Cosa
significa fare il Formatore, come professione? La formazione non
è terapia, nel senso che non si occupa di disagio; non è educazione,
perché non si interessa dell’integrazione sociale; non è motivazione,
o socializzazione, perché queste pratiche riguardano l’organizzazione
o le pubbliche relazioni; infine, non è insegnamento, perché non
si limita alla trasmissione del sapere.
La formazione ha
a che fare con l’apprendimento e il cambiamento. È
un insieme di attività programmate e verificabili, finalizzate
al passaggio degli utenti da un livello di capacità di prestazione
a un altro diverso. Formare significa anzitutto “far apprendere”,
cioè aiutare qualcuno a “prendere” oggetti esterni e inserirli
nella propria configurazione interna.
La formazione non
può che essere una professione libera, anche quando viene
svolta come lavoro dipendente, perché si fonda sul rapporto
fiduciario fra formatori e formandi. L’apprendimento, infatti,
è un processo che solo chi apprende può gestire, lasciandosi
aiutare, stimolare o influenzare dal formatore. Non esiste ideologia,
autorità governativa, adempimento burocratico che possano obbligare
ad apprendere. La Storia ha registrato molti tentativi di
indottrinare, conculcare, plasmare i soggetti, ma nessuno è
mai riuscito a fare altro che imporre comportamenti tutt’al
più svolti in presenza degli aguzzini, ma mai tradotti in apprendimento.
La professione
del formatore è femminile, nel senso che opera molto con le
emozioni, l’intuizione, la relazione. Ma è anche maschile, perché
si basa sul progetto, la regolazione, la sfida. Ogni processo
formativo, dal più banale al più sofisticato, richiede un’alterazione
del sistema sia emotiva sia razionale del formando. Quindi,
fare il formatore significa saper operare con la logica e
con la psico-logica.
Ogni
azione formativa si propone un apprendimento specifico, ma contiene
anche il meta-apprendimento di “apprendere ad apprendere”, cioè
avvia un processo infinito di pensiero e di crescita.