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Per una definizione del concetto di volontariato di Guido Contessa
Estratto dal n. 35 della rivista ANIMAZIONE SOCIALE - Settembre 1980


Non c’è dubbio che il termine " volontariato " sia divenuto molto attuale: i numerosi incontri e convegni sui tema lo dimostrano.
Tuttavia mi sembra che la frequenza con cui il termine è adoperato non sia proporzionale alla chiarezza dei suoi contorni. Gli equivoci di definizione consentono operazioni di dubbia trasparenza, che rischiano di veder raggruppate, sotto lo stesso titolo, attività molto diverse e magari con finalità non ugualmente nobili.

1. Volontariato e partecipazione

Possiamo considerare partecipazione quella attività dei cittadino tesa a contribuire alle decisioni di istituzioni locali o statali, pubbliche o private. Il cittadino che partecipa alle riunioni del Consiglio di Zona, agli organi collegiali della scuola, alla vita di sezione dei partito o del sindacato, ad assemblee, cortei, incontri e discussioni, non fa altro che esprimere la sua vocazione di " animale politico " e realizzare un suo preciso diritto-dovere. Possiamo dire che quando il cittadino si limita ad offrire la partecipazione delle sue idee presso quegli enti o servizi di cui è utente, diretto o indiretto, non si configura un’azione di volontariato. La ragione di questa distinzione può ricercarsi negli elementi di " dovere " collegati allo status di cittadino o di utente: ciascuno ha il dovere di contribuire con le sue idee alla vita della civitas o dei servizi.

1.1 La prima area è quella della partecipazione all’attività politica e sindacale, come militante o quadro non retribuito, o come delegato o rappresentante. Costoro non solo espletano un diritto-dovere di partecipazione, ma si accollano carichi di responsabilità ed operatività eccedenti rispetto a quelli dei normali cittadini: e fanno questo come servizio volontario alla - comunità.

1.2 La seconda area è quella dei cittadini che partecipano a titolo gratuito ad enti, gruppi, associazioni di cui non sono utenti né diretti né indiretti. Appartengono a quest’area coloro che fanno parte del direttivo di una società sportiva, che promuovono gruppi di iniziativa culturale o ricreativa, che dirigono associazioni giovanili ecc.

1.3 Infine possiamo identificare un’area intermedia fra partecipazione e volontariato, in quelle prestazioni di cittadini che non si limitano alle idee ma arrivano ad attività operative. Per esempio, i genitori che collaborano manualmente alla costruzione di un campo-giochi nei giardino della scuola; o i cittadini che collaborano attivamente ad una campagna di sensibilizzazione. Insomma credo che laddove non esista l’elemento dei dovere civico, ogni attività si può definire volontariato.

2. Volontariato e lavoro

Capita di sentir parlare di volontariato a tempo pieno. Questa idea mi sembra sottenda una confusione fra volontariato e lavoro in senso proprio. Ciò che caratterizza il lavoro è l’elemento necessità. Ogni attività svolta per sopravvivere e remunerata con un corrispettivo anche modesto, si può definire come lavoro o professione. Il volontariato a tempo pieno si può trovare solo nei casi in cui il soggetto volontario abbia altrove le proprie fonti di sostentamento. Se definiamo come volontaria un’attività da cui si trae sostentamento, allora rischiamo di omologare al volontariato ogni attività lavorativa. Anche coloro che operano in cooperative o associazioni, se lo fanno a titolo remunerato, e non dispongono di altre fonti di sostentamento, non si possono definire altro che come lavoratori.

Non esiste alcuna differenza fra chi presta la propria opera retribuita per una cooperativa o per una società per azioni o per un ente locale.

Associazioni, gruppi, enti che attraverso convenzioni con enti locali appaltano un servizio, non sono distinguibili dalle comuni società commerciali. L’assenza di scopi di lucro che solitamente caratterizza le associazioni, non riguarda i singoli operatori che sono in ogni caso lavoratori salariati. La convenzione costituisce una diversità solo nel caso in cui il corrispettivo versato dall’ente locale fosse molto al di sotto della prestazione effettuata dall’associazione. Questo caso si configura più come un contributo che come una convenzione, e rischia di assumere connotati di lavoro nero, come vedremo nel paragrafo 4.

3. Volontariato fra pubblico e privato

Spesso si cataloga il volontariato come " privato " in opposizione al " pubblico ". Questo equivoco va di pari passo con quello che identifica il pubblico con il comunale e lo statale. Allo stato attuale delle cose nel nostro Paese, sarebbe più giustificata un’equivalenza opposta. Per esempio, io statale ed il municipale, nell’attuale regime partitocratico e quasi corporativo, è assai più spesso gestito come privato (nel senso di sottratto alla collettività) che come pubblico. Ogni tipo di volontariato vero, inteso come servizio disinteressato e " non doveroso ", è pubblico in quanto a beneficio della collettività o di sue componenti. Il volontariato nasce certamente da spinte e motivazioni personali, ma è pubblico dal momento che si prefigge di rendere un servizio alla collettività; il pubblico (statale o municipale che sia) nasce da motivazioni collettive, ma è spesso privato, nel senso di strumentalizzato a fini personali o categoriali. Tuttavia se è lecito attribuire al volontariato il carattere di servizio pubblico, è assai pericoloso ridurre il concetto di servizio pubblico nell’area del volontariato. Esistono molti servizi ed operatori pubblici che si sforzano continuamente di operare come un vero servizio alla collettività; come esistono molti volontari che operano in un’ottica privatistica. Occorre dunque sfuggire a pericolose dicotomie. Il lavoro sociale, sia pubblico che privato, sia volontario che professionale, deve essere sempre finalizzato alla fornitura di servizi alla comunità o a sue componenti.

Nei decennio ‘70-’80 l’area sociale privata, cioè né statale né municipale, è stata demonizzata; sarebbe sciocco demonizzare, nel prossimo decennio, tutto ciò che è statale. Se si è rivelata assurda ed insostenibile l’ipotesi del Welfare State, cioè di uno Stato protettivo dalla culla alla tomba, non è meno assurdo il ripescaggio di uno Stato di tipo liberale ottocentesco, basato sul " lasciar fare " ai privati.

4. Il volontariato equivoco

Una forma assai diffusa di volontariato è quello che nasce da motivazioni di apprendimento o di inserimento al lavoro. Medici, avvocati, architetti, ma anche psicologi, assistenti sociali, infermieri, insegnanti, sono soggetti a lunghi periodi di tirocinio prima, e di precariato poi. Spesso si tratta di riti di iniziazione molto pesanti, imposti da corporazioni potenti ed elitarie; spesso invece si tratta di serio addestramento " sul campo ".

Troviamo cosi laureati in psicologia che fanno i volontari presso Ospedali Psichiatrici; medici che fanno i volontari in corsia; ricercatori volontari all’Università; maestre volontarie presso soggiorni estivi per minori. Il termine volontario viene usato in questi casi per sottolineare la totale o parziale gratuità della prestazione; l’assenza di un vincolo contrattuale di lavoro; la possibilità permanente di espulsione.

Dietro questo uso del termine di volontario si nascondono cioè situazioni di precariato, di addestramento o addirittura di lavoro nero. Questa situazione equivoca non solo danneggia il singolo operatore, ma anche l’immagine del volontariato in genere: essa nasconde una realtà di vero e proprio sfruttamento. Sfruttamento che non viene operato solo da individui od organizzazioni private, ma sancito anche dallo Stato, come nel caso degli insegnanti, degli assistenti universitari o degli infermieri. Il vero volontariato organizzato dovrebbe lottare con fermezza contro queste situazioni ambigue ed inquinanti.

Il problema del rapporto fra volontariato e lavoro nero è particolarmente delicato ed apre due fronti di problemi.

4.1 Il primo fronte è quello relativo allo sfruttamento dei soggetti volontari. Possiamo dire che un’attività è davvero volontaria quando non deve ragionevolmente essere retribuita, cioè quando è accessoria e non sostitutiva.

I volontari che lavorano al posto di operatori pubblici; quelli che prestano servizi al posto di servizi pubblici inesistenti; quelli che accettano convenzioni molto lontane dai normali livelli retributivi: possono essere definiti " volontari dello sfruttamento ".

Poco importa se dal punto di vista soggettivo costoro riportano dal loro servizio qualche gratificazione d’ordine morale, qualche beneficio di status, o qualche vantaggio perverso. In fondo nessun lavoratore sfruttato è del tutto privo di questi vantaggi soggettivi, che sono appunto la sola contropartita all’accettazione dello sfruttamento. Essi sono oggettivamente sfruttati nel senso che l’ente presso cui prestano la loro opera, ottiene dal loro lavoro dei benefici economici, di prestigio o di potere che non retribuisce. Occorre disoccultare attentamente queste situazioni anche laddove non appare un beneficio (Marx direbbe un plusvalore) economico. Spesso si tratta di benefici di potere o di prestigio, per le organizzazioni o per i capi. Per esempio, l’uso di volontari sfruttati nell’università, non offre guadagni materiali a nessuno, ma consente una diminuzione della conflittualità studentesca, una maggiore pace sociale, e quindi una maggiore forza dei burocrati degli atenei o del ministero.

La non retribuzione del plasma offerto dai donatori di sangue, consente una labilità dei controlli sul mercato del plasma offrendo possibilità di speculazioni economiche o di potere da parte dei gruppi preposti alla distribuzione. (Qualcuno si è scandalizzato di fronte a questa affermazione, sostenendo che, retribuire il sangue, potrebbe incentivare un vile mercato; tuttavia questo problema potrebbe essere risolto attraverso retribuzioni collettive per zona, da destinare ad iniziative socialmente utili). In sostanza direi che volontaria è solo quella attività che completa, si aggiunge, arricchisce un servizio sociale attrezzato per funzionare a livelli normali di efficacia. Laddove il volontariato sostituisce, vicaria, sta al posto di servizi sociali inesistenti o inefficaci, dobbiamo parlare di sfruttamento. Volontarie sono quelle attività senza le quali una collettività avrebbe un funzionamento normale e civile. Se il servizio volontario diventa necessario, si equipara al lavoro, che, se non è retribuito, è definibile come nero.

4.2 Il secondo fronte di problemi, connesso al primo, è quello che riguarda la copertura delle inadempienze pubbliche.

Questo rischio appare evidente nelle situazioni convenzionate. Le aree di bisogno della comunità sono infinite per numero e per quantità, ed il livello di consapevolezza dei bisogni è un processo che si evolve storicamente. Le istituzioni pubbliche, di governo o di servizio, in una società civile e moderna, hanno il dovere di rispondere ai bisogni che emergono a consapevolezza presso larghi strati sociali, a livelli ragionevoli di efficacia, pur in base a criteri economici.

Affermare questo, con decisione, significa riconoscere allo Stato moderno un ruolo preciso di responsabilità, di solidarismo e di servizio.

Non vorrei che dietro tutto questo entusiasmo per il riflusso, il privato, il " fai da te ", l’aiutiamoci a vicenda, si nascondesse una nostalgia per uno Stato che si limiti a riscuotere le tasse, offrendo in cambio qualche guerra ogni tanto. Il crescente interesse mostrato da molti Ministeri italiani per il volontariato odora fin troppo di tentazione abdicataria. Uno Stato che ha fallito nello scorso decennio l’ipotesi del Welfare State, sembra ora molto interessato ad una ristrutturazione del sociale basata sull’auto aiuto collettivo. Magari con tanto interesse per una ripetizione del modello delle scuole religiose., le quali, ricche come sono di volontariato, consentono allo Stato un enorme risparmio per le spese d’istruzione.

Di fronte a questo tentativo tanto più seducente quanto più si presenta come " liberale ", occorre ribadire che uno Stato moderno e civile non serve affatto a tutelare i confini minacciati, battere moneta e punire la devianza, ma serve soprattutto a fornire adeguati servizi (educativi, sanitari, assistenziali, ecc.). I servizi sono adeguati quando rispondono con ragionevole efficacia ai bisogni consapevoli in larghi strati. Lo Stato non deve, né può, dare tutto; ma deve fornire ai cittadini i servizi essenziali ad una vita civile.

Da questa impostazione emerge chiaro il confine operativo del volontariato.

5. Il confine operativo del volontariato

Esso deve agire in quelle aree di bisogno che non hanno ancora raggiunto la coscienza di larghi strati di popolazione, oppure deve agire per integrare, perfezionare, ampliare quei servizi che sono già ragionevolmente efficienti.

5.1 I " bisogni di frontiera", territorio elettivo del volontariato.

Dieci anni fa il problema della tossicodipendenza era agli albori, toccava infime minoranze giovanili, non sfiorava affatto la coscienza della popolazione: era insomma una nuova frontiera di bisogno.

Il volontariato si è impegnato con enormi meriti in questo settore e legittimamente, in quanto sarebbe stato prematuro chiedere alla collettività di farsi carico istituzionalmente del problema. Oggi il problema è enorme sia sul piano quantitativo (migliaia di individui ne sono coinvolti) sia su quello qualitativo (ne è coinvolta un’intera generazione giovanile); inoltre è ben presente all’opinione pubblica, alla stampa, alle organizzazioni di massa, alla coscienza collettiva. Che lo Stato sia così assente da questo problema anche oggi, è semplicemente scandaloso; questo riporta il nostro Paese in condizioni da Medioevo. Che dei volontari se ne occupino, rischia di essere una pericolosa copertura. Su questo tema il volontariato ha oggi il dovere di muovere una seria lotta allo Stato e agli Enti locali, rifiutando convenzioni da elemosina o da sfruttamento. In altre parole, il volontariato ha come territorio elettivo quello dei bisogni di frontiera, ma deve evitare, se non vuole colludere con le vergognose abdicazioni dello Stato, di agire in territori che di frontiera non sono più.

Questo non significa lasciar morire per le strade i giovani tossicodipendenti, ma semmai dare al volontariato una connotazione di lotta politica pressante.

Temi simili a questo, che da temi di frontiera sono divenuti centrali, sono molti altri: la tutela ambientale, l’assistenza agli handicappati fisici e mentali, l'analfabetismo, ecc.

Fra i temi ancora di frontiera se ne possono indicare a decine, e tutti possono considerarsi territori del volontariato: i problemi del bambino ospedalizzato o del parto non traumatico; quelli delle donne mastectomizzate; l’educazione popolare permanente; i problemi del nomadismo e così via.

5.2 Il secondo grande territorio del volontariato è quello della integrazione dei servizi già ragionevolmente efficienti.

È. ovvio che il termine " ragionevolmente " è dinamico, cioè suscettibile di cambiare in base alla situazione storica concreta di un Paese. Esso è la sintesi dialettica fra bisogni e risorse, fra valori e mezzi disponibili. Per esempio, nel 1980 il valore di dignità riconosciuto ad ogni persona è tale da far considerare necessaria una assistenza ad individui handicappati: essi devono disporre di servizi collettivi di riabilitazione e di assistenza e di servizi personalizzati di sostegno. Tuttavia il bisogno reale di certe forme di handicap è quello di una assistenza personalizzata, qualificata e continuativa: il che in astratto vuole dire 4 o 5 operatori per ogni individuo handicappato. Questo mi sembra che vada oltre le risorse disponibili nel nostro Paese attualmente. Perciò il volontariato può legittimamente operare verso gli handicappati forme di assistenza o di sostegno, ad integrazione di servizi di per sé efficaci.

Il servizio pubblico non può essere del tutto personalizzato e non potrà mai fornire servizi accurati e completi ad individui o minoranze. Allora il volontariato può occuparsi dell’integrazione e del perfezionamento di certi servizi, accanto ed in collaborazione con gli operatori dei servizi.

Questo però non significa sostituire nei cronicari un personale inesistente o inefficiente; vicariare il deserto delle comunità alternative; tappare i buchi di una scuola dell’obbligo inadempiente.

Per concludere, il volontariato deve rifiutare di fungere da coperchio alle numerose contraddizioni sociali e da forza di riserva di uno Stato incapace di essere civile.

6. Conclusioni

Seguendo il filo del discorso possiamo concludere che il volontariato da una parte è ovunque, dall’altra è bene che operi in territori delimitati e transitori.

Dicendo che il volontariato è ovunque sottolineiamo che ogni azione umana, finalizzata a un servizio collettivo e svincolata dal carattere di dovere, è un’azione di volontariato. Non è volontariato il solidarismo reciproco, per un familiare o il vicino di casa. Non è volontariato la partecipazione alla vita civile e politica. Né lo sono il tirocinio, il precariato, l’apprendistato, o peggio ancora il lavoro nero. Ma è volontariato il lavoro straordinario gratuito dell’assistente sociale che segue un caso; l’impegno del delegato di reparto; il lavoro del genitore nella scuola; l’assistenza psicologica verso cronici o handicappati. Così inteso il volontariato è un’azione collettiva e diffusissima, sia essa organizzata o individuale.

Dicendo che il volontariato è bene che operi in territori delimitati e transitori, intendiamo dire che esso deve agire o in settori integrativi di servizi già ragionevolmente efficaci o in settori di frontiera. In questi casi è importante che il volontariato si autodelimiti con precisione costringendo il servizio pubblico ad occupare lo spazio che gli compete senza abdicazioni; e che si prepari a lasciare il territorio di frontiera occupato, o trasformandosi in professione o diventando integrativo.

Insistere con forza sui carattere non doveroso ed integrativo del volontariato, significa intenderlo inestricabilmente connesso ad un’azione di lotta politica. Il volontariato cioè sarà tanto più se stesso quanto più lotterà per essere accessorio ad un’organizzazione pubblica che si assume le sue responsabilità.