Archivio Web Noam Chomsky
Anno 501 la conquista continua (indice)


PARTE PRIMA.
VINO VECCHIO IN BOTTIGLIE NUOVE.


Capitolo 3.
NORD-SUD / EST-OVEST.

1. L'URSS, UN'IMMENSA MELA MARCIA

Nel più ampio contesto che abbiamo appena descritto, la guerra fredda può essere intesa come una fase circoscritta di quel conflitto Nord-Sud che ha caratterizzato l'era colombiana. Una fase forse unica per durata ed estensione ma, sotto molti aspetti, simile ad altre che l'avevano preceduta. Già prima della Conquista, l'Europa occidentale ed orientale erano divise da una sorta di linea immaginaria che passava attraverso la Germania. "Dalla metà del quindicesimo secolo", scrive Robert Brenner, "nella maggior parte dell'Europa Occidentale vennero meno alcune delle ragioni della crisi e ci fu un nuovo periodo di espansione economica". Le comunità contadine di quella parte d'Europa, da tempo "consolidatesi e ben organizzate", "con forti tradizioni di lotte (spesso con esiti positivi) per i loro diritti" ed "una vastissima rete di istituzioni locali con funzioni economiche e di autogoverno", furono in grado di spezzare "i vincoli feudali che le legavano alla terra ed ottenere così piena libertà". All'Est invece "la servitù della gleba si sviluppò vertiginosamente", aprendo la strada allo "sviluppo del sottosviluppo". In Polonia, per esempio, alla metà del sedicesimo secolo la produzione complessiva raggiunse livelli che non sarebbero stati più toccati per circa duecento anni. "Lo scarso grado di 'solidarietà di villaggio' nell'Europa dell'Est... sembra essere collegata al caratterizzarsi di quelle regioni come società coloniali", sotto "la guida di signori latifondisti". Come osserva Leften Stavrianos, il Terzo Mondo "fece la sua prima apparizione nell'Europa dell'Est"; quest'ultima già dal quattordicesimo secolo aveva cominciato a fornire materie prime alle nuove industrie tessili e metallurgiche dell'Inghilterra e dell'Olanda per incamminarsi poi lungo la via (ora nota) del sottosviluppo, mentre le dinamiche dei commerci e degli investimenti prendevano il loro corso naturale, sovrapponendosi a modelli sociali divergenti. L'insieme di tali processi ben presto fece "dell'Est, forse la prima colonia dell'Europa, un Terzo Mondo del sedicesimo secolo che forniva materie prime agli industriali dell'Ovest, un terreno di prova per banchieri e finanzieri che misero in pratica ciò che più tardi avrebbero perfezionato in terre più lontane" (John Feffer). La Russia, da parte sua, era talmente vasta e forte militarmente che la sua subordinazione all'economia occidentale non si realizzò pienamente che nel diciannovesimo secolo quando il paese era ormai avviato sulla strada del Sud, con un impoverimento generalizzato ed i settori chiave dell'economia in mani straniere.

Un viaggiatore cecoslovacco nella Russia di fine '800 descriveva come, man mano che ci si muoveva verso est, scomparivano i caratteri tipici dell'Europa sino a ridursi alle ferrovie ed a qualche albergo: "Il proprietario terriero aristocratico arreda la sua casa alla maniera europea; anche le fabbriche, che si moltiplicano continuamente nella campagna, sono oasi europee. Tutta l'attrezzatura tecnica è europea: ferrovie, fabbriche e banche...; l'esercito, la marina militare ed in parte anche la burocrazia". La partecipazione del capitale straniero nelle ferrovie russe raggiunse il 93% nel 1907, e lo stesso dicasi per i capitali, prevalentemente francesi, destinati allo sviluppo, mentre il debito aumentava rapidamente e la Russia assunse le caratteristiche tipiche di un paese del Terzo Mondo. Così nel 1914 stava "diventando un possedimento semicoloniale del capitale europeo" (Theodor Shanin).

"Molti russi, quali che fossero le loro idee politiche, erano profondamente risentiti per lo status semicoloniale assegnato al loro paese nell'Occidente", scrive Z. A. B. Zeman, aggiungendo poi: "La rivoluzione bolscevica fu, in un certo senso, la reazione di una società in via di sviluppo, essenzialmente agricola, contro l'Occidente con il suo egocentrismo politico, l'avarizia economica e gli sprechi militari. L'attuale divario Nord-Sud tra i paesi ricchi e quelli poveri, con tutte le tensioni che ha creato nel ventesimo secolo, ha avuto i suoi precedenti europei nei rapporti Est-Ovest". Al di là della Russia, nell'800 ed all'inizio del '900 "i contrasti tra l'Est e l'Ovest europeo... divennero più stridenti di quanto non lo fossero mai stati", aggiunge Zeman, e rimasero tali tra le due guerre in gran parte dell'Europa Orientale (1).

La presa del potere da parte dei bolscevichi, nell'ottobre del 1917, ben presto seguita dalla scomparsa delle precedenti tendenze socialiste e dall'abolizione pratica di qualsiasi forma di organizzazione operaia o popolare autonoma, fece uscire l'Urss dalla sua condizione di periferia dominata dall'Ovest, innescando l'inevitabile reazione di quest'ultimo, a cominciare dall'intervento militare di Gran Bretagna, Francia, Giappone e Stati Uniti. Fu questa, sin dall'inizio, la vera ragione della guerra fredda.

La logica dell'intervento in Urss non fu sostanzialmente diversa, se non per la rilevanza del problema e del soggetto, da quella che avrebbe portato all'invasione di Grenada o del Guatemala. La Russia bolscevica era un paese 'radical-nazionalista', 'comunista' nel senso che il sistema dottrinario occidentale dà a questa parola, cioè 'riluttante a servire le economie industriali dell'Occidente'; in realtà non era affatto 'comunista' o 'socialista' nel senso letterale della parola, dal momento che gli elementi significanti di quel tipo, presenti nel periodo prerivoluzionario, erano stati rapidamente soffocati. Un'altra delle ragioni dell'intervento fu, inoltre, la preoccupazione occidentale che anche se non costituiva certo una minaccia militare, l'esempio bolscevico esercitava un'innegabile attrazione nel Terzo Mondo. La "sua stessa esistenza... era un incubo" per i politici Usa, osserva Melvyn Leffler, "ecco un paese totalitario con un'ideologia rivoluzionaria che esercita una forte attrazione sui popoli del Terzo Mondo decisi a sbarazzarsi del dominio occidentale ed a compiere rapidi progressi economici". I funzionari americani ed inglesi, come abbiamo già visto, temevano che quel fascino giungesse persino a tentare i lavoratori dei paesi industrializzati.

L'Unione Sovietica, in altre parole, era un'immensa 'mela marcia'. Adottando la logica di fondo e la retorica del conflitto Nord-Sud, si sarebbe potuta dunque giustificare l'invasione occidentale post-rivoluzionaria dell'Urss come un'azione difensiva "in risposta ad un "intervento" grave e dalle "profonde conseguenze" del nuovo governo sovietico negli affari interni sia dell'Occidente che di ogni altro paese del mondo", una risposta alla "sfida della rivoluzione... alla sopravvivenza stessa dell'ordine capitalistico". Come affermò lo storico della diplomazia John Lewis Gaddis, "la sicurezza degli Stati Uniti" era quindi "in pericolo" già dal 1917, non solo nel 1950, e l'intervento fu perciò pienamente giustificato in quanto legittima difesa contro il cambiamento dell'ordine sociale in Russia e le dichiarate intenzioni rivoluzionarie dei bolscevichi (2).

La "rapida crescita economica" dell'Urss suscitò un certo interesse nel Sud - e nello stesso tempo i timori dei leader occidentali. Nella sua ricerca del 1952 sullo sviluppo tardivo, Alexander Gerschenkron descrive "l'aumento di circa sei volte della produzione industriale sovietica" come "il maggiore ed il più lungo [scatto in avanti] nella storia dello sviluppo industriale del paese", anche se questa "grande trasformazione promossa dal governo sovietico" aveva "se mai, solo in parte" a che fare con "l'ideologia marxista, o con qualsiasi altra ideologia socialista"; ed era stata attuata a caro prezzo in termini di vite umane. Dieci anni più tardi Simon Kuznets, nei suoi studi sulle tendenze a lungo termine dello sviluppo economico, collocava la Russia tra i paesi con il più alto ritmo di crescita della produzione pro capite nell'arco di un secolo, insieme al Giappone e la Svezia, mentre gli Usa - i quali erano partiti già avvantaggiati - non andavano oltre la metà della classifica, appena prima dell'Inghilterra (3).

La minaccia 'ultranazionalista' si fece ancora più grave dopo che l'Urss, grazie al ruolo determinante giocato nella sconfitta di Hitler, assunse il controllo dell'Europa Orientale e di parte di quella Centrale, sottraendo anche queste regioni al dominio occidentale. All'indomani della Seconda guerra mondiale, la 'mela marcia' era così enorme - oltre che militarmente possente - ed il 'virus' che spargeva talmente pericoloso, che il conflitto Est-Ovest, da aspetto particolare di quello Nord-Sud, assunse una sua realtà autonoma. Molto prima che Lenin e Trotzkij salissero al potere, la minaccia del 'comunismo' e dell''anarchia' era stata regolarmente invocata dal complesso finanza-governo-stampa per giustificare la violenta repressione dei tentativi dei lavoratori di organizzarsi e di ottenere i loro diritti fondamentali. Successivamente, negli Stati Uniti, l'amministrazione Wilson perfezionò quelle tecniche di disinformazione e colse l'occasione della salita al potere dei bolscevichi per sopprimere il movimento operaio e la libertà di pensiero, con il sostegno della stampa e delle grandi imprese. Da allora quel modello è stato applicato costantemente. La rivoluzione d'Ottobre sarebbe stata usata tra l'altro anche per giustificare gli interventi nel Terzo Mondo facendosi passare per una 'difesa contro l'aggressione comunista', qualunque fosse il contesto locale. Il convinto appoggio americano a Mussolini, a partire dalla marcia su Roma del 1922, e più tardi il sostegno ad Hitler, si basavano sull'idea che il fascismo ed il nazismo fossero frutto di una comprensibile, anche se a volte estrema, reazione al molto più pericoloso bolscevismo - un pericolo ovviamente interno a quei paesi, dal momento che nessuno pensava ad un'invasione dell'Armata Rossa. Analogamente, gli Usa dovettero in un primo tempo invadere il Nicaragua per proteggerlo dal bolscevismo messicano e cinquant'anni dopo attaccare il Nicaragua per proteggere il Messico dal bolscevismo nicaraguense. E' incredibile quanto sia adattabile l'ideologia dominante.

Per poter sostenere che un qualsiasi potenziale bersaglio fosse un avamposto del Cremlino (o, in seguito, di Pechino) la realtà dei fatti è stata regolarmente stravolta. Nel 1950, quando gli Usa decisero di sostenere la repressione del nazionalismo vietnamita da parte di Parigi, Washington affidò ai servizi segreti il compito di dimostrare che Ho Chi Minh era un fantoccio di Mosca o di Pechino (tutti e due andavano bene). Malgrado i grandi sforzi, furono trovate le prove di "congiure dirette dal Cremlino" in "quasi tutti i paesi tranne che nel Vietnam", dove sembrava esserci "una situazione anomala". E non si riuscì nemmeno ad individuare l'esistenza di legami con la Cina. Allora tutto fu subito chiaro: Mosca considerava i Viet Minh "talmente leali da lasciare che prendessero le loro decisioni senza essere sorvegliati". Così proprio la mancanza di ogni contatto venne presentata come la prova della diabolicità dell'Impero del Male. Un'interessante variante su questo tema è costituita dal caso del Guatemala. Mentre gli Usa si preparavano a rovesciarne il governo, un funzionario della locale ambasciata sostenne che l'approvazione da parte dell'Osa (Organizzazione degli Stati Americani) di una risoluzione per la messa al bando delle forniture di armi e degli agenti comunisti "ci metterebbe in grado di fermare le navi, incluse le nostre, in modo tale da sconvolgere l'economia guatemalteca", e così arrivare ad un golpe pro-Usa o ad una maggiore influenza comunista, che a sua volta "giustificherebbe l'adozione... di ancor più dure misure" da parte americana, anche unilaterali. Sulla base di questi ragionamenti, una costante della politica estera Usa è stata quella di usare mezzi quali l'embargo, il terrore e la minaccia di ancora maggiori violenze per indurre i paesi sotto pressione a rivolgersi all'Urss rivelandosi così come tentacoli della congiura sovietica che ci vuole strangolare. Questa tattica fu usata contro il Guatemala ed il Nicaragua in modo molto grossolano, ma riuscì lo stesso ad avere un grande successo presso una certa cerchia intellettuale estremamente conformista (4).


Note:

N. 1. Brenner, in Aston e Philpin, "Brenner Debate", 277n.n., 40n.n. Stavrianos, "Global Rift", cap. 3, 16. Feffer, "Shock Waves", p. 22. Shanin, "Russia" (citando lo storico D. Mirsky). Zeman, "Communist Europe", p. 15-16 (citando T. Masaryk), p. 57-8. Gerschenkron, "Economic Backwardness".
N. 2. Leffler, "Preponderance", p. 359. Gaddis, "Long Peace", p. 10.
N. 3. Gerschenkron, "Economic Backwardness", p. 146, 150. Du Boff, "Accumulation", p. 176, citando Kuznets.
N. 4. Per dettagli sull'Indocina, vedi Chomsky, "For Reasons of State", p. 51-2. Sul Guatemala, Wood, p. 177. Sugli Usa ed il fascismo-nazismo, sul Messico, vedi Chomsky, "Deterring Democracy" cap. 1.3-4, 11. Sklar, "Washington's War", ed altre importanti opere sul Nicaragua.


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Nessuno pu˛ uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.