Contributo diI G. CONTESSA al Dipartimento Scuola I.S.M.O. - Dic. 1972
ESSENZA DEL FATTO FORMATIVO

Prima di analizzare ogni problema della scuola dobbiamo chiederci quale significato diamo alla parola "formazione".

Naturalmente è impossibile dare a questo termine un significato unico e sintetico, ma certo dobbiamo cercare di circoscriverne i contenuti prima di arrivare ad operare su esso.

E' chiaro infatti che sono i fini che una società si pone nel creare l'istituzione formativa a determinarne le strutture,i contenuti, le forze delegate alla gestione e tutte le eventuali modificazioni innovative.Tradizionalmente la formazione ed anche la istituzione scolastica, ha svolto un ruolo sussidiario nella società. Di voltain volta la società definisce "formazione" o la semplice tradizione di materie, tecniche e nozioni ritenute utili alla suasopravvivenza, o 1'addestramento individuale finalizzato all'inserimento funzionale nella società.

Sia che l'istanza di fondo riveli una volontà di conservazione del valori sia che esprima una volontà di rafforzamento del1'individuo nel contesto sociale, si può dire che il dato costante dell'attività formativa dal M.E. in poi sia la funzione di sussidio alla conservazione. La società, attraverso la scuola, trasmette agli uomini i suoi valori, i suoi modelli comportamentali e le sue esigenze di Sviluppo.

Questo tipo di conservazione è stata certamente una delle cause della lentezza con cui la società si è evoluta.

Se intendiamo la storia come la serie dei tentativi verso lo stato di perfezione, o la libertà, o la realizzazione, o comunque se intendiamo la storia come un fatto almeno dinamico, se non progressivo, dobbiamo sentire la necessitàche gli uomini siano capaci di "cambiare" la realtà,

E come può essere acquisita tale capacità di mutamento se la società tende a conservarsi ed a formare uomini che la facciano sopravvivere nelle stesse forme?

II discorso si chiarisce se introduciamo il concetto di potere, in rapporto a quello di cambiamento.Sappiamo che il termine di società usato finora è ambiguo perchè all'interno di questa vanno ben distinte due categorieprecise: i detentori e i non detentori del potere.Quando dico che la società vuole sopravvivere, direi meglio che è quella parte di società che dispone del potere che sirifiuta di morire.

Potere e cambiamento sono due concetti che corrono separati, nella storia. I cambiamenti significativi nella storia si sono verificati solo in assenza di un potere forte e reale.

II potere tende a mantenere cristallizzati i rapporti, inalterati i valori, irrealizzabile il cambiamento. II cambiamentosociale è 1'alterazione dei rapporti di potere, 1'avvicendamento del soggetti e la ridistribuzione del potere stesso.I gruppi di potere impadronitisi dell'istituzione formativa, ne hanno fatto per secoli un sussidio alla loro sopravvivenza. Ora 1'uomo, riappropriandosi dell'istituzione formativa, deve farne uno strumento per la propria realizzazione, cioèper il mutamento e la riappropriazione del potere.

In questa accezione, potere assume il significato di capacità di realizzare e realizzarsi, possibilità di scelta e decisione quindi, in ultima analisi, potere significa libertà.

E' evidente che la lotta fra potere e cambiamento, cioè fra schiavitù e libertà, è una lotta permanente la cui soluzione è il punto finale della storia (ammesso che soluzione ci sia). In questa lotta fra la morte e la vita, cioè fra la conservazione e 1'evoluzione, non ci possono essere dubbi circa il ruolo che 1'individuo deve giocare. L'uomo deve lottare a fianco della vita, del cambiamento e della libertà, perchè questo è 1'unico modo che ha per realizzarsi. E' in questa ottica che 1'individuo deve riappropriarsi delle istituzioni, e di quella formativa anzitutto.

Se 1'uomo deve essere antagonista del potere, attore del cambiamento, gestore della sua realizzazione, la scuola non puòessere che il luogo in cui si acquisiscono strumenti per questi ruoli. L'acquisizione di strumenti che non siano strettamente legati a questi ruoli è fatto tangenziale, o inutile o addirittura negativo.

Sul fatto che la scuola italiana non offra strumenti funzionali ai ruoli sopra menzionati non vale la pena di soffermarsi,dal momento che esistono decine di analisi precise sull'argomento. Basta dire che la scuola è funzionale al potere al punto che 1'accesso ai suoi gradi più alti è libero solo a chi il potere detiene; che la scuola è funzionale alla conservazione al punto che i prodotti della scuola sono agenti della conservazione stessa; che la scuola è talmente contro la realizzazione dell'individuo, da offrire ad esso solo strumenti per raggiungere uno status di conservazione e di potere. Ovviamente non mi illudo di avere con questo discorso risolto i problemi della formazione, ma credo che da questi punti base si possono trarre principi di fondo e suggerimenti di media portata per un intervento innovativo nel settore formativo.

Anzitutto, da quanto detto prima, nasce il principio della formazione permanente. In una realtà dinamica accelerata il fatto formativo deve essere supporto permanente. Anche una ipotetica formazione orientata al cambiamento potrebbe essere vana senza costanti verifiche e nuovi approcci. Questo perchè il cambiamento varia esso stesso sia come indici quantitative sia come direzione.

Un altro assunto importante è quello del rapporto fra formazione e produzione. A tale proposito devo dire, anche a rischio di sembrare un utopista, che il fatto produttivo è contingente e parcellare nella vita dell'uomo e quindi non devecondizionare il fatto formativo, che è permanente e totale.

La settimana lavorativa di 35 ore, la diffusione ed il perfezionamento delle tecnologie, il declino della società consumistica, 1'allungamento dell'età scolare e la diminuzione di quella pensionabile, sono tutti elementi indicatori della tendenza a rendere progressivamente marginale il fatto produttivo. Di conseguenza dobbiamo pensare sin d'ora a privilegiare il fatto formativo globale rispetto alla "formazione per produrre", pur riconoscendo che quest'ultima sia una componente della prima.

Vicino a questo concetto si situa quello della organizzazione del lavoro, basato sulla divisione dei ruoli. La complessità stessa della organizzazione produttiva attuale sta negando la validità del taylorismo, e sta recuperando anzi il concetto di divisione delle funzioni e di produzione per cellule. Se affianchiamo questo dato emergente alla esigenza di ritenere il fatto produttivo marginale nell'attività formativa, dobbiamo accettare il principio della scuola unitaria.

Corsi umanistici, tecnici e professionali devono dunque essere legati in una sintesi precategoriale con identici obiettivi di formazione dell'uomo come agente di mutamento. L'unica differenziazione che deve essere considerata è quella attinente al luogo in cui 1'azione di mutamento sarà vissuta.

Circa la divisione delle mansioni va detto che, vista la loro estrema mutabilità, la formazione ad esse può essere attuata solo recuperando le tecniche della sfera artigianale.

Quindi apprendimento mediante la prassi e attraverso la mediazione del predecessore. In tale visuale possono essere considerati anche i problemi di riqualificazione alla macchina.

E' necessario chiarire a tal punto che, mentre la formazione scolastica permanente, è un dovere di cui tutta la collettività deve tarsi carico, la formazione alla mansione o alla riqualificazione devono essere inseriti fra i costi di produzione di ogni singola organizzazione che ne trae beneficio diretto.