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L A B I R I N T I  DEL  PENSIERO

Giorgio Carboni, marzo 2002. Revisione del giugno 2005.

I N D I C E

INTRODUZIONE
PRESENTAZIONE
COME E' NATA QUESTA INDAGINE
LABIRINTI
PER UNA TEORIA DELLA CONOSCENZA QUOTIDIANA
LA CONDIZIONE SUBORDINATA
LA CULTURA VERTICALE (l'asservimento razionale)
   RIDUZIONISMO
   MILITANZA
   SUBCULTURE, SUBSOCIETA'
   CONCLUSIONE, LE SCATOLE CHIUSE
UOMO O CELLULA SOCIALE? (l'asservimento sistemico)
   IL MALESSERE DELL'UOMO CONTEMPORANEO
   CELLULA SOCIALE
   ETERONOMIA
   CULTURA URBANA
   CONCLUSIONE
IDEOLOGIA, UTOPIA, CULTURA (l'asservimento emotivo e politico)
   INTRODUZIONE
   UTOPIA E IDEOLOGIA, VECCHIE E NUOVE CONCEZIONI
   L'IDEOLOGIA, ORIGINE E ATTUALITA'
   L'UTOPIA, MIRAGGIO ED INCANTESIMO
   UTOPIA E GUERRA
   MITO E METAFISICA NELLE SOCIETÀ INDUSTRIALIZZATE
   CRISI DELL'IDEOLOGIA E DELL'UTOPIA
   CONCLUSIONE
LA CONDIZIONE LIBERA
DISINCANTO
DISORIENTAMENTO
METAMORFOSI
NUOVE FORME
    IL DISAGIO DELLA LIBERTA'
    UNA CONOSCENZA ORIZZONTALE
       IL QUADRO DEL SAPERE
       SUDDIVISIONE DEL SAPERE
       UNIVERSALISMI
       DAL SEMPLICE AL COMPLESSO
       I PIANI DELLA REALTA'
       INTERDISCIPLINARITA'
       DIAGRAMMA DELLE CONOSCENZE INDIVIDUALI
       RIEQUILIBRIO DELLE CONOSCENZE
       LA GESTIONE DELLE CONOSCENZE
       LA VALUTAZIONE DELLE IDEE
       LA POSIZIONE COMPARATIVA
       IL PANTHEON
    RESPONSABILITA' MORALE
    RAGIONE PRATICA
    RAZIONALISMO CRITICO
    AUTENTICITA'
CONOSCI TE STESSO!
   INTRODUZIONE
   CHI E CHE COSA SIAMO?
 
  INTELLIGENZA, LINGUAGGIO, COSCIENZA
   VALORI NATURALI
   VALORI ACQUISITI
   DETERMINA LE TUE MODALITA' DI ESSERE
   L'ALTERNARSI DELLE ATTIVITA'
   CONOSCI TE STESSO! CONCLUSIONE
ATTIVITA' LIBERE
CONCLUSIONE
BIBLIOGRAFIA

INTRODUZIONE
PRESENTAZIONE
indice


Sappiamo bene che la cultura è in grado di mostrarci come sono le cose e di aprirci la mente. La scuola è stata fondata proprio con lo scopo di fare conoscere il mondo ai giovani, ma basta semplicemente nominare termini quali religioni ed ideologie per ricordarci di come la cultura sia anche in grado di dominarci. Bastano poche righe per renderci conto dell'intima duplicità della cultura, di come essa possa svolgere tanto funzioni di liberazione quanto di asservimento.

Coloro che sono consapevoli della capacità di condizionamento della cultura di solito si riferiscono alla pubblicità e alla propaganda politica, ma queste forme di manipolazione sono troppo scoperte per essere realmente efficaci. La gente viene ingannata da meccanismi ben più sottili e nascosti. Viviamo in un mondo nel quale spesso facciamo fatica a capire quello che succede. A causa della molteplicità dei modi di interpretare ciò che accade nel mondo, spesso percepiamo la realtà come enigmatica e ci sentiamo come prigionieri di un grande labirinto, incomprensibile ed inafferrabile. Le nostre naturali esigenze di comprensione del mondo, quelle di ridurre gli sforzi nella raccolta e nell'interpretazione delle informazioni, il nostro bisogno di vivere in comunità ci spingono ad adottare sistemi di pensiero preconfezionati che non si limiteranno ad interpretare le cose, a ridurre la confusione e a farci da guida, ma prenderanno in cambio la nostra libertà. Come in un patto faustiano, barattiamo la nostra anima con la "conoscenza", senza accorgerci che la moneta con cui ci hanno pagato era falsa.

Profetismi, millenarismi, attese messianiche, ci sembrano proprie delle società primitive e non ci accorgiamo dei travestimenti che queste formazioni mitiche assumono nelle società industrializzate, dalle quali deriva il fanatismo, violenze ed altri comportamenti negativi.

Quante volte abbiamo visto persone colte comportarsi in modo fazioso. Perchè questo avviene? Tutto è cultura, oppure ci sono conoscenze migliori di altre, più vere di altre? Che differenza c'è tra cultura e ideologia?... E fra cultura e conoscenza? Che cosa sono i saperi-totali? Che funzioni svolge l'utopia? Come si stabilisce un legame emotivo nei confronti delle idee? Che cosa sono i fanatismi e come si propagano? E' possibile andare oltre la propria carta di identità per sapere chi siamo? Che rapporto c'è fra l'io sociale e quello naturale? Come si può gestire la propria libertà senza riferimenti ideologici? E' possibile un'etica al di fuori delle religioni, un'etica laica?

La cultura, soprattutto nelle sue forme più organizzate, è comparsa recentemente nella storia della nostra specie e non abbiamo ancora imparato a gestirla convenientemente. Lo scopo di questo libro è quello di chiarire i termini di questo rapporto e di fare in modo che la cultura non ci tenga più prigionieri, ma che si limiti ad esercitare su di noi soltanto la sua funzione illuministica.

Questo testo è diviso in due parti: la prima descrive i più importanti errori di metodo che vengono compiuti nel trattare le conoscenze ed i principali meccanismi con i quali la cultura svolge funzioni di asservimento; la seconda propone nuovi metodi di gestione delle conoscenze e nuovi modelli di pensiero. Lo scopo è quello di aiutare l'uomo contemporaneo a liberarsi dai condizionamenti e ad ottenere un rapporto più diretto ed autentico con il mondo e con se stesso. A livello sociale, questo lavoro può contribuire alla comprensione dei sistemi totalitari, può inoltre servire a disinnescare i fanatismi e ad ostacolare il ritorno di sistemi autoritari come quelli che hanno prodotto tanti lutti, specialmente nel secolo appena trascorso.


COME E' NATA QUESTA INDAGINE
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L'idea di scrivere questo libro è nata da un corso serale di scuola media per adulti che avevo tenuto anni fa con alcuni amici in un paese della provincia di Roma. Il corso durava solo un anno ed i risultati erano stati ottimi. Tuttavia l'ambiente in cui vivevano i nostri allievi era poco stimolante e presto avrebbero dimenticato gran parte delle conoscenze apprese. Avevamo quindi preparato una "guida alla lettura", un elenco di libri che avrebbero accompagnato i nostri allievi oltre la scuola.

Questa prima realizzazione mi stimolò a preparare una guida più completa. Cominciai ad accumulare annotazioni, temi da approfondire, ritagli di giornale, recensioni. Intanto il tempo passava e sentivo sempre più forte l'impulso di riprendere quella vecchia guida, ma quando dopo diversi anni, cominciai a scrivere, mi accorsi che il tempo non era trascorso senza lasciare tracce. Erano gli anni del terrorismo e del diffondersi della droga e questi avvenimenti erano in qualche modo penetrati nel lavoro che stavo facendo, esercitandovi effetti profondi.

A questo contribuì anche la constatazione che questi fenomeni non sono che la parte appariscente di un malessere sociale che spesso assume le forme di un disorientamento, o al contrario delle certezze ideologiche. Ma disorientamento e fanatismo sono fenomeni culturali. Da qui a sospettare che nella cultura ci fosse qualcosa che non funzionava, il passo era breve e la convinzione che avevo fino a quel momento che la cultura esercitasse soltanto funzioni positive andò in crisi.

A mano a mano che progredivo con il lavoro di preparazione della nuova guida, mi sentivo sempre meno convinto di operare per il vantaggio dei lettori. Mi chiedevo che senso avesse offrire più cultura, quando è proprio nelle università, fra giornalisti, studiosi, intellettuali, quindi proprio là dove è massima l'istruzione, che questi fenomeni erano sorti, per poi estendersi al resto della società. Questa contraddizione divenne sempre più acuta finchè non mi risolsi ad esaminare la cultura stessa, nel tentativo di capire che cosa succedesse al suo interno.

Questo libro rappresenta dunque un tentativo di favorire una maggiore consapevolezza sui problemi ed i metodi di gestione delle nostre conoscenze. Con linguaggio tecnico si potrebbe definirlo un contributo alla teoria della conoscenza. A dire il vero, questa definizione si adatta solo ad una parte del lavoro. Infatti, durante l'analisi del ruolo di asservimento sociale storicamente esercitato dalla cultura, sono andato anche alla ricerca di forme alternative di pensiero. Forme che hanno la capacità restituirci, insieme con la libertà, anche la nostra anima. A furia di scavare terra e cavare pietre, è venuto alla luce qualcosa di prezioso, ma anche di inaspettato: qual è l'archeologo che si aspetterebbe di trovare se stesso sotto le rovine di un'antica città?


LABIRINTI
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Che cosa sono i labirinti? Sappiamo che sono luoghi dove è facile perdersi e dai quali non è facile uscire. Anticamente, i labirinti erano costruzioni i cui muri, corridoi e stanze erano realizzati con grossi macigni. I labirinti del rinascimento erano invece fatti di siepi fitte e spinose. I labirinti di oggi vengono costruiti direttamente nel nostro cervello e si proiettano in ciò che vediamo.

I labirinti nei quali viviamo si sono aggiornati rispetto a quelli antichi. Assumono aspetti meno materiali, ma non per questo meno concreti ed inquietanti. Nelle nostre società, è possibile incontrare numerosi labirinti. Molti scrittori hanno confrontato la burocrazia ad un complicato labirinto nel quale ci aggiriamo con le nostre pratiche. Anche la città, con tutte le sue strade, segnali, edifici, fognature, metropolitana, è stata paragonata ad un labirinto. Tanti labirinti, travestiti da luoghi affascinanti o quanto meno innocui, sono in agguato per trascinarci nei loro meandri. Metropolitane, città, uffici, fanno ridere come labirinti. La caratteristica di un vero labirinto è quella di tenerci prigionieri proprio quando crediamo di esserne fuori e le sue pareti sono invisibili.

Con ogni probabilità, i labirinti più intriganti sono quelli del nostro pensiero. Quando cerchiamo di capire com'è fatto il mondo, anche soltanto in un suo aspetto, ci è facile finire in un labirinto talmente intricato ed impalpabile da farci rimpiangere quelli antichi, fatti di macigni. Infatti, la prima ipotesi che esaminiamo ci conduce a certe conseguenze, a determinati sviluppi. Possiamo considerare queste conseguenze e sviluppi come altrettanti corridoi. Se prendiamo in considerazione una seconda ipotesi ed eventuali varianti, ecco che si aprono altri corridoi che si dirigeranno in direzioni diverse. Ma le nostre ipotesi e quelle che hanno avanzato altri su quel argomento sono tante, come sono tante anche le possibili ipotesi di terzo, quarto grado... Ben presto ci accorgiamo di esserci perduti in una moltitudine di corridoi che si intrecciano e si snodano in tutte le direzioni, verso l'infinito.

Il bello è che non è facile distinguere fra realtà ed interpretazione. Realtà e modello si confondono, compenetrandosi l'uno nell'altro. Ad un certo punto, non riusciremo nemmeno più a capire se questi labirinti siano solo nella nostra mente o se sia proprio la realtà ad essere così intricata. Spesso, quando parliamo con una persona, ci accorgiamo che i suoi percorsi mentali sono completamente diversi dai nostri e ci chiediamo in virtù di quali premesse sia mai potuta arrivare a vedere le cose in quel modo. Ci si accorge di dare alle stesse parole significati diversi e, a volte, la comunicazione risulta difficile.

Questi corridoi trasparenti non sono solo luoghi nei quali ci perdiamo e neppure soltanto qualcosa di passivo. Essi esercitano un potere attivo su di noi, inducendoci ad azioni che non avremmo altrimenti mai compiuto e, quando vediamo qualcuno comportarsi in un modo ai nostri occhi curioso, spesso ci chiediamo se egli non sia in qualche modo consapevole del potere che il labirinto sta esercitando su di lui... ma se altri sono persi nei propri corridoi, potremmo esserlo anche noi. Allora, quale potere sta esercitando il nostro labirinto su di noi?

Prendiamo il campo dell'arte. E' esperienza di tutti che un quadro che piace ad una persona può benissimo non dire nulla ad un'altra. La stessa cosa vale anche per la musica, per i libri, per i film, etc. L'autore di un'opera d'arte ci mostra il suo modo di vedere il mondo. A volte tocca delle nostre corde sensibili e le fa vibrare, in certi casi ci apre addirittura un nuovo modo di vedere le cose. In altri casi invece un'opera d'arte non ci dice nulla,  ma non per questo è da disprezzare, dal momento che può risultare affascinante per un'altra persona. L'arte è il campo delle interpretazioni soggettive della realtà. Esistono innumerevoli modi di vedere le cose, non un modo solo. Perfino la stessa descrizione della realtà ci è spesso difficile.

Il mondo delle parole spesso ci sfugge. Con le parole possiamo descrivere un avvenimento, ma basta scegliere un termine anzichè un altro ed ecco che l'avvenimento assume tutto un altro significato. A volte ci rendiamo conto di non essere in grado di descrivere le cose adeguatamente e che il linguaggio ci limita o ci condiziona in qualche modo. Siamo in qualche modo prigionieri di queste realtà verbali. Capiamo che ci nascondono la realtà vera, ma non riusciamo a farne a meno. I termini che usiamo hanno una corrispondenza con la realtà o l'alterano? I nostri concetti coprono la realtà, o siamo ancora in grado di vederla? Le relazioni che i nostri discorsi stabiliscono fra gli oggetti, descrivono in modo corretto quelle "vere" o sono solo immaginarie? E' possibile vedere le cose senza l'intermediazione del pensiero e pensare senza il linguaggio? Esiste un pensiero non alterante? Ciò che complica terribilmente questa situazione è che possiamo toglierci gli occhiali, ma non il cervello.

Esistono poi i labirinti creati dai giornalisti, dagli uomini politici, dai religiosi delle diverse fedi, dagli specialisti delle diverse discipline scientifiche, dai guaritori delle diverse medicine e delle pratiche alternative. I corridoi che ci dipingono quotidianamente con i loro discorsi sono tutti diversi gli uni dagli altri e spesso cadiamo nello sconforto. Speriamo ardentemente di trovare il filo d'Arianna per ritrovare l'uscita, il cammino verso la realtà vera, verso noi stessi. Ma dov'è andata Arianna? Se n'è andata insieme agli dèi dell'Olimpo? Se troviamo una ragazza che dice di essere Arianna, ci possiamo fidare di lei?

Al contrario di coloro che ogni tanto hanno l'impressione di essere prigionieri di un labirinto, ci sono persone per le quali il mondo verbale e quello reale coincidono perfettamente. Spesso, queste persone sono solerti militanti di un'organizzazione dedita alla salvezza dell'umanità. Sanno perfettamente come funziona il mondo e come bisogna fare per salvare i propri simili dalla perdizione e non esitano ad ucciderne qualcuno, anche molti se necessario, per raggiungere gli scopi supremi. Sarebbe inutile parlare di labirinti con queste persone.

Esiste la possibilità di uscire dai labirinti? E' possibile riprendere contatto con la realtà ed il controllo delle nostre azioni? Credo proprio che ciò sia possibile ed è quello che mi sforzerò di mostrare con questo lavoro.


PER UNA TEORIA DELLA CONOSCENZA QUOTIDIANA
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Ormai da parecchio tempo, la quantità di conoscenze prodotte dall'umanità ha superato la capacità individuale di possederla interamente. Oggi, la produzione intellettuale è organizzata su vasta scala. Ad essa partecipano grossi centri di ricerca, grandi imprese giornalistiche, etc. Le energie a disposizione di una persona bastano appena per mantenerla informata su di una parte assai limitata del sapere. Per il comune mortale, è quindi prassi corrente rivolgersi ad esperti per ottenere le informazioni di cui ha bisogno. Egli si rivolge a specialisti per ogni genere di informazioni. Si lascia cullare da questo meccanismo bene oliato fino al giorno in cui, per gli stessi sintomi, due medici gli diagnosticano malattie diverse, due giornalisti trasformano lo stesso evento in avvenimenti diversi. A quel punto, l'armonia delle sfere celesti si tramuta in un digrignare di ingranaggi, il mondo di prima cade a pezzi e il nostro amico perde la tranquillità.

Ma, se gli esperti sono in disaccordo, si pone per noi il problema del giudizio delle loro affermazioni. Noi non siamo degli esperti, comunque non possiamo essere esperti in ogni campo. Allora, quali metodi possiamo impiegare per giudicare le affermazioni e le notizie che ci provengono dal mondo degli esperti? E da quale punto di vista ci dobbiamo porre? Come possiamo valutare le teorie scientifiche e religiose sullo stesso argomento? Per esempio, al riguardo dell'origine della vita sulla Terra, vogliamo dare credito ad una visione materialistica che esclude ogni intervento divino oppure al creazionismo religioso? Vogliamo credere nella teoria del Big Bang oppure che Dio avrebbe creato il mondo in sei giorni? E poi, qualsiasi sia la risposta, come abbiamo fatto questa scelta?

Ci sono numerosi casi come questo, nei quali si fronteggiano teorie diverse. Per esempio, i cosiddetti comportamenti devianti possono essere spiegati da parte di uno psicanalista in base a confusioni sessuali nell'adolescenza, da parte di un biologo in base a carenze nella trasmissione dei segnali neuronali, da parte di un sociologo in base alle solite discriminazioni di classe, da parte di un religioso in base alla mancanza di fede. Quale di queste spiegazioni riscuoterà la nostra indomita fiducia? E' chiaro anche che lo stesso soggetto, osservato da punti di vista diversi assume significati diversi.

Si può evitare di scegliere fra una teoria e l'altra? Si può rimandare la scelta per un periodo più o meno lungo, ma prima o poi diventa inevitabile scegliere perchè la vita ci sottopone continuamente problemi che dobbiamo affrontare su due piedi. Inoltre, è importante scegliere perchè le informazioni ci servono per comporre una immagine del mondo, perchè sentiamo necessario organizzare le conoscenze in modo coerente, etc. Quindi, ci troviamo spesso a dover compiere delle scelte fra informazioni discordanti e senza possedere i criteri necessari.

Tuttavia le nostre scelte non sono solo una questione di ricerca della verità, soprattutto non sono politicamente indifferenti. Infatti, il loro esito non è importante solo per noi che le compiamo, ma anche per altri. Ci sono organizzazioni che hanno interesse che il nostro favore vada in una direzione, anzichè in un'altra. Quindi, il disaccordo degli esperti non è dovuto sempre e soltanto ad un onesto confronto intellettuale, ma spesso fa parte della battaglia che determinate organizzazioni combattono per ottenere il nostro consenso, per trasformarci in adepti, per condizionare il nostro comportamento politico e di consumatori. Basta cambiare punto di osservazione e ciò che normalmente viene visto come un sano dibattito democratico si capovolge in una guerra combattuta sulle nostre teste per il nostro asservimento.

Nelle società occidentali, viene riconosciuta la libertà di parola. In base a questo principio, ognuno può esprimere il proprio pensiero pubblicamente e si sviluppano dibattiti spesso utili per il progresso della società. Una delle conseguenze di questa libertà è anche la libertà di proselitismo in base alla quale i cittadini di queste società sono sottoposti a continue sollecitazioni da parte di religioni, ideologie, guru, astrologi ed altri cacciatori di anime. Purtroppo, a questa libertà di proselitismo non corrisponde un'educazione dei giovani a difendersi da coloro che vogliono controllarne le menti e gran parte di loro ne cade vittima.

La cultura non è solo il prodotto della tradizione precedente (idealismo), ma risente anche dell'organizzazione sociale ed economica (materialismo). La nostra appartenenza a strutture sociali e produttive, attraverso i ruoli che il "sistema" ci impone, gli orari, i ritmi, etc. influisce potentemente sulla nostra percezione del mondo e perfino sul nostro modo di essere. L'uomo contemporaneo fa parte di complesse società e la sua integrazione al sistema viene effettuata con strumenti che penetrano in profondità nel suo animo per canalizzarne gli stimoli innati. Il termine di asservimento al sistema rende meglio l'idea di questo diverso aspetto delle operazioni che vengono compiute alle nostre spalle.

Per opera della cultura e del sistema al quale appartiene, l'uomo subisce una profonda semplificazione che, fra l'altro, si tradurrà in patologie resistenti ad ogni cura medica e psicanalitica. L'istruzione che gli viene somministrata è parziale, adatta a svolgere un ruolo specialistico, ma proprio la sua limitata estensione orizzontale gli impedisce di cogliere i rapporti con le rimanenti discipline e con i vari aspetti della realtà e lo rende meglio controllabile. L'educazione scolastica si rivolge al mondo esterno, ma trascura quello interno. Come conseguenza, i ragazzi mancano della conoscenza di se stessi, della propria condizione e spesso hanno difficoltà nelle relazioni con le altre persone.

Il nostro rapporto con le idee non è soltanto di carattere razionale, ma può essere anche emotivo. Non è affatto raro incontrare qualcuno che difende a spada tratta il proprio punto di vista. Perché e come si stabilisce questo rapporto? Quali conseguenze possono derivare da un legame emotivo con le idee? Come vedremo meglio più avanti, un'idea amata viene anche considerata vera e giusta e spesso si trova alla base di atteggiamenti fanatici. Proprio per la sua forza, questo legame è stato utilizzato senza scrupoli da movimenti politici e religiosi che hanno scatenato guerre sanguinose.

Come è evidente, la gestione di informazioni specialistiche non può essere compiuta all'interno di un singolo ambito disciplinare perchè questo corrisponderebbe a privilegiare un paradigma. Ma se tale gestione viene effettuata al di fuori di qualsiasi ambito disciplinare, in quale ambito finiremo per trovarci? Potremmo adottare un ambito metadisciplinare o pluralistico, nel quale cercheremo di esaminare le informazioni da diversi punti di vista e nel quale faremo anche il confronto degli stessi punti di vista. Più avanti esamineremo meglio questo argomento.

Anche questo può essere considerato un paradigma. Come vedremo, i paradigmi non sono invariabilmente negativi. Paradigma è un modo di pensare dotato di determinati tratti distintivi. E' prematuro descrivere adesso le caratteristiche di questo paradigma orizzontale, per ora basti dire che è capace di scardinare i sistemi chiusi e di distruggere ogni labirinto e che per molte persone costituirà una nuova forma di pensiero.


LA CONDIZIONE SUBORDINATA
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In questa prima parte, esamineremo alcuni dei principali metodi con cui la cultura condiziona il nostro pensiero ed il nostro agire. In particolare, nel capitolo: "La Cultura Verticale", affronteremo l'asservimento razionale; nel capitolo: "Uomo o Cellula Sociale", affronteremo l'asservimento sistemico e nel capitolo: "Ideologia, Utopia, Cultura", affronteremo l'asservimento emotivo e quello politico.


LA CULTURA VERTICALE
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Che cos'è la cultura verticale? E' una cultura che appartiene ad un singolo ed esclusivo punto di vista. Durante il medioevo, una buona parte degli europei conosceva soltanto il punto di vista cristiano. Ancora oggi, la gran parte dei seguaci delle diverse fedi conosce solo la propria religione. Quasi sempre, si tratta di una conoscenza molto approssimativa e schematica. Queste persone vivono in uno stato di ignoranza di ogni alternativa. A difesa del cristianesimo, dobbiamo però anche dire che dal medioevo ad oggi molto tempo è trascorso e questa religione si è aperta molto nei confronti di altre religioni e prospettive di pensiero quale per esempio il pensiero scientifico.

Ancora adesso, centinaia di milioni di persone vivono in un profondo stato di sudditanza e di parzialità. Vi sono infatti religioni che producono tuttora fanatismo e che se ne servono a scopi politici. Ideologie quali il comunismo, il fascismo ed il nazismo hanno mantenuto milioni di persone prigionieri di una particolare visione del mondo e li hanno anche fatti prendere le armi contro altri uomini. Meno pericolose sono le culture verticali costituite dagli specialismi. La cultura verticale è dunque una cultura chiusa, che spesso viene usata a scopi di asservimento politico. Di seguito, diamo un'occhiata alle principali forme di cultura verticale.


RIDUZIONISMO
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Ho già accennato al fatto che nella nostra società la produzione di conoscenza ha superato la dimensione individuale per diventare il prodotto dell'organizzazione sociale. La divisione del lavoro intellettuale vede specialisti quali umanisti, scienziati, artisti, religiosi e politici produrre conoscenze ed informazioni. Abbiamo visto come queste affermazioni siano spesso in contraddizione fra di loro.

Una delle conseguenze della divisione del lavoro intellettuale è un generale atteggiamento riduzionistico in base al quale ogni specialista tende a spiegare gli eventi per mezzo del suo punto di vista, ottenendone una visione parziale. Il termine riduzionismo richiama appunto la riduzione della complessità della realtà per opera dell'unico punto di osservazione da cui viene esaminata. Lo specialista tende spesso ad utilizzare questi suoi attrezzi per spiegare anche fenomeni lontani dal proprio campo. Per esempio, uno psicologo può non limitarsi a spiegare il comportamento di singoli individui, ma può sentirsi autorizzato anche a spiegare eventi storici in base a fattori psicologici. A sua volta, un economista può sentirsi in grado di spiegare anche fenomeni religiosi o artistici in base a fattori economici, e via di seguito.

Dal punto di vista della teoria dei sistemi, il riduzionismo consiste nello spiegare il comportamento di un sistema sulla base delle proprietà degli elementi che lo compongono. In questo modo, si perde ciò che di nuovo compare in un sistema e che non è presente nei singoli elementi che lo costituiscono. Alla fine, la complessità stessa della natura viene negata e riportata a fattori elementari.

La preparazione scolastica tende a trasformarci in specialisti, e questo viene fatto senza fornirci quelle conoscenze orizzontali che ci permetterebbero di raccordare la nostra disciplina alle altre, a raccordare i vari saperi gli uni agli altri e collegare i diversi aspetti della realtà. A causa di questa impostazione, si è stabilita una schizofrenia intellettuale in base alla quale l'uomo contemporaneo si è abituato a considerare le varie discipline come mondi distinti, isolati gli uni dagli altri, tanto che non gli passa nemmeno per la testa di interrogarsi sulle possibilità di stabilire relazioni fra queste "bolle".

Anche i diversi sistemi culturali, quali le religioni e le ideologie, spiegano gli eventi per mezzo del solo proprio punto di vista, riducendo la complessità della realtà ad una sola dimensione. Dalla cultura verticale, derivano importanti conseguenze sociali che vedremo fra poco.


MILITANZA
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A livello individuale, quello che sappiamo intorno ad un certo aspetto della realtà, giusto o sbagliato che sia, contribuisce a determinare il nostro comportamento. Per esempio, se siamo convinti che la posizione che avevano gli astri nel cielo quando siamo nati sia importante nel determinare il nostro carattere, fortuna e destino, saremo portati a consultare l'oroscopo per sapere come affrontare le situazioni più difficili. Quindi, le conoscenze sono dotate di un intrinseco potere condizionante, e ciò indipendentemente dal loro valore di verità. Se però siamo disposti ad accettare il condizionamento dovuto a conoscenze vere, lo siamo meno nei confronti di quelle false. Infatti queste ultime ci fanno compiere azioni del tutto inutili, se non dannose. Questo potrebbe per esempio essere il caso di determinate pratiche magiche messe in atto per la cura di una malattia. Nel medioevo, i medici praticavano salassi e cure tali che spesso il paziente moriva più per le cure che per la malattia. A quel tempo, la gente aveva una così scarsa fiducia nei medici, che li chiamavano quando ormai non c'era più nulla da fare per il paziente.

Fin qui dunque niente di speciale, salvo dover affrontare incessantemente il problema di come produrre conoscenze vere e quello di saper distinguere quelle vere da quelle false. Invece le idee non esauriscono qui la loro funzione condizionante. La complessità del mondo e la discordanza delle spiegazioni che sperimentiamo quotidianamente, ci mettono in una condizione di disagio. Questa confusione è per noi piuttosto imbarazzante e ci rendiamo anche conto di non possedere criteri evidenti per compiere tali valutazioni. D'altra parte, non possiamo neppure evitare di compiere le scelte che la vita ci sottopone incessantemente. Informazioni affidabili ci servono inoltre per poter comporre un'immagine coerente del mondo. Questi problemi sarebbero di più facile soluzione, se non ci fossero numerose sapienze che pretendono di possedere la Verità. Anch'esse sono in competizione fra di loro e producono una confusione nella quale risulta difficile raccapezzarsi. Purtroppo, queste sapienze non si limitano a creare confusione, ma determinano anche importanti conseguenze politiche.

Ma come può la scelta di una informazione al posto di un'altra avere tali importanti conseguenze? Le informazioni a cui prestiamo fede contribuiscono un poco alla volta a determinare la nostra rappresentazione della realtà. Anche se a prima vista potrebbe sembrare che la scelta di una tesi fra tante non possa avere conseguenze di rilievo, essa contribuisce invece alla scelta di una intera visione del mondo. Se per esempio un giovane tende a privilegiare spiegazioni religiose e, a maggior ragione, se fin da bambino è stato educato secondo principi religiosi, probabilmente da adulto tenderà a nutrire fiducia nella religione. Questo lo porterà a frequentare luoghi di culto, finirà per prestare fiducia ad una descrizione religiosa del mondo e propenderà per formazioni politiche conservatrici. Al contrario, un giovane che a proposito dell'origine del mondo trovi più ragionevole l'ipotesi del big bang rispetto a quella creazionista probabilmente in seguito tenderà a preferire rappresentazioni immanentistiche (positiviste, scientifiche, razionaliste, materialiste, etc.) piuttosto che a quelle trascendentali. A lungo termine, egli comporrà una descrizione scientifica e deterministica della realtà e si orienterà verso formazioni politiche laiche.

Per esempio, da un punto di vista religioso, il peccato originale ha un significato assai diverso di quello che può avere da un punto di vista scientifico. Infatti, in un caso il peccato originale è una disobbedienza a Dio, letteralmente compiuta da Adamo ed Eva e a cui era seguita una punizione per tutta l'umanità, mentre nell'altro esso non è che un mito, il quale può al massimo essere considerato come la metafora dell'abbandono della natura da parte dell'uomo e delle difficoltà ad adattarsi al modo di vivere artificiale, proprio delle società urbane.

A sua volta, la visione del mondo prescelta, non è qualcosa di inerte come un dato qualsiasi, ma tende a riordinare tutte le conoscenze, che fino a quel momento versavano in uno stato di confusione. Se per esempio il punto di vista abbracciato è quello di una religione monoteistica, il metro con il quale verranno valutate tutte le cose diventerà la parola di Dio nella forma rivelata nelle rispettive sacre scritture. La visione del mondo scelta possiede dunque una funzione strutturante dell'insieme delle conoscenze. Così come le conoscenze particolari influenzano il nostro comportamento nell'affrontare un problema particolare, altrettanto le teorie generali, organizzando le conoscenze, determinano la rappresentazione generale della realtà. Questi principi fondano quella che può essere definita la propria metafisica: i principi fondamentali in base ai quali ragioniamo. Il pensiero, organizzato in un sistema coerente, possiede ora i criteri per la valutazione di ogni informazione e da quel momento in poi tale sistema tenderà a consolidarsi.

A proposito delle visioni del mondo, si parla anche di paradigmi. Con questo termine si intende un sistema di affermazioni condivise all'interno di un certo gruppo. Si può parlare di paradigma religioso, scientifico, artistico, etc. Il paradigma religioso consiste nelle idee, forme di pensiero ed atteggiamenti che ogni uomo di fede ha in comune con gli altri credenti. Ma all'interno della religione, l'islamismo ed il cristianesimo sono paradigmi molto diversi. Ciascuno di questi è caratterizzato da particolari tratti distintivi, pur condividendone altri che li distinguono dal paradigma scientifico. Anche all'interno del paradigma scientifico, a proposito dei diversi ambiti specialistici, si può parlare di paradigmi, come pure all'interno di uno di essi al riguardo di determinate scuole. Anche l'arte costituisce un grande paradigma, e al suo interno se ne possono enumerare numerosi altri, di ordine inferiore. Ci sono inoltre paradigmi filosofici, politici, etc.

Molto spesso gli uomini sono militanti di un paradigma. Assai raramente sono in grado di fare un esame comparato degli specialismi nati dalla divisione del sapere o ne rivendicano la riunificazione. Più facile risulta invece imbattersi nella difesa di un punto di vista particolare, vissuto poi come l'unico possibile. Così non è raro incontrare artisti che si mostrano insofferenti verso tutto ciò che sappia di scientifico o di razionale, religiosi che considerano limitate le conoscenze scientifiche e quelle filosofiche, uomini di scienza che si mostrano impazienti di fronte alle conoscenze filosofiche, religiose, artistiche, etc. In qualche modo, questi atteggiamenti sono anche comprensibili. L'artista deve esplorare nuovi modi di interpretare le cose e non può rispettare le convenzioni senza limitare la propria ricerca estetica. Se dovesse lavorare accanto ad uno scienziato, nascerebbe ben presto una baruffa sul modo di concepire l'ordine fra gli attrezzi. Il religioso ritiene che le conoscenze filosofiche e scientifiche siano il prodotto di metodi che manterrebbero l'uomo confinato nella materialità e che gli precluderebbero la conoscenza del mondo soprannaturale dal quale anche quello fisico dipenderebbe come una realtà in qualche modo inferiore. Tale conoscenza sarebbe invece raggiungibile solo attraverso la rivelazione divina e la fede. Questi paradigmi non sono sempre innocui come quelli scientifico ed artistico. Le ideologie politiche e gli integralismi religiosi rappresentano delle forme di paradigma che hanno perduto il senso dell'autocritica e dell'ironia.

E che conseguenze ha la scelta di un paradigma? Di per sè, un paradigma non è negativo. Con tale termine si intende un modello di pensiero ed esistono anche modelli aperti. Purtroppo questi ultimi sono piuttosto rari. Molto più facilmente, proprio per la mancanza di collegamenti fra i vari ambiti disciplinari, si determinano paradigmi chiusi che tendono a spiegare ogni cosa con lo stesso grimaldello. Essi sono molto utili nel ridurre la fatica di giudicare ed ordinare le informazioni che ci assalgono in continuazione. Sono perfino in grado di fornirci indicazioni sugli scopi generali dell'esistenza e su come comportarci nei casi particolari della vita quotidiana ed hanno dunque un grande potere di suggestione. Pur possedendo analogie, il termine di ideologia non è sinonimo di paradigma. Infatti, con il termine ideologia vengono sottolineati gli aspetti sistemici e di condizionamento politico.

La scelta del paradigma, o meglio dell'ideologia, corrisponde dunque ad una scelta di visione del mondo, una scelta di parte. Normalmente questa scelta non è consapevole, come non sono consapevoli neppure le sue conseguenze. In tali condizioni, questa scelta corrisponde ad un asservimento culturale e politico. Purtroppo essa ha quasi sempre un carattere definitivo. Arrivata all'età adulta e scelto un paradigma, una persona può cambiare opinione al riguardo di una singola cosa, ma difficilmente metterà in questione la sua intera visione del mondo. Al contrario, egli la difenderà da ogni assalto, come se fosse la torre che lo difende dai barbari. Difendendo la propria ideologia, egli difenderà se stesso e si identificherà con essa.

Per il prestigio che gode, esiste la tendenza a considerare la scienza esente da questi pericoli. Invece anche lo scienziato vi cade quando vede la scienza come l'unica fonte di conoscenza, quando la ritiene in grado di affrontare qualsiasi problema, quando rifiuta la validità di ogni altro punto di vista, quando nega la presenza di alcunché oltre l'orizzonte scientifico.

Riprendendo il discorso iniziale del potere intrinsecamente condizionante delle singole idee, a maggior ragione è da ritenere condizionante una visione del mondo, specialmente quando non si conoscono delle alternative. Quello che bisogna tenere ben presente è che queste nostre scelte non sono importanti solo per noi, ma anche per altre persone od organizzazioni, per cui esiste una guerra combattuta a nostra insaputa per ottenere che il nostro favore vada in un senso, anzichè in un altro. Alla fine, chi accetta una "verità" allo scopo di poter giudicare gli eventi e per dare senso al mondo e alla propria esistenza finisce per essere subordinato ad un'organizzazione politica che lo trasformerà in un militante. Il lavaggio del cervello procurato da questa cultura chiusa può essere tale da convincere chi lo subisce a sacrificare la propria vita per il trionfo della Causa.

Non bisogna però pensare che tutti i seguaci di un'ideologia debbano per forza diventare dei militanti o dei fanatici. Per fortuna, nell'animo degli uomini, l'ideologia si trova a confrontarsi con la loro esperienza e con la loro sensibilità, etc. Di conseguenza, molte persone mantengono spontaneamente un atteggiamento abbastanza aperto e pacifico nei confronti degli altri. In generale, nell'ambito di un'ideologia si sviluppano atteggiamenti diversi, quali quelli dell'ortodossia e dell'eterodossia, della sottomissione e della critica, della militanza e del disimpegno, del fanatismo e della tolleranza, etc. Purtroppo, sono spesso politicamente più importanti coloro che con il loro impegno danno vita e mantengono viva l'ideologia, ma si può contare sugli altri per sconfiggerla.


SUBCULTURE, SUBSOCIETA'
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Gli specialismi, ma ancora di più le religioni e le ideologie, si trovano in competizione fra loro per propagarsi e per rafforzarsi. Per ottenere il favore delle masse, non si limitano a dare una risposta ad una determinata classe di problemi, ma cercano di coprire tutte le esigenze e bisogni dell'uomo. Per esempio, la religione non si occupa solo dell'anima e dell'aldilà, ma intende anche dare una spiegazione del mondo (funzione scientifica), fornire un senso all'esistenza (funzione filosofica), lenire il timore della morte (funzione psicologica), regolare le azioni umane (diritto), coalizzare la popolazione contro i pericoli esterni (difesa), ottenere determinati scopi per intercessione divina (medicina, tecnologia). Altrettanto, un'ideologia politica è molto di più di una teoria economica o sociale. Anch'essa intende dare una risposta a tutti i problemi ed esigenze umane. In questo modo, e a causa della competizione fra i sistemi di pensiero, la scena culturale si è frazionata in subculture, chiuse l'una nei confronti dell'altra. Con il passare del tempo, esse si sono dotate di un complesso armamentario di strumenti per potenziare la loro diffusione: affermazioni positive nei propri confronti, slogan diretti contro i concorrenti, promesse quali il paradiso, la società senza classi, etc. Altri strumenti sono volti a mantenere legati a sè i propri seguaci, come per esempio la proibizione delle conversioni ad altre fedi pena la morte.

Ogni subcultura attira attorno a sè un certo seguito e di conseguenza ad ogni subcultura corrisponde una subsocietà, veri e propri microcosmi dove il singolo può trovare anche una comunità, lavoro, etc. Le comunità religiose sono un esempio di queste subsocietà. I musulmani sostengono che la loro religione è in grado di spiegare tutte le cose ed è una guida che regola la vita del fedele in tutti i suoi aspetti e in tutti i momenti della giornata.

"And We have sent down to you the Book (Qur'an) as an explanation of everything and a guidance, a mercy and glad tidings for those who have surrendered (to Allaah as Muslims)". (Surah An-Nahl 16:89).

"E Noi abbiamo fatto scendere su di te il Libro (Corano) come una spiegazione di ogni cosa ed una guida, una misericordia e lieta novella per quelli che si sono arresi (ad Allah come Musulmani)". (Surah An-Nahl 16:89).

Molte persone non sono molto portate a gestirsi da sole e mancano di iniziativa. Per esse, una guida esterna è importante e spesso abbracciano un sistema di pensiero già pronto proprio per ottenere sicurezza psicologica e guida. Molti musulmani non sospettano neppure per un attimo di come essi siano soggiogati proprio da questa soporifera tutela che li culla e li protegge, evitando loro di pensare ed evitando loro il dubbio e l'incertezza. La competizione fra le subculture trascina con sè anche le subsocietà. I rapporti fra le diverse comunità delle società è uno dei problemi maggiori ai quali ci dovremo confrontare nei prossimi anni.

In questa situazione, gli individui non controllano più le informazioni, nè sono in grado di giudicarle autonomamente. Essi si limitano a riconoscere determinate fonti come "amiche" e ad accogliere come autentiche ed oggettive tutte le notizie che esse forniscono. Non a caso, il nostro tempo è ormai caratterizzato dall'informazione mediata ed in questa mediazione la verità spesso soccombe a favore della verità di parte.

Dal momento che pretendono il controllo dell'intero spazio della conoscenza e della coscienza umana, questi sistemi di pensiero possono essere definiti scienze totali. Normalmente, essi sono animati da un'essenziale ambizione universalistica in base alla quale mirano alla conquista del mondo intero.

The Khilafah is the global leadership for all the Muslims in the world. Its role is to establish the laws of the Islamic Shari‘ah and to carry the da‘wah of Islam to the world. http://www.khilafah.com/home/category.php?DocumentID=2714&TagID=2

Il Califfato è il comando generale per tutti i musulmani nel mondo. Il suo ruolo è stabilire le leggi della Sharia islamica e portare la fede nell'Islam al mondo.


CONCLUSIONE, LE SCATOLE CHIUSE
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Che cos'hanno dunque in comune le religioni, le ideologie e le specializzazioni? Esse condividono la caratteristica di essere delle scatole chiuse, dalle quali al comune mortale non è dato di uscire. Spesso, esse si fondano su di un'idea unica che ha originato una visione del mondo senza alternative. Questo è vero tanto per il pio religioso che recita le proprie orazioni, quanto per il militante comunista che partecipa allo sciopero contro i padroni, quanto ancora per lo specialista che affronta ogni problema con la stessa cassetta di attrezzi e finisce anche lui per derivarne una visione del mondo. Non bisogna però considerare queste scatole chiuse come qualcosa di semplice o di rozzo. La cultura cristiana è di una grande ricchezza. Anche il marxismo è ampiamente articolato. Indipendentemente dalla loro complessità, possiedono tutte la tendenza a proporsi in modo esclusivo. Di solito, esse non accettano coabitazioni, condannano sincretismi ed eclettismi, divengono contenitori chiusi proprio perchè, facendo mancare ogni alternativa, dal loro interno non si esce.

Queste organizzazioni pongono grande cura ad evitare che i propri fedeli ascoltino altri punti di vista. Certe religioni prescrivono ai propri fedeli di raggiungere una particolare purezza spirituale, ottenibile soltanto studiando determinati testi fondamentali ed estraniandosi completamente da eventuali contesti culturali e sociali appartenenti ad altre fedi. Spesso è possibile riconoscere questi fedeli zelanti per il loro abbigliamento che si rifà "alle origini" o ad una particolare ortodossia. D'altra parte il comune fedele è già abbastanza ignorante della propria religione per conoscere anche minimamente qualcosa delle altre. Le uniche nozioni che vengono fatte circolare al riguardo delle altre religioni sono slogan tendenti a ridicolizzarle. A lungo andare, questo isolamento culturale, la mancanza di conoscenza dell'altro e la mancanza di relazioni anche di amicizia con l'altro creeranno diffidenze o peggio odio: la base per le divisioni e le contrapposizioni sociali e politiche. Questa situazione può essere peggiorata se addirittura nelle scuole si educano i giovani all'odio etnico o religioso.

Forme di cultura chiusa e aperta si sono fronteggiate fin dall'antichità. Infatti, con il pensiero greco e fino alla caduta dell'impero romano, l'Occidente ha potuto disporre di forme di cultura aperte, mentre con le religioni monoteistiche, dal vicino oriente sono venute forme di cultura chiuse ed intolleranti. La cultura aperta si affermò prima di tutto nell'antica Grecia, il paese che inventò la filosofia ed il cui politeismo era ben lontano dal costituire una visione chiusa del mondo. Si affermò nell'Impero Romano, erede del pensiero greco, dove vi era libertà di culto e dove fu costruito il Pantheon. Si è affermata nelle odierne società occidentali, dove le ideologie sono state duramente combattute e la religione è stata relativizzata e costretta a convivere con la scienza, la letteratura, la filosofia, l'arte, il pensiero politico e tante altre forme di pensiero. Possiamo considerare la cultura classica e quella moderna come forme di cultura aperta, mentre i monoteismi e le ideologie come esempi di cultura chiusa.

L'organizzazione della cultura per compartimenti stagni è anche caratteristica di una organizzazione specialistica del sapere, nella quale mancano le conoscenze necessarie per collegare i vari ambiti del sapere fra loro. In questo modo, si finisce in una specie di universo a bolle, dove ogni disciplina-bolla vive per conto suo, isolata dalle altre. In virtù della sua particolare organizzazione, definisco questa cultura "verticale".

Ecco come una organizzazione verticale del sapere, anzichè essere illuminista, finisce per svolgere una funzione oscurantista e per trasformarci in adepti di organizzazioni inevitabilmente politiche. Anzichè padrone di sè e utilizzatore di idee, l'uomo verticale diventa un posseduto, un vettore di idee universalistiche, un vettore contagioso che viene inviato a propagare l'infezione. All'interno di un sistema come questo, egli trova la propria identità, relazioni sociali e protezione dal mondo esterno.

La sistemazione dei metodi della conoscenza quotidiana deve invece permetterci di riconquistare la nostra libertà. Ecco perchè ad ognuno di noi, nella vita di tutti i giorni, è necessario un sapere che vada al di là della propria specializzazione o della propria subcultura. Più avanti vedremo come fare per abbattere le pareti di queste scatole chiuse.


UOMO O CELLULA SOCIALE?
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Quello di cui abbiamo fin qui parlato rappresenta l'asservimento razionale alla cultura, in questo capitolo esamineremo il condizionamento sistemico. Vedremo come il progressivo organizzarsi della società verso livelli superiori di complessità, ci abbia trasformati in ubbidienti elementi di un sistema. Se finora abbiamo affrontato problemi di asservimento razionale alla cultura, ora esamineremo quello che un marxista definirebbe l'asservimento alla base economica, cioè come la cultura venga utilizzata per rendere il comportamento dell'individuo coerente al sistema produttivo ed organizzativo.


IL MALESSERE DELL'UOMO CONTEMPORANEO
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Sul malessere dell'uomo contemporaneo è stato scritto molto. Le ragioni di questo malessere sono state attribuite ora alla mancanza di fede, ora allo sfruttamento economico, etc. Anche se c'è disaccordo sulle cause di questo disagio, tutti sono d'accordo sulla sua esistenza. La spiegazione che va per la maggiore riconduce tutto ad una cattiva ripartizione delle ricchezze. Eppure, basta considerare l'interclassismo di questa malattia per capire come occorra considerare anche altre cause. I sintomi del malessere sono molto diffusi. Si registrano principalmente sui piani psicologico e culturale, in forme quali ansietà, depressione, droga, suicidio, ricorso a culti esotici, terrorismo. Nelle società industrializzate contemporanee, la soddisfazione dei valori primari dell'uomo è sempre più difficile. Egli subisce un importante processo di denaturazione. Qual è l'influenza di questo processo sull'animo umano?

INURBAMENTO

In pochi decenni, i paesi industrializzati hanno visto spostarsi la maggior parte della propria popolazione dalle campagne alle città. Ciò ha prodotto un distacco fisico dalla natura, dai propri luoghi, dagli amici e parenti. L'uomo, che nella sua storia evolutiva ha vissuto per milioni di anni a contatto con la natura, ora è costretto a vivere in piccoli appartamenti di casermoni delle periferie urbane. Per potere raggiungere la natura, deve organizzare un viaggio in automobile. Un genitore che vede i propri figli davanti alla TV, ritorna con il pensiero alla propria gioventù trascorsa con gli amici e all'aria aperta. Questa sofferenza non è solo dei genitori, che possiedono ancora il ricordo della natura, ma anche dei figli che ne possiedono pur sempre il ricordo genetico, ribelle ad ogni condizionamento culturale. La maggior parte degli emigrati soffre di nostalgia dei luoghi e degli affetti che ha lasciato. Il nonno resiste, ma non si adatta. Il padre è sbandato. Solo i figli potrebbero legarsi al nuovo ambiente, ma questo è troppo cartesiano per consentire spazi vitali.

MASSIFICAZIONE

Le forme architettoniche, il tessuto urbano, le distanze, le strutture scolastiche e aziendali, l'organizzazione del tempo, attuano una separazione fisica degli uomini fra di loro. A causa dell'incomunicabilità, la solitudine diventa il problema più diffuso delle società industrializzate.

Mentre in un paese i parenti abitano vicino, i bambini sono circondati da una sfera di affetti e scendere in strada significa incontrare gli amici, in città si incontra invece una folla di sconosciuti con i quali non si riesce a comunicare. I ritmi della vita moderna sottraggono ogni disponibilità di tempo nei confronti del prossimo, perfino nei confronti dei propri familiari. Per potere incontrare degli amici occorre organizzare una visita con giorni di anticipo. I bambini vengono abbandonati alle cure formali di un nido, scuola e doposcuola. Istituzioni nelle quali ogni spontaneità, iniziativa e creatività sono bandite in nome della controllabilità e dell'efficienza. In un paese, le distanze nei confronti delle autorità sono limitate e ognuno può partecipare alla vita collettiva. Spesso il sindaco era il proprio compagno di giochi. Nelle città, non si riesce neppure ad essere ricevuti da un assessore e la vita politica è nelle mani di grandi organizzazioni.

La condizione del giovane nelle società industrializzate è molto difficile. Lo sforzo per la formazione scolastica lo priva del gioco per tutta l'età infantile e dei primi amori dell'adolescenza. Le condizioni di isolamento in cui vive, gli rendono molto difficile partecipare alla vita in comune con i coetanei e incontrare un partner, tanto che il fenomeno dei single è in grande aumento. Queste difficoltà contribuiscono molto al calo demografico delle nostre popolazioni. La ricerca di un lavoro, indispensabile per sostenere una famiglia, sovente fallisce. Spesso il giovane si trova in una situazione di mancata integrazione sociale e di isolamento. In tutti questi casi manca l'espressione delle proprie esigenze innate verso la natura ed i rapporti umani.

ANOMIA

Le conoscenze scientifiche, l'insegnamento scolastico, l'ambiente di lavoro, i mass-media, hanno causato la perdita dell'immagine tradizionale del mondo e degli antichi valori in persone del tutto impreparate a sostenere questa trasformazione. Questo cambiamento è stato tanto rapido da rendere impossibile la creazione di una nuova cultura. Non si deve considerare tutto questo come completamente negativo. Sono soprattutto la rapidità e il modo con cui è avvenuto che ha provocato danni: un profondo disorientamento, uno stato di indigenza culturale, un vuoto da colmare ad ogni costo. Le proprie tradizioni sono anche un compito, una elaborazione da portare avanti, il vuoto non si elabora. La nuova cultura deve avere dei contenuti ed essere meglio trasmessa, fondendosi con quella precedente.

SPERSONALIZZAZIONE

Un tempo, ogni luogo aveva un nome ed era colmo del ricordo di avvenimenti. La gente era affezionata a quei luoghi. Un luogo non era intercambiabile, era unico. Oggi, quando si vuole costruire un quartiere, si spiana il suolo eliminando le ondulazioni del terreno, i fossi, le siepi e i sentieri. Le acque superficiali: i ruscelli, gli stagni, le pozze, dove vivevano moltitudini di anfibi ed altri piccoli animali vengono sepolte oppure incanalate nelle fognature. Al luogo precedente si sovrappone uno spazio cartesiano, identico a quello contiguo e a tutti quelli di qualsiasi periferia del mondo. Il quartiere che viene costruito risulta uguale ad ogni altro: uno spazio intercambiabile. Un supermercato è uguale all'altro; si possono trovare alberghi identici in nazioni diverse, come quelli che fanno parte di catene. I supermercati, gli alberghi e certi grossi negozi si riproducono e potete trovare loro cloni ovunque.

L'intercambiabilità dei luoghi è una necessità di una società modulare. Fa parte del paradigma della società industriale. L'intercambiabilità dell'uomo si affianca a quella dei luoghi, della città, degli strumenti e dei prodotti. Così come in una catena di montaggio è ozioso interrogarci sull'individualità dei bulloni, altrettanto vale nella società industriale per gli spazi dove si vive e alla fine per gli stessi esseri umani. Il tentativo di sapere chi siamo viene presto abbandonato ed in seguito la domanda viene semplicemente rimossa come oziosa. A questa domanda si risponde al massimo con le proprie generalità, ma queste non dicono nulla. Alla domanda: "chi sei?", ci si sente rispondere con il nome e cognome, indirizzo, al massimo anche il titolo di studio. Ma questi dati sono quelli "sistemici", quelli che servono alla società per identificare l'individuo, non dicono nulla sul suo modo di essere. Perchè, se un nome vale un altro, una persona non vale un'altra. Non siamo bulloni intercambiabili, ma siamo costretti a vivere come tali.

Se comunque chiediamo ad una persona che cosa la caratterizza, molto spesso non sa dirvi proprio nulla, e non è che non ci sia niente da dire... semplicemente non lo sa. E se non lo sa è perchè è stata educata a diventare una cellula sociale, intercambiabile. Si considerano solo i dati comuni, trascurando quelli individuali. Nessuno si è curato di farle conoscere e valorizzare la propria individualità, la propria personalità, etc. Al contrario, tutto ciò che di specifico aveva, è stato represso e cancellato per farne un individuo come tutti gli altri, intercambiabile. Eppure sarebbe bello sapere come siamo in rapporto al modo di essere degli altri, questo anche per migliorare le nostre qualità, per valorizzare il nostro modo di essere, per vivere in un modo più libero e per esprimere meglio noi stessi.

Oggi un ragazzo viene visto come un contenitore da riempire al massimo. L'intercambiabilità dei ruoli si fonda su una assunzione di plasmabilità perfetta di ogni persona. Queste concezioni cancellano alla radice la possibilità di interrogarci sulle nostre unicità ed individualità, sul nostro particolare modo di essere. Questo modo di concepire l'uomo, unito all'industrializzazione della pedagogia, ostacola la ricerca della propria identità, l'integrazione con se stessi, il rapporto spontaneo con il mondo. La completa mancanza di conoscenza di sè e della consapevolezza della propria situazione ha portato ad una diffusa condizione di spersonalizzazione.

Ogni giovane è dunque un sacco vuoto che, dopo essere stato indifferentemente riempito di mele o di patate, può ora essere inviato in ogni parte del mondo. L'identità del singolo non viene cercata nel suo carattere, nella sua personalità, nelle sue predisposizioni, ma nei titoli, nei ruoli, nelle appartenenze, nelle divise. L'identità si riduce quindi alle dimensioni sistemiche, a scapito di quelle naturali.

RAZIONALITA' ECONOMICA

La prima cosa che il processo educativo si sente di dover fare è quella di reprimere la nostra componente animale, intuitiva, emotiva, creativa a favore di quella razionale. La scuola impartisce soprattutto una preparazione professionale, necessaria al futuro specialista, e si cura poco di fornire ai ragazzi una visione generale e compiuta della realtà. Se ai singoli sfugge il senso del proprio lavoro non importa perchè è la società che integrerà le azioni individuali sui piani economico, politico, etc. La socializzazione viene completata con l'inserimento del giovane nel processo produttivo e con la creazione di una nuova famiglia.

L'alto costo della casa, dell'automobile e del mantenimento della famiglia sono gli incentivi principali a cercare un lavoro. Il giovane viene spinto all'assunzione di una razionalità economica, nella quale il tornaconto finanziario diverrà il principale, se non l'unico, parametro di ciascuna scelta. Con questa operazione, la sua integrazione al sistema verrà completata. Nel suo comportamento di produttore, risparmiatore, consumatore ed investitore egli dimostrerà la propria integrazione ideologica.

Di lì a poco egli si troverà rinchiuso in una trappola di orari e percorsi, sempre gli stessi. Dal punto di vista culturale, il giovane si troverà in un ambiente assolutamente indisposto a prendere in considerazione opinioni personali. Per quanto possano risultare valide, ad esse si preferiscono i ben più autorevoli pareri degli esperti, gli slogan delle organizzazioni di partito e confessionali. Lo spazio culturale individuale si riduce a quello di mera militanza e quindi di piatta ripetizione di affermazioni altrui.

DISUMANIZZAZIONE

Secondo A.L. Leroi-Gourhan (4), nel corso della sua evoluzione l'uomo ha progressivamente trasferito le proprie capacità a utensili e macchine. Mentre un carnivoro possiede artigli, l'uomo si è costruito coltelli. Così, più in generale, mentre gli animali possiedono capacità che fanno parte integrante del loro corpo, l'uomo ha esteriorizzato le sue funzioni. Ora, la sua forza muscolare, capacità di spostarsi, manualità, sensibilità, memoria e creatività sono state assunte da macchine. Fino a ieri protagonista della vita sociale, l'uomo, da attore, musicista, danzatore, atleta, organizzatore, è divenuto spettatore. La rivoluzione informatica prefigura un futuro nel quale un lavoratore non toccherà più materiali, nè parlerà direttamente con i propri colleghi e amici, ma sarà separato dal resto del mondo da uno schermo televisivo. La virtualità si sostituirà alla realtà concreta. Del resto, già oggi sperimentiamo quanto la complessità dei sistemi informatici richieda talmente grandi quantità di tempo e di attenzioni da rendere gli individui sempre meno disponibili nei confronti degli altri. Non solo, ma già da tempo la televisione ha allontanato gli uomini dalle strade del paese, dove si incontravano durante la passeggiata serale, sequestrandoli nelle proprie case.

Il lavoro specializzato non consente di esprimere le numerose componenti dell'uomo, i vari personaggi della sua anima, ma diventa lo strumento della sua disumanizzazione. L'insieme delle repressioni, o meglio della mancata espressione delle componenti naturali, crea un potenziale che è alla base di numerosi meccanismi di manipolazione nei quali i nostri stimoli naturali vengono deviati verso obiettivi artificiali, o meglio sistemici. Il nostro retaggio naturale viene pervertito verso forme degradate, utili solo al nostro controllo.

Lo zoo è una città per gli animali. Lo zoo è il trasferimento sul piano animale dell'organizzazione umana. Ma vale anche l'inverso. Perchè, se lo zoo è una prigione per gli animali, la città lo è per l'uomo. La costruzione delle case per avere sicurezza e protezione, ha avuto come conseguenza l'allontanamento dalla natura e l'isolamento sociale: appartamenti belli e ben arredati sostituiscono le nostre gabbie.


CELLULA SOCIALE
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La nostra società è stata paragonata ad un organismo biologico del quale gli uomini costituirebbero le cellule. A prima vista questo paragone non dice molto, ma da un'analisi un po' più approfondita si può ricavare qualcosa di interessante.

In biologia si distinguono i protozoi, organismi formati da una sola cellula, dai metazoi, organismi formati da numerose cellule. Se con un microscopio osserviamo una goccia d'acqua raccolta in uno stagno, vi scorgeremo facilmente piccolissimi esseri unicellulari tutti indaffarati a roteare o a nuotare veloci. Essi sono liberi di andare dove vogliono e, perfino per la lenta ameba, che ci appare come una masserella gelatinosa priva di una forma definita, non ci è possibile prevedere in quale direzione emetterà il prossimo pseudopodo. E' stupefacente notare come anche in una piccola cellula siano presenti tutte le funzioni di un organismo superiore, sebbene in forma più semplice. Le ciglia si muovono tutte insieme ordinatamente, oppure poche per volta, permettendo all'animaletto ora di nuotare, ora di camminare. La cellula possiede quindi un abbozzo di zampe e di sistema nervoso. C'è poi un'apertura che ha le funzioni di una bocca, ci sono vacuoli digerenti che alla fine riversano i rifiuti all'esterno, etc. Sappiamo bene che anche noi uomini deriviamo dall'evoluzione di microrganismi simili a questi.

K. Lorenz, nel suo libro "L'altra faccia dello specchio" (5) afferma che un organismo biologico è formato da una gerarchia di sistemi. Con la loro integrazione, quelli di ordine inferiore producono i sistemi di ordine superiore. A loro volta questi, con la loro integrazione, formano sistemi di ordine ancora superiore, e così via. In questo modo, integrando atomi otteniamo molecole, integrando molecole passiamo alle cellule, da queste ai tessuti, dai tessuti agli organi, fino all'essere completo. A loro volta gli individui possono essere considerati gli elementi del sistema sociale.

Tuttavia, l'integrazione delle parti ad un sistema non è del tutto indolore. Essa richiede una trasformazione degli elementi per adattarli al loro ruolo nel sistema. Infatti, perchè un sistema possa funzionare, deve essere sicuro delle prestazioni degli elementi che lo compongono. Deve quindi subordinarli, e per fare questo deve eliminare la loro autonomia per non dovere subire iniziative impreviste. Per esempio, per il nostro organismo è importante che le cellule muscolari si muovano solo dietro comando delle terminazioni nervose: quale sarebbe l'efficienza del cuore se le fibre muscolari si muovessero ciascuna per conto proprio? E' chiaro quindi che le capacità che vanno oltre la prestazione richiesta, come la creatività e l'individualità, sono considerate dal sistema come qualcosa di negativo. E' per ragioni come queste che le cellule associate per formare l'organismo sono state semplificate. Quindi, che cosa è successo ad una cellula del nostro corpo rispetto ai suoi cugini protozoi? Ha perduto le ciglia, la bocca, il suo primitivo sistema nervoso, etc. Ha perso tutto ciò che le conferiva autonomia e libertà. Essa si è specializzata a metabolizzare alcune sostanze. Riceve in cambio ossigeno e nutrimento, ma non è più libera di andare dove vuole e di fare quello che desidera. Ora è inserita in un tessuto, come una piastrella del pavimento. Ha perduto la propria primitiva completezza, indipendenza e creatività. In modo analogo, anche noi uomini, in qualità di elementi del sistema sociale, siamo stati semplificati. Il sistema ed i suoi elementi hanno punti di vista divergenti: il sistema vuole l'affidabilità delle parti che lo compongono, queste vogliono la loro completezza e libertà.

 

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I sistemi di cui facciamo parte, per esempio quello produttivo e quello politico, non sopportano le nostre autonomia e iniziativa, per non parlare della nostra creatività. Quello che ci è richiesto dall'apparato è prima di tutto un rispetto incondizionato delle regole ed una irreprensibile affidabilità politica. E' solo all'interno di questo quadro che ci è concesso muoverci. La nostra semplificazione comincia con l'educazione in famiglia, prosegue con la scuola e con il lavoro specializzato, che si situa nell'ambito di una più vasta divisione del lavoro. La cultura completa l'asservimento attraverso la religione e l'ideologia.

Dunque, quelle che ci vengono richieste sono qualità che ci fanno pensare a regimi totalitari, mentre noi viviamo in una democrazia. Certamente in una dittatura questo tipo di organizzazione è più evidente, ma esiste anche nelle società di mercato. In queste, sono soprattutto le esigenze della concorrenza e la razionalità economica a imporre comportamenti coerenti nei confronti degli obiettivi dell'impresa. Semplicemente, la repressione non viene più dall'esterno, ma è interiorizzata. La razionalità economica rappresenta l'ideologia delle società di mercato. In base a questa razionalità, i singoli si comportano come piccole società finanziarie tese ad ottimizzare il profitto a scapito della propria vita privata e dei rapporti con gli amici e familiari.

Il progressivo organizzarsi degli uomini, dalle piccole tribù agli odierni stati continentali, ha visto l'uomo perdere la propria centralità. Ora egli non è più un fine in sè, ma un elemento modulare di organizzazioni nazionali, religiose, politiche e produttive. La grande scala con cui questo avviene non fa che esaltare i termini del problema. E' proprio questa scala che ha determinato l'esigenza della standardizzazione degli uomini. Essa è assicurata dal titolo di studio e permette l'intercambiabilità dei lavoratori. In questi anni si sta dibattendo della parificazione dei titoli a livello europeo. L'intercambiabilità delle parti è necessaria agli organismi sociali, i quali vogliono esistere indipendentemente dagli elementi che li compongono. Queste parti, siano esse risorse strumentali o umane, devono poter essere sostituite all'occorrenza. Per poter comprendere questa intercambiabilità nella sua giusta prospettiva, bisogna porla in rapporto alla condizione primitiva dell'uomo nella quale egli era importante in quanto individuo.

 

Si amavano i propri compagni e parenti in quanto erano loro e non potevano essere sostituiti con altri. Si amavano anche i luoghi perchè erano quelli in cui si era vissuto e non altri. Al posto dell'intercambiabilità c'erano affetti. Questa situazione sopravvive all'interno della famiglia, ma ci si abitua a non amare un collega come amico, perchè prima o poi verrà sostituito da un altro. Ci si abitua a vivere una vita da bulloni. La centralità perduta dall'uomo, è stata assunta dagli organismi sociali, siano essi imprese, partiti, religioni, etc. Fino ad ora, lo sviluppo della nostra specie è avvenuto con successivi arricchimenti. Per la prima volta, ci viene chiesto un impoverimento.

L'organizzazione degli uomini nel sistema produttivo e sociale comporta dunque una loro semplificazione. Una semplificazione del loro modo di essere e della loro esperienza di vita. Questa semplificazione, a causa della tensione fra la nostra ricchezza interiore e quello che ci è consentito di essere, provoca sofferenza. Normalmente il malessere dell'uomo contemporaneo viene attribuito a contorti meccanismi psicanalitici da una casta di stregoni a pagamento, mentre sarebbe da ricercarsi piuttosto nella negazione delle naturali forme di esistenza.


ETERONOMIA
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Ogni cellula del nostro organismo riceve segnali nervosi oppure ormonali che le trasmettono l'ordine di contrarsi oppure di secernere una particolare sostanza. Come fa il sistema sociale a gestire le proprie "cellule" secondo le proprie esigenze? Come al solito, per vedere meglio ciò che è vicino dobbiamo allontanarcene. Osservando le società primitive, ci rendiamo conto che il cacciatore-raccoglitore lavora solo per le persone che conosce. Con poche ore di impegno giornaliero, si procura da mangiare per sè e per gli altri componenti della sua tribù. Anche il contadino è autonomo dal momento che può vivere dei propri prodotti e non ha bisogno di niente altro.

Ma in questo modo in città che cosa si mangia? Perchè fosse possibile avere società complesse è stato necessario inventare qualcosa per costringere i contadini a lavorare anche per gli altri. Lo stato di autosufficienza delle campagne è stato spezzato dall'imposizione di tasse, da pagare in denaro e non in natura. Il contadino era costretto a lavorare di più per poter vendere le eccedenze, per ricavare i soldi per le tasse. Questa costituisce una prima rottura dell'equilibrio naturale.

Come seconda alterazione degli antichi equilibri, si possono considerare i bisogni indotti dai mezzi di comunicazione di massa in base ai quali la vita in una puzzolente città industriale diventa un miraggio. A questo punto, il contadino si trova stretto in mezzo ai propri pur vasti campi fioriti; sogna di andare in città a fare l'operaio per comperare gli specchietti e le perline.

Terza e successive alterazioni: la scuola abitua il cìnno a vivere in modo "civile" e reprime la sua voglia di giocare. Il giovinotto deve studiare e non deve perdere tempo dietro alle patozze. In una città non crescono frutti, quindi per mangiare bisogna lavorare. Per andare a lavorare ci vuole l'automobile. Per mettere su famiglia serve la casa, etc. Intervengono anche la propaganda politica e religiosa a indicare quello che si deve o che non si deve fare. In mancanza di queste, la pubblicità si incarica di coprire i vuoti più immediati. Come se tutto questo non bastasse, viene promossa una smania di affermazione per cui gli oggetti strumentali assumono valore di indicatori di stato sociale.

Spesso uno crede di poter risolvere i propri problemi facendo carriera, guadagnando di più, e si impegna a salire la scala sociale. In realtà non ne avrebbe bisogno. Potrebbe benissimo accontentarsi di quello che ha e andare in campagna appena può. Invece no: se si accontentasse sarebbe finita perchè il meccanismo non girerebbe più. Allora "bisogna" che egli sia scontento. Ecco quindi che il suo cappotto, acquistato l'inverno prima, non è più di moda, la sua auto non è abbastanza potente, poi è uscito il nuovo modello. Egli si sente un pistola fin dentro al midollo e il lunedì fa le fusa al capo, lavora di più, fa gli straordinari, trova un secondo lavoro e ci dà sotto anche di notte e nei giorni di festa. Guadagna un sacco di soldi. Può comperare l'auto nuova e la pelliccia alla moglie. Può mandare i figli nella scuola più privata della città, dove vanno i più figli di tutti, ma non è ancora contento (e non deve esserlo mai). Allora va dallo psicanalista che lo convince che l'origine di tutti i suoi mali è molto, molto nascosta, per cui dovrà fare almeno 20 anni di analisi ancora più costose (sì, perchè più sono costose, più curano!).

Invece il tapino aveva solo bisogno di una canna da pesca per andare con gli amici al fiume dove si sarebbe addormentato sotto un albero, mentre le mogli preparavano la salsiccia alla griglia, i cinnozzi facevano il bagno nell'acqua piena di barbe, e quelli più grandi (ma dove cazzo finiscono quelli che non si vedono mai?)... giocavano a dottore con sua figlia dietro ai cespugli di salice e le canne, insieme con i ranocchi.

Ma questa è roba rozza, da operai della Curtisa. Qui invece ci vuole la cultura! E dagli con la cultura! Studia e studia, il figlio intellettuale, con gli occhialini tondi e il pizzo, fa discorsi che non capisce nessuno e di notte compila liste di proscrizione. Poi bisogna essere informati. Allora guarda il telegiornale, ma è di parte, allora guardali tutti e poi ci vuole il giornale e poi bisogna sostenere attivamente il partito sennò è la fine! Guarda che cazzate che dice quello lì, ma se vincono i nostri, allora sì, speriamo di fare almeno un gol! Dove sono le pasticche per l'ipertensione?

Il meccanismo generale è quello di creare un disequilibrio rispetto allo stato di natura. Questo scompenso crea un disagio al quale l'individuo cerca di rimediare. L'azione che nasce viene però deviata rispetto alla ricerca della naturale compensazione. Il caso tipico è quello di mostrare una bella ragazza nuda davanti ad un prodotto. La vista di quella bella ragazza, provoca uno scompenso. La nostra reazione volta a ripristinare l'equilibrio (la scopata) viene deviata verso obiettivi diversi da quelli naturali, quindi verso l'acquisto del prodotto, il quale ci illude di avere la modella, anche se in realtà ci dà l'allergia, oltre a renderci più poveri e ad inquinare l'ambiente.

Questa continua stimolazione dei nostri istinti e dirottamento delle nostre risposte verso falsi obiettivi creano un costante stato di stress, divenuto ormai essenziale. L'isolamento sociale, affettivo e sessuale e più in generale l'inespressione del nostro animo, sono necessari al sistema proprio perchè stanno alla base dei meccanismi che egli impiega per muovere gli elementi di cui è composto, cioè noi.


CULTURA URBANA
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La socializzazione dell'uomo ha anche importanti conseguenze culturali. Nel passaggio dalla condizione tribale o contadina a quella urbana, l'uomo ha sostituito una cultura con l'altra. Caratteristica di quest'ultima è di essere formata da ambiti isolati. L'elevato livello delle conoscenze specializzate, formali e sistemiche, contrasta con la scarsissima conoscenza di sè stesso e della propria condizione esistenziale.

L'agire dell'uomo primitivo e del contadino avevano dirette conseguenze su loro stessi e sulla sfera che li circondava immediatamente. Solo in modo marginale le loro azioni contribuivano a qualcosa che sfuggiva loro, come il progressivo costituirsi di organizzazioni politiche e l'estendersi dei confini nazionali. Oggi avviene il contrario: l'agire del cittadino ha un importante effetto, ma esterno alla sfera che egli controlla. Caratteristica della cultura urbana è dunque il carattere ignoto delle finalità delle azioni individuali e una difficoltà di comprensione del proprio agire pubblico. Questo avviene perchè è il sistema che promuove e dirige l'agire dei singoli ed è ancora il sistema che integra il sapere e le azioni delle parti.

A questo punto si può avere l'impressione che l'uomo sia ormai divenuto preda di un "Grande Fratello" di orwelliana memoria. In realtà, occorre tener conto di altri fattori che intervengono a mitigare la situazione. Prima di tutto non bisogna pensare al "sistema" come a qualcosa di monolitico, dal momento che è composto da una pluralità di organizzazioni, in competizione fra di loro. Sappiamo come, da tale competizione possano derivare il mercato ed istituzioni democratiche. Il sistema non è un'entità autocratica essendo costituito da strutture politiche e istituzioni che spesso cercano di produrre e rinnovare la democrazia.

Effetto dell'organizzazione del sistema è anche una maggiore produttività che permette il sostentamento di una densità di popolazione altrimenti proibitiva. Fra le organizzazioni di questo famigerato sistema ci sono anche quelle giornalistiche, dell'educazione e della ricerca, il cui prodotto sono informazioni, analisi degli avvenimenti storici, economici, politici, sociali. E' attraverso queste notizie, prodotte quindi dallo stesso sistema, che il cittadino può recuperare parte di ciò che aveva perso sul piano conoscitivo e politico. Infatti egli può conoscere l'andamento dei parametri sociali e, a sua volta, può anche cercare di influenzare lo stesso sistema. In realtà, la capacità di comprendere le informazioni di questo tipo presuppone una base conoscitiva e un'indipendenza intellettuale, che di fatto sono prerogativa di poche persone.

L'uomo contemporaneo non vive più in società primitive, ma in società altamente complesse. Resta comunque inalterato il fatto che il sistema tende a formarlo come a lui serve ed a muoverlo secondo le sue esigenze. All'uomo sistemico è però fornita una cultura diversa rispetto a quella necessaria per l'uomo libero. Questo spiega perchè le conoscenze di carattere professionale, economico, formale e operativo siano tanto più distribuite di quelle che potrebbero aiutarci a situarci esistenzialmente.


CONCLUSIONE
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In conclusione, il paragone biologico che ho tracciato in questo capitolo ci aiuta a vedere come l'uomo contemporaneo, nella sua subordinazione ai sistemi di cui fa parte, sia sottoposto ad un processo di semplificazione che vede la sua cultura ridotta alla specializzazione, la sua vasta natura costretta in un ruolo ripetitivo, la sua individualità sacrificata all'intercambiabilità, i suoi istinti dirottati a fini sistemici. Eccolo diventato ubbidiente cellula sociale, ben integrata nel sistema che la tiene prigioniera e dimentica di sé. Perchè egli possa recuperare la propria autonomia e libertà, deve liberarsi dai condizionamenti e dotarsi di una nuova forma di pensiero.


IDEOLOGIA, UTOPIA, CULTURA
INTRODUZIONE
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In questo capitolo, ci occuperemo di importanti strumenti del condizionamento quali l'ideologia e l'utopia e dei loro rapporti con la cultura. Con l'ideologia, vedremo il condizionamento razionale estendersi a livello di massa. Con l'utopia, ci occuperemo dell'aspetto emotivo del condizionamento. In particolare, vedremo come con l'utopia si stabilisca un legame emotivo nei confronti di determinate tradizioni religiose o ideologiche. Vedremo anche come questo legame sia alla base di atteggiamenti fanatici. Esamineremo gli importanti legami fra le rappresentazioni del mondo e i sogni che esse promettono. Fino ad ora abbiamo esaminato il condizionamento a livello individuale, con l'ideologia vedremo il suo dispiegarsi a livello di massa. Entrano in scena le due forme più potenti del condizionamento sociale: l'ideologia e l'utopia, le protagoniste assolute della cultura e della storia del nostro secolo, forze che hanno anche lanciato l'umanità in apocalittiche guerre e rivoluzioni.

Per prima cosa affronteremo, seppure in modo succinto, i principali modi di concepire l'ideologia e l'utopia. Le seguiremo nella loro evoluzione fino a quando ci sono sfuggite di controllo. Vedremo i principali effetti di queste due formazioni culturali sul comportamento umano. Vedremo infine come sia possibile nonché necessario oltrepassare i vecchi modi di concepire l'ideologia e l'utopia per poterle neutralizzare e per potere recuperare la sovranità di noi stessi.


UTOPIA E IDEOLOGIA, VECCHIE E NUOVE CONCEZIONI
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L'utopia e l'ideologia sono comparse molto presto nella storia, anche se si sono presentate sul piano teoretico solo molto tempo dopo. Queste due formazioni culturali sono infatti già chiaramente riconoscibili all'interno dell'antico pensiero mitico-religioso e perfino filosofico. Il termine utopia fu però coniato soltanto nel 1516 da Thomas More a partire dai termini greci "ou" (non) e "topos" (luogo). Significava: "luogo che non esiste". Era il titolo che egli aveva dato ad una sua opera che descriveva uno stato perfetto ed egualitario. Successivamente questo termine finì per designare idee o progetti nobili, ma irrealizzabili. A sua volta, il termine ideologia fu introdotto alla fine del 1700 da A. Destutt de Tracy per indicare la "scienza delle idee". Anche questo termine ha cambiato significato, assumendo quello di "sistema di idee".

Per Marx ed Engels, ideologia era invece l'insieme delle conoscenze di una persona o meglio di una classe. Per essi, il termine ideologia coincideva con quello di cultura. Essi affermarono la essenziale, anche se non totale, determinazione materiale della cultura. Da ciò derivarono che ogni classe possiederebbe una propria ideologia. Sostennero inoltre che l'ideologia della classe dominante tenderebbe a presentarsi come vera. Denunciarono quindi il carattere ideologico della cultura borghese, sostennero che quella proletaria sarebbe stata invece l'unica vera perchè destinata alla società senza classi.

Queste affermazioni hanno avuto il merito di storicizzare la cultura in un momento in cui si tendeva a considerarla puro prodotto della cultura precedente, dello spirito, senza legami di rilievo con i processi di produzione. Recentemente esse sono risultate anche molto comode a quei regimi che le hanno utilizzate come legittimazione di un potere fondato sull'unica ideologia vera.

Più recentemente, taluni sociologi non hanno riconosciuto come valido il concetto puramente economico di classe e non hanno riconosciuto credibile la profezia messianica della società senza classi. Anzi, hanno visto anche nei regimi marxisti una rinnovata forma di asservimento. Fra questi, Karl Mannheim non era neppure d'accordo sul determinismo sostanzialmente univoco della cultura da parte dell'economia. Affermava l'esistenza di un condizionamento sociale della cultura, intendendo che in talune situazioni certi gruppi nascondono lo stato reale della società a se stessi e agli altri in modo da conservare il loro potere. Mannheim si trova d'accordo con Marx nel considerare l'ideologia come un'alterazione più o meno consapevole della realtà a fini di dominio, ma non è più d'accordo nel considerare quella marxista come scientifica e l'unica valida. Egli applica la critica marxista dell'ideologia allo stesso marxismo, mettendo in evidenza come anch'esso fosse un'ideologia come tutte le altre, ma che non poteva rivolgere su di sè la medesima analisi senza far cadere la propria carica messianica, senza dover rinunciare alla propria promessa della fine delle ideologie e dello sfruttamento in una società senza classi. Infatti, se si immagina che un nuovo ceto possa impadronirsi dell'ideologia marxista ed utilizzarla a sua volta a fini di dominio, la prospettiva della società senza classi verrebbe immediatamente a perdere ogni plausibilità. Che questo fosse ben altro che una pura ipotesi lo hanno puntualmente dimostrato i regimi comunisti, con le loro nomenclature.

Mannheim distingue tra ideologia ed utopia, intendendo la prima come una verità socialmente distorta a fini di classe e di conservazione, e la seconda come un insieme di affermazioni volto a distruggere l'ordine esistente e a crearne uno nuovo. Egli assegna quindi all'ideologia una funzione conservatrice e all'utopia una funzione rivoluzionaria.

Questa concezione ha la capacità di migliorare la comprensione di molti eventi storici, soggetti alla tensione fra conservazione e rinnovamento. Possiede tuttavia il difetto di porre in una luce sempre positiva l'utopia e finisce in un circolo vizioso rappresentato dalle utopie che, una volta preso il potere, si tramutano in ideologie di regime. In questo modo si costituisce un processo rivoluzionario/repressivo dal quale Mannheim non è in grado di indicare una via d'uscita.

Date le definizioni di Mannheim, ci si aspetterebbe comunque un continuo progresso da un regime ad uno migliore, cosa che invece è raramente avvenuta. Più spesso, infatti, il nuovo regime si rivela peggiore del precedente, più chiuso e meno disposto a lasciarsi modificare, un regime tanto perfetto quanto obbligatorio e indiscutibile. Si pensi al passaggio dalla repubblica di Weimar al regime nazista, a molti dei regimi prodotti dalle rivoluzioni marxiste e, più recentemente, al regime iraniano degli ayatollah che ha sostituito quello dello Shah. Questo irrigidirsi delle forme istituzionali avviene anche a causa della forza del controllo sociale che l'utopia e l'ideologia consegnano ai leader e che permette al nuovo regime di fare a meno di istituzioni rappresentative e democratiche. I movimenti politici gestiti con strumenti massificanti come questi, hanno come naturale conseguenza istituzioni autoritarie. Date tali premesse, non ci si dovrebbe meravigliare se il processo rivoluzionario sarà solo apparentemente liberatorio, mentre riprodurrà l'asservimento nel tempo, limitandosi a sostituire un potere con l'altro, spesso peggiore del precedente.

Le concezioni di Marx e di Mannheim al riguardo dell'ideologia e dell'utopia sono molto comprensive. Inglobano senza distinzioni qualsiasi idea o conoscenza, anche contrapposte, in un'unica ideologia solo perchè possedute dai membri di una medesima classe. Confondono cultura e ideologia. Non si interessano del valore di verità delle idee, rendendo impossibile interrogarci sui rapporti obiettivi/mezzi e sulle dinamiche delle scelte politiche individuali. Legittimano invece la sola scelta possibile, quella conseguente all'appartenenza di classe. Legittimano gli ideologi di partito nel farsi interpreti del pensiero di una intera classe. Rendono inefficace l'analisi delle dinamiche culturali che sono alla base degli eventi storici. Soprattutto rendono impossibile denunciarne le funzioni massificatrici.

E' invece importante analizzare più in dettaglio queste formazioni culturali per trarne gli strumenti necessari alla loro comprensione e per affrancarci dalla loro pelosa tutela. E' necessario correggere il modo di intendere questi termini per estendere la nostra capacità di analisi storica, per poterci liberare dai condizionamenti sociali e permettere di organizzare meglio la lotta politica per il progresso sociale. Allora, d'accordo che la cultura è in buona parte determinata dalle condizioni di produzione, ma lo è anche dal pensiero precedente. Non si spiegherebbe altrimenti la millenaria vitalità delle religioni, la loro ramificazione in confessioni e sette differenti. Non si spiegherebbe neppure il progredire del pensiero filosofico e della tecnologia, quindi il carattere cumulativo del pensiero umano. D'accordo che gli appartenenti ad una classe condividono molte idee, ma non si può per questo raggruppare tutto in una ideologia. Possiamo parlare di cultura contadina, cultura operaia, cultura borghese, cultura dei boscimani, etc. ma non di ideologia dei boscimani.

A questo punto è necessario distinguere fra cultura e ideologia, intendendo quest'ultima come uno degli elementi della cultura, o meglio come una delle sue forme. All'interno di una cultura distinguiamo idee, ricordi, teorie, conoscenze, valori, miti, ma anche ideologie e utopie. Queste ultime sono dunque da considerarsi speciali formazioni culturali dotate di precisi caratteri distintivi. Siamo d'accordo che la cultura della classe al potere, quindi le sue idee, valori e miti tendono ad esercitare una egemonia sulle classi subalterne. Siamo d'accordo che a questa si contrappongono altri interessi e miti organizzati in movimenti politici. Si può perfino nominare determinati aspetti di queste culture ideologia ed utopia, ma tutto questo avviene all'interno di più vaste scene culturali.

Quanto viene detto in questo modo, non nega le affermazioni degli autori che abbiamo appena lasciato, ma le porta all'interno di un quadro più articolato. Isola l'ideologia e l'utopia come elementi anomali della cultura e, nello stesso tempo, libera le altre componenti che si rendono disponibili per un affinamento dell'analisi dei fenomeni storici.

Proseguiamo dunque questo cammino modificando il modo di intendere l'utopia e l'ideologia rispetto a Marx e Mannheim. A tale fine, distinguiamo le ideologie in ideologie di movimento (quello che Mannheim intende per utopia) e ideologie di regime (quello che Mannheim intende per ideologia). Non consideriamo più l'utopia come un'ideologia rivoluzionaria, ma come ciò che infonde vita ad entrambe le forme di ideologia. Quindi, mentre assegneremo le funzioni razionali e di spiegazione del mondo all'ideologia, assegneremo all'utopia la funzione motivazionale. Definiamo dunque l'utopia l'anima dell'ideologia. La scoperta di questo legame ci indica una via nuova per esaminare il ruolo delle componenti emotive nel processo di formazione delle opinioni.

 

Dicendo che l'utopia di regime ha una funzione conservatrice, mentre quella di movimento sarebbe rivoluzionaria, affermiamo con una terminologia differente la stessa cosa di Mannheim. Invece, la distinzione dei ruoli motivazionale e razionale sottolinea il rapporto subordinativo intercorrente fra l'utopia e l'ideologia. Come vedremo, questa distinzione è essenziale per una migliore comprensione di molti fenomeni sociali.

Di questo rapporto subordinativo non ci sarebbe da meravigliarsi perchè, in ultima analisi, le nostre proposte di azione, i nostri programmi, etc. provengono dall'irrazionale. E' il tipo di subordinazione che si viene a determinare ad essere degno della massima attenzione. Infatti, normalmente, la ragione svolge una funzione di supervisione delle proposte che provengono dal nostro animo. In presenza dell'utopia, invece, le cose vanno diversamente. L'utopia non è un progetto come un altro, ma una promessa altamente seducente. L'utopia non si limita a indicare la soluzione di un problema, ma promette la soddisfazione di tutti i bisogni e speranze, la cura di tutti i mali, la soluzione di tutti i problemi.

Il paradiso, la società senza classi, etc. promettono semplicemente tutto. Per questo motivo, normalmente l'utopia è profondamente amata. Essa è amata al punto che spesso si instaura una sorta di incantesimo, un innamoramento. La valenza emotiva dell'utopia è dunque così forte che la ragione ne viene soggiogata. Di conseguenza la ragione non è più in grado di mantenere le distanze con l'utopia, ma ne viene travolta. Essa non svolge più alcuna funzione di controllo, ma al contrario assume funzioni apologetiche e strumentali. Di qui la parzialità nel giudizio storico, la visione manichea del mondo, la dipendenza dei giudizi morale ed estetico, il fanatismo.

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La ragione non svolge più la sua funzione di controllo, ma rimuove ogni critica all'utopia, enfatizza i dati favorevoli, porta conferma alle proprie convinzioni e pregiudizi, al proprio presunto interesse, a ciò cui fa comodo credere. In presenza dell'utopia, le opinioni non si formano più in base ad un'osservazione critica e disincantata della realtà, ma in base ad un sogno... Il marinaio che ascolta il canto delle sirene, ne rimane soggiogato, si tuffa in mare e si perde nell'oceano.

Gli avvenimenti più importanti capitano al di fuori del nostro orizzonte immediato. L'informazione che ci giunge è quindi mediata e spesso anche alterata (giornalismo dimezzato). Di fronte a descrizioni discordanti, si può assistere al fenomeno della scelta della verità di parte per opera degli ascoltatori. Qui rientra quanto detto a proposito della difficoltà di giudicare notizie specialistiche e della necessità avvertita da molti di trovare una chiave di spiegazione universale. E' l'utopia che suggerisce questa chiave indicando l'ideologia che le è associata.

Ora è più evidente il carattere emotivo di questa scelta di paradigma e la vastità della sua portata. Sono anche meglio intuibili le conseguenze sul piano epistemologico dell'aver scelto una scienza visionaria. Il prevalere del rapporto subordinativo nei confronti dei valori, devia la ragione dalla obiettiva comprensione del mondo, confonde i termini delle scelte. I giudizi morale, estetico, pragmatico, sono funzione dell'utopia: ciò che è visto ad essa favorevole viene considerato buono, bello, utile e viene amato.

E' dunque il rapporto emotivo nei confronti delle prospettive utopiche, e non l'osservazione spassionata della realtà, che determina la rappresentazione del mondo. In misura minore, un legame emotivo può stabilirsi anche nei confronti di semplici idee, quando queste vengono considerate uno strumento per la propria affermazione. Questo avviene anche nel campo scientifico, dove purtroppo non è raro che interessi particolari interferiscano con il normale processo di produzione delle conoscenze e con la loro discussione.

In base a questi condizionamenti del giudizio, si sono determinate aggregazioni sociali e politiche basate sulla condivisione degli stessi valori, ma anche molte divisioni sul piano umano nei luoghi di lavoro e di residenza. Queste divisioni ideologiche si sono sommate a quelle urbanistiche, di sesso, di età e di altro tipo, contribuendo a generare un quadro sociale molto frazionato, di isolamento e solitudine. I rapporti comunitari hanno risentito pesantemente dei meccanismi massificanti politici e sistemici. Esperienza dei nostri giorni, dopo la caduta della cortina di ferro, è il riavvicinamento tra persone fino a poco tempo prima politicamente distanti. Per chi ha inutilmente combattuto per anni queste assurde divisioni politiche, cercando di fare prevalere il rapporto umano, è un sollievo. Resta un po' di amaro in bocca per l'inutilità degli sforzi spesi in questo senso contro forze tanto grandi, fino al giorno in cui esse non hanno spontaneamente deciso di dissolversi.


L'IDEOLOGIA, ORIGINE E ATTUALITA'
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L'ideologia è una descrizione del mondo normalmente basata su di una o poche idee semplici. Per precisarne il nuovo modo di concepirla, seguiamone l'evoluzione storica.

NECESSITA' RAZIONALIZZATRICI

L'origine dell'ideologia può essere ricondotta alla nascita del pensiero umano, specialmente nella sua forma tramandata. All'origine della cultura sta la necessità, avvertita fin dalla più remota antichità, di comprendere il mondo in cui viviamo. All'inizio questo serviva a diminuire il disagio di fronte a ciò che non è conosciuto, a cercare il senso della propria esistenza, a conoscere il proprio destino una volta morti, etc. Lo sviluppo dei commerci e della tecnologia, che ha condotto i nostri antenati all'epoca storica, portò loro nuovi interrogativi e nuove esigenze di conoscere meglio la natura.

RAZIONALIZZAZIONE DEL MONDO

Dalle prime meditazioni derivarono spiegazioni nelle quali si trovavano intrecciati elementi storici e fantasiosi, razionali e irrazionali, naturali e sovrannaturali. E' stato dato a questi racconti il nome di miti. Tutto questo ha costituito una formidabile opera di razionalizzazione con la quale i nostri avi hanno reso comprensibile ciò che altrimenti era misterioso, umano ciò che era mostruoso. Queste spiegazioni tradizionali fornirono immagini del mondo rassicuranti, dove ogni cosa possedeva un senso preciso e tutto era pervaso dalla bontà divina. Ogni manufatto, dall'anfora alla colonna di un palazzo, riportavano queste immagini mitiche. Con il tempo, dal mito si è separata la religione, che si è riferita prevalentemente all'elemento divino.

Molti degli antichi pensatori greci erano consapevoli del carattere fantastico dei propri miti. Mossi anche da problemi concreti, cercarono di conoscere meglio la natura allo scopo di poterla utilizzare più efficacemente. Da questa riflessione razionale e sistematica nacque la filosofia. Essa cercava di cogliere, tramite la speculazione razionale, l'essenza ultima delle cose, in modo tale da poter dedurre da questa le loro proprietà e comportamento. Questo metodo di conoscenza fu presto messo in discussione. Già i primi filosofi gettarono le basi di un metodo ben differente, quello scientifico, che si affermò compiutamente soltanto molti secoli dopo.

RAZIONALIZZAZIONE DELLA CULTURA

A causa della naturale tendenza umana alla completezza e all'unitarietà, il processo di razionalizzazione ha investito le spiegazioni particolari, legandole in sistemi sempre più comprensivi. Infatti, le prime spiegazioni interpretavano parti limitate della realtà, successivamente alcune di queste si sono estese a comprendere dominii sempre più vasti. I proverbi, i singoli miti, sono spiegazioni parziali. Anche la religione ha conosciuto forme aperte e pluralistiche (religioni naturali, animismi, politeismi, etc.), tuttavia, ben presto nella storia sono apparsi i monoteismi. Un analogo processo di progressiva organizzazione lo possiamo rinvenire nella filosofia. Esso ha condotto a più riprese alla formulazione di sistemi totalizzanti. Il primo di cui siamo a conoscenza è quello di Parmenide, che concepì l'Assoluto come unica e vera realtà, mentre quella quotidiana non sarebbe stata altro che mera apparenza. Fortunatamente ciò non ha impedito alla filosofia di riprendere il proprio cammino, ideando nuove formule, più o meno aperte, fino ai nostri giorni. Ciò che ha protetto la filosofia da questi pericoli è stato il suo carattere pubblico.

Con il linguaggio abbiamo prodotto delle idee. Una volta uscita dalla mente di chi l'ha formulata, un'idea va per conto proprio. Si riproduce passando di mente in mente. Si confronta con altre idee, viene modificata ed evolve. Nascono idee generali che integrano quelle più semplici in sistemi più grandi. Quindi, le idee, pur essendo prodotte dagli uomini, vivono in qualche modo di una vita propria, acquistano una propria autonomia. Nonostante questa autonomia, le idee non vivono in uno spazio separato, ma ancora tra gli uomini. Poiché, nella larghissima parte dei casi, manca un distacco critico nei confronti delle idee, spesso la gente ne resta vittima, ne è posseduta. Come abbiamo visto, ciò non manca di ripercuotersi sul comportamento degli individui e sulla storia. In particolare, gli uomini sono gli artefici dei sistemi di pensiero, ma anche le loro vittime. Solo ai fondatori è permesso di tracciare un nuovo sistema, compiendo una sintesi di idee e tradizioni che circolano in una data cultura. Alla grande maggioranza degli uomini, quelli che vengono dopo, è consentito soltanto accettare o meno questo sistema in blocco, non più di modificarlo. Le varie religioni sono un esempio di questo millenario evolvere delle idee. Molti dei conflitti che si sono combattuti testimoniano dell'evoluzione delle credenze religiose, della loro evoluzione separata e concorrenziale e dell'autonomia che hanno raggiunto rispetto agli uomini. Con l'abbigliamento che indossano spontaneamente, molte persone mostrano chiaramente la propria sudditanza intellettuale nei confronti di religioni o di movimenti politici.

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Un risultato di questo grandioso processo di razionalizzazione sono dunque le ideologie. Con il termine di ideologia, intendo un sistema di idee volto alla descrizione del mondo. Il termine sistema sottolinea il carattere organizzato di queste idee. Si tratta di sistemi che, pur basandosi anche su di un'idea valida, un principio sano, una legge scientifica e simili, elaborano delle costruzioni teoriche di validità assoluta, in grado di rendere conto dell'intero universo, sovrannaturale compreso. Quindi, tipico dell'ideologia è l'estendere la validità di un principio ben oltre i suoi confini naturali, trasformandolo in fondamento metafisico.

"La semplice discesa dalle vette dell'assioma o di una ipotesi non verificata la cui verità non è certa può bastare a costruire sistemi autocoerenti, ma essa non conduce alla scienza", Platone, Repubblica. Normalmente l'ideologia tende all'assoluto e ad estendere la validità del proprio principio fondamentale fino ai confini dell'Universo. In base alla sua autocoerenza essa è anche chiusa e non modificabile dall'esterno. Possiamo dunque intendere l'ideologia come un sistema di idee tendente all'assoluto. Se non viene adeguatamente controllata, la ragione divora se stessa e produce mostri.

Normalmente, quando si parla di ideologie, si pensa a quelle politiche come il marxismo, il fascismo ed il nazismo. Come ho detto, le ideologie sono sistemi razionali basati su una o poche idee. Non è detto che queste idee di fondo debbano per forza essere di tipo politico. Infatti è ideologia anche lo scientismo, una visione del mondo che porta alle estreme conseguenze il metodo scientifico. E' importante notare che si possono avere anche ideologie fondate su assunti religiosi. Le tre religioni testamentarie: ebraica, cristiana e musulmana, sono tipiche ideologie religiose.

In generale, qualsiasi sia la loro origine, le ideologie tendono a divenire sempre più comprensive, cercano di conquistare più spazio possibile e tendono ad acquistare una valenza politica. Le religiosi che non si limitano a curare le anime, ma che cercano di conquistare potere politico o addirittura il mondo intero possono essere considerate ideologie politiche. Da tutto questo potrebbe derivare un po' di confusione terminologica. Per evitarla, definiamo un'ideologia in base alla sua origine, ben sapendo però che le ideologie che cercano di conquistare il mondo hanno un valore politico. Quindi, tanto per fare un esempio, il marxismo è un'ideologia politico-economica, quella islamica è religiosa. Entrambe possiedono ambizioni universalistiche ed hanno di conseguenza un'importanza politica.

Prodotto della elaborazione delle spiegazioni semplici non sono soltanto complessi sistemi di pensiero onnicomprensivi e chiusi, ma per fortuna anche sistemi di pensiero liberi e aperti come la filosofia e la scienza. Spesso, oggi, si assiste ad un confronto fra sistemi aperti e sistemi chiusi. Nonostante la loro apparente forza, i sistemi chiusi sono più fragili di quelli aperti, la cui maggiore complessità e capacità di correggere gli errori ne fa dei sistemi di pensiero più moderni e longevi.

L'evoluzione della nostra specie ci ha dotato di facoltà di categorizzazione, logiche e linguistiche con le quali abbiamo stretto un rapporto mai sperimentato prima con la realtà. Più recentemente, con la Grecia dell'età classica, la civiltà occidentale si è caratterizzata per la scoperta della ragione e per il suo impiego deliberato e sistematico. L'impiego di questo strumento non è avvenuto senza compiere errori di gioventù e, molto spesso, questi nostri strumenti intellettuali ci sono sfuggiti di mano. Da queste fughe sono nati mostri della ragione, sistemi che riflettevano dinamiche razionali piuttosto che un'effettiva struttura del reale.

Per rimediare a questo stato di cose, è necessario riprendere il controllo del linguaggio e delle idee per sbarazzarci dell'asservimento operato da determinati sistemi di pensiero. Come abbiamo visto, gli uomini finiscono spesso in posizione subordinata rispetto alle grandi tradizioni culturali. E' necessario difendere la sovranità dell'individuo nei confronti dell'universo linguistico, che possiede una propria autonomia. Abbiamo sperimentato ampiamente l'enorme fascino di cui sono dotate l'ideologia, l'utopia e le religioni. Esse hanno già mostrato di poter giungere al controllo di intere nazioni, travolgendo alla fine anche le epistemologie più nobili e fondate. La loro vittoria è però effimera, non essendo capaci questi "dinosauri del pensiero" di affrontare con successo i problemi delle società moderne.

Così come non tutte le idee sono ideologia, neppure tutte le religioni sono ideologie, ma soltanto quelle dottrinarie, dogmatiche, chiuse verso le altre credenze. Nel corso del tempo, una religione può assumere un carattere più dogmatico per poi tornare ad ammorbidirsi. In generale, il carattere di ideologia è posseduto molto di più dalle religioni monoteiste che non dagli animismi o dai politeismi. Infatti, il monoteismo predispone alla ricerca di un unico principio esplicativo delle cose, mentre il politeismo predispone alla ricerca di una pluralità di principi. In taluni casi, anche l'ateismo può essere ideologico, mentre le posizioni agnostiche sono evidentemente meno ideologiche. Religioni come l'induismo e il buddismo sono invece intimamente pluralistiche ed insistono sulla molteplicità degli aspetti e della realtà.

IDEOLOGIA E COMPORTAMENTO

A proposito del ruolo storico delle ideologie, va ricordato che prima che si affermassero il diritto, le leggi, la divisione dei poteri, in una parola lo stato moderno, gli stati erano teocratici, il potere derivava dagli dèi. Spesso, si trattava di dèi guerrieri, contrapposti a quelli delle popolazioni confinanti. La morale aveva il compito di regolare ed indirizzare il comportamento degli individui e sostituiva le leggi. La giustizia era esercitata dal sovrano che era anche il sommo sacerdote, un profeta, se non Dio in persona. Dal punto di vista storico, questo modo di organizzare le società è tipico delle società neolitiche, anche se purtroppo ce ne trasciniamo alcune fino ai giorni nostri.

Le ideologie determinano conseguenze importanti sul comportamento individuale. Infatti, quelle sapienze che hanno individuato il principio primo del mondo, non conoscono soltanto l'intimo funzionamento della natura, ma anche quale deve essere lo scopo della vita, ciò che è bene o male, e tante altre cose che hanno inutilmente lasciato perplessi numerosi e valenti pensatori. Per esempio, la convinzione che il principio di tutto sia Dio, pone a scopo della vita la salvezza dell'anima. Bene è la volontà del Signore, male è la sua trasgressione, etc. In modo del tutto simile, il marxista, certo che tutto il male derivi dalla proprietà privata, sostiene che l'unico scopo della vita debba essere la rivoluzione per collettivizzare i mezzi di produzione. Bene è il pubblico, male il privato. Al contrario, un imprenditore, animato da idee liberiste e nemico dell'inefficienza, vede il male nel pubblico e il bene nel privato.

Le ideologie possiedono una struttura unitaria ed organica, priva di contraddizioni. Le leggi che le regolano sono quelle della logica formale. Ciò costituisce la base razionale del determinismo del comportamento dei loro seguaci. In altre parole, le persone dominate dalla stessa ideologia, tendono a comportarsi nello stesso modo. Un sistema aperto invece, possedendo più ipotesi sullo stesso argomento, ampie zone di realtà non spiegate, modelli poco coerenti e più o meno isolati, regioni in cui impera l'incertezza, non può avere una forma organica e non contraddittoria. Consente per questo motivo maggiori spazi di libertà e rende il comportamento umano largamente imprevedibile. Non a caso, mentre le società totalitarie sono basate sulla certezza, quelle democratiche sono pervase dall'incertezza. Anche la società aperta di K. Popper è priva di fondamenti assoluti.

L'abilità del principio base di spiegare, interpretare, valutare ogni evento o entità consente all'ideologia di metabolizzare ogni cosa, di pervadere ogni momento della vita di un individuo, separando il bene dal male, definendo cosa fare nei prossimi giorni e il fine della propria vita. Questo può bastare a spiegare il termine di totalitarismo in un ambito individuale, ma se lo stesso principio viene condiviso da molte persone, come è il caso delle ideologie diffuse a livello di massa, il totalitarismo può assumere forme socialmente organizzate. Spesso, le organizzazioni basate sull'ideologia dimostrano un carattere totalitario. In esse, la vita degli individui è rigidamente definita e sottomessa alle autorità. Non c'è più distinzione tra le sfere privata e pubblica. Mussolini rivendicava esplicitamente al fascismo il carattere totalitario. Ma le organizzazioni ideologiche non si accontentano di essere quello che sono e, proprio per la loro natura totalitaria, tendono ad espandersi, dimostrando un carattere universalistico. Il termine di totalitarismo è quindi adatto a indicare la pervasività universale ed assoluta dell'ideologia. Notiamo infine, che proprio per il loro carattere totalitario, le organizzazione ideologiche sono spesso anche politicamente aggressive e spesso imperialistiche.

CONTAGIO

Come tutte le idee, anche ideologie, le religioni e le utopie si trasmettono da una persona all'altra, come una malattia infettiva. Con la differenza che in un caso il vettore dell'infezione sono microrganismi, nell'altro la parola. In etnologia, lo studio del propagarsi geografico degli etnemi si chiama diffusionismo. Da questo punto di vista, ci sono idee più virulente di altre, dotate dunque di maggiore capacità di suggestione e di diffusione e spesso queste idee sono anche le più stupide. Infatti, le idee capaci di diffondersi più rapidamente non sono quelle più complesse, ma quelle più semplici. Alcune di queste idee hanno mirato o mirano tuttora alla conquista del mondo. Il recente passato dell'Europa ha visto totalitarismi di destra e di sinistra protesi alla conquista dell'intero pianeta. Oggi, molti islamici radicali affermano chiaramente di non volere fermarsi nella loro guerra agli infedeli fino a quando Allah non sarà riconosciuto e adorato da tutti gli uomini della Terra.

Al pari dei virus informatici nei confronti dei computer, l'utopia e l'ideologia si insediano nella mente delle loro vittime, operando profonde alterazioni. La cultura viene organizzata attorno nuovi principi ed i soggetti vengono mobilitati alla diffusione di queste forme patologiche di cultura. Questi virus sono accompagnati da operatori culturali che ne favoriscono la penetrazione ed altri che hanno una funzione stabilizzante. Si usa per esempio dire che l'islam sia una religione di tolleranza, e questo piace molto perchè richiama idee di pace. In realtà si tratta di uno slogan che ha la funzione di fare abbassare le difese e di favorire il proselitismo. Esso riesce a rimuovere il ricordo delle violenze compiute dall'espansionismo islamico, dello stato di intimidazione in cui spesso versano gli stessi musulmani a causa degli integralisti, le tensioni e le violenze che caratterizzano spesso la convivenza entro i medesimi confini degli islamici con i seguaci di altre religioni, etc. In questa religione, vi sono anche elementi che impediscono la guarigione dal contagio, come la proibizione della conversione ad altre fedi, l'obbligo ad educare i figli nell'islam, etc. In questo modo, tale religione si è largamente propagata, imponendo spesso alle popolazioni conquistate anche una lingua e costumi estranei.

Anche il cristianesimo ha nutrito aspirazioni universalistiche. Quando è penetrato in Occidente, si è posto come un paradigma assolutamente alternativo a quelli locali ed ha fatto di tutto per cancellarli. Ha arrestato l'elaborazione della cultura delle civiltà classiche, definite spregevolmente pagane. Il rinascimento si è ribellato a questa religione estranea e si è ricollegato alle antiche radici classiche, più autentiche. Oggi, i paesi occidentali non si basano soltanto sul cristianesimo, ma soprattutto sulle antiche culture greca e latina. Solo negli ultimi secoli questa religione ha perso buona parte del proprio integralismo ed ha accettato di convivere con punti di vista diversi, finendo per costituire una componente di un sistema pluralistico.

In conclusione, l'ideologia è un sistema di spiegazione del mondo nato e sviluppatosi nell'ambito del linguaggio ed è quindi un fenomeno linguistico. Questo sistema è divenuto autonomo rispetto a coloro che l'hanno prodotto, cerca di rafforzarsi e di estendere più ampiamente possibile il suo controllo sulla società, creando organizzazioni tendenzialmente totalitarie spesso in lotta le une contro le altre. L'ideologia ha assunto dunque caratteristiche di un vero e proprio parassita culturale, che cerca di riprodursi e di diffondersi il più possibile inducendo idonei comportamenti nelle proprie vittime.


L'UTOPIA, MIRAGGIO ED INCANTESIMO
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Come l'ideologia, anche l'utopia è il frutto di una elaborazione storica. La sua origine può essere individuata nei semplici desideri e bisogni umani. Però l'uomo non ha sempre saputo distinguere fra fantasia e realtà e, accanto ai progetti per migliorare una determinata produzione, ha coltivato anche prospettive fantastiche. Con i vari paradisi e società perfette, queste elaborazioni sono giunte a livelli elevati di organizzazione, divenendo anche sempre più irrealizzabili. Quindi, così come il progressivo organizzarsi della ragione ha prodotto l'ideologia, l'elaborazione storica e collettiva del desiderio ha prodotto l'utopia.

Ma come sono nate le utopie, quali sono le forze che le hanno generate, sono presenti solo nelle società primitive o anche in quelle contemporanee e quali effetti hanno sull'uomo? Accanto al bisogno di sicurezza che ci ha spinto alla razionalizzazione del mondo, esiste una seconda forza, un istinto di vita che ci spinge a profittare dell'esistenza. Quindi, in virtù dei propri timori, bisogni e desideri, l'uomo ha posseduto fin da tempi remoti una propensione a migliorare la propria condizione. Normalmente lo strumento di questo miglioramento è stato visto nelle attività produttive, ma a volte anche in prospettive religiose e politiche.

Nelle società tradizionali esiste una tendenza della cultura ad adattare i membri della comunità al proprio ambiente. Nelle condizioni di crisi, strani fenomeni percorrono il corpo sociale. Essi prendono forme diverse nelle varie popolazioni (apparizioni di santi, fanatismi religiosi, propensioni a imprese belliche, etc.) e testimoniano di un profondo desiderio di cambiamento. Quanto più si aggrava la situazione di crisi e l'insoddisfazione esistenziale, tanto più si consolida un terreno favorevole all'accoglimento di un liberatore o messia.

Siamo abituati a considerare i movimenti messianici e salvifici come esclusivi delle società sottosviluppate, e ci sorprenderemmo se qualcuno ci dicesse di averli riscontrati anche in quelle industrializzate. Eppure, esse sono ben presenti nelle società tecnologicamente avanzate e in tutti i ceti sociali dove assumono vesti adeguate al diverso livello culturale. Questi fenomeni possono nascere anche fra gli intellettuali delle classi più elevate, che non sono esenti da forme di malessere e di insoddisfazione. Si propagano poi negli strati più sfortunati della società specialmente in seguito a crisi economiche, in presenza di alti tassi di disoccupazione, spesso al termine di guerre perdute. Oltre che da misere condizioni di vita, l'attesa messianica può essere favorita da una rappresentazione peggiorativa della realtà. A questo punto, se ad una persona convinta di essere priva di prospettive vengono mostrate vie d'uscita quali il la vita eterna o la società perfetta, è facile ottenere la sua adesione entusiastica. Il paradiso è una prospettiva di grande fascino, in grado di controbilanciare tutte le ingiustizie e le insoddisfazioni di questa vita. La società perfetta rappresenta l'unica via possibile di riscatto sociale delle classi inferiori delle società industrializzate. Per via delle speranze che in essa vengono riposte, l'utopia proposta può generare una vera e propria opera di seduzione.

Quello che è importante considerare dell'utopia è la scala in cui opera. D'accordo, ci possono essere anche utopie individuali, ma quelle che ci interessano qui sono quelle di carattere collettivo, di gran lunga più importanti. Anche se un'utopia collettiva è frutto di una lunga elaborazione all'interno di una determinata cultura, trova in alcune figure umane importanti, quali profeti e pensatori, occasioni di sintesi e di sistemazione. Viene poi utilizzata da organizzazioni religiose o politiche che la diffondono più ampiamente possibile, coinvolgendo spesso masse sterminate.

Ma che effetto ha un'utopia sulla cultura precedente? La ragione, i valori, i principi fino a quel momento ritenuti validi subiscono una crisi di fiducia a favore di un capovolgimento radicale delle prospettive dal quale ci si aspetta semplicemente tutto. Preparato opportunamente il terreno, spesso favorite da un regime corrotto ed ingiusto, le leadership emergenti trovano dunque buon gioco nel proporre le proprie promesse come rimedio universale e nel porsi alla testa di movimenti politici di carattere rivoluzionario. Ottenuto il controllo delle motivazioni, tutto procede automaticamente in virtù della stessa iniziativa personale dei militanti. Nell'uomo massificato, l'utopia e l'ideologia prendono il posto delle corrispondenti componenti naturali della volontà e della ragione.

Essendo l'utopia di natura culturale, i primi ad esserne travolti sono proprio i ceti più esposti all'informazione. Non a caso, molti dei leader e dei militanti delle organizzazioni rivoluzionarie erano colti, intelligenti e benestanti. Durante la rivoluzione sovietica, essi lavorarono attivamente in direzioni contrarie ai propri interessi di classe. A sua volta, il nazismo non rimase limitato agli ex-combattenti delusi della prima guerra mondiale e ai disoccupati, ma si estese rapidamente alle classi più colte e ricche della Germania. Anche i più recenti movimenti antiautoritari del '68, la cultura della droga, il terrorismo, sono nati all'interno degli ambienti intellettuali. Anche i leader di Al Qaeda sono persone colte e ricchissime. La vulnerabilità delle classi colte può essere spiegata con la natura culturale degli "agenti infettivi" e con la posizione di prima linea tenuta da professori, studenti, giornalisti, studiosi e quindi dagli intellettuali in genere, nei confronti dell'informazione. Le nuove prospettive vengono accolte con entusiasmo in tutti i ceti sociali, dove ci sono sempre persone che per qualche motivo si sentono strette nella loro realtà. Tuttavia, il contagio si propaga agli strati inferiori in forme schematizzate e spesso rozze. Personaggi ambiziosi e senza scrupoli possono inoltre saltare in groppa a questi movimenti per procurarsi una rapida ascesa sociale.

I seguaci dell'utopia ne organizzano la diffusione e la riproduzione, trasmettendola alle nuove generazioni (es: scuole religiose e di partito). In questo modo, anche l'utopia acquista un'autonomia e una sorta di vita autonoma che le permette a volte di durare parecchi secoli.


UTOPIA E GUERRA
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Nel tentativo di evitarle, molte persone si sono chieste quali fossero le cause delle guerre. Proviamo a partire dalla parte opposta: quali sono gli effetti delle guerre? L'osservazione della storia mostra che, per qualsiasi ragione scoppi una guerra, in generale il risultato è quello di promuovere l'aumento delle dimensioni delle unità geografiche. Infatti, nel corso di alcune migliaia di anni, si è andati dalle tribù agli stati continentali. A questo punto, possiamo avanzare l'ipotesi che la guerra sia un processo di unificazione territoriale e che probabilmente ci siano forze che spingono in quella direzione.

Se ci pensiamo bene, ci rendiamo conto che nelle nostre società esistono anche altre tendenze unificatrici (politiche, economiche, culturali, etc.). Di solito, questi processi unificatori vanno avanti senza bisogno di guerre, ma in certi casi, possono favorire una guerra proprio per la sua capacità unificatrice e di superare rapidamente gli ostacoli. Nel secolo scorso, sono scoppiate guerre sanguinose nelle quali le ideologie e le utopie hanno svolto un ruolo importante, tanto che il XX secolo è stato definito il secolo delle ideologie.

Se nelle società umane esistono delle tendenze unificatrici e se queste tendono a favorire le guerre, come potremmo fare per evitarle? Il punto di partenza sta nelle eterogeneità politiche, economiche e culturali che possono esistere fra paesi diversi, oppure anche all'interno di uno stesso paese. Il processo di unificazione violento va avanti sulla base di slogan che accentuano le differenze e che rappresentano gli avversari come malvagi. Il processo di convivenza si sostiene invece sul rispetto delle differenze e sul concetto di reciproco arricchimento. Il processo di unificazione pacifico, viene sostenuto dall'apprezzamento dell'altro. Prima della seconda guerra mondiale, nei diversi stati europei e soprattutto in quelli dittatoriali circolavano slogan contro i popoli vicini. Dopo la seconda guerra mondiale, il risentimento di ciascun popolo nei confronti dell'altro, causato dall'elevato numero di vittime prodotte reciprocamente, venne miracolosamente superato da una volontà di pace e da una stima reciproca che portarono ben presto ai primi trattati per l'unificazione europea. Si voltò pagina una volta per tutte. Questo fu possibile perchè le dittature furono sconfitte e tutti i leader dei paesi europei adottarono atteggiamenti amichevoli e discorsi che esaltavano l'amicizia e la fratellanza con i popoli contro i quali fino a poco prima avevano combattuto.

Oggi, molti paesi europei sono alle prese con la presenza di importanti minoranze che provengono da paesi che possiedono valori e tradizioni molto diversi dai loro. Queste minoranze stanno espandendosi per via della loro alta prolificità, per il calo demografico delle popolazioni europee e per il continuo arrivo di nuovi immigrati. Le società europee sono dunque divenute multietniche.

Ora, che il futuro di queste società sia pacifico o meno dipende dall'atteggiamento delle autorità dei paesi ospitanti e da quello dei leader delle comunità immigrate. Le società ospitanti, liberali e democratiche, devono offrire occasioni di integrazione economica, sociale e culturale ai nuovi arrivati. Da parte loro, le comunità immigrate devono isolare quelli che rifiutano ogni integrazione e vogliono invece trasformare integralmente la società ospitante sul modello della loro società di partenza.  Il concetto fondamentale è quello di sostituire i processi unificatori violenti con quelli volontari basati sulla stima reciproca. Bisogna quindi che su presunte "purezze" integraliste riesca a prevalere il valore dell'arricchimento reciproco.

Occorre dunque che si sviluppi un clima di reciproco rispetto e di stima, isolando gli elementi radicali che spargono diffidenza e spesso odio. Occorre che siano attivate delle politiche di integrazione anche culturale, volte a fare conoscere i metodi organizzativi ed i valori delle società ospitanti. In particolare, occorre proporre i vantaggi di una cultura pluralistica, capace di operare confronti fa diversi punti di vista in modo che l'individuo non resti prigioniero dell'unica prospettiva conosciuta. La libertà di culto e di pensiero che viene concessa anche ai nuovi arrivati deve essere riconosciuta e ricambiata. Occorre che ciascuna parte si apra alla conoscenza e all'apprezzamento delle altre e dei rispettivi modi di vivere.


MITO E METAFISICA NELLE SOCIETA' INDUSTRIALIZZATE
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E' opinione diffusa che le formazioni culturali tipiche dell'antichità, quali il mito e la metafisica, non abbiano più spazio nelle odierne società industrializzate. Consideriamo infatti il mito come una primitiva forma di spiegazione del mondo. Esso era costituito da racconti nei quali gli elementi storico, fantastico e razionale erano intimamente mescolati. Oggi, nelle società che vedono il trionfo del pensiero scientifico, poche persone prenderebbero sul serio dei racconti. Almeno, questo è quanto comunemente si crede.

Gli antichi greci compirono un grande progresso quando, convinti dell'intima razionalità di tutte le cose, abbandonarono le spiegazioni mitiche nel tentativo di rendere conto della realtà con la ragione. Gli eventi della natura non venivano più spiegati con un capriccioso intervento divino, ma in base ad un elegante principio astratto. Purtroppo anche la metafisica ha perso molto del proprio smalto e ha dovuto cedere il passo agli assai meno nobili metodi sperimentali. Non è che non si creda più che il mondo sia permeato da una razionalità; si crede infatti in leggi fisiche universali, esprimibili matematicamente; non si crede più che la ragione possa arrivare a scoprirle per pura speculazione.

Chi ha studiato le società "primitive" ha anche sentito parlare dei movimenti salvifici e dei millenarismi (si vedano le opere di Ernesto De Martino). Gli antropologi che si recavano tanto lontano da casa, forse non sospettavano che avrebbero potuto studiare gli stessi fenomeni anche nel proprio quartiere. I lettori delle opere di questi studiosi hanno spesso guardato con commiserazione quelle povere ed innocenti società, preda di ridicole credenze e superstizioni. Eppure tutti dovrebbero sapere che il Diavolo ama i travestimenti. Il fatto è che spesso ce lo dimentichiamo. Per esempio, quando osserviamo uno spot pubblicitario che ci racconta delle meravigliose qualità di un certo prodotto, in quale ambito credete di essere? In quello scientifico? In quello filosofico? O piuttosto in quello del mito?!

Oggi, i profeti non riscuotono più grande interesse, il Padre Eterno non ci detta più comandamenti. Non può neppure assumere le sembianze di un cespuglio che brucia, che subito arrivano i pompieri a spegnerlo miseramente. Non può nemmeno azzardarsi a fare un miracolo che lo sottopongono a speciali, pestifere commissioni. Decisamente non è più tempo di prodigi. Si direbbe che viviamo in una società sanamente scettica e disincantata.

Eppure, le stesse necessità di comprendere il mondo che aveva un giovane dell'antichità, ce l'ha uno contemporaneo. Un tempo le difficoltà della vita erano forse più materiali di quelle odierne, ma queste non sono meno aspre da sopportare: anomia, alienazione, disoccupazione, incertezza, disorientamento, depressione, etc. Le speranze che venivano coltivate nei tempi antichi erano forse diverse da quelle odierne, ma l'uomo non ha smesso di sperare. Oggi conosciamo un profondo e diffuso malessere sociale che ha prodotto importanti fenomeni di violenza.

La crisi delle religioni e più recentemente il crollo delle ideologie ha lasciato la gente priva di finalità. Il problema del senso delle cose e della propria vita è uno dei più sentiti nelle società contemporanee liberali. La  mancanza di senso rende la vita incerta e perfino inutile, crea un disagio psicologico ed esistenziale spesso profondo. Da questo disagio nasce una ricerca affannosa di una verità, qualsiasi verità. Ecco allora schiere di maghi, di dottori dell'anima, guru e predicatori che si affollano a contendersi le anime perse.

L'analisi dei movimenti degli anni '60-'80 mostra come elementi salvifici e millenaristici fossero ben presenti anche nelle nostre società avanzate. Il fatto che alcune di queste formazioni mitiche si rivestissero di scientificità non significa che lo fossero. Il marxismo, per esempio, al pari di altri totalitarismi del secolo scorso, possedeva entrambi i poli irrazionale del mito e quello razionale della metafisica. Ad essi abbiamo dato il nome di utopia ed ideologia. Evidentemente non si tratta di una corrispondenza piena. Infatti, dai tempi antichi le cose non hanno cessato di peggiorare. Una volta c'era l'età dell'oro, poi quella del bronzo, quindi quella del ferro, etc... L'utopia e l'ideologia rappresentano dunque la forma contemporanea, adatta alla società di massa, di quelle splendide formazioni culturali proprie dell'antichità che conosciamo con il nome di mito e metafisica.

La fortuna dell'utopia sta nel bisogno profondo di credere in qualcosa, di avere delle speranze. La scienza dà tante spiegazioni, ma non può fare promesse. Invece la gente è assetata di speranze. L'utopia costituisce il rimedio universale di ogni male, la promessa di riscatto di ogni torto, la promozione umana totale. Essa sostituisce tutti i valori naturali perchè dal suo raggiungimento dipenderebbe la soddisfazione di ciascuno di questi. In virtù di tutte le aspettative di cui viene caricata, essa possiede un grande potere di seduzione. Questo incantesimo trova una corrispondenza nelle religioni monoteiste mediorientali, mentre non lo trova nelle civiltà classiche greca e romana, che non promettevano paradisi.

L'ideologia è stata vista in modi diversi, ora possiamo considerarla come una sorta di moderna metafisica: un'impossibile metafisica postscientifica, viva e vegeta nonostante tutto. Una "scienza" basata su uno o pochi principi, estesi fino a metabolizzare l'intero universo e che non accetta di essere messa in discussione. E' un Logos al rovescio, invece di riconoscere una razionalità del mondo, gliela impone. E' una metateoria che conferisce ordine a tutte le conoscenze individuali, organizzandole in un sistema. L'ideologia rappresenta dunque l'aspetto formale, razionale e perfino morale del comportamento individuale.

La diffusione universale, con i moderni mezzi di comunicazione, dell'utopia e dell'ideologia genera l'omogeneità delle credenze e dei comportamenti necessaria alle società di massa. Esse si pongono quindi quali strumenti fondamentali del condizionamento sociale. Nell'uomo massificato, l'utopia e l'ideologia prendono dunque il posto delle corrispondenti componenti naturali dell'irrazionale e della ragione.

Ecco quindi, in estrema sintesi, come l'utopia e l'ideologia hanno dato fondamento e forma ai moderni millenarismi che credevamo esclusivi delle società primitive. Con l'utopia ritroviamo una forma degenere di mito, meno affascinante e meno libera di quella conosciuta dagli antichi. Con l'ideologia ritroviamo una spiegazione del mondo, questa volta non più disposta a essere messa in discussione e con la pretesa di rinchiudere l'intero universo in un bicchiere. Una pretesa che il pensiero filosofico, enunciando il metodo sperimentale nell'indagine scientifica, aveva da tempo condannato.

Abbiamo conosciuto tutti il comportamento di persone affette da questa sindrome "U-I": instancabile attivismo, disprezzo per l'attuale società e per i suoi valori, interesse per ogni alternativa, settarismo, faziosità, etc.

Secondo alcune analisi, l'utopia e l'ideologia sarebbero connaturate al genere umano, non si potrebbe immaginare la storia senza di loro. Secondo questo esame, invece, l'utopia e l'ideologia non sono inevitabili e neppure necessarie. Sono solo delle perversioni delle nostre naturali facoltà di desiderare e di pensare. Si tratta di formazioni culturali di origine antica che si sono evolute a lato delle migliori tradizioni del pensiero e delle quali dobbiamo liberarci, perchè non ci sarà libertà fino a quando non ci riapproprieremo dei nostri sogni.

Esse sono forme di conoscenza sfuggite ad un'umanità troppo giovane, ancora incapace di controllare il linguaggio ed i suoi prodotti. Per consentire il progredire del pensiero dobbiamo neutralizzarle. Considerare ancora l'ideologia nell'accezione marxiana, significa impedire il loro smascheramento, ostacolare il riconoscimento del loro carattere negativo, quindi significa lasciarle ancora operare.


CRISI DELL'IDEOLOGIA E DELL'UTOPIA
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In questi anni, si è parlato molto della caduta delle ideologie. Fascismo, nazismo e comunismo sono crollati liberando centinaia di milioni di persone dalla loro tutela. Le ideologie sono andate incontro ad un triste destino, ma nessuno le rimpiange. Ci si è limitati ad osservare che della loro crisi ne avrebbero beneficiato le religioni e così è stato. Si tratta però di un fenomeno di breve periodo perchè la tendenza generale è quella di una progressiva riforma delle religioni e di una secolarizzazione delle società. Quindi, anche le religioni seguono seppure a distanza il destino delle ideologie.

Mentre tutti sono d'accordo sulla necessità di sbarazzarci dell'ideologia, sull'utopia i pareri sono discordi. Infatti, alcuni obiettano che nell'utopia ci sarebbe una componente sociale che rischia di essere perduta. Rinunciando all'utopia, si teme di perdere la spinta che ci aiuterebbe a migliorare le nostre condizioni e le nostre società. Certo che si potrebbe a nostra volta sostenere che questo legame non è poi così necessario. Come abbiamo potuto verificare, dopo la caduta dell'utopia comunista non è per questo caduto il desiderio di una maggiore solidarietà umana, di benessere e libertà, ma è restato tale e quale. Anzi, la caduta dell'utopia comunista ha liberato energie impegnate in strade senza uscita e molte dittature si sono trasfomate in democrazie. Al contrario, quando questa utopia era viva e vegeta e godeva del sostegno di numerosi stati, quello che veniva realizzato non era precisamente solidarietà umana, ma regimi militari e di polizia nei quali solo una piccola minoranza otteneva vantaggi. Una delle ragioni per cui dovremmo abbandonare l'utopia è che la struttura istituzionale dei movimenti che essa promuove e dei regimi che ne derivano è tipicamente autoritaria. Anche nel nostro paese questi metodi hanno fatto il loro tempo ed è necessario andare alla ricerca di nuove forme organizzative per la lotta politica.

Abbandonando l'utopia, alcuni temono di abbandonare ogni progetto, ogni speranza, ogni sogno. Ma questo timore è eccessivo ed infondato. L'utopia è una forma estrema di sogno. Non condivido questo estremismo, non il sognare. L'utopia cerca di prendere il posto dei nostri sogni e quindi a farci lottare per l'interesse di altri. Ma noi sappiamo che è pericoloso cedere ad altri il controllo dei nostri sogni. Quello che non condivido è questo condizionamento delle nostre speranze, non le speranze in sè.

Rispetto a molte civiltà che la circondano, la nostra si è invece caratterizzata, non tanto e non solo, dall'impiego deliberato della ragione, ma soprattutto dalla rivolta antiautoritaria e dall'affermazione dell'uomo. Ogni momento cardinale della nostra storia è stato una ribellione contro l'autorità, impossibile senza una coscienza, una volontà e soprattutto un desiderio di affermazione umana. L'umanesimo, il rinascimento, l'illuminismo, il risorgimento, sono altrettanti atti di rivolta contro le autorità religiose e la loro visione del mondo. La sollevazione dei nobili contro l'assolutismo monarchico, per ottenere il diritto di discutere con il Re delle imposte e per poter essere giudicati da pari, ha costituito l'inizio della ribellione contro l'autorità civile, continuata senza posa fino ai giorni nostri, dove le rivolte popolari, le lotte politiche, sindacali e studentesche si sono susseguite senza posa. La stessa scienza costituisce una forma di rivolta contro il principio di realtà, contro l'"autoritarismo" delle leggi naturali, per strappare alla natura delle libertà, ed è stata spesso anche una lotta contro le credenze consolidate, contro le autorità accademiche, politiche e religiose. Quindi la condanna dell'utopia non è assolutamente la condanna dei nostri desiderare, progettare, sperare, sognare i quali sono invece parte integrante e fondamentale del nostro modo di essere.

Caratteristico di queste lotte è stato il realismo degli obiettivi. Queste lotte hanno portato a risultati tangibili e terreni e non ci hanno mobilitato per obiettivi irraggiungibili che servivano solo per mantenere al potere società autoritarie.

Il cristianesimo ed altre religioni hanno sostenuto la rinuncia alla vita terrena. Ma le nostre battaglie si sono caratterizzate anche per l'affermazione dell'uomo e della vita terrena. Questi valori e questi atteggiamenti sono fortemente radicati nelle nostre società. E' chiaro che noi non rinunceremo mai alle nostre battaglie. Anzi, è proprio per portarle avanti in un modo più efficace che è necessario imparare a controllare l'Utopia. Essa è come il canto delle sirene: bisogna ascoltarlo legati. Dobbiamo evitare quegli abbagli che ci hanno fatto imboccare strade senza uscita, quando non ci hanno gettato in tragiche avventure, totalmente prive di senso.

        ...
180  Quindi, seduti, battevano il mare schiumoso coi remi.
        Ma come tanto fummo lontani, quanto s'arrivava col grido,
        correndo in fretta, alle Sirene non sfuggì l'agile nave
        che s'accostava; e un armonioso canto intonarono.
        "Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,

185  Ferma la tua nave, la nostra voce a sentire.
        Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
        se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
        poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose.
        Noi tutto sappiamo, quanto nell'ampia terra di Troia
190  Argivi e Teucri patirono per volere dei numi;
        tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice".
        Così dicevano alzando la voce bellissima, e allora il mio cuore

        voleva sentire,  e imponevo ai compagni di sciogliermi,
        coi sopraccigli accennando; ma essi a corpo perduto remavano.
195  E subito alzandosi Perimède ed Eurìloco,
        nuovi nodi legavano e ancora più mi stringevano.
        Quando alla fine le sorpassarono, e ormai
        nè voce più di Sirene udivamo, nè canto,
        in fretta la cera si tolsero i miei fedeli compagni,
200  che negli orecchi avevo a loro pigiato, e dalle corde mi sciolsero.
        ...

(Omero, Odissea, libro 12°)

Quella di cui dobbiamo francamente liberarci è dunque l'Utopia con la maiuscola. Ormai, purtroppo, non è più tempo di eroi, gli dèi non riscuotono più una grande audience e anche per l'utopia è tempo di scendere di un gradino. Così come non si deve considerare ideologia qualsiasi idea, altrettanto non ogni progetto è utopia, ma solo quelli troppo carichi di aspettative e socialmente condizionati. Ideologie ed Utopie sono dunque le forme estreme che le nostre idee e desideri possono assumere. Perchè si possa riprendere la discussione razionale sulle scelte politiche e i metodi per realizzarle, è indispensabile la nostra fuoriuscita dalla palude irrazionale in cui siamo finiti.

Consideriamo le tremende avventure a cui ci ha condotto l'Utopia, il tempo e soprattutto il sangue che è stato speso dietro alle sue splendide ed ingannevoli rappresentazioni. Guerre di religione hanno insanguinato il medioevo, l'età moderna e quella contemporanea. Ci sono voluti parecchi secoli per relativizzare il cristianesimo. Non abbiamo neppure finito con questa impresa che comunismo, fascismo e nazismo hanno massacrato decine di milioni di persone. In questi tempi, nei paesi islamici e ai loro confini migliaia di persone vengono uccise in nome di Dio e sotto il miraggio di un Paradiso popolato da vergini. Vogliamo continuare così? L'Utopia è sicuramente un motore della storia, su questo non ci sono dubbi, ma è un motore benefico? Quante persone dovremo sacrificare la prossima volta per raggiungere le sue mete fasulle? Possiamo consentire che un tale motore continui a girare, impazzito, tritando uomini e storia come ha fatto finora?

Credo proprio di no. Occorre quindi che nei confronti di certi nostri desideri manteniamo sempre un rapporto particolare nel quale alterniamo fiducia e vigilanza, alla ricerca continua di una linea invisibile da non varcare. Anche qui, ognuno dovrà cercare la propria soluzione, la propria strada.

A questo proposito può venirci in aiuto la saggezza orientale, propria dell'induismo e del buddismo. Entrambe queste filosofie individuano nelle nostre brame la fonte delle nostre sofferenze e suggeriscono la rinuncia alle brame come via, se non per la felicità, almeno per la serenità. Come anche il buddismo riconosce, non si può nemmeno abbracciare una vita totalmente ascetica o finire in un nichilismo: la vita è un dono e va vissuta. Ma le brame non sono desideri normali, sono desideri eccessivi. Ecco allora che possiamo risolvere il nostro dilemma semplicemente percorrendo una saggia via di mezzo, nella quale ci è consentito desiderare, ma con moderazione. In questo modo, l'utopia e il sogno assumono le forme attenuate dei desideri, delle speranze, dei progetti coltivati con saggezza e con la consapevolezza della necessità di non perderci al loro interno, ma di mantenere sempre su di essi un controllo razionale.

Le opinioni nei confronti dell'utopia sono state discordi anche nel passato. Secondo alcuni, nonostante la sua pericolosità, l'utopia svolgerebbe anche funzioni positive: per esempio essa indicherebbe le strade che favoriscono il progresso sociale. Rousseau osservò che i realisti, nemici dell'utopia, con la scusa di attenersi solo a ciò che è possibile, finiscono per difendere quello che si fa. Altri pensatori di area marxista quali Bloch, Heller, Adorno, Marcuse, addirittura hanno proposto l'abbandono del realismo scientifico a favore della funzione rivoluzionaria dell'utopia…

Può darsi che la rinuncia all'Utopia tolga una parte della spinta ai movimenti di lotta politica. Personalmente l'utopia non mi piace, ma coloro che nonostante tutto vogliono salvarla devono però tenerla sempre sotto controllo, devono sempre ricordare di non farsi prendere la mano da lei, devono mantenere sempre il campo sgombro dal fanatismo. Coloro che non vogliono rinunciare all'utopia, devono controllarla in qualche maniera, per esempio instaurando con essa un rapporto dialettico, conflittuale. Un rapporto nel quale ragione ed utopia si confrontino incessantemente, arricchendosi e controllandosi a vicenda. Ci sono i momenti dell'utopia, nei quali si brinda e si lanciano coriandoli; ci sono i momenti della ragione, in cui si guarda come è stata ridotta la stanza.

RELATIVIZZAZIONE DEI SISTEMI TOTALITARI
Fortunatamente, le ideologie e le religioni non sono sistemi assolutamente impermeabili, ma nel continuo confronto con la società possono modificarsi e perfino subire importanti processi di riforma. Nella nostra lotta contro i sistemi totalitari, una delle strategie più efficaci è quella di provocarne una evoluzione verso forme aperte. Il primo passaggio di questo processo dovrebbe consistere nell'accettazione della convivenza pacifica con gli altri sistemi. Già questo primo passo disinnescherebbe il pericolo di guerre civili. Il secondo potrebbe essere la rinuncia al totalitarismo, cioè a volersi occupare di tutti gli aspetti della vita privata e di regolare anche lo Stato. Con questo, diventerebbe possibile separare Stato e religione ed anche la velleità di conquista del mondo verrebbe abbandonata. Con alcuni passaggi del genere, l'idea di fondo dell'ideologia verrebbe isolata e riportata nei propri naturali confini, verrebbe inoltre reintegrata nel novero delle idee come una fra le tante e non pretenderebbe più lo status di Verità Assoluta. Questo processo di relativizzazione dovrebbe interessare anche le utopie. In questo caso, l'utopia dovrebbe accettare il dibattito sulla sua effettiva realizzabilità. La sua smitizzazione è importante per riportarla fra i progetti e le speranze normali, ma è anche importante per sciogliere dal loro incantesimo tante persone.

Il contrario del relativismo è l'assolutismo. Con la loro relativizzazione, i sistemi totalitari rientrano nel novero delle idee, proposte e speranze umane. Non avvelenano più la cultura e la società, ma al contrario contribuiscono ad arricchire lo spazio pluralistico. Anche se il comunismo organizzato intorno all'Unione Sovietica è stato sconfitto, il desiderio di giustizia sociale e di fratellanza non è scomparso e molti partiti che si richiamano a quei valori continuano ad operare. Ecco come un'ideologia può perdere le sue caratteristiche negative senza dovere necessariamente scomparire dalla scena culturale, ma continuando al contrario ad esercitare una funzione positiva. Altrettanto si può dire a proposito della religione cristiana che dal tempo dell'Inquisizione ad oggi ha perso gran parte del suo dogmatismo, si occupa più di anime che di politica ed accetta tranquillamente la coabitazione con altre fedi e sistemi di pensiero. Questa relativizzazione resta da compiere invece nei confronti dell'Islam, che oscilla ancora drammaticamente fra fondamentalismo e modernità. Con la sua relativizzazione, l'islam non scomparirebbe come temono alcuni suoi sostenitori, ma rimarrebbe tra noi come una fede fra le altre e darebbe alle società il meglio di sè.

Non bisogna pensare che la relativizzazione dei sistemi totalitari contraddica la laicità dello stato. La laicità non è da intendersi come un principio astratto da dover essere osservato in modo assoluto, ma ha lo scopo preciso di conservare la pace sociale e la democrazia. Uno stato democratico non deve tollerare i movimenti totalitari che operano al suo interno, ma li deve combattere. Una male intesa tolleranza nei loro confronti, all'insegna di un laicismo astratto, può avere gravi conseguenze sociali e politiche. Infatti, questi movimenti totalitari potrebbero approfittare di una democrazia e di una laicità ingenue per impadronirsi del potere e per instaurare un regime tirannico. Un evento di questo genere si produsse in Germania durante la repubblica di Weimar, quando i nazisti riuscirono ad impadronirsi legalmente del potere e le conseguenze di questo tragico evento furono gravissime. A questo proposito, bisogna tenere presente che la laicità appartiene solo a regimi democratici, non a quelli totalitari. Una società democratica ha il diritto di difendersi dai totalitarismi e anche di combatterli. Con la laicità, lo stato si sforza di evitare provocazioni e scontri fra le diverse componenti sociali,  ma questo principio non può nè deve impedire allo stato di combattere i totalitarismi, relativizzandoli quando è possibile o dichiarandoli illegali qualora essi rifiutassero di rispettare le regole di convivenza con gli altri sistemi oppure qualora essi rappresentassero una minaccia per la società. Non a caso, molti paesi hanno dichiarato illegali tanto il fascismo che il nazismo e questa misura infrange tanto il laicismo assoluto quanto la libertà di opinione e di espressione. Ma è una misura importante per la difesa e la conservazione della democrazia.

Fra i principali strumenti per promuovere la relativizzazione dei sistemi totalitari, lo stato ha a disposizione la scuola. Con essa, lo Stato può trasmettere i valori di pluralismo, democrazia e libertà ai giovani, in particolar modo a quelli che nella propria famiglia subiscono un'indottrinamento verso forme di pensiero totalitarie. Lo Stato deve promuovere anche dibattiti, documentari ed altre trasmissioni che favoriscano i valori democratici contro quelli totalitari. Lo Stato deve inoltre proibire l'apertura di scuole che educhino a principi totalitari e deve proibire attività di propaganda e di proselitismo alle organizzazioni totalitarie.


CONCLUSIONE
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Quello di cui vi ho parlato finora sono alcune delle principali articolazioni del cosiddetto Pensiero Forte. Cos'è il pensiero forte? Come avete visto, è un modo di pensare che si fonda su di una certezza, su di una verità assoluta. Al suo opposto sta il pensiero debole, un modo di pensare che come vedremo fra poco non dispone di nessuna certezza nè verità assoluta, ma deve fare i conti con un'incertezza di fondo.

Abbiamo visto il pensiero forte articolarsi nella cultura chiusa, nello specialismo, nel riduzionismo, nella mancanza di alternative. Abbiamo visto come a livello sociale il pensiero forte produca militanza e massificazione. Abbiamo infine visto come l'ideologia e l'utopia vengano spesso usati per il condizionamento delle masse e per il loro controllo politico.

Partendo dalla definizione marxista di ideologia, abbiamo scoperto come cultura ed ideologia non siano affatto sinonimi e ci siamo resi conto dei pericoli che corriamo a considerarli tali. L'ideologia non è la cultura, ma solo una sua forma patologica. Ci siamo accorti del potere di seduzione dell'utopia, del carattere di falsa scienza dell'ideologia, di come queste due formazioni culturali siano dirette alla massificazione ed al controllo dell'uomo. Ai fini della teoria della conoscenza quotidiana, l'utopia e l'ideologia rivestono un'importanza straordinaria. Se le osservazioni che abbiamo svolto fin qui sapranno proteggerci dalla loro seduzione, potranno guarire la cultura da importanti patologie che l'avevano colpita e potranno restituirle quelle funzioni liberatrice ed illuministica che meglio la qualificano e che sono necessarie per uno sviluppo libero ed armonico dell'uomo e delle sue società.

La cultura è dunque un insieme eterogeneo di elementi più o meno organizzati. Si va dalle idee semplici, ai miti, alle tradizioni, ai sistemi di pensiero. Nella cultura, sono presenti tanto elementi volti al condizionamento quanto elementi che svolgono funzioni illuministiche. Abbiamo visto come questi elementi siano spesso il prodotto di una complessa evoluzione storica. Dopo millenni che utilizziamo il linguaggio, è ormai giunto il momento di prendere il controllo dei suoi prodotti. E, si badi bene, non solo in un ambito accademico, ma anche in quello più umile della conoscenza quotidiana, dove però si generano i movimenti di massa. E' una battaglia difficile perchè, nel Grande Bazar dell'Informazione, i Paradisi sono molto più quotati degli scetticismi.

Abbiamo visto come sia pericoloso sognare senza fare attenzione. Anche nella coltivata Europa sono apparsi dei fanatismi ideologici, che non hanno mancato di compiere immani flagelli. Nessuno ci può proteggere dal rinnovarsi di questi uragani irrazionali se non sapremo controllare l'ideologia e l'utopia, se non sapremo raggiungere una convinzione sulla necessità di difendere e anche di propagare il nostro disincanto metafisico.

Qualcuno ha incolpato l'Occidente di avere inventato il totalitarismo, ma questo non è vero. Il totalitarismo nacque insieme con il monoteismo. A sua volta il monoteismo ebbe origine nell'antico Egitto, ma sarebbe improprio parlare di totalitarismo a proposito del culto egiziano del Sole. Dagli egizi, il monoteismo venne trasmesso a tribù ebraiche. Dopo molti secoli, dalla religione ebraica derivò il cristianesimo e successivamente l'islam. Il monoteismo non significa automaticamente totalitarismo, anche se al suo interno le probabilità di svilupparlo sono notevoli. Infatti, nel corso della storia, i monoteismi hanno conosciuto momenti di rigidità ed altri di relativa tolleranza.

All'inizio le religioni monoteistiche non erano molto rigide. Fin dalle sue origini, il cristianesimo ha separato le sfera della fede da quella della politica. Affermando di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, il cristianesimo aveva rinunciato ad un controllo totalitario della società. Nel medioevo, il cristianesimo ha assunto forme rigide, ma il suo continuo confronto con le società permeate di valori pluralistici quali quelle occidentali ha reso questa religione molto più aperta e capace di convivere pacificamente anche con punti di vista differenti. L'ebraismo non ha mai cercato di conquistare il mondo. L'odierno Israele è un paese la cui società è pluralista, secolarizzata, democratica, anche se possiede frange di ortodossi.

All'inizio, l'islam non era particolarmente rigido e i suoi leader si occupavano molto più di guerre e di saccheggi che non di religione. Dopo alcuni secoli, al suo interno presero il sopravvento le preoccupazioni religiose e questa religione si irrigidì parecchio. A differenza del cristianesimo che ha subito importanti riforme, l'islam è rimasto in larga parte ancorato alle proprie scritture e tradizioni originarie. Ancora oggi, nell'islam vivono importanti settori integralisti che propugnano una società totalitaria, al fianco di altri settori moderati e parzialmente secolarizzati che invece vorrebbero vivere in società moderne e democratiche. Cominciano anche a farsi sentire ogni giorno di più intellettuali nati in paesi musulmani i quali reclamano una riforma di quella religione e la sua separazione dallo Stato.

Mentre i totalitarismi religiosi sono nati molti secoli fa in Medio Oriente, i totalitarismi secolari sono invece nati in Occidente. Si tratta principalmente del comunismo, del fascismo e del nazismo. Anche questi totalitarismi sono mutati nel tempo. Mussolini rivendicava il carattere totalitario del fascismo, ma la società fascista era ben più articolata in classi di quanto non fosse quella comunista, nella quale intere classi vennero distrutte nel tentativo di edificare la società senza classi. Il comunismo ha subito una importante evoluzione che ha prodotto partiti riformisti e democratici. Anche dal fascismo sono derivati partiti che hanno recentemente condannato il razzismo e l'antisemitismo e sono divenuti moderati. Nei confronti del nazismo, c'è un diffusissimo rifiuto sociale e quei limitati gruppi che vi fanno ancora riferimento rappresentano poco più che manifestazioni folcloristiche. Il totalitarismo cova sotto le ceneri e spesso riemerge. Nei partiti occidentali, ogni tanto riprendono vigore fazioni radicali all'interno di alcuni partiti per esempio quelli ex-comunisti, o movimenti integralisti o xenofobi all'interno degli schieramenti di destra. Si tratta di fenomeni da tenere sempre sotto controllo perchè potenzialmente pericolosi. Un pericolo di involuzione totalitaria sta anche in una concezione troppo rigida del liberalismo economico. Il neoliberismo è il terreno sul quale prosperano imprese multinazionali tanto potenti da essere in grado di condizionare il governo di paesi fra i più importanti del pianeta, con possibili drammatiche conseguenze sui piani sociale ed ambientale ed anche per la stessa democrazia.

Nei tempi recenti, il mondo musulmano è pervaso da un rinnovato fervore religioso. Il Medio Oriente in particolare è attraversato da importanti manifestazioni di totalitarismo. Questo è avvenuto con la comparsa di partiti e movimenti che si riferiscono a regimi totalitari,  quali il baathismo e ad interpretazioni integraliste dell'islam, come il wahabismo, il salafismo e più recentemente con il movimento dei Fratelli Musulmani, quello dei Talebani, quello di Al Qaeda e con numerose altre fazioni islamiche che praticano anche il terrorismo. Questi movimenti rappresentano un grande pericolo per il pluralismo, la libertà e la democrazia.

Il problema del controllo della mente degli uomini è dunque più attuale che mai. E' anche aggravato dal fatto che il pensiero forte può godere di una motivazione molto più grande del pensiero debole, con la conseguenza che i suoi membri sono molto più attivi. Il confronto con il nuovo totalitarismo non è quello dei campi di battaglia, dove gli schieramenti sono ben distinti e riconoscibili, ma intride la società intera, in tutte le sue articolazioni. Il confronto quindi non può che essere culturale. Dopo la sconfitta delle ideologie, ci eravamo illusi che i nostri problemi fossero finiti. Purtroppo non è così. La lotta fra pluralismo e totalitarismo, cominciata con la Grecia antica e durata per oltre 2000 anni, non è ancora finita. 

Questa lotta, si badi bene, non è tanto fra Occidente e Oriente, ma è interna ad entrambi gli schieramenti, ciascuno dei quali deve combattere i propri totalitarismi, anzichè incolpare il presunto avversario dei propri problemi. Si tratta di una guerra fra i totalitarismi e le società aperte. Questa battaglia può e non deve essere combattuta sul piano militare, ma su quello culturale dove ci dobbiamo impegnare a provocare un'evoluzione di questi sistemi chiusi verso forme aperte.

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