Archivio Web Noam Chomsky
Anno 501 la conquista continua (indice)


PARTE TERZA.
LA STESSA VECCHIA STORIA.


Capitolo 8.
LA TRAGEDIA DI HAITI.

2. 200 ANNI Dl INTERVENTI UMANITARI.

Tra il 1849 ed il 1913, le navi da guerra Usa entrarono ben ventiquattro volte nelle acque haitiane "per proteggere vite e proprietà americane". All'indipendenza di Haiti fu dato a malapena "un riconoscimento simbolico", osserva Schmidt nelle sue opere, ed i diritti della popolazione furono considerati ancora meno. Si tratta di un "popolo inferiore", incapace "di conservare il livello di civiltà lasciatogli dai francesi o di sviluppare qualsiasi capacità di autogoverno che gli dia il diritto al rispetto e alla fiducia internazionali", scrisse il vicesegretario di Stato Usa William Phillips, consigliando l'invasione dell'isola e l'instaurazione di un governo militare americano. Progetto che sarebbe stato presto realizzato dal presidente Woodrow Wilson. A questo proposito non è necessario dilungarsi su quale 'civiltà' fosse stata lasciata dai francesi al 90% degli haitiani; infatti, come raccontò un ex schiavo, i francesi "appendevano gli uomini con la testa in giù, li affogavano dentro ai sacchi, li crocifiggevano sulle assi, li seppellivano vivi, li schiacciavano nei mortai... li obbligavano a mangiare merda... li abbandonavano vivi ad essere divorati dagli insetti, o sui formicai, li legavano ai pali nelle paludi per farli mangiare dalle zanzare... li gettavano in pentoloni di sciroppo di canna bollente" - quando non li "scorticavano con la frusta", tutto per poter ricavare da Haiti quelle ricchezze che diedero alla Francia il biglietto d'ingresso nel 'club dei ricchi'.

Phillips aveva espresso con chiarezza l'opinione prevalente negli Usa a proposito di Haiti, ma c'era anche chi, come il segretario di Stato William Jennings Bryan, trovò divertente la locale élite al potere: "Dio mio, pensate, negri che parlano francese". Il colonnello della marina Usa, L. W. T. Waller, giunto nel paese reduce dalle orrende atrocità commesse nella conquista delle Filippine e vero 'uomo forte' di Haiti, non li trovava invece affatto divertenti: "Indubbiamente sono dei veri negri e non bisogna confondersi... in fondo in fondo sono sempre tali", disse, rifiutando ogni negoziato o altri "inchini o discussioni con questi negracci", in modo particolare con gli haitiani istruiti, per i quali il bruto sanguinario aveva un odio speciale. Il viceministro della Marina, Franklin Delano Roosevelt, malgrado non raggiunse mai il fanatismo razzista e violento del suo lontano parente Theodore Roosevelt, provava sentimenti non dissimili. Ad esempio durante una visita ad Haiti occupata, nel 1917, F. D. Roosevelt annotò divertito sul suo diario quanto confessatogli da un suo compagno di viaggio (destinato a diventare in seguito il più alto funzionario civile dell'amministrazione militare) il quale, affascinato dal ministro dell'Agricoltura haitiano, "non poté fare a meno di pensare che quell'uomo, splendido esemplare da riproduzione, nel 1860 avrebbe fruttato 1500 dollari all'asta di New Orleans".

"Sembra che la storiella fosse piaciuta a Roosevelt", nota Schmidt, "e quando, nel 1934, visitò Haiti da presidente la ripeté al ministro americano Norman Armour". Anche oggi non si dovrebbe sottovalutare l'influenza di elementi razzisti sulla elaborazione politica.

Idee simili non erano insolite all'epoca dell'intervento di Wilson, e non solo negli Stati Uniti. Potremmo a questo proposito ricordare che poco tempo dopo, Winston Churchill autorizzò l'uso delle armi chimiche "a scopo sperimentale contro gli arabi ribelli", denunciando la "schifiltosità" di coloro che facevano obiezioni "sull'uso dei gas contro tribù incivili", per la maggior parte curde, da lui invece sostenuto perché "avrebbe seminato un grande terrore". Per l'Inghilterra, Churchill aveva dei piani leggermente diversi. Nel 1910, allora ministro degli Interni, aveva proposto segretamente la sterilizzazione di 100 mila "degenerati mentali" e la deportazione di altre decine di migliaia in campi di lavoro statali per salvare la "razza britannica" dal declino, inevitabile se fosse stato permesso ai suoi membri "inferiori" di riprodursi - idee che rientravano nei confini dell'opinione illuminata dell'epoca, ma che vennero tenute segrete negli archivi del Ministero degli Interni per via della loro delicatezza, soprattutto dopo che furono messe in pratica da Hitler (4).

Dato il clima culturale di quegli anni, non devono sorprendere le modalità dell'invasione di Haiti decisa dal Presidente Wilson nel 1915. Questa fu ancora più feroce e distruttiva di quella della Repubblica Dominicana avvenuta negli stessi anni. Le truppe di Wilson uccisero, distrussero, reinstaurarono in pratica la schiavitù e demolirono il sistema costituzionale. Dopo un dominio di vent'anni, gli Usa lasciarono 'il popolo inferiore' nelle mani della Guardia Nazionale, da loro creata, e dei padroni tradizionali. Negli anni '50, salì poi al potere il dittatore Duvalier, dominando il paese in stile guatemalteco, sempre con il fermo appoggio degli Usa.

La brutalità razzista degli invasori e la spoliazione dei contadini, che procedevano di pari passo con la divisione del bottino tra le società americane, suscitarono lo sdegno e la resistenza della popolazione di Haiti. La reazione dei Marines fu selvaggia e tra l'altro vide anche le prime, documentate, operazioni di combattimento coordinato terra-aria: si trattò di attacchi aerei sui ribelli (Cacos) dopo che questi erano stati circondati dai Marines nella boscaglia. Un'inchiesta interna al corpo, decisa in seguito alla pubblicazione di notizie sulle atrocità commesse ad Haiti, scoprì che furono uccisi 3250 ribelli, almeno 400 vennero giustiziati, mentre gli americani ed i loro alleati arruolati sul posto ebbero solo 98 tra morti e feriti. Alcuni ordini del comando dei Marines, fatti pervenire alla stampa, invitavano le truppe a porre fine alla "uccisione indiscriminata degli indigeni in corso da un po' di tempo". Secondo lo storico haitiano Roger Gaillard i morti furono 15 mila, se si contano le vittime della "repressione e delle "conseguenze" della guerra" che "assomigliò ad un massacro". Il maggiore Smedley Butler ricorda che le sue truppe "diedero la caccia ai Cacos come se fossero porci". Le sue imprese colpirono Franklin Delano Roosevelt, il quale gli concesse la Medaglia al Valore del Congresso per una 'battaglia' in cui furono uccisi 200 Cacos, non vi furono prigionieri, e da parte Usa si registrò solamente la perdita di due denti di un Marines colpito da una pietra.

Il capo della rivolta, Charlemagne Péralte, fu ucciso dai soldati americani che di notte si insinuarono camuffati nel suo accampamento. In un tentativo di guerra psicologica che prefigurava alcune delle successive imprese del colonnello Edward Lansdale nelle Filippine, i Marines fecero circolare fotografie della salma del leader haitiano nella speranza di demoralizzare i guerriglieri. La tattica ebbe un effetto opposto; nella foto Péralte assomigliava ad un Cristo sulla croce, e diventò il simbolo del nazionalismo haitiano perseguitato. Péralte prese così il suo posto nel pantheon nazionale accanto a Toussaint L'Ouverture.

Gli invasori americani 'legalizzarono' poi l'occupazione con una dichiarazione unilaterale, chiamata 'trattato', che il regime locale fu costretto ad accettare; successivamente quel documento venne presentato come un solenne impegno imposto agli Usa di continuare ad occupare il paese. Mentre dirigeva la conquista di Haiti e della Repubblica Dominicana, Wilson si costruì, con un'impressionante retorica, una reputazione da illustre idealista difensore dell'autodeterminazione e dei diritti delle piccole nazioni. In realtà non c'è contraddizione. La dottrina wilsoniana riguardava solo popoli di un certo tipo: quelli che avevano "un basso livello di civiltà" ne erano esclusi anche se, come spiegava lo stesso Wilson, le potenze coloniali civilizzate dovevano offrire loro "amichevole protezione, guida e assistenza". I famosi 'Quattordici Punti' di Wilson non parlavano di autodeterminazione e di indipendenza nazionale, ma piuttosto prevedevano che, nelle questioni di sovranità, "gli interessi delle popolazioni devono avere un peso uguale a quello delle legittime pretese del governo il cui diritto deve ancora essere determinato", cioè la potenza coloniale in questione.

Gli interessi delle popolazioni "saranno quindi determinati dalle nazioni progredite, che meglio comprendono le esigenze ed il benessere delle genti più arretrate", commenta William Stivers analizzando il valore attuale del linguaggio e del pensiero di Wilson. Per citare un esempio che avrebbe avuto profonde conseguenze, un individuo presentatosi a Wilson per chiedere una rappresentanza vietnamita nel parlamento francese fu scacciato senza poter consegnare la sua petizione. In seguito sarebbe ricomparso sulla scena con il nome Ho Chi Minh (5).

Un altro successo dell'occupazione di Haiti sotto l'amministrazione Wilson fu una nuova costituzione, imposta allo sfortunato paese dopo che la sua Assemblea Nazionale era stata sciolta dai Marines per essersi rifiutata di ratificarla. La Costituzione ideata dagli Usa abolì le leggi che vietavano la proprietà straniera della terra, dando quindi alle società americane la possibilità di poter prendere tutto ciò che volevano. In seguito, come sostiene Schmidt, Franklin Delano Roosevelt si attribuì - falsamente sembra - il merito di aver scritto la Costituzione, anche se sperava di esserne uno dei beneficiari, intendendo usare Haiti "per il suo arricchimento personale". Dieci anni dopo, nel 1927, il Dipartimento di Stato ammise che gli Usa avevano impiegato "metodi piuttosto pesanti per far adottare la Costituzione al popolo di Haiti" (in un plebiscito organizzato dai Marines a cui partecipò meno del 5% della popolazione si ebbe una percentuale di sì del 99,9%). Ma non si potevano usare altri metodi: "Se la nostra occupazione doveva avere un effetto positivo per Haiti e favorire il suo progresso, ovviamente era necessario l'arrivo di capitali stranieri... [e] non si poteva certo pretendere che gli americani investissero i loro soldi nelle piantagioni e nelle imprese agricole senza poter disporre della proprietà di quelle terre. Gli Stati Uniti quindi, secondo il Dipartimento di Stato, avrebbe fatto sì che gli investitori americani si impadronissero del paese con i soliti mezzi, espressione della loro generosità, spinti dal sincero desiderio di aiutare i poveri haitiani.

Il governo di Washington, ad esempio, impedì lo svolgimento di libere elezioni politiche perché sapeva che avrebbero vinto candidati anti-americani e ciò gli avrebbe impedito di continuare ad aiutare il sofferente popolo haitiano. Questa politica venne presentata da un tipico commentatore Usa come "un esperimento pragmatico" in quanto "i pragmatisti insistono sul fatto che una guida intelligente dall'esterno può a volte accelerare il processo della crescita nazionale evitando sprechi di ogni sorta". Abbiamo già visto alcuni esempi di quella 'guida intelligente' e dei suoi effetti sui paesi che ne hanno beneficiato, dal Bengala, al Brasile, al Guatemala. Ma torniamo ora all'esperienza haitiana (6).

L'occupazione militare Usa, scrive Schmidt, "soppresse costantemente le istituzioni democratiche locali e negò le libertà politiche basilari". "Invece di appoggiarsi alle istituzioni democratiche esistenti le quali, sulla carta, erano notevoli e avevano assorbito da molto tempo la filosofia liberale democratica ed i meccanismi governativi della Rivoluzione Francese, gli Stati Uniti le schiacciarono ed imposero illegalmente il loro sistema autoritario e antidemocratico". Inoltre "la costituzione di una agricoltura di piantagione in mani straniere causò la distruzione del preesistente sistema di mini fondi con la sua miriade di piccoli proprietari contadini", che quindi furono costretti al servaggio. A livello politico gli Stati Uniti appoggiarono così "una minoranza di collaborazionisti", scelti tra i membri delle élite locali, che ammiravano il fascismo europeo ma non riuscirono a conquistarsi neppure quella popolarità di cui godeva il loro modello al di là dell'Atlantico. "In effetti", osserva Schmidt, "l'occupazione aveva tutti gli elementi progressivi del fascismo italiano, ma fu minata dai fallimenti registratisi nel campo dei rapporti umani", cioè per la mancanza di appoggio popolare. L'unico settore locale che gli Usa riuscirono a mobilitare a loro favore fu la tradizionale élite mulatta, il cui disprezzo razzista per la gran massa della popolazione era ora alimentato dall'ancor più duro "odio etnico e razziale", propri dell'occupante straniero con il suo potere militare ed economico. Questi portò ad Haiti "l'idea della discriminazione razziale", che non si era più manifestata dal giorno dell'indipendenza, e le conseguenti "pratiche coloniali discriminatorie".

L'occupazione rafforzò quindi le gerarchie razziali e di classe all'interno della società haitiana che affondavano le loro radici nel colonialismo francese. Conseguenza di tutto ciò fu la nascita dell'ideologia del 'Noirisme', come risposta al razzismo degli occupanti e delle élite locali collaborazioniste. 'Papa Doc' Duvalier avrebbe in seguito sfruttato a suo vantaggio questa reazione quando, a 20 anni dalla partenza dei Marines, prese il controllo del paese con il pretesto di dare il potere alla maggioranza nera - in realtà, a se stesso, ai suoi killer personali (i "Tontons Macoute") ed alle élite tradizionali, che continuarono a prosperare sotto la sua criminale cleptocrazia.

Il dominio Usa ad Haiti ha avuto conseguenze devastanti sino ai nostri giorni. Secondo lo storico haitiano Michel-Rolph Trouillot: "L'occupazione aggravò la crisi economica aumentando il contributo forzoso che i contadini erano costretti a pagare per il mantenimento dello stato", "portò ad una maggiore concentrazione del potere nelle mani dell'esercito haitiano ed al disarmo dei [cittadini delle] province, indebolendo così l'autorità civile", ed inoltre "creò strutture centralizzate militari, fiscali e commerciali" che dovevano portare al "sanguinoso epilogo" sotto la dinastia Duvalier.

Durante gli anni più sanguinosi dell'occupazione di Haiti, i media Usa o tacquero o la sostennero apertamente. Nell'archivio del "New York Times" nel periodo 1917-1918 non risultano voci su Haiti. In una ricerca sulla stampa Usa, John Blassingame riscontrò "un diffuso sostegno da parte dei commentatori" per i ripetuti interventi ad Haiti e nella Repubblica Dominicana tra il 1904 ed il 1919 fino a quando, nel 1920, non vennero alla luce le prime notizie di atrocità che portarono ad un'inchiesta del Congresso. I giornalisti definivano gli abitanti di Haiti e di Santo Domingo "negri", "bastardi", "immorali", "un'orda di negri nudi" e, in particolare, gli haitiani erano considerati ancora più 'retrogradi' dei dominicani. Essi avevano quindi bisogno "di una forte influenza anglosassone". "Stiamo semplicemente andando... ad aiutare il nostro fratello nero a rimettere a posto la sua casa disordinata", scrisse allora un periodico riferendosi all'invasione Usa. Inoltre, il governo di Washington aveva il diritto di intervenire per proteggere "la nostra pace e sicurezza" ("New York Times").

I commentatori del "Times" elogiarono l'atteggiamento "altruista e generoso" sempre dimostrato dagli Usa in passato, e di nuovo quando Washington rispose "in maniera paterna" ad Haiti che "chiedeva aiuto". "L'intervento umanitario è motivato quasi esclusivamente dal desiderio di portare i benefici della pace ad una popolazione tormentata da continue rivoluzioni", senza alcun intento di trarne "posizioni di privilegio, vantaggi commerciali o di altro tipo". Quindi "gli abitanti dell'isola dovrebbero capire che [il governo americano] è il loro migliore amico". Gli Usa volevano solo far sì che "il popolo guarisse dalle sue manie insurrezionali e imparasse a lavorare ed a vivere"; perciò gli abitanti di Haiti dovevano "essere riformati, guidati ed istruiti" e questo "compito è stato assunto dagli Stati Uniti". C'era poi un ulteriore vantaggio per il nostro 'fratello nero': "Svezzare questi popoli dalla loro abitudine a governare col fucile vuol dire anche proteggerli dalla nostra stessa eventuale esasperazione", che potrebbe condurre ad ulteriori interventi militari. "La buona volontà e gli obiettivi altruistici del nostro governo" mostrati nell'occupazione di Haiti sono provati dai positivi effetti dell'intervento, scrisse il "New York Times" nel 1922, nonostante a quel tempo fosse già chiara la realtà dei fatti e le atrocità dei Marines avessero già suscitato un turbinio di proteste.

Alcuni studiosi contemporanei la vedono ancora come allora. Quando Haiti, con la caduta di Duvalier, rientrò nella sfera di azione della coscienza internazionale lo storico di Harvard, David Landes, sostenne che i Marines, durante l'occupazione Usa, avevano "fornito la stabilità necessaria al funzionamento del sistema politico e allo sviluppo degli scambi con l'estero", sebbene "anche l'occupazione più illuminata provoca una resistenza... tra chi ne beneficia" e le proteste dei "membri più illuminati della società dominante"; un problema costante questo per i benefattori Usa. Un altro eminente studioso, il professore Hewson Ryan della "Fletcher School of Law and Diplomacy", fu ancora più esplicito nel celebrare i risultati "di due secoli di interventi umanitari americani". In realtà, osservò Ryan, Haiti è stata particolarmente favorita: "Poche nazioni sono state oggetto per un periodo così lungo di tanti benevoli consigli ed indicazioni". Egli descrisse poi i risultati conseguiti con non poca solennità, soffermandosi in particolare sui nostri sforzi per veder rimossi dal sistema costituzionale haitiano quelle norme 'retrograde' come le leggi contro le acquisizioni di terre da parte di cittadini o società estere (7).

Dopo essere riusciti ad abbattere qualsiasi limite alla proprietà straniera delle terre - anche se con 'metodi piuttosto pesanti' - gli investitori americani si mossero rapidamente per impadronirsi di grossi appezzamenti per le nuove piantagioni. Un altro incentivo per le società Usa era costituito dal bassissimo costo del lavoro. Nel 1926 un quotidiano economico di New York, descrivendo Haiti come "una favolosa opportunità per gli investimenti americani", affermò: "L'haitiano medio è abile, docile e si fa pagare 20 centesimi per una giornata di lavoro pesante, mentre a Panama la stessa giornata lavorativa costa 3 dollari". Vantaggi di questo tipo si andarono moltiplicando con la progressiva distruzione delle ricchezze agricole locali. Parallelamente, dagli anni '60, le imprese di assemblaggio Usa si moltiplicarono rapidamente nella regione caraibica; ad Haiti, si passò dalle 13 aziende del 1966 alle 154 del 1981. Queste fornivano circa il 40% delle esportazioni haitiane (mentre nel 1960 il 100% era costituito da materie prime) anche se davano ben poche possibilità di lavoro e vantaggi alla popolazione di Haiti, ad eccezione delle élite tradizionali alle quali fornivano un'altra occasione per arricchirsi.

Nel corso degli anni '80, il fondamentalismo del Fondo Monetario Internazionale cominciò ad avere anche ad Haiti i suoi noti effetti: sotto l'impatto dei programmi di aggiustamento strutturale che portarono al declino della produzione agricola insieme a quello degli investimenti, dei commerci e dei consumi, l'economia entrò in una spirale discendente e la povertà si andò diffondendo sempre più. Quando, nel 1986, 'Baby Doc' Duvalier fu cacciato, il 60% della popolazione aveva, secondo la Banca Mondiale, un reddito annuale pro capite di 60 dollari (nella realtà era forse ancora inferiore), il tasso di malnutrizione e la mortalità infantile erano aumentati vertiginosamente ed il paese era divenuto un disastro ecologico ed umano, forse senza speranza di ripresa. Durante gli anni '70, migliaia di haitiani cercarono di fuggire dall'isola ormai semidistrutta verso gli Stati Uniti, ma quasi tutti furono costretti a ritornare in patria sotto gli occhi di una distratta opinione pubblica americana, come succede sempre a quei profughi la cui sofferenza non è utile alla propaganda occidentale. Nel 1981, l'amministrazione Reagan chiuse ulteriormente le porte all'immigrazione da Haiti approvando nuove misure per bloccare l'arrivo dei profughi. Tra i più di 24 mila haitiani intercettati dalla Guardia Costiera americana nei dieci anni che seguirono, solo 11 ottennero l'asilo politico, a differenza di quanto avvenne nello stesso periodo di tempo con i 75 mila cubani che, fuggiti dall'isola caraibica, vennero tutti accolti dalle autorità Usa. Durante il breve governo di Aristide, con la fine del terrore e la speranza di un futuro migliore, l'esodo calò drasticamente. In quel periodo invece la reazione americana fu quella di accettare un numero maggiore di richieste di asilo politico. Nei sette mesi e mezzo della permanenza di Aristide al potere ne furono accolte 20 mentre, durante i dieci anni di terrore duvalierista e post-duvalierista, erano state accettate solamente 28 domande. Dopo il rovesciamento di Aristide, migliaia di persone fuggirono dall'isola verso gli Stati Uniti ma, in larga maggioranza furono rimpatriati a forza dalle autorità americane, incuranti dei pericoli che attendevano i profughi al loro rientro in patria. Ai pochi che riuscirono a presentare la domanda di asilo politico, fu riservato un trattamento non certo migliore. Uno dei primi fuggitivi arrivati negli Usa dopo il golpe fu un sostenitore di Aristide la cui richiesta venne rifiutata perché aveva sofferto solo "molestie insignificanti" quando i soldati avevano crivellato a colpi di mitra la sua casa e distrutto il suo negozio.

L'attuale disperata situazione ad Haiti ha anche delle radici economiche ed è in parte dovuta alla strategia di sviluppo, incentrata sulle industrie di assemblaggio e sulle esportazioni agro-industriali, avviata nel biennio 1981-82 su pressioni della Banca Mondiale e dei programmi di assistenza Usa. Il suo effetto più rilevante fu quello di trasformare la destinazione d'uso del 30% delle terre, che prima producevano generi alimentari per il consumo locale, all'agricoltura da esportazione. A questo proposito gli esperti dell'"Usaid" pronosticarono allora "un cambiamento storico verso una più profonda interdipendenza commerciale tra gli Stati Uniti" ed Haiti, definita come la futura "Taiwan dei Caraibi". Una relazione della Banca Mondiale del 1985, dal titolo "Haiti: proposte di politiche per lo sviluppo", sviluppò ulteriormente quelle idee, invocando una strategia di sviluppo orientata alle esportazioni, nella quale i consumi interni dovevano essere "severamente limitati per indirizzare una fetta maggiore dell'aumento del P.N.L. verso l'export". Il governo, consigliò la Banca Mondiale, avrebbe dovuto dare la precedenza alla "espansione delle imprese private". Le spese per l'istruzione dovevano essere "ridotte al minimo" ed i "servizi sociali" ancora in piedi avrebbero dovuto essere privatizzati. "Bisogna sostenere iniziative private con alti profitti economici" invece che "le spese pubbliche", ed "occorre dare meno importanza agli obiettivi sociali che aumentano i consumi" -almeno "temporaneamente", finché si manifesterà il famoso effetto "trickle down" di diffusione spontanea della ricchezza, qualche tempo dopo l'arrivo del Messia. In realtà questi non erano consigli, ma precise condizioni poste dagli Usa ad Haiti perché quest'ultima potesse ottenere aiuti economici ed un brillante futuro.

Di tutti i pronostici, uno si avverò: la voluta migrazione della popolazione rurale verso le zone urbane e, in molti casi, verso le fragili imbarcazioni usate nel pericoloso viaggio di 800 miglia verso la Florida, al termine del quale i profughi (quelli sopravvissuti) trovavano ad accoglierli le autorità Usa ed il rimpatrio forzato. Haiti è rimasta sempre Haiti, non è mai diventata la 'Taiwan dei Caraibi'.

Esaminando la strategia americana per gli aiuti e l'assistenza allo sviluppo dell'isola, Amy Wilentz scrive che questa si propone "il raggiungimento di due obiettivi strategici - un'agricoltura ristrutturata e dipendente che esporti nei mercati Usa e sia aperta allo sfruttamento americano, ed una popolazione rurale sradicata che non solo possa essere impiegata nelle industrie americane di città, ma sia più facilmente soggetta al controllo dell'esercito" (8).


Note:

N. 4. Cap. 1, nota 29. Sulla sterilizzazione, il biografo di Churchill Clive Ponting, "Sunday Age", Australia, 21 giugno 1992. Sul razzismo-dirigenti politici, Chomsky, "Deterring Democracy", p. 52-3.
N. 5. Chomsky, "Turning the Tide", p. 46. Stivers, "Supremacy", p. 66-73.
N. 6. Ulysses B. Weatherly, 'Haiti: an Experiment in Pragmatism', 1926, citato in Schmidt.
N. 7. Trouillot, citato in Farmer, "AIDS. Blassingame", Caribbean Studies, luglio 1969. Gli editoriali del "Times" sono citati in Chomsky, "Deterring Democracy", p. 280. Landes, "N.R.", 10 marzo. Ryan, "Christian Science Monitor", 14 febbraio 1986. Per approfondimenti su queste e altre ricerche, vedi anche Chomsky, "On Power and Ideology", p. 68-9, "Turning the Tide", 153n.
N. 8. Deere, "Shadows", p. 144, 35, 174-5 (brano tratto da Josh DeWind e David Kinley, "Aiding Migration", Westview, 1988). McAfee, p. 17. Chomsky, "On Power and Ideology", p. 68. Wilentz, "Rainy Season", 272n.n. Sui profughi, Chomsky, "Political Economy and Human Rights", 2ø 50, 56 (sugli anni '70). Wilentz, "N.R", 9 marzo. Bill Frelick, "NACLA Report on the Americas", luglio 1992. Pamela Constable, "Boston Globe", 21 agosto 1992.


>>> segue >>>







- 2980 -

Nessuno pu˛ uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.