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Sta
tornado di moda (per esempio sul tema dell'acqua) un dibattito
tipico degli anni Sessanta e Settanta: quello fra pubblico e
privato. L'assunto ideologico che sta dietro a queste parole
è che il "privato" è "sottratto"
alla collettività, risponde a interessi individuali,
confligge col benessere generale; mentre il "pubblico"
è controllabile, diretto all'interesse e al benessere
generale. E' dubbio che questo assunto sia mai stato vero, ma
è certo che oggi sembra palesemente falso. La società
post-moderna occidentale è dominata da un'oligarchia,
suddivisa in bande e cordate, che usano sia il pubblico sia
il privato indifferentemente per tutelare e promuovere i propri
interessi.
Il
privato è sempre più a proprietà collettiva,
anche se controllato da oligarchie. Banche, assicurazioni, multinazionali,
fondi pensione e d'investimento, fondazioni bancarie, sono società
per azioni possedute da un largo numero di individui. La loro
dimensione inoltre le pone al centro di reti enormi di interessi,
tutti privati, che spesso si comportano come agenzie ostili
alla collettività. I numerosi esempi di indifferenza
ambientale, di monopoli mascherati, di lobbysmo corruttore sono
evidenti prove della natura anti-collettiva del privato. Il
mitico "mercato" che nella letteratura del secolo
scorso doveva mettere il consumatore nel ruolo di sovrano e
trovare da solo un giusto equilibrio dei prezzi e degli utili,
è uscito dall'orizzonte della società post-moderna
occidentale. Le oligarchie dominanti aumentano il loro potere
sul consumatore e il "mercato" diventa sempre più
una mera espressione retorica. In questa deriva, anche la mitica
efficienza del privato si traduce in maggiore capacità
di sfruttamento del lavoro. Questa natura anti-collettiva non
esonera il privato dal ricorso costante al sostegno politico
che si traduce in esenzioni, rimborsi, prestiti, finanziamenti,
aiuti, provvidenze, salvataggi, protezionismi.
D'altro
canto il pubblico è sempre più privatizzato. Nel
senso di essere controllato da oligarchie (quando non addirittura
da famiglie - essendo spesso le cariche simil-ereditarie); del
tutto esonerato dal controllo sociale; sostanzialmente refrattario
al minimo rispetto del cittadino. Il mitico ruolo del pubblico
come regolatore ed equilibratore "impersonale" si
traduce in concreto in un ruolo di complicità o competizione
con lo pseudo-privato, per la spartizione del "bottino".
I mitici concetti di cittadino sovrano e interesse generale
si sono tramutati in una realtà di sudditanza e corporativismo
famelico. L'opacità del cosiddetto pubblico è
pari o superiore a quella del privato: coloro che controllano
il bilancio di un Ente locale non sono di più di coloro
che controllano il bilancio di una multinazionale. La partecipazione
alle decisioni, che doveva essere uno dei caratteri peculiari
del "pubblico", si è ridotta alla farsa elettorale,
dalla quale sempre maggiori porzioni di società si astengono.
Pubblico
e privato sono oggi solo due forme analoghe della competizione
oligarchica e corporativa. Affidare un bisogno generale al privato
significa sottometterlo al dominio della logica del profitto
per pochi. Affidare un bisogno generale al pubblico significa
sottometterlo alla logica del potere per pochi. Il privato si
caratterizza per la ricerca del potere attraverso il profitto;
il pubblico si distingue per la ricerca del profitt attraverso
il potere.
Il
conflitto principale dei prossimi anni sarà fra due paradigmi
diversi: sociale contro oligarchico. Usiamo questi termini in
attesa di inventarne di nuovi, e senza alcun riferimento ai
significati che questi termi hanno nel linguaggio corrente.
Il sociale è l'area del socius, dell'Altro e del diverso
come essenziale e necessario, del noi come cerchio più
ampio possibile e a carattere inclusivo. L'oligarchico è
l'area dei pochi, degli Altri e dei diversi come nemici o competitori,
del noi come famiglia, confraternita, setta, a raggio limitato
e a carattere escludente.
I
fattori distintivi dei paradigmi "sociale" ed "oligarchico"
sono tanti, ma i principali sono quattro:
- Sovranità
vs. Sudditanza del cittadino/cliente
E' insignificante se l'istituzione sia pubblica o privata,
posseduta o gestita da un signolo, un gruppo o un collettivo.
Ciò che conta è che il cittadino/cliente, come
singolo e come società, ne sia concretamente il sovrano.
Il discrimine è la salvaguardia dell'interesse della
generalità e non della corporazione dominante.
- Universalità
vs. Famigliarità
La
sovranità del cittadino/cliente può essere riservata
ai "famigliari", i vicini, i complici o può
essere estesa all'universo dei soggetti. La personalizzazione
della logica oligarchica è individuale, quella della
logica sociale è universale. Oligarchico è ciò
che è sensibile alle esigenze individuali dei propri
membri. Definiamo sociale ciò che è attento
alle esigenze individuali di tutti.
- Trasparenza/opacità
E'
sociale quando è trasparente, accessibile, divulgato.
E l'onere di questo carattere è dell'istituzione, non
del cittadino/cliente. L'oligarchico è opaco, riservato,
segreto. La conoscenza è esoterica ed a totale carico
del cittadino/cliente.
- Partecipazione/Esclusione
Chiamiamo
sociale ciò che si distingue per gli ampi spazi di
partecipazione, è inclusivo, accessibile, aperto. Oligarchico
ciò che è a partecipazione limitata, escludente,
selettivo, chiuso.
- Responsabilità/irresponsabilità
Sociale
è responsabile (capace di rispondere), risponde di
quello che fa alla tribuna di osservatori la più vasta
possibile, è aperto alle ispezioni, dà spiegazioni.
Definiamo oligarchico ciò che non dà risposte,
che accetta solo il giudizio "dei pari", che si
sottrae all'interrogazione.
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