I luoghi comuni del regime di Eva Zenith
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Il termine luogo comune, in greco topos (luogo o argomento), indica un punto di vista generalmente accettato, utile nel meccanismo atto alla persuasione, perché costituisce la fonte concettuale da cui trarre le premesse di un ragionamento. Se il luogo comune generalmente è uno strumento concettuale per rappresentare il reale, esso può sconfinare spesso nello stereotipo, nella scorciatoia cognitiva un inganno, che rende solo apparentemente comprensibile la realtà. Il luogo comune è un ragionamento banale, una frase fatta, generalmente sostenuti dai mass media e dal potere, come una ideologia refrattaria ai dati di realtà. Il luogo comune è un errore usato per ingannare.

1. L'euro è indispensabile all'Italia
2. Gli evasori fanno pagare più tasse ai cittadini perbene
3. La scuola serve alla carriera

4. La scuola è la chiave per lo sviluppo economico e la prevenzione di ogni disagio sociale
5. La guerra alla droga è necessaria per la difesa della salute e dei giovani


1. L'euro è indispensabile all'Italia

Sono 11 i paesi membri che non hanno adottato l’Euro, ovvero: la Danimarca e il Regno Unito, che beneficiano di una clausola che garantisce di mantenere inalterata la propria moneta; la Svezia, che dovrebbe adottare l’euro dopo il gennaio 2010. Nei paesi rimanenti (Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria) vi sono difficoltà economiche che non consentono ancora di adeguarsi ai parametri di Maastricht.

Queste sono le motivazioni usate a favore dell'euro ( fonte):

fonte. http://ec.europa.eu/economy_finance/euro/index_it.htm

Da quando circola l'euro i prezzi sono raddoppiati. L'UE conta sempre meno a livello planetario. La crisi internazionale ha toccato l'Europa come e più di altri continenti. Il costo del petrolio è solo aumentato. Dobbiamo buttare miliardi per la Grecia, l'Irlanda e chi sa quale altro Paese, i cui deficit minacciano un effetto domino. Ma non è tutto.

Se le premesse dell'euro erano così rosee, i Paesi che non l'hanno adottato avrebbero dovuto mostrare catastrofi economiche in questi anni. Lasciamo da parte i Paesi deboli (Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria) che mostrano avanzamenti forse perchè partivano da livelli molto depressi. Ma Regno Unito, Danimarca e Svezia come sono andate in quasi un decennio di rifiuto dell'euro? Sono fallite? Sono scivolate fuori dal mondo del benessere? Hanno dovuto fronteggiare ondate speculative eccezionali? Per niente. I Paesi fuori dall'euro hanno avuto le stesse difficoltà dei paesi con l'euro e forse anche meno. Non basta questa evidenza per concludere che l'euro non è stato quella meraviglia che il regime aveva promesso?

 

2. Gli evasori fanno pagare più tasse ai cittadini perbene

Da decenni gira la cantilena che gli evasori fiscali non consentono la diminuzione delle tasse a coloro che le pagano. Il concetto di fondo "venduto" dal regime è che allo Stato servano un certo numero di miliardi per pagare i servizi che fornisce. Se la somma necessaria non è divisa fra tutti i contribuenti, coloro che pagano devono pagare di più.

La falsità di questo luogo comune è evidente. Ogni anno vengono stanati migliaia di evasori fiscali, ma non è mai successo che le tasse diminuissero. Al contrario, le spese dello Stato, e dunque il prelievo fiscale, aumenta costantemente. Questo prova che non esiste alcun legame fra il numero dei contribuenti ed il prelievo fiscale. Il giorno in cui tutti pagheranno le tasse, non ci sarà alcuna riduzione fiscale ma solo l'estensione delle spese dello Stato.

 

3. La scuola serve alla carriera

Il mito dell'ascesa sociale attraverso lo studio ha abbagliato per l'intero dopoguerra. "Studia: farai carriera!" è stato per decenni il comandamento di ogni genitore verso i figli svogliati, e di ogni insegnante verso gli studenti demotivati. Oggi la scuola è costosissma, tanto più nei gradi elevati. Il costo di uno studente universitario, magari anche fuori sede e fuori corso, è proibitivo. Un certo costo c'è sempre stato, ma per i primi anni del dopoguerra, fino verso gli anni ottanta, esisteva una corrispondenza fra istruzione elevata ed ascesa sociale. Diplomati e laureati trovavano lavoro più facilmente, erano meglio pagati, avevano più opportunità di carriera. Il costo degli studi era dunque, per la famiglia, un investimento.

Da quasi venti anni la relazione fra studi e carriera è solo un luogo comune. Una recente ricerca di Almalaurea dell'università di Bologna ha segnalato che lo stipendio medio di un laureato, a 5 anni dalla laurea, è di 1.320 euro mensili, pari a circa 16.000 euro anno. Lo stipendio medio di elettricista manovale è dai 13.989 ai 23.111 euro annui. Lo stipendio medio di un elettricista operaio generico da dai 15.046 ai 27.875 euro annui. Senza contare che è infinitamente più facile per un elettricista che per un laureato, impegnarsi in una professione privata/imprenditoriale (quasi sempre più remunerativa).

A questo si aggiunga che è noto a chiunque il sistema di clientelismo, familismo e raccomandazioni dominante in Italia. La carriera lavorativa e professionale non ha che un debolissmo legame col titolo di studio e la competenza scolastica

 

4. La scuola è la chiave per lo sviluppo economico e la prevenzione di ogni disagio sociale

Qualsiasi sia il problema che emerge dalla società non manca chi segnala la scuola come la vera soluzione. Gli incidenti d'auto dovrebbero essere limitati con l'educazione al traffico nella scuola. L'alcolismo giovanile potrebbe essere combattuto con l'educazione alla salute nella scuola. Il bullismo può essere limitato con l'educazione civica a scuola. L'alimentazione scorretta troverebbe la sua soluzione nell'educazione alimentare nella scuola. La scuola insomma viene sempre chiamata in causa come la solutrice di ogni problema sociale.

Sulla base di questo luogo comune - che la scuola sia la soluzione per ogni cosa- abbiamo realizzato il diritto allo studio, la scuola dell'obbligo, le 150 ore, la liberalizzazione dell'accesso all'università, l'innalzamento dell'obbligo di istruzione fino a 16, i corsi di aggiornamento, le migliaia di corsi finanziati dall'Europa, i corsi aziendali. La proliferazione dell'offerta formativa, se fosse vero che l'istruzione è la chiave dello sviluppo civile, dovrebbe avere fatto dell'Italia in Paese più colto e civile d'Occidente. Purtroppo non sembra così. Nel 1861 l'Italia aveva il tasso di analfabetismo più alto d'Occidente col 77,7. In cento anni il primato è continuato ma scendendo all'8,3 (1960). Da allora i progressi sono stati pochissimi, malgrado le continua riforme. Nel 1990 eravamo ancora il Paese più analfabeta d'Occidente, col 2,9%.

Tullio De Mauro, nel libro "Analfabeti d’Italia" (2008), ha denunciato che cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un'altra, una cifra dall'altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un'icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea. Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem.solving. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l'80 per cento in entrambe le prove). Tra i paesi partecipanti all'indagine l'Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori.


5. La guerra alla droga è necessaria per la difesa della salute e dei giovani

La guerra alla droga viene da lontano. Con la convenzione di Haag sull' oppio del 1912 venne creata la base contrattuale per il proibizionismo del ventesimo secolo. Anche durante le conferenze tenute dopo la prima guerra mondiale gli USA avevano un ruolo decisivo nel imporre l'applicazione repressiva. Questa fù inizialmente limitata all'oppio con i suoi alcaloidi (eroina) e alla cocaina. Nell'America degli anni venti veniva praticato il proibizionismo. Quando, dopo soli pochi anni, e in seguito alle conseguenze aberranti come il formarsi del mercato nero e di organizzazioni mafiose e a delinquere il proibizionismo venne abollito, i proibizionisti, temendo la disoccupazione, si accanirono contro la canapa. Si parlava della droga "killer" cannabis, che faceva inebriare gli addolescenti al punto da farli diventare una minaccia imprevedibile per la società americana.

Non possiamo però non ricordare un precedente storico vergognoso. Le "guerre dell'oppio" videro contrapposti l'Impero Cinese e il Regno Unito, che voleva assicurarsi il libero commercio dell'oppio, proibito dalla Cina per il crescente dilagare della tossicodipendenza tra la popolazione. Il primo conflitto si svolse tra il 1839 e il 1842 con la vittoria della Gran Bretagna, che impose il libero commercio dell'oppio con basse tariffe doganali ed ebbe il dominio sulla città di Hong Kong. Il secondo conflitto, chiamato impropriamente "seconda guerra dell'oppio", si svolse tra il 1856 e il 1860 con una nuova sconfitta della Cina.

In Italia, già nel 1975 era stata varata la prima legge organica in materia
di stupefacenti, la n.685. Tale legge, tuttavia, non si era dimostrata un
valido strumento per la soluzione del fenomeno; pertanto, negli anni che
seguirono alla sua approvazione, fu presentata una ventina di progetti di
riforma che testimoniano il grande interesse delle diverse forze
politiche per l'argomento.

Malgrado la "guerra santa" contro le droghe la produzione e i consumi, dagli anni sessanta ad oggi, sono progressivamente aumentati. (vedi a fianco ). Parallelamente sono aumentati i morti per il consumo di droghe, i morti fra forse dell'ordine, i morti fra bande di trafficanti e i morti fra innocenti malcapitati. E 'aumentato esponenzialmente il riciclaggio dei ricavi dal traffico di droga, insieme al numero di "mafie" e organizzazioni dedite a questo crimine.

A cosa serve veramente la "guerra alla droga"?


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