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VOLONTARIATO: PROBLEMI DI DEFINIZIONE E PROBLEMI DI SVILUPPO *

1. Problemi di definizione

In un recente Convegno (1), Luciano Tavazza,. presidente del Mo.V.I. e massimo esperto italiano del problema, ha presentato una relazione sul tema: " Ciò che il volontariato chiede ai partiti politici ". La relazione ha offerto una serie di riflessioni approfondite e totalmente accettabili, ma particolarmente interessante mi sembra la richiesta di " discernere con chiarezza ciò che è volontariato da quello che non è ". La confusione intorno alla definizione di questo settore " emergente " della. società civile, è certo una delle cause delle difficoltà legislative esistenti. Lo sforzo di Tavazza si esprime nel senso di definire il volontariato come:

a) una libera aggregazione di cittadini sorta per dar vita a presenze e servizi a favore di terzi in difficoltà;

b) una presenza diversa da tutto ciò che ha un fine strumentale, sia pur lecito, fosse anche quello religioso.

Il discorso di Tavazza si precisa anche meglio quando differenzia il volontariato da ciò che esso non è:

a) NON è associazionismo " tradizionale ", che persegue gli interessi o la crescita civile e culturale dei suoi membri;

b) NON è cooperazione, che risponde alle regole della piccola impresa;

c) NON è il servizio civile, che è la risposta ad un dovere civico;

d) NON è militanza politica;

e) NON è interesse commerciale, NE' lucro diretto o indiretto;

f) NON è una soluzione transitoria a problemi occupazionali;

g) NON è azione pastorale;

h) NON è straordinario lavorativo.

Mi pare che questo sforzo definitorio sia ancora impreciso e lasci aperta la strada per ulteriori ambiguità.

1.1 Se presa in senso restrittivo la definizione, offerta da Tavazza, sembra rimandare ad un volontariato " assistenziale ", nel senso che si definisce come tale solo il volontariato che si esprime come assistenza diretta verso terzi in difficoltà.

In questa accezione ristretta vengono ad essere escluse dal settore volontario una grande quantità di aggregazioni ed azioni. Per esempio, questa rivista; quel volontariato internazionale che non opera nell’emergenza; il volontariato museale o archeologico; i servizi di custodia e gioco per i bambini (per esempio gli oratori e gli scouts); le associazioni che si occupano soprattutto di prevenzione. Insomma sembra che il volontariato escluda l’intervento in aree o settori non direttamente " in difficoltà ". Il volontariato in situazioni " normali " sembra escluso dalla definizione di Tavazza, che invece comprende le situazioni di handicap, devianza, patologia o emarginazione. Anche le attività editoriali, di studio, di ricerca sono escluse da una concezione del volontariato " a favore di terzi in difficoltà ".

Questa riduzione, oltre a tagliar fuori settori che possono invece essere compresi nel volontariato, si imbatte anche nella difficoltà di circoscrivere il concetto di " difficoltà ", il quale è da mezzo secolo la croce delle scienze sociali. L’handicappato è certo in difficoltà oggettive e soggettive.

Ma il giovane qualsiasi di una borgata romana rientra nella categoria " in difficoltà "? e l’operatore sociale confuso e poco attrezzato? e il cittadino che non sa come interpretare il Piano regolatore o la legge Visentini? Se ci limitiamo alle difficoltà oggettive, dobbiamo dare una descrizione di queste, limitando l’area del disagio e dunque del volontariato che vi si dedica; se accettiamo una visione soggettiva del disagio, ne ampliamo l’area e perdiamo il confine fra normalità e difficoltà, e di conseguenza ammettiamo un volontariato a tutto campo.

1.2 Il secondo cardine della concezione di Tavazza sembra essere l’altruismo, la gratuità e il solidarismo, cioè l’assenza di " un secondo fine strumentale.., fosse anche quello religioso ". Orbene, se usiamo il danaro come mezzo per distinguere l’altruistico, il gratuito ed il solidaristico da ciò che non lo è, il discorso è chiaro e mi sembra di condividerlo. Concordo appieno con Tavazza quando esclude le cooperative, gli straordinari lavorativi o il lavoro precario dal settore del volontariato.

Meno chiara e condivisibile mi sembra questa esclusione di secondi finì strumentali, perché ci porta in un terreno molto soggettivo e paludoso. Per esempio, è più volontario il catechista laico dell’oratorio che svolge la sua azione volontaria in nome di un ideale religioso, oppure il giovane che assiste un malato in nome della sua esigenza di sentirsi socialmente utile? Svolgere un compito di militanza " verde " è meno volontario che fare compagnia ad un anziano? Il catechista presta la sua opera gratuitamente per un’idea religiosa, il militante verde per un’idea politica, il volontario ospedaliero per un imperativo etico, l’assistente dell’anziano per un’esigenza di socializzazione: come distinguere i gradi di " altruismo " di queste motivazioni?

Non sono pochi i volontari dell’assistenza, che uniscono al puro altruismo anche motivazioni meno oblative, come la frequentazione di soggetti cui potersi sentire superiori, oppure come il riempimento di tempi vuoti o tempi morti, o come l’inserimento in ambienti ricchi di relazioni sociali: ma non sarei per definire questi come " secondi fini strumentali ". D’altronde, desiderare che dei giovani si accostino a Dio, che una città sia meno inquinata, che la cultura circoli in una borgata, che una scuola sia più educativa, non mi sembrano motivazioni meno oblative di quelle puramente " assistenziali ".

Anche lavorare gratuitamente per un’idea politica, un Partito (penso alle Feste dei Partiti, attuabili solo grazie al volontariato), una filosofia esistenziale, è volontariato in quanto azione diretta ad " aiutare " i terzi. Certo, un’associazione categoriale promuove e difende l’interesse dei soci; ma una associazione culturale di quartiere offre un servizio sia ai soci che ai cittadini.

La emancipazione di un tossicodipendente, promossa da un gruppo di volontari, risponde ad un progetto educativo e politico, non diversamente dalla emancipazione di un gruppo di cittadini, toccati da un problema culturale e politico. Perché definire volontari solo i promotori della prima emancipazione e non quelli della seconda?

In conclusione, a me pare che tre soli siano gli elementi distintivi del volontariato:

1) l’assenza di remunerazione, anche parziale, della prestazione (il che non esclude il rimborso delle effettive spese gestionali);

2) l’assenza di elementi cogenti o condizionanti (il che esclude dal volontariato il servizio civile, ed ogni tipo di tirocinio o lavoro straordinario);

3) l’orientamento prevalente del servizio verso terzi (il che esclude le associazioni di categoria e i gruppi di pressione).

Il volontariato può dunque essere distinto da ciò che non lo è, se presenta una totale gratuità economica, una scelta oggettivamente non condizionata ed un orientamento al prevalente servizio dei terzi. Con tale definizione escludiamo le cooperative, le prestazioni professionali anche eccedenti o straordinarie, il servizio civile, il tirocinio, le aggregazioni a beneficio dei soci, ma comprendiamo nel volontariato:

1) le aggregazioni finalizzate a terzi, in difficoltà e non (assistenza e prevenzione);

2) le aggregazioni finalizzate alla promozione di idee, fedi o progetti (attività pastorali, politiche e sindacali realizzate da operatori non retribuiti);

3) le aggregazioni finalizzate all’incontro, al confronto, allo studio (attività culturali, di socializzazione, di ricerca ed editoriali).

2. Problemi di sviluppo: i volontari potenziali

L’attenzione per il volontariato tradizionale è importante, ma credo che occorra porre anche una questione relativa al volontariato potenziale. La società attuale è basata su uno spreco enorme di risorse umane che non possono essere impiegate nel ciclo produttivo, ma che formano un serbatoio per azioni volontarie.

La legislazione che si va ipotizzando su scala nazionale o che già si sperimenta su scala regionale, non può trascurare i meccanismi necessari alla promozione del volontariato potenziale.

Con tale termine intendo la quantità di risorse umane (sia psicologiche che professionali) rese disponibili dalla restrizione del mercato occupazionale: anziani, giovani, donne. Ma anche risorse inserite nel mondo del lavoro, con larghe porzioni di tempo disponibile: dipendenti pubblici, lavoratori di imprese private, senza carico familiare.

A molti di costoro, potenziali volontari, mancano tre cose per diventarlo:

a) una motivazione consapevole (non sanno che un servizio volontario è un modo per esprimersi e realizzarsi; non sanno che certo loro bisogno di " senso " può trovare una risposta nel volontariato; non sanno che fare volontariato è un modo per crescere);

b) una conoscenza del " mercato " volontario e dei modi per accedervi (pochi conoscono le aggregazioni presenti sul territorio, le diverse finalità e modalità di servizio, i modi per inserirsi);

c) le competenze minime necessarie (molti non sanno di avere delle capacità oltre a quelle richieste dal lavoro che svolgono; altri sono spaventati al pensiero di essere inadeguati o disinformati).

C’è poi un quarto problema, che spesso atterrisce coloro che hanno motivazioni consapevoli, qualche idea da sviluppare e tanta disponibilità ad imparare: il " mostro " organizzativo, cioè sede, telefono, carta da lettere, contabilità, convenzioni, leggi ecc.

Operare per lo sviluppo del volontariato potenziale significa offrire risposte, sia in termini legislativi che di servizi, a questi quattro problemi. Per brevità accennerò solo a qualche idea concreta, realizzabile senza grandi sforzi.

Per sviluppare la MOTIVAZIONE al volontariato dei giovani occorre sensibilizzare la scuola, affinché orienti la sua azione educativa verso una aggregazione extrascolastica degli allievi, finalizzata a qualcosa di utile per tutti. Azioni di sensibilizzazione possono essere realizzate nei quartieri e sulla stampa, verso tutti i cittadini. Proposte di volontariato dovrebbero essere presentate in tutte le iniziative per gli anziani come le Università della terza Età e i Centri di Incontro. Ma soprattutto dovrebbe essere sviluppata un’azione sensibilizzante attraverso Corsi di pre pensionamento in Italia ancora quasi sconosciuti.

Per l’INFORMAZIONE dovrebbero farsi carico gli Enti Locali o le Circoscrizioni, con la stampa e la diffusione di materiale o promuovendo incontri periodici; oppure potrebbero coordinarsi gli stessi gruppi di volontariato operanti in un territorio, per far arrivare ai cittadini informazioni sulla loro attività: le radio-tv locali potrebbero in questo avere un importante ruolo.

Le COMPETENZE possono essere promosse con una cooperazione fra organizzazioni volontarie ed Enti locali, mediante l’avvio di processi di formazione continua.

Il quarto problema, quello organizzativo, potrebbe trovare una duplice risposta sia da parte dell’Ente locale sia da parte del " movimento " del volontariato. E sarà bene notare che il problema organizzativo non riguarda solo il volontariato potenziale, ma anche molto volontariato attuale che non sempre è super-organizzato su scala nazionale e ricco di mezzi.

L’Ente locale può mettere a disposizione delle aggregazioni volontarie i servizi essenziali: sede, segreteria, promozione. Purché ciò avvenga attraverso meccanismi obiettivi e formali, cioè noti ed uguali per tutti, senza gli abituali personalismi discrezionali per cui si appoggiano solo gli " amici degli amici ". E purché ciò non debba essere pagato dai volontari con una perdita di autonomia sostanziale.

Il " movimento " nel suo complesso potrebbe invece fornire, in modo decentrato, dei servizi gratuiti di assistenza e consulenza su problemi quali:

la contabilità, i problemi fiscali e statutari, l’editoria e la pubblicità. L’attuale legislazione sembra fatta in modo da impedire l’avvio di associazioni, ed il trattamento normativo in genere per esse non è diverso da quello per le società " profit ".

Se la legislazione, gli Enti locali ed il Movimento dei Volontari terranno presenti questi problemi concreti, il volontariato conoscerà uno sviluppo progressivo e darà il suo contributo alla società post-Welfare di cui tutti parlano ma che nessuno ancora vede concretamente. la contabilità, i problemi fiscali e statutari, l’editoria e la pubblicità. L’attuale legislazione sembra fatta in modo da impedire l’avvio di associazioni, ed il trattamento normativo in genere per esse non è diverso da quello per le società " profit ". Se la legislazione, gli Enti locali ed il Movimento dei Volontari terranno presenti questi problemi concreti, il volontariato conoscerà uno sviluppo progressivo e darà il suo contributo alla società post-Welfare di cui tutti parlano ma che nessuno ancora vede concretamente.


(1) ) a Verona su " IL RUOLO DEL VOLONTARIATO NELLA SOCIETÀ PLURALISTA " (9-10.2.85)

* Guido Contessa

(Estratto da ANIMAZIONE SOCIALE / Anno XV - num. 63 - maggio-giugno 1985)