I meccanismi dell'umanità di Maurizio Di Bartolo

Un libro dello storico tedesco Walter Freund, recentemente tradotto in italiano (1), induce ad un uso più critico e relativistico del concetto di "moderno". L'origine del termine è rintracciabile già nell'epoca del convulso trapasso tra il mondo antico e la germinale età medioevale - e più precisamente nell'epistolario di Papa Gelasio I (492-496), impegnato nell'urgenza di designare un'"attualità in costante trasformazione".
   In una percezione "istintiva" della modernità, s'incontra una certa difficoltà ad accettare una retrodatazione storica così radicale; ma forse ancor di più ad accettare l'idea di un particolare "trasformarsi" - sempre attuale e sempre relazionale - del presente. Di un presente che misconosca un senso di distanza assoluta, tanto con il passato prossimo quanto con quello remoto.
   Il concetto astratto di moderno si nutre di un paradossale senso d'immobilità storico-culturale, mentre l'immaginario collettivo, scatenato dallo sviluppo tecnologico e dalle spinte alla globalizzazione, riduce nella percezione soggettiva i margini effettivi di quel che è autenticamente "moderno": in fondo, oggigiorno, siamo meno moderni del "moderno" Papa Gelasio I.
   Da cosa dipende la percezione odierna della modernità? La risposta ad una questione di tale complessità richiederebbe lo spazio di un trattato enciclopedico. Per non eluderla interamente c'è tuttavia un modo abbastanza diretto, per giungere a contatto con alcune forme simboliche entro le quali questo "percepir-si-moderni" giunge a determinazione. Non è superfluo alludere a Charlie Chaplin, per affermare allora che una forma simbolica di modernità è affidata alla "macchina". Alle macchine, e più in generale ai dispositivi tecnologici che rendono l'esistenza umana sul pianeta così sorprendentemente facile ed assolutamente sperequante.
   Di "macchine" si può parlare in infiniti modi, soprattutto sembra quasi impossibile che il parlarne significhi coglierne l'essenza. La modernità in cui siamo relegati noi, moderni europei di prima classe, ci racconta che la "macchina" è una formazione spirituale antica, che affonda le proprie radici nella cultura greca: la parola "μηχανη" (e la sua storia etimologica) (2) rappresenta già il racconto mitico di quella particolare macchina denominata "razionalità", di cui fa fede la comprensione moderna della modernità stessa. A partire da quella proto-macchina di sicura origine greca (3) proiettiamo il nostro senso, assolutamente virtuale, di comprensione della macchina moderna - quest'ultima invece sul serio in incessante attuale trasformazione.
   Credo che sia sufficiente dare un'occhiata alla voce "Tecnologia" nel Dizionario critico sul sapere nell'antica Grecia di Brunschwig e Lloyd (4), per rendersi conto dell'impossibilità di sottrarsi al fascino di una proto-macchinazione che la cultura greca fornisce, quasi ad alibi, per una paralisi concettuale delle nostra "inattuale" modernità.
   L'inizio mitico-letterario della macchina presso i due autori del Dizionario è delineato attraverso un capolavoro classico: il Coro dall'Antigone di Sofocle (vv.332-375). (5) Quello stesso brano compariva già da qualche anno (dal 1979) anche all'inizio di uno dei testi centrali sulla civiltà tecnologica moderna, ossia Il principio responsabilità del filosofo tedesco Hans Jonas (6), e costituisce tuttora un caposaldo della ricostruzione filosofica del rapporto tra uomo e natura nell'antichità. Il brano è celebre perché è una magistrale descrizione di che cosa sia l'uomo, "essere capace d'esser più terrificante di molte cose terrificanti" [Πολλα τα δεινα κουδεν ανθροπου δεινοτερον πελει] - lo si reperisce facilmente anche in Internet e per cui non lo riportiamo per intero, ma estrapoliamo solo alcuni versi nella traduzione di Franco Ferrari:

"...// Degl'ilari uccelli la specie / e le stirpi delle bestie selvagge / e la prole del mare / accerchia e cattura / nelle spire attorte delle reti / astutamente l'uomo; e doma / con le sue arti [μηχαναις] / la fiera che ha silvestre covile fra i monti / ..." (vv. 342-350)

   e poco più sotto:

"... / Scopritore mirabile / d'ingegnose risorse [Σοφον τι το μηχανοεν / τεχνας...], / ora la bene / ora al male s'incammina: / ... " (vv.364-366)

   
Sofocle usa esplicitamente il termine "μηχανη" per contraddistinguere l'astuzia e l'ingegnosità dell'uomo nel saper porre sotto il proprio potere la natura e gli altri animali. Questo ha indotto Brunschwig e Lloyd (e, probabilmente sulla loro scorta, anche Bodei) a pensare che proprio queste caratteristiche dell'essere umano (quel che il latino definisce ingenium) abbiano poi riversato il loro significato sugli "oggetti-macchine stessi". Insomma la "macchina" greca avrebbe denotato originariamente l'astuzia e l'ingegnosità, grazie alle quali poi il termine si sarebbe riferito "anche" agli oggetti, ovvero alle macchine vere e proprie.
   Dal punto di vista filosofico questa tesi è molto affascinante, ma è difficile pensare che l'uso linguistico di un tragico del V secolo possa attestare con sicurezza il passaggio da una qualità umana ad un oggetto. Oltretutto in genere gli usi metaforici dei termini si generano esattamente nella direzione opposta, ed in epoche precedenti al loro uso letterario in senso alto, quale può essere ad esempio il testo sofocleo: le macchine, in breve, c'erano già ben prima delle astuzie con le quali hanno poi hanno dovuto fare i conti.
   Certamente il senso della macchina come mezzo artificioso e semiprodigioso grazie al quale trarre in inganno mostra una profonda coappartenenza tra il mondo dello spirito ed il mondo degli ingranaggi e delle rotelline. Che Ulisse fosse definito da Omero "polimeccanico", o che gli imperatori di Bisanzio, a partire dall'astuto (anche politicamente) Leone VI (886-912) si circondassero di sofisticatissimi ingranaggi nel loro paradisiaco Chrysotriklinios, o che più tardi il Padre gesuita Athanasius Kircher riferisse di strumenti al limite con l'immaginazione di Walt Disney, non deve però indurre a pensare che il moderno possa rispecchiarsi interamente in quel tipo di "macchine". Anche perché più la macchina si presenta esplicitamente come il frutto di un'astuzia inconscia, implicitata dalla natura umana, più all'interno dell'immaginario macchinino si attribuisce all'uomo un margine d'azione inesorabilmente censurato. La natura ama nascondersi, la macchina no.
   "Μηχανη" è innanzitutto il puro "mezzo", la "possibilità" in senso materiale e strumentale affinché qualcosa possa esser fatta: proprio in tal senso, astuzie permettendo, la sua radice si ritrova nelle lingue di ceppo germanico e nel gotico ad esempio è attestata come "mag", ossia il nucleo originario di tutti i verbi che indicano "potere", il "permetter-di-far-qualcosa" (anche oggi in tedesco con il modale "mögen"). (7)
   Per quanto sia terribile quel che l'uomo riesce a fare, forse la cosa più terrificante che ci sia è la possibilità stessa, nella sua purezza. Questa tuttavia non sorge affatto come un'idea astratta, raffinata attraverso le categorie dell'intelletto. Il senso generale è a nostro parere assegnato al fatto che, complementare al fare umano, vi sia la possibilità della macchina. E di macchine se ne può parlare in ogni senso che investa il fare umano medesimo. In breve: ci sono "macchine" ovunque, dappertutto. La cifra dell'umano sin dall'origine non è allora quella semplicemente di ordire complicati congegni, né tanto meno di attribuirsi astuzia in base alla sua capacità di "macchinazione". La chiave di volta è capire sin dove una macchina può.

   Parafrasando un film che di macchine ne aveva, ed eccome: dove osano le macchine. Altro che aquile. La "macchinazione" mostra un elemento figurale tipico del moderno e della modernità. Il "potere" trova le "macchine" giuste per esercitare i propri "meccanismi": non a caso anche oggi si usa l'espressione metaforica: "le leve del potere", e la leva è esattamente una delle macchine previste da Erone di Alessandria nel suo trattato di meccanica. Ma questo elemento figurale mostra di conseguenza la necessità di un'autorappresentazione che l'umano esercita nei confronti di se stesso quasi in forma di esorcismo: niente dev'essere più terribile dell'uomo medesimo, ovvero nemmeno la macchina medesima. L'uomo "possibilizza" di volta in volta la macchina, che tuttavia a sua volta "impossibilizza" l'uomo: un destino comune vuole che non vi siano in futuro uomini senza macchine. Mentre l'idea inversa, ossia quella di un futuro di macchine senza uomini, appartiene per il momento alla fervida immaginazione di un mondo della fantascienza. Ma è l'idea di "mondo" medesima, che in realtà si presenta come co-estensiva a questa com-possibilità tra uomo e macchina.
   Sembrava solo un voler alludere a Charlie Chaplin, ed invece parlare di macchine da "tempi moderni" vuol dire sempre più parlare di uomini, più che in carne ed ossa diremmo nella loro carne e nelle loro ossa: la co-estensione più moderna tra uomo e macchina la troviamo per certi versi nel testo programmatico del meccanicismo illuminista, ammesso che i due ultimi termini possano star decentemente insieme.
   Ci riferiamo a L'homme machine di Julien Offray de la Mettrie (1709-1751). (8) Il testo apparve anonimo verso la fine del 1747 e suscitò non pochi malumori anche tra le fila dei colleghi illuministi. È un libretto in effetti ricco di artifici retorici e spesso ripetitivo: la tesi, già peraltro esposta dal titolo medesimo, è ribadita in tutte le salse per una cinquantina di pagine senza grossi avanzamenti logici. L'uomo è una macchina, una macchina certamente molto sofisticata, ma pur sempre una macchina. In un punto fa capolino anche l'analogia metaforica con l'orologio. (9) E così la decorazione argomentativa sembra riportarsi costantemente tuttavia ad un nodo irrisolto: anche ammesso che il corpo umano (e tutta la fisiologia che simpaticamente lo accompagna descrittivamente) sia una macchina, che cosa può questa macchina per l'uomo? L'"uomo-macchina" tende quindi idealmente verso la "macchina-uomo". Ma quest'ultima in che senso racchiuderebbe il senso del primo? L'idea genuina è di combattere lo spiritualismo ed ogni forma superflua di psicologia metafisica. Seguendo (forse solo in apparenza) il meccanicismo classico cartesiano, De la Mettrie si spinge a rendere la ghiandola pineale una sorta di "meccanismo" che regola in realtà due tipi differenti di res extensa: la res cogitans è nominata solo nel libretto delle istruzioni. De la Mettrie fa inghiottire la macchina all'uomo, e spera che durante la digestione avvenga anche la metamorfosi. Ma è chiaro che l'uomo muore d'indigestione, a voler essere letteralmente macchina.
   Al fondo di questa posizione "cieca", che sembra non poter uscire dall'impasse di un riduzionismo privo di porte e finestre sembra tuttavia annidarsi per contrappasso proprio il problema di questa modernità macchinica: il senso della possibilità, attraverso il quale l'uomo regola i propri meccanismi, fa parte di una co-estensione originaria tra uomo e macchina. Tutto ciò che l'uomo può "grazie" alla macchina parla di una proiezione nell'impossibile (reale od immaginaria) a cui l'uomo stesso non si può sottrarre. È questa l'unica cosa, per dirla con Sofocle, davvero terrificante dei meccanismi umani.

Note

1. Ci riferiamo al testo del 1957 di Walter Freund, Modernus e altre idee del tempo nel Medioevo, con Prefazione di Remo Bodei, Medusa, Milano 2001.
2. Cfr., per i termini "μηχανη" (in dialetto dorico μαχανα, da cui ha preso a prestito il latino machina) e μηχαρ si veda Hjalmar Frisk, Griechisches etymologisches Wörterbuch, Winter Verlag, Heidelberg, 1970, p.234-235.
3. Sembra infatti che il termine "μηχανη" sia molto antico nella lingua greca, e che comunque non sia derivata da prestiti di lingue precedenti di ceppo indoeuropeo. La sua versione in dorico "μαχανα" è invece all'origine del latino "machina" e pare che in principio il termine si riferisse alla macina, o più precisamente alla mola della macina. In greco doveva a quanto sembra riferirsi al frantoio per l'olio. Per tale ragione di prestiti dal greco al latino, sia morfologici che semantici, anche in italiano, "macchinare" e "macinare" hanno la stessa radice etimologica. Si veda sempre Hjalmar Frisk, Griechisches... ecc., p.235.
4. Jacques Brunschwig e Geoffrey Lloyd (a cura di), Le savoir grec. Dictionnaire critique, Flammarion, Paris 1996.
5. Sono molte le edizioni e le traduzioni che doverosamente occorrerebbe citare. Ad esempio la trad.it. di Giuseppina Lombardo Radice, Einaudi, Torino 1982; o quella di Franco Ferrari, BUR Rizzoli, Milano 1982.
6. Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica, trad. it. di Pier Paolo Portinaro, Einaudi, Torino 1990, pp.4-5 (la trad. it. citata dell'Antigone è quella Einaudi).
7. Si veda sempre l'esauriente Hjalmar Frisk, Griechisches etymologisches... ecc., p.235.
8. L'edizione da noi consultata è : Julien Offray de la Mettrie, L'homme machine, testo francese e traduzione tedesca a fronte a cura di Claudia Becker, Felix Meiner, Amburgo 1990.
9. Cfr., Julien Offray de la Mettrie, L'homme machine... ecc., p.120.

   

 

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