Archivio Web Noam Chomsky
Anno 501 la conquista continua (indice)


PARTE SECONDA.
I SOMMI PRINCIPI.


Capitolo 4.
DEMOCRAZIA E MERCATO.

4. IL KEYNESISMO MILITARE.

Il mondo è complicato; anche i progetti di successo hanno dei costi nascosti. "L'ossessione reaganiana per un'economia dell'offerta unita ad un certo keynesismo militare" non aveva avuto difensore più entusiasta del "Wall Street Journal" che adesso invece, nel momento in cui quelle politiche nuocciono alla ricchezza ed al potere, si lamenta dei loro, pur prevedibili, effetti. "L'istruzione superiore pubblica - uno dei pochi settori in cui l'America rimane al primo posto - è tartassata dai tagli al bilancio dei singoli stati", riferisce il "Journal", facendo eco alle preoccupazioni di quelle imprese che "dipendono in gran parte da un costante flusso di neolaureati" con una buona preparazione. Questa è una delle conseguenze, da tempo previste, dei tagli ai servizi forniti dal governo centrale alla popolazione (ad eccezione di quelli in favore dei ricchi e potenti) che hanno distrutto interi stati e comunità locali. La lotta di classe non è facile da sintonizzare.

I responsabili dell'economia nazionale negli anni '80 non solo hanno lasciato gli Usa con un debito pubblico e privato senza precedenti, ma anche con il più basso ritmo di investimenti privati netti tra i paesi industrializzati. Questi, nel corso degli anni '80, sono scesi al loro livello più basso (in proporzione al reddito nazionale) dai tempi della Seconda guerra mondiale. Mentre, negli anni 1989-1990, per quanto riguarda gli investimenti industriali, gli Stati Uniti, sebbene abbiano una popolazione due volte più numerosa, sono stati di gran lunga superati in valori assoluti dal Giappone. Washington in quel decennio ha anche perso delle posizioni nell'industria ad alta tecnologia. Un'altra eredità dell''ossessione reaganiana' è una diminuzione della spesa per la ricerca e lo sviluppo - come anche per la sanità e l'istruzione, tutti 'investimenti' per il futuro. Il grido d'allarme è stato lanciato a questo proposito dal "National Science Board", organismo di indirizzo politico della "National Science Foundation" (l'Istituto Nazionale delle Scienze) il quale, in uno studio del 1992, denunciava come la ricerca e lo sviluppo fossero scesi a livelli pericolosamente bassi. Dal 1985 gli investimenti delle società in questi settori che prima erano saliti costantemente, secondo il rapporto dell'Istituto, si sarebbero mantenuti stabili (considerando fermo il valore del dollaro). Se questa tendenza dovesse continuare, i loro effetti saranno "letali per la competitività Usa nel campo delle nuove tecnologie", ha dichiarato il co-presidente della "National Science Foundation". Biasimando errori di gestione e l'indebitamento delle società, l'Istituto ha inoltre sostenuto che gli Usa, per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo sono assai indietro rispetto ai loro principali concorrenti, e che i loro investimenti nel settore industriale non militare sono inferiori di almeno un 25%. Il debito delle imprese nel periodo reaganiano ha inoltre raggiunto livelli tali, scrive l'economista Robert Pollin, che "quando iniziò la recessione nel luglio del 1990, il pagamento degli interessi assorbiva il 44% dei profitti lordi, più del doppio della media degli anni '60 e '70". Secondo la "National Science Foundation" il ricorso al credito negli anni 1986-87 venne utilizzato per i consumi e la speculazione finanziaria, compresi mille miliardi di dollari spesi per varie fusioni e scalate, senza alcuna razionalizzazione dell'economia. E così si ebbe un aumento del debito ed un declino del 5% negli investimenti per la ricerca e per lo sviluppo delle imprese coinvolte in queste manovre speculative (rispetto ad un aumento del 5% delle altre società) (16).

La politica industriale degli Usa si è basata per quarant'anni sul 'sistema del Pentagono' che sovvenzionava costantemente il settore ad alta tecnologia e gli garantiva un mercato, ovviando alle eventuali carenze di gestione. Quando poi era necessario il sostegno del governo, si 'creava' facilmente una minaccia alla nostra esistenza: la guerra coreana nel 1950, 'l'inferiorità missilistica' nei confronti dell'Urss negli anni di Kennedy, l'imminente conquista del mondo da parte di Mosca e la 'finestra di vulnerabilità' tra gli ultimi anni di Carter ed i primi dell'amministrazione Reagan. La malafede era evidente in ciascuna di queste occasioni, ma la potenza ed il dispotismo sovietico erano sufficientemente reali, e questo bastava. Il massiccio intervento dello stato nell'economia diede così agli Usa un grande vantaggio rispetto all'Urss nei settori tecnologicamente avanzati. Il pericolo sovietico serviva "come un pilastro importante dell'economia", ammettono ora gli ideologi ed i dirigenti economici nel lamentare la fine di quella minaccia, che si poteva sempre invocare per continuare a ricevere gli aiuti del governo. All'indomani della Seconda guerra mondiale, furono le spese militari a consentire l'uscita dalla recessione, afferma un'economista della "Boston Federal Reserve Bank", e "non c'è mai stato un momento come quello attuale in cui un aumento della spesa militare avrebbe potuto significare di più per l'economia del paese". Molti economisti sostengono che il fattore principale alla base della recessione sotto l'amministrazione Bush sia stato proprio il taglio alle commesse militari - si tratta di ordini presso industrie che non solo hanno costituito un settore vitale della produzione di merci e servizi ma, con un importante effetto moltiplicatore, hanno creato posti di lavoro nelle società che producono beni di consumo destinati ai lavoratori relativamente ben pagati delle stesse industrie (belliche, N.d.C.) così redditizie grazie al sussidio dei contribuenti. "L'impatto è maggiore di quello che si ricava dalle cifre", fa notare l'economista conservatore Herbert Stein, dell'"American Enterprise Institute". "La brusca dissoluzione dell'Unione Sovietica" ha minato quel dispositivo che ha consentito lo sviluppo dell'economia dopo la Seconda guerra mondiale, scrive il corrispondente economico del "Times" Louis Uchitelle, ed ora "importanti aziende militari" quali la "General Electric" si trovano nei guai, come anche il settore dell'industria ad alta tecnologia (17).

Gli antichi pretesti sono spariti, e non è più così semplice tessere le lodi del libero mercato mentre ci si nutre alla mangiatoia dello stato. Occorrono nuovi espedienti.

Contemporaneamente, l'attenzione del governo e dell'industria si rivolge ad altri campi, in particolare quello delle biotecnologie. Come altri settori competitivi dell'economia, le industrie farmaceutiche, quelle per la ricerca medica e le grandi imprese agricole hanno sempre tratto vantaggi dai finanziamenti statali per la ricerca, lo sviluppo e la commercializzazione dei prodotti; questi settori adesso stanno acquistando una sempre maggiore importanza nella pianificazione per il futuro. Nei primi anni del dopoguerra, la ricerca scientifica ebbe un riflesso positivo per le aziende elettroniche e di computer. Oggi, secondo meccanismi assai simili, sono le ditte di biotecnologia a fiorire attorno a quegli stessi istituti di ricerca.

Il "Nih" ("National Institute of Health") è impegnato da tempo in quella che il "Wall Street Journal" ha definito "la più grossa corsa alla proprietà privata dai tempi di quella alla terra del 1889" ma, in questo caso, il contendere riguarda "il brevetto di migliaia di tratti di materiale genetico - il D.N.A. - che gli scienziati del "Nih" ritengono siano parti di geni ancora sconosciuti". L'obiettivo, spiega il "Nih", è di assicurare il predominio delle compagnie Usa nel campo dell'industria biotecnologica che, secondo il governo, "nel Duemila genererà redditi annuali di 50 miliardi di dollari" e, successivamente, ancor di più. Per citare solamente un esempio, il brevetto per una cellula di sangue umano potrebbe permettere ad una ditta della California di "controllare completamente il mercato per una vasta gamma di tecnologie salvavita". Secondo il "Journal" la biotecnologia è divenuta un affare con una decisione della Corte Suprema del 1980 che permise di brevettare un microrganismo, ottenuto con l'ingegneria genetica, capace di dissolvere il petrolio. Anche procedimenti medici quali il trapianto del midollo e le terapie con manipolazioni genetiche saranno protette da brevetto. Lo stesso potrebbe avvenire con gli animali ed i semi manipolati geneticamente.

Quel che qui è in questione è l'essenza della vita; al confronto l'elettronica si occupa di quisquilie.

I governi stranieri, quelli che potranno farlo, non sembra intendano accettare in silenzio tutto ciò. Contrarie sono anche le comunità scientifiche degli Usa e degli altri paesi che più volte hanno espresso il loro dissenso. Un ricercatore ha detto cinicamente che di questo passo, grazie agli sforzi congiunti dello stato e dell'industria, un giorno i genitori potrebbero essere costretti a pagare i diritti d'autore per i loro figli. La rivista "Science" riporta che durante un incontro alla "National Academy of Sciences" (Accademia Nazionale delle Scienze) è stato approvato "un duro comunicato con cui le comunità degli scienziati che si occupano di genetica, sia negli Usa che all'estero, si sono opposte con veemenza alle decisioni del "Nih"". I rappresentanti delle maggiori organizzazioni scientifiche Usa ed europee "hanno affermato che se sarà permesso al "Nih" di andare avanti, inizierà una corsa per il brevetto che distruggerà la collaborazione internazionale ed intralcerà la ricerca". La prima conferenza Nord-Sud sul genoma (l'insieme dei geni presenti nel corredo cromosomico aploide di una specie, N.d.C.) umano ha approvato all'unanimità una risoluzione nella quale si sostiene che "la proprietà intellettuale deve basarsi sull'uso che si fa delle sequenze dei geni piuttosto che sulle sequenze stesse", ed anche i più importanti scienziati europei hanno lanciato un appello per un trattato internazionale che vieti la possibilità di brevettarle in quanto tali. Un rappresentante dell'americana "Industrial Biotechnology Association" (Associazione per l'Industria Biotecnologica) ha fatto notare come, pur avendo delle riserve, l'industria "crede che il "Nih" non abbia altra scelta se non quella di presentare le domande di brevetto". La direttrice di questo istituto, Bernadine Healy, ha inoltre aggiunto che il "Nih" andrà avanti su questa strada allo scopo di "proteggere i suoi interessi - e quelli del contribuente", eufemismo questo usato generalmente per indicare coloro ai quali vanno i profitti ed i vantaggi delle politiche sociali negli stati capitalistici del welfare (per i ricchi).

Nel marzo del 1992, il senatore Mark Hatfield presentò una proposta di legge per la sospensione della concessione dei brevetti sugli organismi creati con l'ingegneria genetica ma, in seguito, la dovette ritirare perché "aveva provocato una forte opposizione dell'industria e soprattutto una massiccia campagna di pressioni da parte dell'"Industrial Biotechnology Association"", come sostiene la rivista specializzata del settore della ricerca medica. Anche alcuni funzionari dell'Amministrazione si opposero all'emendamento, come d'altra parte il Comitato sulla biotecnologia del Congresso. Una moratoria, ha affermato il segretario della "Health and Human Services", "ci porterebbe a rinunciare al vantaggio acquisito nella biotecnologia, un campo dove i diritti di brevetto sono la chiave per accedere ai grossi investimenti (privati) necessari per lo sviluppo dei prodotti". Intanto, una ricerca dell'"Accademy of Science and Engineering" ha proposto la formazione di una compagnia semigovernativa da 5 miliardi di dollari "per canalizzare i fondi del governo centrale federale verso la ricerca applicata privata": gli studi sono finanziati dallo stato ed i profitti vanno invece ai privati. Un altro rapporto, dal titolo "Il ruolo del governo nello sviluppo delle tecnologie civili: la costruzione di una nuova alleanza", invita a compiere ulteriori sforzi per approfondire quel rapporto tra governo ed industria così "stretto e di lunga data" che "ha contribuito alla nascita dell'industria biotecnologica commerciale". Il documento raccomanda inoltre la creazione di una "impresa per la tecnologia civile" finanziata dal governo con l'obiettivo di aiutare l'industria Usa nella commercializzazione delle sue tecnologie, favorendo la nascita di "imprese miste per il finanziamento ad alto rischio della ricerca e dello sviluppo in settori pre-commerciali". Queste società saranno 'cooperative' - nel senso che i contribuenti ne pagheranno i costi - fino al momento dello sviluppo del prodotto. Quando poi i costi diventeranno profitti, allora lo stato li regalerà all'industria privata (18).

La 'spregevole regola dei padroni' ha un corollario nelle società capitalistiche: finanziamenti pubblici, profitti privati.
Alcune settimane dopo la comparsa di questi documenti, il capo del progetto del "National Institute of Health" ("Nih") diede le dimissioni insieme a quasi tutto il suo staff per dar vita ad un laboratorio privato, con un finanziamento di 70 milioni di dollari concesso da un gruppo di capitalisti d'assalto. Il presidente dell'impresa finanziatrice "disse di essersi improvvisamente reso conto dell'esistenza di una gara internazionale per mettere sotto chiave il genoma umano", e che il "Nih" non aveva i fondi per vincere: "Mi sono detto: 'Mio Dio - se questa cosa non si farà negli Stati Uniti, sarà la fine della biotecnologia nel nostro paese'". Forse bisognerebbe dare qualche dollaro a questi benefattori che tentano di salvare l'economia nordamericana e che si terranno i diritti di qualsiasi prodotto verrà sviluppato con quelle ricerche! Gli scienziati "sono atterriti dalla possibilità che il genoma umano possa essere messo sotto chiave e diventi così proprietà degli investitori privati", notando anche che la tecnica usata per isolare il gene lascia ad altri gli aspetti scientifici, come la scoperta delle sue funzioni. Gli scienziati, nel complesso, vorrebbero un accordo internazionale per proibire tali brevetti ma, per il momento, continua la corsa per impadronirsi dell'industria delle biotecnologie del futuro (19).

Questi sviluppi hanno spinto gli Usa nel corso dei negoziati internazionali sui commerci e le tariffe ("Gatt") a richiedere con ancor più vigore una maggiore protezione per i 'diritti di proprietà sulle opere d'ingegno', brevetti inclusi. "L'interesse dell'America per le opere intellettuali non è certo una forma d'altruismo", scrive l'"Economist". Mentre la maggior parte degli altri paesi sviluppati registrano in questi settori forti deficit ed il Terzo Mondo è fuori gioco, gli Usa "nel corso del 1990 hanno registrato con il commercio delle idee, dai film ai microchip, un attivo di ben 12 miliardi di dollari". Il principale obiettivo che Washington si prefigge con le nuove misure protezionistiche è quello di far sì che le società americane dominino l'industria farmaceutica e quella agricola, mettendo le mani sui settori essenziali per la vita umana; e, così facendo, garantire enormi profitti per le compagnie Usa del settore. Secondo una ricerca del 1992 i prezzi dei 20 farmaci più prescritti hanno avuto un aumento, dal 1984 al 1991, pari a quattro volte il tasso d'inflazione portando alle imprese proventi astronomici; quasi la metà di quell'aumento annuo del 10% è stata destinata alle reti di vendita, ai profitti ed alle spese amministrative.

"La ricerca biomedica di base è stata a lungo finanziata dai contribuenti americani", scrive la pagina economica del "New York Times", ed "i prodotti farmaceutici più all'avanguardia sono nati grazie agli interventi ed agli scienziati del governo", finanziati con miliardi di dollari dei contribuenti. Ma chi, con le tasse, ha finanziato le ricerche di quei farmaci non li può acquistare a causa dei loro prezzi proibitivi, per non parlare della maggior parte della popolazione mondiale. La protezione dei 'prodotti d'ingegno' ha infatti lo scopo di garantire profitti monopolistici alle società finanziate dal governo, non di andare a beneficio di coloro che le pagano. Inoltre si propone anche di negare al Sud il diritto di produrre a basso costo farmaci, semi ed altri prodotti essenziali.

In base ad una logica simile, gli Usa si sono rifiutati di firmare un trattato per la difesa delle specie biologiche del mondo. A questo proposito il "Times" riporta la dichiarazione del sottosegretario di Stato per l'Ambiente, Curtis Bohlen, secondo cui il trattato "non darebbe adeguata protezione nel campo dei brevetti alle società americane che trasferiscono biotecnologie alle compagnie nei paesi in via di sviluppo", e "tenta di regolamentare il settore delle manipolazioni genetiche, un'area di concorrenza nella quale gli Stati Uniti sono al primo posto" (20).

Secondo la "International Trade Commission Usa" (Commissione per il Commercio Internazionale) le compagnie americane potrebbero ricavare 61 miliardi di dollari all'anno dal Terzo Mondo nel caso in cui i diritti sui 'prodotti d'ingegno' venissero garantiti come richiesto dagli Stati Uniti; il costo per il Sud si aggirerebbe poi tra i 100 ed i 300 miliardi di dollari se si considerano tutti gli altri paesi industrializzati, una somma che fa impallidire il flusso dei capitali dal Sud al Nord per il pagamento dei debiti. Gli Usa vorrebbero costringere gli agricoltori poveri a pagare diritti sui semi alle multinazionali, negando poi loro la possibilità di riutilizzare i semi prodotti dai loro raccolti. Anche le varietà derivate da raccolti commerciali esportati dal Sud (olio di palma, cotone, gomma, eccetera) diventeranno proprietà commerciali, soggette al pagamento di sempre più costosi diritti d'autore. A questo proposito Kevin Watkins aggiunge: "I maggiori beneficiari saranno i membri di un piccolo gruppo di una dozzina di compagnie farmaceutiche e di produzione di sementi che controllano più del 70% del commercio di questo settore" e, più in generale, il settore agricolo (21).

Mentre gli Usa cercano di ipotecare a loro vantaggio il futuro del settore, sotto la loro protezione le compagnie farmaceutiche del Nord stanno tranquillamente sfruttando le conoscenze accumulate dalle culture indigene per dar vita a prodotti che fruttano 100 miliardi di dollari di profitti all'anno, senza dare praticamente nulla in cambio a quelle popolazioni che mostrano ai ricercatori le medicine, i semi ed altri prodotti da loro sviluppati e perfezionati nel corso di migliaia di anni. "Il valore annuo del mercato mondiale di prodotti derivati dalle piante medicinali scoperte dai popoli indigeni - sostiene l'etnobotanico Darrell Posey - è di 43 miliardi di dollari". "Ai popoli indigeni che hanno rivelato ai ricercatori i loro medicamenti tradizionali è tornato meno dello 0,001% dei profitti ricavati da quei medicinali". Secondo Posey, le società del Nord hanno guadagnato altrettanto con gli insetticidi, i repellenti naturali ed i materiali genetici delle piante. Inoltre, aggiunge Maria Elena Hurtado, l'industria internazionale dei semi che si basa in gran parte su varietà "selezionate, allevate, perfezionate e sviluppate dallo spirito innovativo degli agricoltori del Terzo Mondo per centinaia, anzi migliaia di anni" da sola frutta al Nord circa 15 miliardi di dollari all'anno (22).

Solo le 'opere d'ingegno' dei ricchi e potenti meritano di essere 'protette'.
Il direttore del Gruppo di Lavoro sulle Leggi di Brevetto in India afferma che in materia "le contraddizioni e le ipocrisie hanno raggiunto livelli da togliere il fiato". I ricchi "invocano la concorrenza, ma quel che vogliono è il monopolio. E' un ricatto. I potenti tentano ora di ottenere, fissando le regole dell'economia, quel che una volta cercavano di prendersi con gli eserciti d'invasione e di occupazione". Secondo il dirigente di una compagnia farmaceutica di Bombay, l'Occidente "ha prima protetto le proprie industrie quando erano deboli e poi razziato il mondo per accumulare le sue ricchezze; adesso invece chiede agli altri paesi di comportarsi in maniera differente da lui". I paesi sviluppati "hanno permesso la concessione di brevetti solo dopo che le loro infrastrutture e le industrie locali si erano consolidate. La Germania riconobbe i brevetti sui prodotti del settore farmaceutico solo nel 1966, il Giappone nel 1976, l'Italia nel 1982". L'effetto delle nuove regole economiche sarà quello di impedire a paesi quali l'India la possibilità di produrre farmaci salva-vita a prezzi inferiori di quelli imposti dalle società (con finanziamenti statali) dei paesi ricchi.

Gli Usa del resto, come gli altri stati industrializzati, non hanno mai rispettato le regole che oggi tentano di imporre agli altri. Ad esempio, per tutto il 1800 Washington respinse le richieste provenienti dall'estero per l'istituzione di diritti di proprietà sui prodotti d'ingegno perché ciò avrebbe ostacolato il proprio sviluppo economico. Il Giappone ha sempre seguito la stessa strada. E oggi, il concetto di 'diritti sulla proprietà intellettuale' è stato finemente elaborato per soddisfare gli interessi dei potenti. Esattamente come nel caso del 'libero scambio', non verrà mai permesso alle "nazioni affamate", nelle parole di Churchill, con le loro indecenti lagnanze di comportarsi come fecero "gli uomini ricchi che abitano in pace nelle loro dimore" (23).

L'insieme di progetti relativi a questi settori portati avanti da coloro che dominano il mondo appaiono agli occhi del Sud come "gesti di pirateria sfrenata", osserva Watkins, visto che i materiali genetici impiegati dalle società occidentali per creare i loro prodotti brevettati e protetti derivano da raccolti e piante selvatiche del Terzo Mondo, coltivate, selezionate ed identificate da generazioni e generazioni. Così mentre le industrie produttrici di semi e di farmaci "percepiscono profitti monopolistici, il talento degli agricoltori passati e presenti del Terzo Mondo, impiegato nel selezionare e sviluppare differenti varietà non viene ricompensato". L'autorevole giornale egiziano "al-Ahram", riferendosi alle manovre di Bush per arrivare ad un conflitto con Gheddafi sulla base, come al solito, di motivazioni di politica interna, ha descritto il Nuovo Ordine Mondiale come "una forma di pirateria internazionale codificata". La terminologia è abbastanza appropriata (24).

La 'pirateria sfrenata' occidentale, che minaccia gravemente l'agricoltura ed il sapere degli indigeni, ha assunto un'ancora maggiore invadenza con la richiesta che, negli interessi delle multinazionali, il Sud abbandoni le sue produzioni destinate ai bisogni interni a favore delle agroesportazioni, ecologicamente insostenibili. Conseguenza di questa tendenza è il declino delle risorse biologiche del mondo - soprattutto nel Sud - con il pericolo di malattie e pestilenze potenzialmente assai pericolose. Così se verranno accolte le richieste delle imprese per una maggiore protezione dei loro brevetti, qualunque possano essere i rimedi forniti dalla biotecnologia, l'effetto sarà ancora una volta quello di un trasferimento del potere e della ricchezza nelle mani dei dominatori del mondo. Del resto è puramente retorico domandarsi se le richieste delle società del Nord verranno o meno accolte, visti i rapporti di forze nella Nuova Era Imperiale e l'impermeabilità del processo decisionale, ad ogni 'intromissione' dell'opinione pubblica.


Note:

N. 16. Sonia Nazario, "The Wall Street Journal", 5 ottobre 1992. Wachtel, op. cit., 'Afterword'. John Zysman, 'U.S. power, trade and technology', "International Affairs", Londra, gennaio 1991. Benjamin Friedman, "The New York Review of Books", 13 agosto; "Christian Science Monitor", 14 agosto; "Science", 21 agosto. Pollin, "Guardian", New York, agosto 1992.
N. 17. Uchitelle, "New York Times", p. A1, 12 agosto 1992.
N. 18. Michael Waldholz e Hillary Stout, 'Rights to Life', "The Wall Street Journal", 7 aprile. Leslie Roberts, "Science", 29 maggio 1992. "The Blue Sheet", 8, 15 aprile 1992.
N. 19. Gina Kolata, "New York Times", 28 luglio 1992.
N. 20. "Economist", 22 agosto 1992. Richard Knox, "Boston Globe", 11 settembre 1992, ricerca della Families USA Foundation; l'industria farmaceutica ne ha ammessa l'attendibilità. Fazlur Rahman, "New York Times", 26 aprile. William Stevens. "New York Times", 24 maggio 1992.
N. 21. Watkins, "Fixing", p. 94-5.
N. 22. 'Intellectual Property Rights', "Anthropology Today", Gran Bretagna, agosto 1990.
N. 23. Jeremy Seabrook, "Race & Class", luglio 1992. Watkins, "Fixing", p. 96.
N. 24. David Hirst, "Guardian", Londra, 23 marzo 1992.


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Nessuno pu˛ uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.