Da "Noi Psicologia" numero 41 - gennaio/agosto 1996
Diamo il via con questo scritto
ad una serie di articoli sulle varie terapie verbali. Iniziamo col dare brevi
cenni sulla psicanalisi, terapia verbale per eccellenza, puntando la nostra
attenzione sull'importanza e la funzione del linguaggio.
Si dà il nome di Psicanalisi a:
a) quel
procedimento per l'indagine di processi mentali inaccessibili per altra via;
b) al metodo terapeutico
fondato su tale indagine per il trattamento di disturbi nevrotici;
c) a tutta una serie
di concezioni psicologiche acquisite per questa via e che gradualmente convergono
in una disciplina scientifica (1).
Fu inventata da Freud negli anni successivi
al 1890 ed elaborata poi da lui e dai suoi discepoli. I concetti chiave sono:
l'associazione libera, l'interpretazione, il transfert. La funzione
fondamentale, in psicanalisi viene data al linguaggi e l'indagine punta sull'uso
e la funzione della parola.
Già alla fine degli anni '80, Freud iniziando insieme a Charcot la cura sistematica
della isteria mediante l'ipnosi, si rese conto che la suggestione avviene
mediante il linguaggio: le parole erano in grado cioè di provocare stati emotivi
diversi nel paziente, proprio perché ad ogni significante oggettivo e conscio
corrispondono vari significati che sono oggettivi e per lo più inconsci (2).
Freud, sostituendo all'induzione ipnotica l'associazione libera, spostò
l'attenzione al campo specifico della parola e all'analisi del linguaggio
fino ad arrivare alla sistematizzazione di una tecnica su basi scientifiche:
nacque la Psicanalisi (3). In una seduta di terapia psicanalitica, il paziente
comunica col terapeuta prevalentemente mediante la parola. La comunicazione
analitica ha un riferimento oggettivo nel significante ed un riferimento soggettivo
nel significato, esprime cioè con simboli (parole) ciò che da essi è rappresentato.
Durante una abreazione verbale inoltre esiste sempre la scarica di una tensione
emotiva che ha fatto confluire alla coscienza dell'individuo una parte del
"rimosso". Possiamo chiamare questo un vero e proprio agire, nell'interno
del quale le azioni nevrotiche e le situazioni deformanti ritrovano la loro
logicità nel linguaggio. Il linguaggio si struttura in forma dinamica e contiene
sempre l'espressione degli affetti anche se ciò non appare. L'analisi del
linguaggio non prevede solo l'analisi della parola, ma anche la composizione
sintattica, dell'uso grammaticale, quindi l'analisi del significante degli
errori, della travisazione di alcuni termini, dei lapsus, degli incisi, delle
ripetizioni, delle affermazioni, delle negazioni, delle scelte dei vocaboli
ecc. L'interpretazione quindi del linguaggio e di quello che è sotteso al
linguaggi nel suo complesso. Ma questo non basta. La terapia ha luogo quando
l'interpretazione prevede l'analisi del rapporto che si instaura fra il paziente
e l'analista quindi l'interpretazione della parola è sempre da riferire nel
contesto di un affettività. Il parlante si costituisce come oggetto, il parlato
è l'oggetto del parlante, il rapporto fra soggetto e oggetto fa rivivere
nel linguaggio il rapporto fra sé e il mondo esterno, rapporto che per eventi
traumatici si è scisso. Attraverso l'analisi del linguaggio e dell'affetto
che esso sottende e nelle capacità del soggetto di vincolare affettivamente
il ricordo, la ricostruzione fra il soggetto e l'oggetto è completa. Il soggetto
cioè smette di considerarsi oggetto dei propri affetti per essere soggetto
di affetti vissuti unicamente in un rapporto di translazione. Il malessere
psichico è determinato da una incapacità relazionale tra il mondo interno,
tra sé e gli altri. Tale incapacità che genera il malessere e si manifesta
col sintomo, produce nell'individuo una quantità di difese che costituiscono
via via una specie di corazza che trova la sua espressione in una struttura
caratteriale. Costituzione questa di natura puramente fisiologica ed indica
come gli affetti contenuti abbiano modificato persino la natura somatica del
soggetto. E' necessario quindi, dice la psicanalisi, esaminare non il sintomo
ma ciò che il sintomo ha provocato, per evitare che agendo esclusivamente
sul sintomo e liberando le emozioni, si rischi una guarigione fittizia. Può
accadere ad esempio che destrutturando una difesa, il soggetto non sia capace,
proprio per la sua costituzione nevrotica, di impiegare la "libido"
cioè l'affettività liberata su soggetti o oggetti degni del suo affetto. Si
corre il rischi allora che la "libido" liberata rifluisca sul soggetto
stesso, determinando magari una nevrosi narcisistica, prima inesistente. Se
il contenuto della parola e del linguaggio è il contenuto degli affetti, attraverso
l'abreazione verbale gli affetti dinamicamente agiscono. Attraverso l'interpretazione
di tali affetti, si giunge ad una presa di coscienza. Nel rapporto analitico
il soggetto passa quindi attraverso un momento simbolico oggettivo che diventa
col tempo oggettivo e gli consente l'accesso al reale. Lo psicanalista quindi
esamina ciò che il paziente gli comunica, prende in considerazione la struttura
semeiotica, le emozioni che si rivelano nel tono del dire, del parlare e che
dimostrano come le parole impiegate siano più o meno investite negli affetti.
La presenza dello psicanalista è continua ma di poche parole giacchè ciascuna
parola che egli pronuncia viene vissuta dal soggetto e dal suo codice affettivo
e struttura o destruttura i nuclei dell'individuo. La psicanalisi non pretende
mai di modificare l'individuo secondo modelli prestabiliti. La differenza,
banalmente parlando, tra prima e dopo la cura, consiste nel vivere bene dopo,
quello che si viveva male prima, in un contesto di libertà e di scelta. Che
poi si possano modificare degli atteggiamenti, questo è un risultato e non
appartiene alla prognosi. L'individuo, avendo magari capito che un comportamento
può essere stato la causa del suo malessere, spontaneamente lo cambia, ma
solo in funzione di un suo benessere e di una sua scelta; mai tale cambiamento
è determinato da giudizi al di fuori di lui o da modificazioni nell'atteggiamento
del terapeuta.
Bibliografia:
1) Freud S.
1923 G.W. vol. XIII; S.E. vol. XVIII, 235; It. 187
2) F.
De Saussure "Corso di linguistica generale" - Laterza, Bari, 1968
3) Freud
S. G.W. vol. I, 407-22 Freud S. S.E. vol. XI, 56