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Anno 501 la conquista continua (indice)


PARTE TERZA.
LA STESSA VECCHIA STORIA.


Capitolo 7.
VECCHI E NUOVI ORDINI MONDIALI.

2. 1945, IL NUOVO ORDINE POST-BELLICO.

A volte il Nuovo Ordine Mondiale uscito dal 1945 viene descritto dagli ambienti accademici dominanti con disarmante candore. Il noto storico della Cia, Gerald Haines, inizia così, con franchezza, una ricerca sui rapporti Usa-Brasile: "Dopo la Seconda guerra mondiale gli Usa assunsero, a proprio vantaggio, la responsabilità del benessere del sistema capitalistico mondiale". Haines avrebbe potuto andare oltre e ricordare, tra le tante analisi dalle quali emergono i veri interessi in gioco, il promemoria della Cia del 1948 sugli "interessi economici coloniali" dei nostri alleati dell'Europa Occidentale, oppure l'appello di George Kennan per un rilancio "dell'Impero meridionale" del Giappone (4).

"I leader americani - continua Haines - cercarono di riplasmare il mondo sulla base degli interessi e degli standard Usa". Doveva essere un 'mondo aperto' - aperto allo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi, ma non del tutto neppure per questi ultimi. Gli Usa in realtà desideravano un loro "sistema emisferico chiuso in un mondo aperto", spiega Haines, richiamandosi allo studioso dell'America Latina David Green, il quale aveva così descritto il sistema 'formatosi' dopo la Seconda guerra mondiale: le regioni già controllate dagli Usa o considerate di importanza strategica (l'America Latina ed il Medioriente) dovevano essere chiuse agli altri stati, mentre quelle dove il dominio di Washington non si era ancora affermato non potevano essere 'protette' dalla concorrenza statunitense. La frase di Haines riassume il decantato principio della 'Open Door' (politica della 'porta aperta', senza barriere ai commerci) intesa nella sua versione ufficiale: quel che abbiamo (se vale la pena) ce lo teniamo e lo 'proteggiamo', mentre gli altri non devono opporsi alla nostra politica di penetrazione economica e commerciale. Questo principio fu articolato nel 1944 dal Dipartimento di Stato in un promemoria intitolato "La politica petrolifera degli Stati Uniti". Allora gli Usa dominavano la produzione dell'emisfero occidentale, destinata a rimanere la più alta al mondo per almeno un altro quarto di secolo. Quel sistema doveva rimanere chiuso, dichiarava il documento, mentre il resto del mondo doveva essere 'aperto'. La politica Usa "avrebbe puntato sulla salvaguardia dell'attuale posizione di dominio e la vigile protezione delle concessioni petrolifere, attualmente nelle mani degli Stati Uniti, parallelamente all'insistenza sull'applicazione del principio della 'Open Door' di pari opportunità per le compagnie Usa, nelle altre regioni" (5).

L'idea che l'America Latina sarebbe stata nostra risale del resto ai primissimi giorni della Repubblica, ed ebbe una prima formulazione nella 'Dottrina Monroe'. Gli obiettivi furono espressi con chiarezza e furono applicati coerentemente nella pratica. Sarebbe difficile trovare una formulazione più esplicita di quella di Robert Larsing, segretario di Stato sotto Woodrow Wilson, che lo stesso Presidente trovò "incontestabile" anche se giudicò "imprudente" proclamarla apertamente:

"Nell'invocare l'applicazione della Dottrina Monroe gli Stati Uniti si basano sui propri interessi. L'integrità delle altre nazioni del continente americano è secondaria e non ne costituisce l'obiettivo finale. Ciò potrebbe sembrare solamente frutto di egoismo, ma l'autore della Dottrina, nel formularla non aveva motivazioni più elevate né più generose".

Con qualche ragione, Bismarck, nel 1898, aveva descritto la Dottrina Monroe come una "imperdonabile espressione di arroganza, tipicamente americana".

Il predecessore di Wilson, il presidente Taft, aveva previsto come "non lontano il giorno" in cui "l'intero emisfero sarà praticamente nostro in virtù della superiorità della nostra razza, come già lo è d'altronde dal punto di vista morale". Dato l'enorme potere che gli Usa avevano raggiunto alla metà degli anni '40, Washington non vedeva alcuna ragione per tollerare qualsiasi concorrenza in America Latina, la "nostra piccola regione laggiù" (Stimson) (6).

L'Ordine Mondiale del 1945, continua Haines, aveva lo scopo "di eliminare ogni concorrente straniero" dall'America Latina. Gli Usa si accinsero così a far sloggiare i loro rivali francesi, inglesi e canadesi in modo tale da "assicurarsi e controllare un importante mercato per il surplus della produzione industriale Usa e per gli investimenti privati, sfruttare le sue vaste riserve di materie prime e tener fuori dall'area il comunismo internazionale". In questo contesto la parola 'comunista' va intesa nel senso ufficiale per indicare chi, nelle parole di John Foster Dulles, fa appello a quei "poveri che hanno sempre voluto saccheggiare i ricchi". Allo stesso tempo gli Stati Uniti applicarono la Dottrina Monroe anche al Medioriente, con conseguenze profonde per l'Europa Meridionale e l'Africa del Nord.

Anche se Haines si concentra sul paese più ricco e importante dell'America Latina, le sue conclusioni possono essere generalizzate. In Brasile, scrive Haines, gli Usa tentarono di impedire il nazionalismo economico e quel che le amministrazioni Truman e Eisenhower chiamarono "uno sviluppo industriale eccessivo" - cioè, quello sviluppo che avrebbe potuto fare concorrenza alle industrie americane; invece nel settore finanziario, dove gli Usa erano più forti, la libera concorrenza tra capitali interni e nordamericani non veniva affatto giudicata 'eccessiva' e, anzi, non doveva trovare ostacoli. Queste richieste Usa erano state imposte all'intero emisfero, come abbiamo già visto, con il febbraio del 1945.

La novità nella politica Usa verso l'America Latina non era costituita dagli obiettivi, quanto dalla loro ampiezza. Lo scopo primario dei programmi prebellici di 'buon vicinato', scrive David Green, era stato infatti "di stimolare una certa diversificazione della produzione latinoamericana nella previsione che questa avrebbe trovato uno sbocco nei mercati dell'emisfero; [ma] tale diversificazione doveva essere limitata ai prodotti non competitivi con quelli già presenti sul mercato", cioè con i prodotti statunitensi. L'"Interamerican Advisory Commission" chiese agli Usa di assorbire le importazioni latinoamericane per aumentare "la capacità dell'America Latina di "acquistare più manufatti americani"" (corsivo di Green). I primissimi progetti delle agenzie di sviluppo interamericane dominate dagli Usa erano "incentrati sui beni di consumo più che sui beni di investimento". L'obiettivo del resto "non era certamente quello di limitare le esportazioni Usa verso l'America Latina", in particolare "quelle di macchinari ed i prodotti dell'industria pesante".

Alcune eccezioni confermano la regola. Washington acconsentì a finanziare un progetto per la produzione di acciaio brasiliano ma, come fece notare l'economista del governo Simon Hanson, ciò comportò solamente un "cambiamento delle varietà" di acciaio americano esportate in Brasile, non una diminuzione in volume totale o valore dell'export di questi prodotti. L'impianto realizzato in Brasile avrebbe sfornato "le varietà più semplici" e queste, a loro volta, "avrebbero comportato l'importazione di materiali più complessi" con tecnologia più avanzata; a quel punto "rientriamo noi", salvaguardando quel mercato di esportazione Usa. Secondo uno studio "i paesi che avrebbero perso di più in seguito all'apertura del nuovo impianto sarebbero stati l'Inghilterra e la Germania" (7).

In generale, osserva Haines, i dirigenti Usa "si opposero a piani di industrializzazione su larga scala nei paesi del Terzo Mondo e respinsero i programmi di aiuti all'estero, basati su prestiti pubblici, che cercavano di promuovere la crescita economica". Gli Usa preferivano un "approccio mercantilistico", con l'integrazione delle economie del Terzo Mondo "nel sistema di libero scambio" da loro dominato; il concetto di 'libero scambio mercantilista' delinea con precisione lo sfondo teorico di quelle politiche. Gli Usa "tentarono di guidare e controllare lo sviluppo industriale brasiliano a vantaggio delle loro grandi imprese private e di integrare il Brasile nei loro piani economici regionali". Il progetto umanitario 'Point Four' che doveva essere "un modello per tutta l'America Latina", non aveva altro scopo che "di potenziare e migliorare lo sfruttamento delle fonti di approvvigionamento dell'economia americana, di espandere i mercati per le esportazioni Usa e le opportunità di investimento per i loro capitali".

Quel che i governi Usa "avevano in mente, ma che raramente dichiararono, era un modello di rapporto neocoloniale, in cui il Brasile avrebbe dovuto fornire le materie prime per l'industria americana e gli Stati Uniti avrebbero inviato in Brasile i prodotti manifatturieri". Essi perseguirono così una "politica neo-mercantilista di tipo coloniale" - che costituisce "un classico approccio liberale allo sviluppo", dimostrando ancora una volta quanto possa essere duttile lo strumento della teoria economica. Lo sviluppo industriale brasiliano era tollerabile solo se "complementare all'industria americana". Il concetto di base era "che lo sviluppo dell'economia locale andava bene finché non intralciava il dominio e gli interessi americani" e garantiva ampi profitti di ritorno. Anche lo sviluppo agricolo era incoraggiato, a condizione che evitasse progetti 'destabilizzanti' quali la riforma agraria, dipendesse da attrezzature agricole Usa, favorisse "produzioni complementari a quelle americane, quali il caffè, il cacao, la gomma e la juta", e creasse "nuovi mercati per i prodotti agricoli Usa", come i latticini ed il grano.

"Le esigenze brasiliane erano secondarie", osserva Haines, anche se era conveniente, secondo le parole di Dulles, "accarezzarli un poco per indurli a pensare che in fondo sei loro affezionato".

La cornice della guerra fredda fu subito applicata anche all'America Latina. Già nel 1946, l'ambasciatore Adolf Berle, un importante uomo politico liberal dall'epoca del New Deal fino alla 'Nuova Frontiera' di Kennedy, si preoccupava delle congiure sovietiche in Brasile. I russi sono come i nazisti, avvertiva Berle: "Sfruttano brutalmente, cinicamente e senza limiti, qualsiasi possibilità a livello di pensiero o di azione in grado di danneggiare gli Stati Uniti"; in questo senso sono proprio diversi da noi. I servizi segreti Usa non riuscirono a scoprire trame sovietiche in Brasile salvo la presenza di missioni economiche ed altre normali attività. Ma, come sempre, una conclusione di questo tipo non fu presa in considerazione, e venne accettato il punto di vista di Berle. Una relazione dei servizi segreti di alcuni mesi dopo, riassunta da Haines, sosteneva che "l'Unione Sovietica potrebbe considerare utile in futuro pescare nelle agitate acque interamericane" e quindi non si potevano correre rischi; un altro esempio di quella 'illogicità logica' che ha governato la pianificazione politica statunitense su scala mondiale. Bisogna eliminare i comunisti potenziali prima che abbiano la possibilità di interferire con il perseguimento dei nostri obiettivi.

I governi americani usarono il Brasile come "una zona di collaudo per moderni metodi scientifici di sviluppo industriale", osserva Haines. Gli esperti Usa diedero le loro istruzioni in tutti i campi. Per esempio, incoraggiarono i brasiliani ad aprire l'Amazzonia allo sviluppo ed a seguire il modello Usa di costruzione delle ferrovie - quest'ultimo, forse, con una punta di "humour noir". Ma, soprattutto, diedero al Brasile sinceri consigli su come favorire le società Usa.

Il resoconto di Haines è farcito di frasi come "le migliori intenzioni", "sinceramente credevano", eccetera. Per un caso fortuito, quel che 'sinceramente credevano' corrispondeva perfettamente agli interessi degli investitori Usa, per quanto rovinoso potesse essere per i nostri pupilli locali. Haines tocca spesso delle corde tradizionali, inclusa la fede nelle buone intenzioni, che tanto miracolosamente coincidono con i nostri interessi.


Note:

N. 4. Haines, "Americanization". Leffler, "Preponderance", p. 258, 339, cap. 2.2.
N. 5. Citato in Kolko, "Politics", 302n. Green, "Containment", cap. 11. La situazione è comunque più complessa; vedi cap. 2.2.
N. 6. Vedi Chomsky, "Turning the Tide", cap. 2.3. Bismarck citato in Nancy Mitchell, m.s., SAIS, Johns Hopkins, 1991, sarà pubblicato prossimamente in "Prologue". Stimson, p. 42a.
N. 7. Green, "Containment", 74n., 315n.; cap. 2.1.
N. 8. NSC 5432, agosto 1954; Memorandum for the Special Assistant to tbe President for National Security Affairs (McGeorge Bundy), 'Study of U.S. Policy Toward Latin American Military Forces', Secretary of Defense, 11 giugno 1965. Per approfondimenti vedi Chomsky, On Power and Ideology, lezione I. Green, "Containment", 180n., 259n., 103, 147n., 174n., 188. Sugli eserciti latinoamericani, vedi anche Leffler, "Preponderance", 59n. Sulle conseguenze in Bolivia, vedi Chomsky, "Deterring Democracy", 395n.; e cap. 3.4.


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