Anno 501 la conquista continua (indice)
PARTE PRIMA.VINO VECCHIO IN BOTTIGLIE NUOVE.

Capitolo 1.
LA GRANDE IMPRESA DELLA CONQUISTA.

3. GESTI Dl BENEVOLENZA.

Dopo le conquiste della metà dell'800, i commentatori newyorchesi osservarono con orgoglio che gli Usa erano "l'unico paese che non ha mai cercato e non cercherà mai di impadronirsi di un metro di territorio con la forza delle armi". "Di tutti i vasti domini della nostra grande confederazione sui quali sventola la stella lucente della nostra bandiera, non un solo piede di essi è stato conquistato con la forza o con spargimento di sangue"; ai membri superstiti della popolazione indigena non è mai stata chiesta la conferma di questo giudizio. Gli Stati Uniti sono l'unico paese che "si espande in virtù dei propri meriti". Un fatto naturale questo dal momento che "tutte le altre razze... devono inchinarsi e scomparire" di fronte "alla grande opera di assoggettamento e di conquista portata avanti dalla razza anglosassone" senza l'uso della forza. Vari eminenti storici contemporanei hanno accettato questa illusoria immagine del loro paese.

Samuel Flagg Bemis scrisse nel 1965 che "l'espansione americana in un continente praticamente vuoto non spogliò arbitrariamente alcuna nazione"; nessuno potrebbe del resto pensare ad un'ingiustizia trattandosi di indiani 'abbattuti' insieme agli alberi. Arthur M. Schlesinger, da parte sua, aveva già descritto Polk come "uno degli uomini immeritatamente dimenticati della storia americana". Colui che "portando la bandiera fino al Pacifico diede all'America la sua dimensione continentale e assicurò la sua futura importanza nel mondo", una valutazione realistica, anche se non nel senso voluto dall'autore (36).

Queste posizioni non potevano facilmente sopravvivere al risveglio culturale degli anni '60, almeno fuori dei circoli intellettuali nei quali ci vengono regolarmente impartite lezioni su come "per 200 anni gli Stati Uniti hanno mantenuto quasi senza macchia gli ideali originali dell'Illuminismo... e, soprattutto, l'universalità di questi valori" (Michael Howard, tra i tanti). E ancora "benché stiamo raggiungendo le stelle e abbiamo portato benefici senza pari alle genti meno fortunate di noi, le nostre motivazioni non sono state comprese ed i nostri progetti militari hanno suscitato vasti sospetti", scrisse nel 1967 Richard Morris, un altro importante storico, riflettendo sul "triste" fatto che gli altri non riuscivano a capire la nobiltà della nostra causa in Vietnam, un paese "assediato dalla sovversione interna e dall'aggressione straniera" (cioè da parte dei vietnamiti). Scrivendo nel 1992 sulla "immagine che hanno di sé gli americani", il corrispondente del "New York Times" Richard Bernstein nota con inquietudine che "molti, cresciuti durante la contestazione degli anni '60, non hanno mai riacquistato quella fiducia nella buona essenza dell'America e del suo governo così diffusa negli anni precedenti", un fatto che da allora ha suscitato grande preoccupazione nei manager della cultura (37).

Del resto, a ben vedere, i modelli culturali fondamentali dei tempi della prima Conquista persistono nell'era contemporanea. Mentre in Guatemala il massacro della popolazione indigena da parte dell'esercito andava assumendo le caratteristiche di un genocidio, Ronald Reagan ed i suoi funzionari, esaltando gli assassini come democratici e progressisti, informarono il Congresso che gli Stati Uniti avrebbero fornito loro armi "per rafforzare il miglioramento della situazione dei diritti umani registratosi in seguito al golpe del 1982" che portò al potere Rios Montt, forse il più pericoloso criminale del paese. Tuttavia, come osservò il "General Accounting Office" del Congresso, il Guatemala normalmente riceveva equipaggiamenti militari Usa direttamente tramite accordi commerciali autorizzati dal Ministero del Commercio, senza contare quel network internazionale di trafficanti d'armi sempre pronti a sterminare le 'bestie dei campi e della foresta' se c'è la possibilità di ottenerne un profitto. I reaganiani da una parte sostennero le organizzazioni terroristiche che seminavano morte dal Mozambico all'Angola e, dall'altra, si guadagnarono il rispetto dei circoli liberali e di sinistra con quella 'diplomazia discreta' grazie alla quale i loro amici sudafricani riuscirono a provocare negli stati vicini, tra il 1980 ed il 1988, danni per oltre 60 miliardi di dollari ed un milione e mezzo di morti. Gli effetti più devastanti della generale catastrofe del capitalismo negli anni '80 si ebbero ancora una volta in quei due continenti: l'Africa e l'America Latina (38).

Per quanto riguarda quest'ultima potremmo ricordare come uno dei più noti killer del Guatemala, il generale Hector Gramajo, fu ricompensato per il ruolo svolto nel genocidio delle popolazioni sugli altipiani con una borsa di studio presso la scuola di governo "John F. Kennedy" dell'Università di Harvard - molto appropriato, visto il decisivo contributo dato da Kennedy alla teoria della controguerriglia (termine tecnico per descrivere il terrorismo internazionale condotto dalle grandi potenze). Questo particolare dovrebbe rassicurare i professori di Cambridge dimostrando loro che Harvard non è più un pericoloso centro di sovversione.

Mentre conseguiva la sua laurea presso quell'università, Gramajo, in un'intervista all'"Harvard International Review", diede un'interpretazione piuttosto sfumata del proprio ruolo nel genocidio. Egli si attribuì il merito del "programma sociale di 'sviluppo 70-30%' portato avanti dal governo guatemalteco durante gli anni '80 per controllare persone ed organizzazioni che gli si opponevano". Gramajo, sottolineando le novità di quel progetto, sostenne poi: "Abbiamo creato una strategia più umanitaria, meno dispendiosa, più compatibile con il sistema democratico. Essa è stata attuata [nel 1982] con il programma di intervento civile che consiste nell'aiutare lo sviluppo del 70% della popolazione e nell'eliminare il rimanente 30%. La strategia precedente era di ucciderne il 100%". Questo sarebbe stato, spiegò poi Gramajo, un "approccio più sofisticato" del precedente, invece grossolano, secondo il quale bisognava "ucciderli tutti per raggiungere l'obiettivo" di controllare il dissenso.

Non sarebbe giusto quindi, secondo il giornalista Alan Nairn (che aveva rivelato le origini Usa degli squadroni della morte centroamericani), descrivere Gramajo come "uno dei più importanti assassini di massa dell'emisfero occidentale", solo quando fu denunciato per crimini orrendi. A questo punto possiamo anche capire perché l'ex direttore della Cia William Colby, che aveva avuto qualche esperienza in materia nel Vietnam, mandò a Gramajo una copia delle sue memorie con la seguente dedica: "Ad un collega, nel comune sforzo di trovare una strategia di controguerriglia compatibile con la democrazia e le norme del vivere civile", stile Washington.

Data la sua comprensione dei diritti umani, del vivere civile e della democrazia, non sorprende il fatto che Gramajo compaia nella rosa dei candidati prescelti dal Dipartimento di Stato per le elezioni del 1995. A conferma di queste notizie il bollettino "Central America Report" sul Guatemala riferisce, citando la newsletter "Americas Watch", che la borsa di studio ad Harvard sarebbe stato "il mezzo scelto dal Dipartimento di Stato per avviare Gramajo" al suo futuro impegno, e ricorda le parole di un funzionario del Senato statunitense: "Non c'è dubbio che si tratta del loro uomo laggiù". Gramajo "alto ufficiale nei primi anni '80, quando l'esercito guatemalteco avrebbe ucciso decine di migliaia di persone, in gran parte civili... è considerato un moderato dall'ambasciata americana", riferisce il giornalista Kenneth Freed citando un diplomatico occidentale, ed assicurandoci della "ripugnanza" di Washington per le azioni delle forze di sicurezza guatemalteche da lei stessa sostenute e lodate. Il "Washington Post" riferisce che molti uomini politici guatemaltechi prevedono una vittoria elettorale di Gramajo, esito probabile se si tratta dell'uomo del Dipartimento di Stato Usa. In questa prospettiva vi è stato il tentativo di ripulire un po' l'immagine di Gramajo, ed il generale rilasciò al "Post" una nuova edulcorata versione della sua intervista sui programmi civili del 70-30%. "L'intervento del governo doveva riguardare per il 70% lo sviluppo e per il 30% lo sforzo militare. Non mi riferivo alle persone". Peccato che si fosse espresso così malamente - o, per meglio dire, così onestamente - prima che si sentissero gli effetti dei corsi di Harvard (39).

Non è inverosimile che i padroni della terra, incontrandosi alle conferenze dei G-7, abbiano cancellato dalle loro mappe grosse parti dell'Africa e dell'America Latina, abitate da popoli 'inutili' che non trovano posto nel Nuovo Ordine Mondiale, ai quali si aggiungeranno presto anche vasti settori delle stesse società del Nord.

La diplomazia Usa vede l'America Latina e l'Africa in un'ottica non molto diversa. Secondo numerosi progetti il ruolo dell'America Latina è quello di fornire materie prime ed un clima favorevole agli affari ed agli investimenti. Se questo si può conseguire tramite elezioni i cui risultati salvaguardino gli interessi economici, va bene. Se poi invece quell'obiettivo richiedesse l'uso del terrore di stato "per distruggere definitivamente una minaccia all'attuale struttura dei privilegi socio-economici, tramite l'eliminazione della partecipazione politica della maggioranza numerica...", sarà un peccato, ma sempre preferibile alla possibilità che quei paesi divengano realmente indipendenti. Le parole qui riportate sono quelle usate dall'esperto di America Latina, Lars Schoultz, per descrivere gli obiettivi perseguiti dagli apparati per la 'sicurezza nazionale' Usa fin dai tempi di Kennedy. Per quanto riguarda l'Africa, il capo della pianificazione politica del Dipartimento di Stato, George Kennan, assegnando ad ogni parte del Sud una precisa funzione nel Nuovo Ordine Mondiale dell'era post-bellica, raccomandò che quel continente fosse "sfruttato" per assicurare la ricostruzione dell'Europa e per dare agli Europei "quell'obiettivo concreto che tutti confusamente stanno da tempo cercando... ", un più che necessario "lift" psicologico nelle difficoltà del dopoguerra. Tali consigli sono così chiari da non richiedere né commenti, né precisazioni (40).

Del resto gli episodi di genocidio dell'era colombiana o di Vasco de Gama non sono affatto limitati alle regioni conquistate del Sud, come ampiamente dimostrato dalle gesta compiute cinquant'anni fa dal paese guida della civiltà occidentale. Durante questi 500 anni, vi sono stati selvaggi conflitti tra i paesi del Nord che spesso, particolarmente in questo terribile secolo, ne hanno travalicato i confini. La maggior parte dei popoli della Terra assiste a questi conflitti come se fosse di fronte a dei regolamenti di conti tra spacciatori di droga o mafiosi. L'unico interrogativo che si pone è su chi si guadagnerà il diritto di rubare e ammazzare nel Sud del mondo. Nel dopoguerra, sono stati gli Stati Uniti ad assumere la funzione di gendarmi mondiali, a difesa degli interessi del privilegio. In quest'impresa hanno accumulato una lista impressionante di aggressioni, attacchi terroristici a livello internazionale, massacri, e si sono resi responsabili dell'uso della tortura, di guerre batteriologiche e chimiche, di abusi dei diritti umani di ogni tipo. Questo non è sorprendente; è una 'logica' conseguenza della Conquista. Ne c'è da stupirsi che l'occasionale documentazione di questi fatti, assai lontani dalla tradizione ufficiale, susciti le ire dei 'commissari politici' dell'ideologia del sistema.

Si potrebbe notare che anche questo non è nuovo. Sin dall'epoca della Bibbia, raramente sono stati ben accolti i portatori di messaggi scomodi; gli 'uomini responsabili' sono i falsi profeti, che preferiscono raccontare storie più confortanti. La descrizione dell''annientamento delle Indie' del testimone oculare Las Casas era disponibile, in teoria, sin dal 1552. Ma da allora quell'opera non è stata certo argomento di discussione letteraria. Nel 1880, Helen Jackson scrisse una pregevole storia del 'secolo del disonore', una "triste denuncia della malafede, dei patti violati e di atti di violenza talmente inumana da far arrossire di vergogna chiunque ami il proprio paese", come scrisse nella prefazione del volume il vescovo H. B. Whipple del Minnesota. Pochi arrossirono, persino quando fu ristampato di nuovo nel 1964 ("ristampa limitata a non più di 2000 copie"). Inoltre dobbiamo ricordare come coloro che volevano l'abolizione della schiavitù, in seguito così celebrati, ai loro tempi non lo furono affatto. Al contrario, come scrisse Mark Twain nei suoi saggi anti-imperialisti, molto poco conosciuti, essi furono "disprezzati, ostacolati e insultati, dai 'patrioti'", "solo ai morti è concesso dire la verità". La prima serie di questi saggi venne pubblicata solamente nel 1992; il curatore dell'opera ha sottolineato come l'importante ruolo di Twain nella Lega anti-imperialista, una delle occupazioni a cui più si dedicò nei suoi ultimi dieci anni di vita, "sembra non essere stata citata in nessuna delle sue biografie". Come non ricordare poi l'assassinio nel novembre del 1989 di sei intellettuali gesuiti nel Salvador da parte del battaglione "Atlacatl", addestrato dagli Stati Uniti, che tanto sdegno ha provocato nel nostro paese. Essi furono uccisi, scrivono John Hassett e Hugh Lacey nell'introduzione del loro lavoro, "per il ruolo da essi giocato come "intellettuali, ricercatori, scrittori ed insegnanti" nell'esprimere la loro solidarietà con i poveri" (corsivo degli autori). E non esiste metodo più sicuro di annientarli per sempre che quello di sopprimere anche le loro parole - praticamente sconosciute, passate sotto silenzio, nonostante i problemi che affrontavano fossero al centro della principale controversia di politica estera del decennio (il Centroamerica) segnato dalla loro uccisione e da quella dell'arcivescovo Romero, anch'egli ignorato e dimenticato. I dissidenti sovietici saranno anche stati onorati in Occidente, ma in patria venivano considerati 'rispettabili moderati' coloro che sostenevano le verità ufficiali e rimproveravano aspramente gli 'apologeti dell'imperialismo'.

In verità, personaggi come Las Casas vengono saltuariamente rispolverati per dimostrare la nostra bontà di fondo. Secondo l'"Economist" di Londra "la catastrofe demografica che si abbatté sull'America Latina fu... causata non dalla malvagità ma dall'errore umano e da una sorta di fato, dalle ruote della macina del cambiamento storico". Il settimanale aggiunge poi che: "Quando ebbero luogo crudeltà ed atrocità, gli storici ne sono venuti a conoscenza proprio per via della sete di giustizia della Spagna del '500, perché quegli atti furono denunciati dai moralisti oppure registrati e puniti nei tribunali". E, fatto ancor più importante, i conquistatori, mentre massacravano, torturavano e assoggettavano, "erano in buona fede e convinti" di dare alle loro vittime "un ordine divino"; il che dimostra la stoltezza dei 'folli' che smaniano sulla "selvaggia ingiustizia degli europei" (Adam Smith). Avviandoci alla conclusione di questo argomento basta ricordare che Colombo, come dichiarò lui stesso, non voleva altro che "prendersi cura degli Indiani e proteggerli da ogni male o danno". Quale miglior prova della nobiltà delle nostre radici culturali che la tenera sollecitudine di Colombo e la sete di giustizia degli spagnoli?

Curioso il fatto che il più autorevole storico del tempo, Las Casas, avesse scritto nel suo testamento: "Credo che a causa di questi atti empi, criminali ed ignobili commessi così ingiustamente in modo orribile e barbaro, Dio riverserà sulla Spagna tutta la Sua collera e la Sua furia, perché quasi tutta la Spagna ha avuto una parte di quelle ricchezze macchiate di sangue, trafugate al prezzo di un così grande massacro e di tale rovina" (41).

L'orribile storia di quel che veramente accadde, anche quando viene presa in considerazione, viene trattata come insignificante, se non come prova della nostra nobiltà d'animo. Ma questo è ovvio. Il più potente boss mafioso è colui che spesso controlla anche il sistema dottrinario ufficiale. Uno dei grandi vantaggi dell'essere ricchi e potenti è quello di non essere mai obbligati a dire 'mi dispiace'. Ed è qui che, al termine dei primi 500 anni dell'Ordine Mondiale, sorgono gli interrogativi sulla morale e la cultura dei settori privilegiati dei paesi che dominano il mondo.

Note:

N. 36. Hietala, "Manifest Design", p. 193, 170, 259, 266.
N. 37. Howard, "Harper's", marzo 1985. Morris, "American Revolution", p. 4, 124. Bernstein, "New York Times", 2 febbraio 1992.
N. 38. "Military Sales: the United States Continuing Munitions Supply Relationship with Guatemala", U.S. General Accounting Office (Gao) gennaio 1986, relazione fatta al Committee on Foreign Affairs, House of Representatives, p. 4. 'Inter-Agency Task Force, Africa Recovery Program/Economic Commission', "South African Destabilization: the Economic Cost of Frontline Resistance to Apartheid", New York, Onu, 1989, p. 13, citato in Merle Bowen, "Fletcher Forum", inverno 1991.
N. 39. "Central America Report", 22 novembre 1991. "Economist", 20 luglio 1991. Freed, "Los Angeles Times", 7 maggio 1990. Shelley Emling, "Washington Post", 6 gennaio 1992. Gramajo si è rifiutato di rispondere alle accuse del tribunale ed è stato dichiarato colpevole in contumacia per le numerose violazioni dei diritti umani; ai querelanti furono riconosciuti più di 10 milioni di dollari come indennizzo - senza dubbio a carattere simbolico.
N. 40. Vedi Chomsky, "On Power and Ideology", Lect. 1; "Deterring Democracy", cap. 1. In generale, vedi Kolko, "Confronting". Schoultz, "Human Rights", p. 7.
N. 41. Jackson, "Century. Zwick, Mark Twain's Weapons", p. 190, 162. Hassett e Lacey, "Towards a Society". Chomsky, "Deterring Democracy", cap. 12. "Economist", 21 dicembre 1991. Las Casas, citato in Todorov, "Conquest", p. 245.

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Nessuno pu˛ uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.