Da "Noi Psicologia" numero 42 - gennaio/agosto 1996
Il titolo completo del Convegno svoltosi lo scorso
fine settembre a San Marino aggiungeva "Il perimetro dell'intelligenza.
Componenti verticali ed orizzontali e processi cognitivi".
Tutte le giornate del Convegno sono state caratterizzate da un dibattito
a più voci e con contributi diversi, sui temi del rapporto fra cognizione
e apprendimento e sulle conseguenti implicazioni. Così il Prof. Canestrari
(Università di Bologna e Università di San Marino), all'apertura del forum
"Scienze cognitive e difficoltà di apprendimento", ha invitato i
presenti a riflettere insieme, ripercorrendo le tappe della storia della psicologia
in termini globali. Si tratta quindi di affrontare lo sviluppo cognitivo partendo
dall'acquisizione delle abilità per arrivare a definire i processi e le modalità
di sviluppo delle capacità cognitive attraverso l'apprendimento. Si sono ascoltati
contributi sui rapporti fra intelligenza e processi di apprendimento. Come
ad esempio, la posizione sostenuta dal Prof. R.J. Sternberg (Yale University,
Connecticut, U.S.A) che in seguito alle sue ricerche sul successo delle persone,
considera l'intelligenza non tanto in base al QI ma come "intelligenza
pratica". A titolo esplicativo egli fa due esempi: il primo riguarda
la "competenza" degli allibratori nel determinare le probabilità
di vincita nelle scommesse delle corse dei cavalli, attraverso equazioni mentali
sul calcolo delle probabilità di vittoria prese sul momento.
Il secondo esempio è tratto da una ricerca sul comportamento dei bambini di
strada delle favelas, fallimentari nel profitto scolastico, ma bravi nei loro
traffici illeciti, legati alla loro sopravvivenza. La distinzione che viene
posta sta fra un'intelligenza di tipo accademico contrapposta ad una di tipo
pratico, collegata con la vita quotidiana.
Questo implica una grossa differenza, perché l'intelligenza pratica può, secondo
Sternberg, essere meglio insegnata al bambino, rispetto ad un'impostazione
più astratta.
Interessante, anche se su toni diversi, il punto di vista del prof. Detterman
(Case Western Reserve University, Ohio, U.S.A).
Egli ha individuato nel "didatticismo" un ostacolo piuttosto che
una facilitazione all'apprendimento. Detterman ha aperto il suo intervento
con una singolare affermazione sostenuta da sua madre, e cioè che " tutte
le persone sono brave almeno in una cosa, e quel qualcosa va riconosciuto
e migliorato".
Questa è un po' una provocazione, intesa come ironica critica a chi
non coglie l'intelligenza come stile proprio di una persona nel manifestare
le sue abilità rispetto all'ambiente, ma come una sorta di scala di valori
quantitativi (dal meno al più intelligente).
La critica del Detterman su ciò non facilita gli apprendimenti ha preso di
mira il problema dell'essenza di formazione per insegnare, che è cosa diversa
dal conoscere o essere esperti in una materia. Allora le metodologie per facilitare
gli apprendimenti o la clinica dei disturbi dell'apprendimento, sono da considerarsi
attualmente più un'arte che una scienza. Arte come capacità di leggere nelle
abilità-competenze di un individuo, nei rapporti e nei processi interconnessi
fra cognizione ed apprendimento. Un'arte che possa favorire il processo, ma
anche un'arte in grado di leggere quali contesti facilitino l'apprendimento.
Ma allora, quale rapporto o quali vicendevoli contributi vi possono essere
fra questa posizione e un metodo di indagine dei processi di apprendimento,
tramite "simulazione dei processi cognitivi"? E' convinzione del
prof. Parisi (C.N.R. Roma) che il dualismo fra cervello e mente sia superato.
Attraverso astrazioni del sistema nervoso su computer è possibile simulare,
nei cicli di apprendimento di un neurone, l'architettura della rete neurale.
È così possibile rappresentare le possibilità dell'apprendimento e le sue
variabili. Quindi c'è sintonia con le tesi "ecologiche" di Sternberg
e Detterman. L'individuo è un sistema aperto ad altri sistemi e risente, in
un perenne reciprocità dei cambiamenti fra il suo ed altri sistemi. Secondo
Parisi, la prospettiva del modello connesionista può permettere il superamento
dei dualismi nelle scienze cognitive. Questo modello teorico è utile anche
come "approccio al contesto favorente" (visionare l'ambiente).
Diversa invece, almeno rispetto al fattore "prevedibilità"
è l'ipotesi del prof. Bara (Università di Torino). Secondo lui le modalità
della mente sono troppo complesse per essere prevedibili. A ciò aggiunge che
non si può insegnare nessuna capacità complessa ma solo stimolare. Come in
psicoterapia dove non si può guarire, ma solo cercare di aiutare la persona
a scegliere come comportarsi in base alle proprie possibilità.
Questa immagine di Bara, a tratti provocatoria, quando per esempio tratta
di collegamenti fra ambiente e struttura innata, si è successivamente vista
a confronto con l'ipotesi metacognitiva. L'intervento del prof. Cornoldi (Università
di Padova) ha infatti insistito sul "processo" e sulle informazioni
che un soggetto sa di esso. Ad esempio, nel lavoro con pazienti aventi disturbi
della percezione visiva, di decodifica, di calcolo, e nella relazione fra
piano organizzatore e rappresentazione del compito.
Nelle successive giornate del Convegno sono stati presentati interventi relativi
a "Gli strumenti dello sviluppo cognitivo. Le abilità verticali dell'intelligenza"
e "Aspetti ineffabili dell'apprendimento. Esperienza, elaborazione, creatività
e produttività."
Accanto ad un comune intendere e riconoscere al plurale le strategie di apprendimento
e i modelli teorici, gli intervenuti hanno indagato "Gli ambiti nascosti
dell'attività mentale, confrontando gli aspetti ineffabili dell'apprendimento
attraverso: l'esperienza, l'elaborazione, la creatività e la produttività".
Leandro Iacobucci