Ogni giorno è
la stessa merda. Ti alzi al mattino soltanto per trovare un altro giorno
di grigia, monotona esistenza. Un altro giorno di lavoro e consumo, un
altro giorno di desiderio continuamente frustrato da un mondo alieno di
cose e di prezzi. Lesperienza di vita familiare differita.
Oggi,
in un mondo in cui tutti gli apologeti del potere siano essi sinistresi,
intellettuali, capi, preti, sindacalisti, insegnanti- vendono lo stesso
vecchio messaggio, la consunta menzogna del sacrificio, della rinuncia,
della sottomissione; dove il "tempo libero" è vuoto di
gioia ed è solo una pausa nel lavoro. In questo mondo non ci sono
più illusioni. Nessuna delle assurdità del Potere può
più salvarsi dalle armi della risata e della negazione. Il progetto
di una vita diversa comincia qui e ora, in ognuno di noi quando rifiutiamo
di sottometterci allindegnità della vita quotidiana. Vai
avanti, ridi in faccia al datore di lavoro e ricorda: rubare è
divertente!
CONTRO IL POTERE! ABOLIRE IL LAVORO! PER UN MONDO DI DESIDERIO TOTALE!
Nessuno dovrebbe
mai lavorare.
Il lavoro è la fonte di quasi tutte le miserie del mondo.
Quasi tutti i mali che si possono enumerare traggono origine dal lavoro
o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro.
Questo non significa che si debba porre fine ad ogni attività produttiva.
Ciò vuol dire invece creare un nuovo stile di vita fondato sul
gioco; in altre parole, compiere una rivoluzione ludica. Nel termine
"gioco" includo anche i concetti di festa, creatività,
socialità, convivialità, e forse anche arte.
Per quanto i giochi a carattere infantile siano di per sè apprezzabili,
i giochi possibili sono molti di più. Propongo un'avventura collettiva
nella felicità generalizzata, in un'esuberanza libera e interdipendente.
Il gioco non è un'attività passiva. Indubbiamente noi tutti
necessitiamo di dedicare tempo alla pigrizia e all'inattività assolute
molto più di quanto facciamo ora, e ciò senza doversi preoccupare
del reddito e dell'occupazione; ma è anche vero che, una volta
superato lo stato di prostrazione determinato dal lavoro, pressoché
ognuno desidererebbe svolgere una vita attiva. L'oblomivismo e lo stakanovismo
sono due facce di una stessa moneta falsa.
La vita è totalmente incompatibile con la realtà attuale.
E allora tanto peggio per la "realtà", questo buco nero
che succhia la residua vitalità da quel poco che ancora distingue
la nostra vita nella semplice sopravvivenza. È strano o
forse non tanto che tutte le vecchie ideologie appaiano conservatrici,
e ciò proprio in quanto tutte danno credito al lavoro. Per alcune
di esse, come il marxismo, e la maggior parte delle varianti dell'anarchismo,
la loro fede nel lavoro appare tanto più salda in quanto non vi
è molto d'altro cui esse prestino fede.
I progressisti dicono che dovremmo abolire le discriminazioni sul lavoro.
Io dico che dovremmo abolire il lavoro. I conservatori appoggiano le leggi
sul diritto al lavoro. Allo stesso modo dell'ostinato genero di Karl Marx,
Paul Lafargue, io sostengo il diritto alla pigrizia.. La sinistra è
a favore della piena occupazione. Come i surrealisti a parte il
fatto che sto parlando seriamente io sono a favore della piena disoccupazione.
I trotkisti diffondono l'idea di una rivoluzione permanente. Io quella
di una baldoria permanente. Ma se tutti gli ideologi, così come
accade, sono a favore del lavoro e non solo perché hanno
in mente di far fare ad altri la parte di esso che loro compete
tuttavia sono stranamente riluttanti ad ammetterlo. Continuano a disquisire
all'infinito su salari, orari, condizioni di lavoro, sfruttamento, produttività
e profitto. Parleranno volentieri di qualunque argomento tranne che del
lavoro stesso. Questi esperti, che sempre si offrono di pensare per noi,
raramente ci renderanno partecipi delle loro conclusioni riguardo al lavoro,
e ciò malgrado il rilievo che esso assume nella vita di noi tutti.
Fra di loro arzigogolano sui dettagli. Sindacati ed imprenditori concordano
sul fatto che sia necessario vendere tempo della nostra vita in cambio
della sopravvivenza, benché poi contrattino sul prezzo. I marxisti
pensano che dovremmo essere diretti dai burocrati. I "libertari" da uomini
d'affari. Le femministe non si pongono il problema di quale forma debba
assumere la subordinazione, purché i dirigenti siano donne. Chiaramente
questi mercanti di ideologie mostrano un notevole disaccordo su come dividersi
le spoglie del potere. Ma è ancora più chiaro che nessuno
di loro ha nulla da obiettare sul potere in quanto tale, e che tutti costoro
vogliono che noi si continui a lavorare.
Forse vi state chiedendo se stia schermando o parlando seriamente. L'uno
e l'altro. Essere ludici non significa essere incongruenti. Il gioco non
è necessariamente un'attività frivola, ancorché l'essere
frivoli non significhi essere superficiali; molte volte è necessario
prendere seriamente ciò che appare frivolo. Vorrei che la vita
fosse un gioco, ma che la posta in gioco fosse alta. Vorrei continuare
a giocare per sempre.
L'alternativa al lavoro non è solo l'ozio. Essere ludici non è
essere QUAALUDIC. Sebbene ritenga molto apprezzabile il piacere del sonnecchiare,
questo non è mai così appagante come quando fa da pausa
rispetto ad altri piaceri e distrazioni. E non sto nemmeno esaltando quella
valvola di sfogo comandata a tempo chiamata "tempo libero": lungi da me.
Il tempo libero è un non-lavoro, che esiste in funzione del lavoro.
Il tempo libero è tempo impiegato a ristabilirsi dagli effetti
del lavoro, non è altro che il tentativo frenetico e frustrante
di dimenticare il lavoro. Molta gente torna dalle vacanze talmente spossata,
che non vede l'ora di tornare al lavoro per potersi finalmente riposare.
La principale differenza tra il lavoro e il tempo libero è che
al lavoro in fin dei conti sei pagato per la tua alienazione e per il
logoramento dei tuoi nervi.
Non sto proponendo astratti giochi di parole. Quando affermo che voglio
abolire il lavoro, intendo dire esattamente quello che sto dicendo, ma
ora voglio chiarire la questione definendone i termini in modo non emotivo.
La mia definizione minima di lavoro è quella di lavoro forzato,
cioè, produzione obbligatoria. Entrambi gli elementi sono essenziali.
Il lavoro è produzione imposta attraverso strumenti economici e
politici, cioè col metodo del bastone e della carota. (La carota
è la continuazione del bastone con altri mezzi). Ma non ogni produzione
è lavoro. Il lavoro non è mai un'attività fine a
se stessa, ma è sempre svolto in vista di una certa produzione
o risultato che il lavoratore (o, più spesso, qualcun altro) trae
da esso. Questo è ciò che il lavoro necessariamente rappresenta.
Definirlo significa disprezzarlo. Ma il lavoro è di solito molto
peggio di quanto esprima la sua definizione. La dinamica del dominio intrinseca
al lavoro lo spinge nel corso del tempo lungo un percorso evolutivo. Nelle
società avanzate basate sul lavoro, e quindi in tutte le società
industriali, sia capitalistiche che "comuniste", il lavoro invariabilmente
acquisisce ulteriori connotati che ne accentuano il carattere ripugnante.
Di solito e questo e ancor più vero nei paesi "comunisti"
che in quelli capitalisti, in quanto in essi lo Stato è praticamente
l'unico datore di lavoro e ognuno è lavoratore dipendente
il lavoro è lavoro subordinato, vale a dire lavoro salariato, ciò
che significa vendersi a rate. Così il 95% degli americani che
lavorano, lavora per qualcun altro (o qualcos 'altro). In Russia,
a Cuba, in Jugoslavia, o in qualsiasi altra situazione del genere a cui
si voglia far riferimento, la percentuale corrispondente si avvicina al
100%. Solo le fortezze contadine sotto assedio costituite dai Paesi agricoli
del Terzo Mondo cioè Messico, India, Brasile, Turchiadifenderanno
ancora per qualche tempo l'esistenza di forti concentrazioni di agricoltori
che perpetuano la condizione tradizionale, comune alla maggior parte dei
lavoratori negli ultimi millenni, cioè il pagamento di tasse (=
riscatto) allo Stato o dell'affitto a proprietari terrieri parassitari,
in cambio della semplice possibilità di vivere in pace. Ma ora
anche un patto così brutale comincia ad apparire accettabile. Ora
tutti i lavoratori dell'industria (e negli uffici) sono salariati e sottoposti
ad un tipo di sorveglianza che ne assicura il servilismo.
Ma il lavoro moderno implica conseguenze ancora peggiori . La gente non
lavora in senso proprio, ma svolge delle "mansioni". Ognuno svolge continuamente
una sola mansione produttiva in forma coercitiva. Anche nel caso in cui
il lavoro presenta un certo interesse intrinseco (carattere sempre meno
presente in molte occupazioni) la monotonia derivante da tale coercizione
all'esclusività elimina il suo potenziale ludico. Una "mansione"
che, qualora venisse svolta per il piacere che ne deriva, impegnerebbe
le energie di alcune persone per un lasso di tempo ragionevolmente limitato,
si tramuta invece in un peso per coloro che la devono svolgere per 40
ore la settimana, senza poter dire nulla su come dovrebbe essere svolta,
e questo per il profitto dei proprietari, i quali non contribuiscono affatto
al progetto, e senza nessuna opportunità di dividere i compiti
e di distribuire il lavoro fra quelli che effettivamente lo devono compiere.
Questa è la realtà del mondo del lavoro: un mondo di confusione
burocratica, di molestie e discriminazioni sessuali, di capi ottusi che
sfruttano e tiranneggiano i loro subordinati i quali - secondo ogni criterio
razionale - sarebbero in realtà nella posizione di decidere da
soli. Ma nel mondo reale il capitalismo subordina l'aumento razionale
della produttività e del surplus alla propria esigenza di tenere
sotto controllo l'organizzazione della produzione.
Il senso di degradazione che molti lavoratori sperimentano sul lavoro
deriva da un insieme di prevaricazioni, le quali possono essere riassunte
nel termine "disciplina". Nell'analisi di Foucault esso risulta
essere abbastanza semplice. La disciplina consiste nell'insieme di quei
sistemi di controllo totalitari che vengono applicati sul posto di lavoro
- sorveglianza, lavoro ripetitivo, imposizione di ritmi di lavoro, quote
di produzione, cartellini da timbrare all'entrata e all'uscita-. La disciplina
è ciò che la fabbrica, l'ufficio e il negozio condividono
con la prigione, la scuola e il manicomio. Storicamente questo sistema
risulta essere qualcosa di originale e terrificante. Un tale risultato
va al di là delle possibilità di demoniaci dittatori del
passato quali Nerone, Gengis Khan, o Ivan il Terribile. Nonostante le
loro peggiori intenzioni, essi non disponevano di macchine atte a un controllo
dei loro sudditi così capillare quanto quello attuato dai despoti
moderni. La disciplina è un diabolico modo di controllo tipicamente
moderno, è un corpo estraneo prima d'ora mai visto, e che deve
essere espulso alla prima occasione.
Tale è la natura del "lavoro". Mentre il gioco è
esattamente il suo opposto. Il gioco è sempre deliberato. Ciò
che altrimenti sarebbe gioco si tramuta in lavoro quando diviene un'attività
coercitiva. Questo è lampante. Bernie de Koven ha definito il gioco
come la "sospensione della consequenzialità". Tale definizione
è inaccettabile se implica che il gioco non sia un'attività
conseguente. La questione non è se il gioco sia privo di conseguenze.
Affermare ciò significa svilire il gioco. Il fatto è che
le conseguenze, quando ci sono, hanno il carattere della gratuità.
Il giocare e il donare sono attività fortemente correlate, sono
aspetti comportamentali e transazionali relativi ad uno stesso impulso,
l'istinto del gioco. Condividono lo stesso aristocratico disprezzo per
i risultati. Il giocatore vuole ottenere qualcosa dal gioco; questo è
il motivo che lo spinge a giocare. Ma la ricompensa essenziale sta nell'esperire
quella stessa attività, qualunque essa sia. Uno studioso del gioco
altrimenti avvertito, qual è stato Johan Huizinga (Homo ludens),
definisce il gioco come un'attività retta da regole. Per quanto
io nutra rispetto per l'erudizione di Huizinga, respingo energicamente
una tale limitazione. Esistono, è vero, numerosi e ottimi giochi
(scacchi, baseball, monopoli, bridge) che seguono regole ben precise.
Tuttavia, l'attività ludica comprende molto più che il gioco
normato. La conversazione, il sesso, il ballo, i viaggi - queste attività
non seguono regole ma sono sicuramente dei giochi, se mai ne esiste qualcuno
-. E delle regole ci si può prender gioco facilmente, come
di qualsiasi altra cosa.
Il lavoro si fa beffe
della libertà. La linea ufficiale è che a tutti sono riconosciuti
dei diritti, e che viviamo in una democrazia. Ma esistono individui meno
fortunati che non sono così liberi come noi e vivono in Stati di
Polizia. Costoro sono delle vittime costrette ad eseguire continuamente
ordini senza discussioni, per quanto essi possano essere arbitrari. Le
autorità li sorvegliano strettamente. I burocrati controllano anche
i più piccoli dettagli della loro vita quotidiana. I funzionari
che li comandano a bacchetta, rispondono solo ai diretti superiori, siano
essi pubblici o privati. Il dissenso e la disobbedienza vengono entrambi
repressi. Gli informatori riferiscono regolarmente alle autorità.
Ovviamente tutto ciò rappresenta una situazione terrificante.
E
così è, sebbene questa non sia altro che la descrizione
di un moderno luogo di lavoro. I progressisti, i conservatori e i libertari
che si lamentano del totalitarismo sono falsi e ipocriti. Cè
più libertà in una dittatura modernamente destalinizzata
di quanta ve nè in America in un ordinario luogo di lavoro.
In un ufficio o in una fabbrica trovi lo stesso genere di gerarchia o
di disciplina proprio di una prigione o di un monastero infatti, come
Foucault ed altri hanno dimostrato, prigioni e fabbriche nascono allincirca
nello stesso periodo, e i loro gestori consapevolmente si scambiano fra
loro le tecniche di controllo. Il lavoratore è uno schiavo part-time.
il datore di lavoro decide quando bisogna comparire sul luogo di lavoro
e quando bisogna andarsene, e cosa si deve fare in quel lasso di tempo.
Tu dice quanto lavoro devi fare e a che ritmo. Ha la facoltà di
spingere il suo controllo fino ad estremi umilianti, stabilendo, se lo
desidera, quali vestiti devi indossare e quanto spesso puoi recarti al
gabinetto. Con poche eccezioni può licenziarti per una ragione
qualsiasi, o anche per nessuna. Può spiarti facendo uso di informatori
ed ispettori, compila un dossier per ogni impiegato. Latto di ribattere
viene chiamato "disobbedienza", proprio come se il lavoratore
fosse un bambino impertinente. Egli non solo può licenziarti, ma
può anche farti perdere il diritto dei sussidio di disoccupazione.
Senza necessariamente avallare un tale atteggiamento in rapporto ai bambini
stessi, è degno di nota che a scuola e a casa essi ricevono lo
stesso trattamento, giustificato nel loro caso da una supposta immaturità.
E che cosa fa venire in mente tutto ciò riguardo i loro genitori
o i loro insegnanti in quanto lavoratori?
Per decenni, e per la maggior parte delle loro vite, lumiliante
sistema di dominio che ho descritto regola più della metà
del tempo che la maggior parte delle donne e la stragrande maggioranza
degli uomini passano in stato di veglia. In rapporto a certi scopi, non
è troppo fuorviante chiamare il nostro sistema democrazia, oppure
capitalismo, o meglio ancora industrialismo, ma i termini più appropriati
sarebbero fascismo e oligarchia dufficio. Chiunque dica che certe
persone sono "libere" mente o è uno sciocco. Tu sei quello
che fai: se fai un lavoro stupido, noioso, monotono, hai buone probabilità
di diventare stupido, noioso e monotono. Il lavoro è la migliore
spiegazione per il cretinismo servile da cui siamo circondati, ancor più
dei pur potenti meccanismi di istupidimento rappresentati dalla televisione
e dal sistema di istruzione. Gente irreggimentata per tutta la vita, sospinta
al lavoro dalla scuola, rinchiusa nella famiglia allinizio della
loro vita e in una casa di cura alla fine, non può che essere assuefatta
alla gerarchia e mentalmente schiava. Ogni attitudine allautonomia
risulta talmente atrofizzata che la paura della libertà è
tra le fobie che in loro appaiono razionalmente fondate. Laddestramento
alle dedizione verso il lavoro ha luogo nelle loro famiglie di provenienza,
ma anche nellambito della politica, della cultura, e in ogni altro
campo di attività, riproducendo così il sistema in più
di una maniera. Una volta che la vitalità della gente sia stata
loro sottratta nellambito del lavoro, è molto probabile che
costoro si sottometteranno alla gerarchia e agli specialisti in rapporto
ad ogni altra attività. Ci sono abituati.
Siamo così immersi nel mondo del lavoro che non possiamo renderci
completamente conto di quanto esso determini la nostra esistenza. Dobbiamo
così affidarci ad osservatori esterni, prodotto di altre epoche
e di altre culture, se vogliamo essere in grado di percepire pericoli
e il carattere patologico della nostra presente condizione. Nel nostro
passato vi fu unepoca in cui "letica del lavoro"
sarebbe stata comprensibile, e forse Weber era sulla strada giusta quando
collegò la sua scomparsa allavvento di una nuova religione,
il calvinismo, poiché se tale etica fosse comparsa oggi invece
di 4 secoli fa sarebbe stata appropriatamente e immediatamente riconosciuta
come il prodotto di una scelta. Comunque stiano le cose, possiamo solo
far ricorso alla saggezza degli antichi se vogliamo collocare il lavoro
in una prospettiva storica. Gli antichi considerano il lavoro per ciò
che effettivamente è, ed il loro punto di vista prevalse, nonostante
le eccentricità calviniste, fino a quando le loro idee non vennero
cancellate dallindustrialismo, ma non prima di ricevere lapprovazione
dei suoi stessi profeti.
Ammettiamo per un momento la falsità della tesi secondo la quale
il lavoro riduce luomo ad una condizione di insensata sottomissione.
Ammettiamo pure, a dispetto di ogni plausibile visione della psicologia
umana e dellideologia degli imbonitori, che il lavoro non abbia
alcun effetto sulla formazione del carattere. E conveniamo ancora che
il lavoro non sia così noioso, faticoso e umiliante come ben tutti
sappiano esso sia nella realtà. Anche se così fosse, la
realtà del lavoro mostrerebbe ancora quanto siano derisorie
tutte le prospettive a carattere umanistico e democraticistico ad esso
connesse, e ciò proprio in quanto esso usurpa una parte così
rilevante del nostro tempo. Socrate disse che i lavoratori manuali diventano
dei cattivi amici e pessimi cittadini, e ciò in quanto non dispongono
del tempo necessario alladempimento dei doveri inerenti allamicizia
e alla cittadinanza. Aveva perfettamente ragione. A causa del lavoro,
qualunque cosa facciamo, la facciamo guardando lorologio. Ciò
che è "libero" nel cosiddetto tempo libero, è
nientaltro che un insieme di attività paralavorative che
oltre tutto non costano nulla al padrone. Infatti, il tempo libero è
dedicato soprattutto a prepararsi al lavoro, a tornare dal lavoro, a riposarsi
dal lavoro. Il tempo libero è un eufemismo che allude al è
particolare carattere del lavoro come fattore di produzione, costituito
dal fatto che esso non solo provvede a sue spese al proprio trasporto
al e dal posto di lavoro, ma si assume lonere principale per quanto
concerne la propria manutenzione e la relativa messa a punto. Il carbone
e lacciaio questo non lo fanno. Il tornio e la macchina da scrivere
neppure. Mentre i lavoratori sì. Nessuna meraviglia se Edward G.
Robinson in uno dei suoi film di gangster proclama: "Il lavoro è
per gli imbecilli!".
Sia Platone che Senofonte attribuiscono a Socrate ed ovviamente
siamo daccordo con lui una profonda consapevolezza circa
gli effetti distruttivi del lavoro sul lavoratore, sia in quanto cittadino
che come essere umano. Erodoto considerava il disprezzo per il lavoro
come un tratto caratteristico della Grecia classica al culmine della sua
fioritura. Traendo dalla civiltà romana un solo esempio, osserviamo
che Cicerone affermava: "Chiunque offra il suo lavoro in cambio di
denaro vende se stesso, e pone sé medesimo nel novero degli schivi".
Oggigiorno una tale franchezza è molto rara, ma le attuali società
primitive, quelle che noi guardiamo dallalto in basso, ci mandano
messaggi che hanno influenzato gli antropologi occidentali. I Kapauku
della Nuova Guinea occidentale, secondo Posposil, hanno una concezione
equilibrata della vita, e coerentemente ad essa lavorano solo a giorni
alterni, essendo il giorno del riposo destinato "a riguadagnare il
potere perduto e la salute". I nostri antenati, ancora alla fine
del XVIII secolo, quando già si erano inoltrati lungo il cammino
che porta alla nostra triste situazione attuale, almeno erano consapevoli
di ciò che noi abbiamo dimenticato, cioè del lato oscuro
dellindustrializzazione. La loro osservanza riguardo il "Santo
Lunedì" cioè la pratica de facto della settimana
di cinque giorni 150-200 anni prima della sua instaurazione per legge
era la disperazione dei primi proprietari di industria. Fu necessario
molto tempo prima che essi accettassero la tirannia della sirena, strumento
che precede lorologio a sveglia. Infatti, fu necessario per un paio
di generazioni sostituire gli adulti maschi con donne abituate allobbedienza,
e bambini che potevano essere plasmati secondo le necessità della
produzione industriale. Perfino i contadini sfruttati nellancien
regìme riuscivano a strappare una considerevole quantità
di tempo ai proprietari terrieri. Secondo Lafaegue, un quarto del calendario
dei contadini francesi era dedicato alle domeniche e ad altre festività,
e le cifre, desunte da Chaynov relative a villeggi della Russia zarista,
che è arduo qualificare come società progressista, mostrano
analogamente che i contadini dedicavano al riposo un quarto o un quinto
dei loro giorni. In rapporto al livello di produttività siamo ovviamente
molto indietro rispetto a queste società arretrate. I mugiki
sfruttati sarebbero molto stupiti del fatto che vi sia ancora qualcuno
di noi che lavori. E noi dovremmo condividere tale stupore.
Comunque, al fine di comprendere pienamente la profondità del deterioramento
della nostra condizione consideriamo ora la vita dellumanità
primitiva, senza stato e proprietà, quando conducevano unerrabonda
esistenza come cacciatori e raccoglitori. Hobbes presume che la loro vita
fosse pericolosa, brutale e breve. Anche altri sostengono che allora la
vita fosse una lotta continua e disperata per la sopravvivenza, una guerra
contro una Natura ostile, con la morte e ogni genere di sventure in agguato
per i meno fortunati, o per chiunque si fosse rivelato inadatto alla sfida
posta dalla lotta per lesistenza. In realtà tale idea rappresenta
nientaltro che una proiezione del timore diffuso nellInghilterra
di Hobbes ai tempi della Guerra Civile, e proprio di comunità non
abituate a fare a meno dellautorità, riguardo un possibile
crollo della struttura dello Stato. I connazionali di Hobbes avevano già
incontrato forme alternative di società che mostravano altri modi
di vita particolarmente nel Nord America ma queste erano
già troppo lontane dalla loro esperienza per essere comprensibili.
(I ceti inferiori, più alle condizioni degli Indiani, potevano
comprendere meglio questo modo di esistenza e spesso ne furono attratti:
durante tutto il XVII secolo i coloni inglesi abbandonarono il loro mondo
unendosi alle tribù indiane, oppure quando vennero catturati in
guerra, rifiutarono di tornare. Mentre gli indiani non si rifugiavano
presso gli insediamenti dei bianchi, non più di quanto i tedeschi
saltassero il muro di Berlino da ovest verso est). Il darwinismo, nella
versione "della sopravvivenza del più adatto"
cioè quella di Thomas Huxley costituisce più una
fedele immagine della condizioni economiche dellInghilterra vittoriana
di quanto fosse della selezione naturale, come lanarchico Kropotkin
dimostrò nel suo libro Il Mutuo Appoggio, un fattore dellevoluzione.
(Kropotkin fu uno scienziato un geografo che ebbe modo,
del tutto involontariamente, di sperimentare a fondo il lavoro dei compi
quando venne esiliato in Siberia: sapeva di cosa stava parlando). Come
la maggior parte delle teorie sociali politiche, ciò che Hobbes
e i suoi successori hanno raccontato appare nullaltro che qualcosa
di simile ad una autobiografia non autorizzata. Lantropologo Marshall
Sahlins, studiando i dati disponibili sugli attuali cacciatori-raccoglitori,
confutò il mito hobbesiano in un articolo intitolato "Loriginaria
società dellabbondanza". Infatti, essi lavorano molto
meno di noi, ed è difficile distinguere il loro lavoro da ciò
che noi chiamiamo gioco. Sahlins conclude che "cacciatori e raccoglitori
lavorano meno di noi; la ricerca di cibo, invece di essere un compito
continuo, è unattività saltuaria mentre dispongono
di molto tempo da dedicare al riposo, e la quantità di tempo da
dedicare al riposo, e la quantità di tempo consacrata al sonno
da ciascun individuo nel corso di un anno è molto maggiore che
in qualsiasi altro tipo di società". Essi "lavorano"
in media quattro ore al giorno, presumendo che si possa ancora chiamare
lavoro tale attività. Il loro "lavoro" così come
esso ci appare, è un lavoro altamente qualificato che coinvolge
tutte le loro capacità fisiche ed intellettuali; un lavoro non
qualificato su larga scala, dice Sahlins, è impossibile eccetto
che nellindustrialismo. Pertanto, tale attività è
adeguata alla definizione di gioco data da Friedrich Schiller, secondo
la quale esso costituisce lunico ambito in cui luomo può
realizzare completamente la sua umanità, "mettendo in gioco"
entrambi i lati della sua duplice natura, cioè intelletto e passione.
Così egli afferma: "lanimale lavora quando la
privazione diventa limpulso fondamentale della sua attività
e gioca quando limpulso fondamentale proviene dalla pienezza
delle sue forze, quando una vitalità sovrabbondante diviene il
proprio stimolo allattività". (Una versione moderna
di tale concezione ma è dubbio che abbia carattere evolutivo
è data dalla contrapposizione che Abraham Maslov postula
tra motivazione da "deprivazione" e motivazione da "crescita").
In rapporto alla produzione, gioco e libertà sono coestensivi.
Anche Marx, che (nonostante tutte le sue buone intenzioni) appartiene
al pantheon dei produttivisti, osserva che: "Di fatto il regno della
libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato
dalla necessità e finalità esterna". Infatti, non giunge
mai del tutto a definire questa felice condizione per quella che è,
cioè come abolizione del lavoro sarebbe piuttosto anomalo,
del resto essere a favore dei lavoratori ma contro il lavoro mentre
noi possiamo permettercelo.
Laspirazione ad andare indietro, o avanti, verso una vita senza
lavoro è evidente in ogni seria storia sociale o culturale dellEuropa
pre-industriale, tra cui England in transition di M. Dorothy George
e Popular culture in early modern Europe di Peter Burke. Risulta
pertinente anche il saggio di Daniel Bell "Il lavoro e le sue
insoddisfazioni", che costituisce, a quanto ne so, il primo scritto
che si diffonda con tale ampiezza sulla "rivolta contro il lavoro",
saggio che, quando venga rettamente interpretato, incrina fortemente il
generale compiacimento che circonda il volume in cui esso compare, cioè,
The End of Ideology. Né i critici né gli elogiatori
hanno notato che la tesi di Bell sulla fine delle ideologie segnalava
non la fine dei movimenti sociali ma linizio di una nuova fase,
per la quale non esistono mappe, libera e non conforme ad alcuna ideologia.
Fu Seymour Lipset (in Political man), e non Bell di certo, ad annunciare
nello stesso periodo che: "I problemi fondamentali della rivoluzione
industriale sono stati risolti", e ciò solo pochi anni prima
che linsoddisfazione, fosse essa post-modena o meta-industriale,
manifestata dagli studenti del suo college inducesse Lipset ad abbandonare
lUC di Berkley per la situazione relativamente (e temporaneamente)
più tranquilla che gli offriva Harvard.
Così come rileva Bell, in La ricchezza delle nazioni, Adam
Smith, nonostante tutto il suo entusiasmo per il mercato e la divisione
del lavoro, era più consapevole (ed anche più onesto) riguardo
il lato sgradevole del lavoro di Ayn Rand, gli economisti di Chicago,
o qualche altro moderno epigono di Smith. Smith osserva: "Le doti
intellettuali della maggior parte degli uomini sono necessariamente determinate
dalle loro occupazioni ordinarie. Un uomo la cui vita trascorre nello
svolgimento di qualche semplice operazione (
) non ha occasione di
esercitare la sua intelligenza (
). Generalmente diventa stupido
e ignorante come solo un uomo può diventarlo". Qui, in queste
poche aspre parole, è compiutamente espressa la mia critica del
lavoro. Bell, scrivendo nel 19756, cioè nellEtà dellOro
dellimbecillità eisenhoweriana e dellautocompiacimento
americano, già avvertiva il malessere disorganizzato, e non organizzabile,
così come si sarebbe poi manifestato nel 1970; quel malessere che
nessuna tendenza politica era in grado di sfruttare; quello che veniva
riconosciuto nel rapporto redatto dalla HEW "Working America";
quello stesso malessere che non si prestava ad essere recuperato e così
veniva ignorato. Tale problema è costituito dalla rivolta contro
il lavoro. Esso non compare negli scritti di alcun economista del laissez
faire Milton Friedman, Murray Rothbard, Richard Posner
poiché, per esprimersi come gli eroi di Star Trek, "non quadra".
Se queste obiezioni, informate allamore della libertà, non
riescono a persuadere gli umanisti a compiere una svolta utilitaristica
o anche paternalistica, vene sono altre delle quali non possono non tener
conto. Possiamo affermare, prendendo a prestito il titolo del libro, che
il lavoro è un rischio per la tua salute. Infatti il lavoro è
un assassinio di massa, cioè un genocidio. Direttamente o indirettamente
il lavoro ucciderà la maggior parte delle persone che legge queste
righe. Tra i 14.000 e i 25.000 lavoratori vengono uccisi ogni anno in
questo paese dal loro lavoro. Oltre 2 milioni rimangono invalidi. I feriti
ammontano a 20-25 milioni ogni anno. E queste cifre si basano su di una
stima molto cauta di quello che costituisce un danno causato da attività
lavorative, cioè non viene incluso mezzo milione di casi di malattie
professionali che insorgono ogni anno. Ho avuto tra le mani un testo di
medicina del lavoro spesso 1.200 pagine. Anche questo tocca a mala pena
la superficie del problema. Le statistiche disponibili comprendono i casi
più evidenti, come i 100.000 minatori che contraggono la silicosi,
dei quali 4.000 muoiono ogni anno, cioè una percentuale di decessi
che risulta, ad esempio, più elevata di quella dellAIDS,
malattia cui i media prestano così tanta attenzione. Tutto ciò
riflette lassunto non dichiarato secondo il quale i pervertiti afflitti
dallAIDS dovrebbero controllare la loro depravazione, mentre coloro
che estraggono il carbone svolgono unattività sacrosanta
e fuori discussione. Quello che le statistiche non lasciano trapelare
è il fatto che il lavoro abbrevia il tempo di vita a 10 milioni
di persone, ciò che, daltra parte, è il significato
proprio del termine omicidio. Ci riferiamo a quei dirigenti che si ammazzano
di lavoro alletà di 50 anni, ci riferiamo a tutti i dipendenti.
Anche se non si rimane uccisi o mutilati mentre si è effettivamente
al lavoro, ciò può tranquillamente accaderci mentre ci rechiamo
al lavoro, o stiamo tornando dal lavoro, oppure mentre lo stiamo cercando,
o tentiamo di dimenticarlo. La maggior parte delle vittime di incidenti
dauto stavano svolgendo una di queste attività legate al
lavoro, oppure vennero travolte da qualcuno impegnato in esse. A questo
computo dei cadaveri, pur così ampliato, occorre aggiungere le
vittime dellinquinamento industriale, del traffico automobilistico,
dellalcolismo indotto dal lavoro e del consumo di droga. Anche il
cancro e le malattie cardiocircolatorie sono dei mali moderni, e normalmente
sono attribuibili, direttamente o indirettamente, al lavoro.
Il lavoro, dunque, istituzionalizza lomicidio come modo di vita.
La gente pensava che i cambogiani fossero pazzi dal momento che si sterminavano
fra loro in quel modo, ma noi siamo poi molto diversi? In fondo il regime
di Pol-Pot, per quanto in modo confuso, si poneva nella prospettiva di
una società egualitaria. Noi sterminiamo la gente in ecatombi esprimibili
in numeri di 6 cifre (come minimo) per vedere Big Mac e Cadillac ai superstiti.
I nostri 40 o 50 mila morti, che registriamo annualmente sulle nostre
autostrade sono vittime, non martiri. Muoiono per nulla o piuttosto,
muoiono per il lavoro. Ma il lavoro è nulla, e non vale la pena
di morire per esso.
Cattive notizie per i progressisti: in un contesto che si presenta come
una questione di vita o di morte i palliativi di tipo normativo sono inutili.
A livello federale, allOccupational Safety and Health Administration
venne affidata la vigilanza per quanto concerne il problema centrale,
cioè la sicurezza sul posto di lavoro. Ma anche prima che Reagan
e la Corte Suprema ne paralizzassero lattività, la OSHA era
già una farsa. Nonostante i precedenti (e confronto agli standard
attuali) generosi livelli di finanziamento dellera Carter, ci si
poteva aspettare mediamente unispezione casuale ad un posto di lavoro,
da parte di un funzionario dellOSHA, una volta ogni 46 anni.
Affidare il controllo delleconomia dello stato non è una
soluzione. Semmai, il lavoro è più pericoloso in uno stato
socialista che altrove. Migliaia di lavoratori russi sono stati uccisi
o feriti durante la costruzione della metropolitana a Mosca. Voci pervenute
attorno ad incidenti verificatesi nellUnione Sovietica e passati
sotto silenzio, fanno sembrare Times Beach e Three Mile Island semplici
esercitazioni di allarme aereo per le scuole elementari. Daltro
canto, la deregulation, ora di moda, non serve molto, anzi probabilmente
peggiora la situazione. Fra le altre cose, anche dal punto di vista della
salute e della sicurezza, il lavoro mostrava il suo lato peggiore proprio
nel periodo in cui leconomia più si avvicinava al modello
laizzer-faire. Storici come Eugene Genovese, analogamente a quanto
affermavano gli apologeti della schiavitù prima della guerra di
secessione, hanno sostenuto in maniera persuasiva la tesi secondo la quale
i salariati degli stati del Nord America e dellEuropa stavano peggio
degli schiavi nelle piantagioni del sud. È chiaro che nessun mutamento
di rapporti tra burocrati e uomini daffari può cambiare qualcosa
per quanto concerne la produzione. Limposizione di misure coercitive,
o anche solo lapplicazione che in teoria lOSHA potrebbe imporre
della piuttosto vaga normativa vigente, comporterebbe probabilmente il
blocco delleconomia. Chiaramente i funzionari competenti se ne rendono
conto, poiché finora non hanno nemmeno tentato di diventare più
severi coi trasgressori.
Quello che ho detto finora probabilmente non susciterà grandi opposizioni.
Molti lavoratori sono stufi del lavoro. Si manifestano forti e crescenti
tassi di assenteismo, dimissioni, furti e sabotaggi compiuti da dipendenti,
scioperi spontanei e soprattutto frodi sul lavoro. Ciò può
significare che vi è un movimento verso il futuro cosciente e non
solo viscerale del lavoro. Eppure, lidea prevalente universalmente
diffusa sia tra i padroni e i loro agenti, che tra i lavoratori stessi,
è che il lavoro sia inevitabile e necessario.
Non sono daccordo. È possibile fin dora abolire il
lavoro e sostituirlo, nella misura in cui sia finalizzato a scopi utili,
con una molteplicità di attività libere e di nuovo genere.
Al fine di abolire il lavoro è necessario procedere lungo due direzioni,
una quantitativa e laltra qualitativa. Per quanto riguarda il lato
quantitativo, dobbiamo decurtare massicciamente la quantità complessiva
di lavoro che è necessario effettuare. A tuttoggi la maggior
parte del lavoro è inutile, o peggio che inutile, e noi semplicemente
dobbiamo liberarcene. Daltra parte e penso che qui sia il
punto cruciale di tutta la questione e il nuovo punto di partenza per
il movimento rivoluzionario dobbiamo analizzare il lavoro utile
rimasto e trasformato in una piacevole varietà di passatempi simili,
al tempo stesso, sia gioco che ad attività produttiva, cioè
indistinguibili da altri passatempi salvo che per essi si dà il
caso che generino un prodotto finale utile. Di sicuro ciò che non
li renderebbe per questo meno allettanti di altri divertimenti. Da questo
momento tutte le barriere artificiali derivanti da rapporti di potere
e di proprietà potrebbe venir meno. La creazione potrebbe diventare
ricreazione. E potrebbe cessare ogni diffidenza gli uni verso gli altri.
La mia ipotesi non è che la maggior parte del lavoro sia recuperabile
in questo modo. Ma che, in tal caso, per la maggior parte di esso non
varrebbe nemmeno la pena di tentarne il recupero. Infatti, solo una piccola,
e sempre decrescente, parte del lavoro sociale serve a fini che siano
realmente utili, e non connessi alla difesa e riproduzione dellattuale
sistema di lavoro, e delle sue sovrastrutture giuridiche e politiche.
Ventanni fa, Paul e Percival Goodman stimavano che il solo 5% del
lavoro svolto e presumibilmente questa cifra, se esatta, sarebbe
ora perfino inferiore sarebbe sufficiente a soddisfare i nostri
bisogni minimali per il cibo, il vestiario e labitazione. La loro
era solo una timida congettura ma la questione principale è abbastanza
chiara: direttamente o indirettamente, la maggior parte del lavoro viene
svolto a fini produttivi attinenti la circolazione delle merci e il controllo
sociale. In un batter docchio potremmo liberare dal lavoro 10 milioni
di commessi, militari, manager, poliziotti, agenti di borsa, preti, banchieri,
avvocati, insegnanti, proprietari, addetti alla sicurezza, pubblicitari,
e tutti quelli che lavorano per loro. Si verificherebbe una reazione a
catena per cui ogni volta che viene disattivato qualche pezzo grosso,
vengono liberati anche i suoi scagnozzi e tirapiedi. In tal modo leconomia
implorerebbe. Il 40% della forza lavoro è costituita da colletti
bianchi, e la maggior parte di loro svolge un lavoro trai più noiosi
ed idioti che si possano immaginare. Industrie intere, assicurazioni,
banche e agenzie immobiliari, ad esempio, sono costituite da nientaltro
che da un inutile afflusso di cartaccia. Non è un caso che il "settore
terziario", cioè il settore dei servizi, si stia ampliando,
mentre il "settore secondario" (lindustria) sia stagnante,
mentre il "settore primario" (lagricoltura) sia sul punto
si scomparire. Poiché il lavoro non è necessario se non
per coloro ai quali esso assicura il potere, i lavoratori vengono trasferiti
da occupazioni relativamente utili ad altre relativamente meno utili,
proprio in quanto ciò costituisce una misura finalizzata a garantire
lordine pubblico. Qualsiasi cosa è meglio che il far niente.
Questo è il motivo per cui tu non puoi semplicemente andare a casa
quando il lavoro è finito prima del tempo. Vogliono il tuo tempo,
e in misura sufficiente da farti loro, anche se della maggior parte di
quel tempo non sanno che farsene. Altrimenti perché la settimana
lavorativa media non è scesa che di qualche minuto negli ultimi
50 anni?
E ora passiamo ad applicare la nostra mannaia anche al lavoro produttivo
stesso. Non più produzioni belliche, energia nucleare, prodotti
alimentari scadenti, deodoranti per ligiene intima femminile, e
soprattutto chiuso ogni discorso riguardo lindustria automobilistica.
Una Stanley Steamer o una Model-T doccasione possono andare bene,
mentre lautoerotismo da cui dipendono lazzaretti come Detroit e
Los Angeles è fuori questione. E subito, senza neanche muovere
un dito, abbiamo virtualmente risolto la crisi energetica, la crisi ambientale
ed equilibrato altri insolubili problemi sociali.
Infine, dobbiamo abolire ciò che rappresenta di gran lunga la più
di diffusa occupazione, quella con loratorio prolungato, il compenso
più basso, e che comporta alcuni dei compiti più noiosi
che sia dato vedere. Mi riferisco alle nostre casalinghe, quelle che svolgono
i lavoro domestici e allevano bambini. Con labolizione del lavoro
salariato e con il raggiungimento del pieno dis-impegno, viene scardinata
la divisione sessuale del lavoro. La famiglia nucleare così come
la conosciamo costituisce un inevitabile adattamento alla divisione del
lavoro imposta dal moderno lavoro salariato. Che ci piaccia o meno, così
stanno le cose, da uno o due secoli a questa parte, risulta più
razionale, dal punto di vista economico, che luomo si guadagni lo
stipendio, che la donna svolga quel lavoro di merda costituito dal costruire
per lui un rifugio in questo mondo senza cuore, e che il bambino venga
avviato verso quei campi di concentramento per i giovani chiamati "scuole";
e questo in primo luogo per allontanarli dalle braccia materne pur mantenendo
ancora un certo controllo familiare, ma incidentalmente anche per acquisire
quella consuetudine allobbedienza e alla puntualità così
necessaria ai lavoratori. Se vuoi liberarti dal patriarcato, devi sbarazzarti
della famiglia nucleare, il cui lavoro "sommerso" non pagato,
secondo quanto affermava Ivan Illich, rende possibile il sistema di lavoro
che ne rende necessaria lesistenza. Parte integrale di questa strategia
pacifica è la abolizione dellinfanzia e la chiusura delle
scuole. In questo paese ci sono più studenti a tempo pieno che
lavoratori a tempo pieno. Abbiamo bisogno che i bambini diventino insegnanti,
e non studenti. Essi possono dare un grosso contributo alla rivoluzione
ludica perché meglio degli adulti sanno come si gioca. Adulti e
bambini non sono identici ma potrebbero diventare uguali attraverso linterdipendenza.
Solo il gioco può colmare il gap generazionale.
Finora non ho nemmeno accennato alla possibilità di ridurre il
poco lavoro rimanente tramite lautomazione e la cibernetica. Tutti
gli scienziati, gli ingegneri, i tecnici liberarti dal fastidioso impegno
costituito dalla ricerca a fini bellici, o indirizzata a pianificare lobsolescenza
delle merci, potrebbero applicarsi al piacevole compito di progettare
dispositivi atti ad eliminare la fatica, la noia, e il pericolo da lavori
come lattività estrattiva nelle miniere. Senza dubbio troverebbero
altri progetti con cui dilettarsi. Forse istituiranno un sistema integrato
di comunicazione multimediale esteso a tutto il mondo, oppure fonderanno
colonie nello spazio cosmico. Forse. Per quanto mi riguarda non sono un
maniaco della tecnologia. Non vorrei vivere in un paradiso fatto di pulsanti.
Non desidero robot schiavi che fanno tutto; voglio farmi le mie cose da
solo. Credo che esista spazio per una tecnologia che faccia risparmiare
fatica, ma uno spazio modesto. Le testimonianze storiche e preistoriche
non sono incoraggianti. Quanto la tecnologia produttiva si evolse da quella
propria dei cacciatori-produttori a quella agricola ed industriale, il
lavoro aumentò mentre labilità individuale e la capacità
di determinare la propria vita diminuirono. Lulteriore evoluzione
dellindustrializzazione accentuò quella che Harry Braveman
chiama la degradazione del lavoro. Gli osservatori più avvertiti
sono sempre stati consapevoli di tale fenomeno. John Stuart Mill scrisse
che tutte le invenzioni che finora sono state escogitate per risparmiare
fatica non hanno mai fatto risparmiare effettivamente un solo attimo di
lavoro. Karl Marx scrisse che: "Sarebbe possibile scrivere una storia
delle invenzioni, a partire dal 1830, con il fine esclusivo di fornire
al capitale armi contro le rivolte della classe lavoratrice". I tecnofili
entusiasti quali Saint Simon, Comte, Lenin, B.F. Skinner
hanno mostrato altresì di essere granitiche personalità
autoritarie; vale a dire, dei tecnocrati. Siamo oltremodo scettici riguardo
alla promesse dei mistici dei computer. Costoro lavorano come cani;
è probabile che, se avranno via libera, lo stesso accada per tutti
gli altri. Ma se possono offrire qualche particolare contributo più
direttamente subordinabile a fini umani che la corsa allalta tecnologia,
diamo pure loro ascolto.
Ciò che essenzialmente vorrei vedere realizzato è la trasformazione
del lavoro in gioco. Il primo passo sarà cancellare le nozioni
di "mansione" e "occupazione". Anche per quelle attività
che presentano già ora qualche contenuto ludico, accade che ne
perdano la maggior parte dal momento che esse vengono ridotte ad attività
imposte a certi individui, e solo a loro, mentre ne vengono esclusi gli
altri. Non è strano che i braccianti agricoli si affatichino penosamente
nei campi mentre i loro padroni, che vivono in ambienti dotati di aria
condizionata, ogni week-end stiano in casa e qui si dilettino con lavori
di giardinaggio? Sotto un sistema di festa permanente, saremo testimoni
della nascita di una nuova Età dellOro del grande dilettantismo,
evento che oscurerà letà rinascimentale. Non esisteranno
più lavori ma cose da fare e persone per farle.
Il segreto per volgere il lavoro in gioco, come già dimostrò
Charles Fourier, sta nellorganizzare utili traendo profitto da qualsiasi
cosa diversi individui in tempi diversi di fatto già amino fare.
Al fine di rendere possibile per gli individui fare le cose che amerebbero
fare, è sufficiente eliminare lirrazionalità e le
deformazioni che minano queste attività nel momento in cui vengono
ridotte a lavoro. Ad esempio, mi piacerebbe impegnarmi un po (non
troppo) nellinsegnamento, ma non voglio avere un ruolo autoritario
con gli studenti, e non desidero fare il leccapiedi di qualche patetico
pedante per ottenere un incarico.
In secondo luogo, vi sono cose che gli uomini amano fare di tanto in tanto,
ma non troppo a lungo, e di certo non per sempre. Può essere gradevole
fare il mestiere di baby-sitter per qualche ora, in quanto così
si può condividere la compagnia dei piccoli, ma non così
a lungo come i loro genitori. I genitori, nondimeno, danno gradevole valore
al tempo di libertà che in tal modo viene loro dato disponibile,
mentre diventano ansiosi se rimangono lontani dalla loro prole troppo
a lungo. Sono queste differenze tra gli individui quelle che rendono possibile
una vita di libero gioco. Lo stesso principio può essere applicato
in molti altri campi di attività, e soprattutto in quelle a carattere
primario. Così molte persone si divertono a cucinare quando lo
possono fare davvero a loro piacere, ma non quando, per lavoro, devono
alimentare corpi umani.
Terzo a parità di condizioni alcune cose che sono
sgradevoli se fatte soli o in un ambiente spiacevole, oppure agli ordini
di un padrone, diventano piacevoli, almeno per qualche tempo, se tali
circostanze vengono modificate. Probabilmente questo è vero, in
qualche misura, per tutti i lavori. La gente può dispiegare la
propria ingegnosità altrimenti sprecata trasformando in una gara,
nel miglior modo possibile, il meno allettante dei lavori di fatica. Attività
che interessano alcune persone non sempre interessano tutti; ma tutti,
almeno potenzialmente, posseggono una certa varietà di interessi
ed un certo interesse per la varietà. Secondo la nota massima:
"Ogni cosa almeno una volta". Fourier fu maestro nellescogitare
modi in cui le inclinazioni più aberranti e perverse potessero
trasformarsi in attività utili in una società post-civilizzata,
quella che egli denominò Armonia. Pensava che limperatore
Nerone avrebbe lavorato molto bene se da bambino avesse potuto soddisfare
la sua propensione verso gli spargimenti di sangue in un macello. I bambini
più piccoli, che notoriamente amano voltarsi nel sudiciume, potrebbero
essere organizzati in "Piccole Orde" che pulirebbero le latrine
e svuoterebbero i contenitori della spazzatura, con lassegnazione
di medaglie ai migliori. Non voglio proporre in concreto proprio questi
specifici esempi, ma il principio che li fonda penso dia il senso preciso
di una delle dimensioni di ogni radicale trasformazione rivoluzionaria.
Occorre tener presente che non dobbiamo prendere il lavoro tale quale
come si presenta oggi e abbinarlo alle persone adatte, alcune delle quali
potrebbero anche essere dei pervertiti. Se la tecnologia può avere
un ruolo in tutto ciò, sarà più quello di aprire
nuovi orizzonti alla ri/creazione, che di automatizzare il lavoro cancellandolo
completamente. In una certa misura vogliamo tornare allartigianato,
attività che William Morris considerava il probabile ed auspicabile
esito della rivoluzione comunista. Larte verrà recuperata
dalle mani degli snob e liberata dallambiente dei collezionisti,
abolita come categoria specialistica rivolta ad un pubblico elitario,
e i suoi contenuti estetici e creativi restituiti alla pienezza della
vita cui furono sottratti dal lavoro. Vi è da riflettere sul fatto
che i vasi attici di cui tessiamo le lodi, e che esponiamo nei musei,
nella loro epoca vennero usati per conservare le olive. Dubito che i nostri
manufatti comuni avranno una sorte così gloriosa in futuro, se
mai ne avranno una. Il fatto è che non esiste qualcosa di simile
al progresso nel mondo del lavoro. Semmai è proprio il contrario.
Non dovremmo esitare a prendere dal passato quello che ci può offrire:
gli uomini del passato sicuramente non ci perdono nulla, mentre noi ne
veniamo arricchiti.
La reinvenzione della vita quotidiana significa andare al di là
dei margini delle nostre mappe. Ed è vero che, in merito, esiste
una corrente di pensiero molto più suggestiva di quanto la gente
possa immaginare. Oltre a Fourier e a Morris e anche a qualche
allusione, qua e là, di Marx ci sono gli scritti di Kropotkin,
degli anarcosindacalisti Pataud e Pouget, di vecchi anarcocomunisti (Berkman)
e di nuovi (Bookchin). La Communitas dei fratelli Goodman è
esemplare nellillustrare quale forma consegue da una data funzione
(scopo), e cè qualcosa da recuperare dagli stessi confusi
apologeti della tecnologia alternativa/appropriata/intermedia/conviviale
come Schumacher e specialmente Illich, una volta disattivate le loro macchine
fumogene. I situazionisti come Vaneigem nel Trattato del saper
vivere ad uso delle giovani generazioni, e lantologia dellInternazionale
Situazionista sono tanto implacabilmente lucidi quanto esilaranti,
anche se non superano mai completamente la contraddizione consistente
nel sostenere da una parte il potere dei consigli operai e dallaltra
labolizione del lavoro. Tuttavia, la loro incongruenza è
preferibile a tutte le versioni del sinistrismo ancora in circolazione,
i cui adepti appaiono come gli ultimi difensori del lavoro, ciò
evidentemente in quanto se non esistesse il lavoro non vi sarebbero lavoratori,
e in assenza di lavoratori, chi mai potrebbe organizzare la sinistra?
Pertanto gli abolizionisti si trovano in tale prospettiva ad essere nettamente
soli. Nessuno può dire quello che potrebbe risultare dalla liberazione
del potere creativo, ora frustrato, dal lavoro. Può accadere di
tutto. Lestenuante dibattito del problema dellopposizione
tra necessità e libertà, con i suoi risvolti teologici,
si risolve praticamente da sé una volta che la produzione di valore
duso sia coestensiva allapplicarsi di una piacevole attività
ludica.
La vita diventerà un gioco, o piuttosto una molteplicità
di giochi, ma non come accade ora un gioco a somma zero.
Unintesa ottimale sul piano sessuale è il paradigma di un
gioco produttivo. I partecipanti esaltano il piacere luno dellaltro,
non viene assegnato alcun punteggio, e ognuno vince. Più dai, più
ottieni. Nella vita ludica, il meglio del sesso verrà integrato
nella parte migliore della vita quotidiana. Il gioco generalizzato porta
allerotizzazione della vita. Il sesso, a sua volta, può diventare
meno urgente e disperato, più giocoso. Se giochiamo bene le nostre
carte, possiamo prendere dalla vita molto di più di quanto ci mettiamo;
ma solo se giochiamo per davvero.
Nessuno dovrebbe mai lavorare. Lavoratori del mondo
rilassatevi.
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