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Anno 501 la conquista continua (indice)


PARTE QUARTA.
AMNESIE OCCIDENTALI.


Capitolo 10.
QUANDO SI UCCIDE LA STORIA.

5. IL NOSTRO SPAZIO VITALE.

Ricordiamo che uno dei difetti scoperti nelle indagini sulla 'mentalità dei giapponesi' era costituito dai loro 'maldestri tentativi di reinterpretare il passato' e dalla 'totale mancanza di consapevolezza della loro storia', quasi come i funzionari sovietici che utilizzarono "ogni possibile arma... per sopprimere la memoria collettiva" dei 'cruenti episodi' che formano 'il cancro più grosso' della storia, in fin dei conti inutilmente, perché 'Non La Si Può Uccidere'.

O forse sì? Se guardiamo a come vengono trattate le guerre d'Indocina nell'ideologia americana dovremmo congratularci con noi stessi per la bravura mostrata in questo campo. Un esempio ancora più recente è costituito dalle vicende centroamericane dell'ultimo decennio: qualche storico del futuro contemplerà meravigliato la nostra soddisfazione per le mostruose atrocità che vi abbiamo perpetrato, sorpassando persino trionfi precedenti che hanno contribuito a mantenere il nostro 'cortile' nella più profonda miseria.

L'idea di un intellettuale americano che giudica gli altri sulla maniera in cui si rapportano alla loro storia sbalordisce a tal punto da rimanere senza parole. Del resto chi tra di noi, sin dai primissimi giorni di vita, non ha fatto i conti con la verità sulla schiavitù o lo sterminio dei popoli indigeni? Può esistere un abitante del civilissimo New England che non conosca a memoria i cruenti dettagli del primo atto di genocidio, la strage degli indiani Pequot nel 1637, con i superstiti venduti poi come schiavi? Chi non ha imparato le orgogliose parole del resoconto puritano del 1643 sullo scioglimento ufficiale della nazione Pequot da parte delle autorità coloniali che ne misero al bando anche il nome "così che la parola 'Pequot' (come quella 'Amalech') sia cancellata da sotto il cielo, in modo che non ci sia un solo uomo che sia, o (almeno) che osi dichiararsi un Pequot"? Sicuramente ogni bambino americano che giura fedeltà alla nostra nazione 'davanti a Dio' sa bene come i puritani presero in prestito la retorica e le immagini del Vecchio Testamento, imitando consapevolmente il Popolo Eletto mentre facevano la volontà di Dio, "'distruggendo' i cananiti e cacciandoli dalla Terra Promessa" (Neil Salisbury). Chi non ha mostrato "hansei" nello studiare le cronache che esaltavano i nostri riveriti antenati mentre portavano avanti il lavoro del Signore, secondo gli ammonimenti dei capi religiosi, e adempivano alla loro 'missione divina' con un attacco a sorpresa prima dell'alba sul principale villaggio Pequot, quando la maggior parte degli uomini erano assenti, massacrando donne, bambini e vecchi in autentico stile biblico? I puritani, secondo le loro stesse parole, trasformarono ogni capanna in un 'forno ardente' nel quale le vittime della "morte più terribile che ci sia" furono lasciate "a friggere nel fuoco e nei fiumi di sangue che lo spegnevano", mentre i servitori del Signore "ne rendevano grazie a Dio, che aveva agito così meravigliosamente nei loro confronti". Ci può essere qualcuno che non si sia chiesto se la nostra storia più recente non porti qualche eco di questa celebrazione dello sterminio di coloro che "esaltatisi per il loro grande Orgoglio", si erano rifiutati con arroganza di darci quel che avevano?

Ma se il Connecticut meridionale è troppo remoto per le guide morali ed intellettuali della nostra città più importante, queste avranno sicuramente esaminato le cronache delle operazioni militari che liberarono la regione di New York dal flagello degli indigeni solo pochi anni dopo. Per esempio, il resoconto di David de Vries sulle sue esperienze a Lower Manhattan nel febbraio del 1643, quando soldati olandesi massacrarono i pacifici indiani Algonquin dall'altra parte del fiume Hudson, sterminando o cacciando alla fine quasi tutti i nativi americani dalla zona metropolitana di New York. Gli assassini in quel caso seguirono un altro modello di azione favorito dai Padri Fondatori,

"essi pensavano di aver compiuto un atto degno del valore dei romani nell'uccidere così tante persone nel sonno; i neonati furono strappati dai seni materni, fatti a pezzi alla presenza dei loro genitori ed i loro resti gettati nel fuoco o nell'acqua, mentre altri lattanti, legati alle piccole assi [delle culle], furono tagliati, trafitti e massacrati miseramente in modi da commuovere anche un cuore di pietra. Alcuni furono gettati nel fiume, e quando i padri e le madri tentarono di salvarli, i soldati impedirono loro di tornare a terra facendo affogare genitori e bambini".

Eventi, questi, non molto diversi dal massacro di Rio Sumpul al confine tra il Salvador e l'Honduras, nel 1980, considerato come la prima grande atrocità della guerra Usa in Salvador. Chissà se un giorno il "New York Times" scoprirà tale eccidio e le innumerevoli altre operazioni dei battaglioni d'élite addestrati dagli Usa, armati dagli Usa e guidati dalle dottrine che abbiamo insegnato loro da molti anni a questa parte (46).

Nessuno del resto può accusarci di aver occultato le azioni che ripulirono dai nativi la zona di New York; i dati sono, dopo tutto, facilmente disponibili a tutti nel volume "Native American Place Names in New York City", autorevolmente pubblicato dal Museo della Città di New York.

Lo spettacolo della nostra 'sensibilità storica' è troppo osceno per meritare una seria analisi, anche se non è esatto parlare di vera amnesia. Chiunque si ricordi delle immagini e delle lezioni della sua infanzia sa il perché; almeno coloro che crebbero prima che si sentisse l'impatto dei movimenti popolari degli anni '60, che sollevò un coro di voci sdegnate contro l'impadronirsi da parte dei settori della sinistra 'politicamente corretta' della nostra, una volta santa, cultura. I miei ricordi si risvegliarono alcune settimane dopo la denuncia della strage di My Lai, nel 1969, mentre sfogliavo un testo di quarta elementare sulla Nuova Inghilterra coloniale adottato in un sobborgo di Boston, rinomato per la qualità delle sue scuole. I bambini effettivamente leggevano un resoconto abbastanza preciso del massacro dei Pequot - che però veniva esaltato in maniera non dissimile dalla cronaca puritana del 1643 (47).

E lo stesso è avvenuto sino ad oggi, 500esimo anno della Conquista. Nel "Times Book Review", lo storico Caleb Carr ha recensito un libro sulla ribellione dei Sioux del 1862 nel Minnesota. Lo "scontro del Minnesota", spiega Carr, fu "una guerra totale tra due nazioni rivali per il controllo di un territorio per cui entrambi i gruppi erano disposti a morire". Ma a suo parere c'era un'asimmetria fondamentale. Per una nazione, "la colonizzazione era l'ultima speranza" perché i suoi membri stavano "mettendo in gioco non solo i loro beni ma anche le loro stesse vite nella speranza di costruirsi un futuro in un nuovo paese". Invece per gli indigeni, almeno in un primo tempo, "non era questione di vita o di morte"; dopotutto, potevano sempre spostarsi verso ovest. Caleb Carr definisce lo "scontro" come "non certo esaltante" e loda l'autore del libro per aver riconosciuto che entrambe le nazioni furono colpevoli di veri e propri crimini. Quelli dei Sioux sono però descritti con dettagli cruenti ("comportamento atroce", "sadismo e brama di sangue", "una particolare tendenza a torturare neonati e bambini", eccetera); il tono cambia invece notevolmente quando Carr parla dei coloni che cercavano di costruirsi una nuova vita (trattati violati, l'impiccagione di 38 Sioux, espulsione di alcuni che non erano neppure 'colpevoli' di aver resistito, eccetera). Ma il diverso trattamento è comprensibile vista la sproporzione tra i bisogni al centro dello 'scontro'.

Tanto per evocare un incubo, supponiamo che i nazisti avessero vinto la guerra in Europa. Forse dopo un po' di tempo qualche ideologo tedesco avrebbe potuto ammettere che lo 'scontro' tra tedeschi e slavi sul fronte orientale era stato 'certo esaltante' ma, per ragioni di equità, avrebbe anche dovuto ricordare che si trattava di una 'guerra totale tra due nazioni rivali per il controllo di un territorio per cui entrambi i gruppi erano disposti a morire'; e per gli slavi 'non era questione di vita o di morte' come invece per i tedeschi che avevano bisogno di "Lebensraum" ('spazio vitale') e 'che mettevano in gioco non solo i loro beni ma le loro stesse vite nella speranza di costruirsi il futuro in un nuovo paese'. Gli slavi, dopotutto, potevano spostarsi in Siberia (48).

E' degno di nota il fatto che Carr inizi il suo scritto 'con la bava alla bocca' per le malvagità della correttezza politica, cioè per i tentativi di pochi sbandati di fare i conti con alcune verità della nostra storia. Si tratta di un atteggiamento assai diffuso; anzi per il "Times" quando si affronta questo argomento è la norma. In un caso tipico, un altro critico del "Times", con parole piene di amarezza, scrive che un certo romanzo su Colombo "aderisce strettamente alla nuova tendenza multiculturale", analizzando in particolare quelli che l'autore considera "gli effetti devastanti sulle popolazioni indigene in seguito all'arrivo di Colombo nel Nuovo Mondo", inclusa "la presunta morte di migliaia di persone". Chi se non un 'multiculturalista' alla moda potrebbe credere che gli effetti della Conquista furono 'rovinosi' o potrebbe 'supporre' che 'migliaia' di americani indigeni morirono? Un altro recensore del medesimo libro su Colombo, sempre sul "Times", l'ex critico letterario di "Newsweek" Paul Prescott, si unisce al coro con una denuncia isterica di quell'autore colpevole di aver scritto che gli spagnoli danneggiarono gli indigeni di Hispaniola e di aver soppresso un'altra parte della storia 'in modo politicamente poco corretto': in particolare che i nativi "raccontarono a [Colombo] che il loro problema più immediato era costituito dal fatto che i Carib erano soliti mangiarseli". Prescott non spiega in quale modo gli indigeni avrebbero 'raccontato' questa triste storia a Colombo, e perché non esiste alcuna documentazione storica di quel 'problema' nei resoconti del contemporaneo Las Casas, il quale anzi negò l'accusa di cannibalismo inventata da Colombo (49).

E' quindi legittimo pensare che l'estremamente grossolana, ma efficace, campagna propagandistica sulla conquista delle istituzioni culturali da parte dei fascisti di sinistra fosse motivata in parte dall'approssimarsi del quinto centenario della Conquista e dal pericolo che questo potesse suscitare qualche 'autocritica' o, persino, 'rimorso'.


Note:

N. 45. John Underhill, John Mason, e William Bradford. Vedi Laurence Hauptman, in Hauptman e Wherry, "Pequots". Salisbury, "Manitou", 218n.n. Per approfondimenti, vedi Jennings, "Invasion".
N. 46. Robert Venables, 'The Cost of Columbus: Was There a Holocaust?', "View from the Shore", Northeast Indian Quarterly (Cornell, autunno 1990). Rio Sumpul, vedi Chomsky, "Towards a New Cold War".
N. 47. Per dettagli, vedi Chomsky, "At War with Asia", p. 102-3.
N. 48. Carr, "New York Times Book Review", 22 marzo 1992. Sarà forse interessante la risposta di Carr alle osservazioni qui riportate, apparse in "Lies of Our Times", maggio 1992. "L'idea che siano esistiti, nella storia americana, episodi nei quali nessuna delle parti si è comportata meglio di animali sanguinari sembra troppo moralmente complessa per essere sopportata da molti" (Lettere, "New York Times Book Review", 23 agosto 1992, inserita senza pertinenza in una risposta ad una critica su argomenti completamente diversi). Lascio al lettore il compito di ricostruire l'analogia nazista.
N. 49. Il recensore regolare del "Times" Michio Kakutani, "New York Times", 28 agosto. Prescott, "New York Times Book Review", 20 settembre 1992; recensioni di Jay Parini, "Bay of Arrows". Sulla mitologia del cannibalismo che tanto incanta gli ideologi occidentali, vedi Sale, "Conquest". L'etnostorico Jalil Sued-Badillo scrive che "Ricerche archeologiche fino al giorno d'oggi non hanno potuto confermare pratiche cannibalistiche in America"; "Monthly Review", luglio-agosto 1992. Per un resoconto di seconda mano sul cannibalismo rituale nel Nordamerica, vedi Axtell, "Invasion", p. 263. Per testimonianze indiane, Jennings, "Empire", p. 446-447.


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Nessuno pu˛ uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.