.
4. Asserviti
al potere, prepotenti coi deboli
La microdinamica del
potere è ormai evidente a tutti i livelli dellimpero,
ma nel lavoro di comunità lo è ancora di più. La regola principale
è la sottomissione acritica a chiunque detenga un potere. Da
anni non si sente una voce pubblica che critica un Assessore,
un dirigente regionale o ministeriale, un segretario comunale.
Tanto meno si levano voci critiche verso le normative perverse
prodotte per i diversi comparti del Welfare State. Ogni eventuale
tentativo di critica e di sottrazione al potere è punito con
la esclusione dal banchetto. La quale avviene per via del tutto
legale. Come si è riusciti a eliminare da un settore tanto delicato
ogni critica o dissenso? Con un meccanismo in cinque fasi. La
fase uno consiste nella creazione di una normativa ipertrofica,
incomprensibile, spesso irrazionale e vessatoria. Un simile
carcere cartaceo rende chiunque colpevole in ogni caso. La fase
due risiede nei meccanismi di inclusione: una selva di gradini
e filtri consente la soppressione preventiva di ogni potenziale
soggetto non omogeneo al sistema. Le fasi 1 e 2 già ottengono
come risultato la fase tre: la introiezione della normativa
come super-io inibitorio e paralizzante, alimentato da un senso
di colpa permanente. La fase 4 completa il processo, con i controlli
in itinere: dalle telecamere in ogni angolo alle ispezioni,
dalle rendicontazioni alle lettere di richiamo. La fase cinque,
lultima assicurazione del sistema, è nel ritardo dei finanziamenti,
che può essere modulato a piacere. Il meccanismo in cinque fasi
non funzionerebbe se il tutto fosse trasparente e pubblico.
Invece, e questa è lidea grandiosa del potere, lintero
processo è opaco e privatizzato, a discrezione dei detentori
del potere. I quali possono interpretare una norma, autorizzare
o rifiutare una inclusione, effettuare o no un controllo in
itinere, sollecitare o sedare i sensi di colpa, ritardare o
accelerare un pagamento, del tutto a piacere. Ma tutto ciò non
è illegale? Niente affatto: lipetrofìa ed il caos normativo
consentono di trovare pezze giustificative legali per ogni comportamento
del potere. Esiste sempre una norma che si può utilizzare per
escludere qualcuno, perche il punto di forza è che tutti
sono a priori colpevoli. Quindi escludere i colpevoli sgraditi
-peraltro rari, vista la pervasività dellautorepressione-
è azione perfettamente legale.
5. Da servi
e secondini a ideatari: leader dellEvo Immateriale?
Gli operatori di comunità
sono oggi completamente asserviti al sistema di dominio buro-corporativo.
Sono i secondini buoni del controllo sociale. La
polizia del consenso. Prima di tutto operando un controllo su
se stessi, e in secondo luogo contenendo gli utenti. Il fatto
trascurato anche dagli analisti più acuti è che gli operatori
di comunità, gli operatori sociali e culturali, sono lunica
aggregazione pensante del sistema imperiale. Corrispondono a
quella che un tempo veniva definita come ceto intellettualea
vocazione umanistica. Gli ideatari cioè coloro che
non hanno altro da perdere che le loro idee sono la sola categoria
potenzialmente rivoluzionaria, in unepoca che sta diventando
a prevalenza immateriale. La post-modernità, che preferisco
chiamare immaterialesimo, sta mettendo al suo centro, per la
produzione della ricchezza e del potere, i processi immateriali.
Al centro di questi processi immateriali si colloca il ceto
intellettuale umanistico, del quale i lavoratori di comunità
fanno parte a pieno titolo. I lavoratori di comunità, sociali
o immateriali che si vogliano, sono al centro del centro della
grande onda immateriale. Un cambiamento effettivo della civilizzazione
imperiale, globalizzata, turbo-capitalista potrà avvenire solo
attraverso un salto di qualità culturale, emotivo, educativo,
relazionale. Quali ceti potranno assumere la leadership di questo
salto di qualità? Non certo i contadini o gli operai, già attori
di rivoluzioni precedenti, ma oggi praticamente in via di estinzione.
Non certo la borghesia, protagonista della rivoluzione moderna
e dunque oggi principale elemento di conservazione e reazione.
Allorizzonte ci sono solo due possibili attori di un cambiamento
epocale. Gli immigrati e lIslam come forze antagoniste
dallesterno; e gli ideatari come forse innovatrici dallinterno.
Lantagonismo esterno fa presagire un mutamento di carattere
violento e dunque è poco auspicabile, anche se piuttosto probabile.
Linnovazione dallinterno, ispirata dal ceto degli
ideatari sembra lunica opzione pacifica possibile. Ma
perché gli ideatari, e fra loro gli operatori di comunità, possano
porsi come guida di un mutamento pacifico verso lImmaterialesimo
occorre che sorga una coscienza per ora molto lontana allorizzonte.
NUOVI PRINCIPI PER IL LAVORO DI COMUNITA
LIntervento di Comunità
migliore è quello che non abbiamo ancora fatto (e non ci lasceranno
mai fare), ma che faremmo secondo queste idee di fondo.
1.
La comunità non esiste, ma va costruita
e dunque nessun Ente ha i titoli per rappresentarla.
Il Comune è una mera
espressione amministrativa della comunità, quindi non può che
essere una parte della comunità cliente. Lo stesso
vale per la ASL, o per altre organizzazioni parziali.
Il committente formale è sempre un ente sovracomunale (Regione,
Ministero, UE), ma la comunità nel suo insieme va considerata
come committente e cliente effettivo. Una eccessiva attribuzione
di potere al Comune o alla ASL si configura come servitù immotivata.
2.
Nessun
Ente è in grado di esprimere una effettiva delega o rappresentanza
della comunità o di sue parti.
Contrariamente a quanto abbiamo fatto dal 1980 al 2000, il governo di
un intervento di comunità non può più essere affidato a un Ente
o ad un Comitato composto da Enti territoriali (Parrocchia,
Comune, ASL, Scuola, ecc.). E ormai acclarato che nessun
Ente non rappresenta che la sua leadership. Quindi il governo
di un intervento dovrebbe essere nelle mani di cittadini volontari
che se ne assumono la responsabilità a titolo personale.
3.
La frantumazione
è anche assenza di patto sociale.
Non è affatto scontato
che oggi esista ancora un patto sociale fra i cittadini
di una comunità, né che esista a priori una motivazione condivisa
a migliorare la comunità. Quindi ogni cittadino interessato
e disponibile a partecipare ad un intervento di comunità , dovrà
discutere e sottoscrivere un patto di sviluppo comunitario.
4.
Lo sviluppo
della Comunità deve prendere il posto della vecchia costruzione
di cattedrali.
Dato il grado di devastazione
attuale delle comunità territoriali e delle loro parti, non
è accettabile alcun intervento che sia inferiore al triennio.
Nel periodo dellintervento tutte i progetti degli Enti
partners dovrebbero essere coordinati e convogliati verso lo
stesso, e tutte le attività straordinarie dovrebbero essere
sospese.
5.
Il finanziamento
dellintervento deve essere sottratto al controllo di poteri
extra-comunitari.
Quindi il finanziamento
dovrebbe essere o autogeno, tramite auto-tassazione delle realtà
individuali e collettive della comunità. Nel caso di finanziamento
da parte di un Ente sovra-comunale, questo dovrebbe essere sottoposto
al solo controllo dei cittadini che partecipano al progetto.
6.
Lintervento
di Comunità deve avere come oggetto linsieme e le connessioni
fra le parti.
Un intervento parziale
o settoriale favorisce la frantumazione comunitaria. Quindi
lintervento dovrà toccare ogni comparto materiale e immateriale,
pubblico e privato, della vita comunitaria senza alcuna destinazione
settoriale.
7.
Meta obiettivo
di ogni lavoro di comunità è lemancipazione comunitaria.
Quindi ogni intervento
deve prevedere unazione formativa finalizzata alla costituzione
di équipes tecniche locali che possano continuare il lavoro
dopo il periodo di start-up.
8.
Ogni azione del lavoro di comunità deve essere
pubblica.
Particolare attenzione dovrà essere assegnata alle
forme di marketing sociale, documentazione, informazione. |