1. Il corso Sicurezza, territorio, popolazione al Collège
de France (1978) 
Il pensiero di Michel Foucault, anche a distanza ormai di quasi venticinque
anni dalla morte del grande filosofo francese, non smette di stupire
per la lucidità, la preveggenza e l'attualità. Ne offre un'ennesima
prova Sicurezza, territorio, popolazione, il saggio pubblicato
in Italia da Feltrinelli nel 2005 che comprende però le lezioni tenute
da Foucault presso il Collège de France nel 1978. Stiamo parlando
quindi di un testo che, seppur relativamente nuovo per il lettore
italiano, risale a trent'anni fa. Esso tuttavia, sia per la tematica
che viene affrontata che per le riflessioni che ne scaturiscono, sembra
meditato non più tardi di oggi, sullo sfondo del nostro inquietante
e ineludibile presente.
Michel Foucault ha insegnato al Collège de France dal gennaio 1971
fino alla morte, nel giugno 1984 (ad eccezione del 1977 in cui beneficiò
di un anno sabbatico). Il titolo della sua cattedra era «Storia dei
sistemi di pensiero». Tale cattedra era stata istituita due anni prima
del suo arrivo dall'assemblea generale dei professori in sostituzione
di quella di «Storia del pensiero filosofico», che era stata tenuta
da Jean Hyppolite fino alla sua morte. La stessa assemblea elesse
Michel Foucault come titolare della nuova cattedra. Era il 12 aprile
1970 e Foucault aveva quarantatré anni.
Il corso, così come tutti gli altri tenuti da Foucault, si svolgeva
ogni mercoledì, dall'inizio di gennaio alla fine di marzo, e aveva
un pubblico assai numeroso -- composto da studenti, insegnanti, ricercatori
e curiosi, molti dei quali stranieri -- che occupava due anfiteatri
del Collège.
Analogamente a tutti gli altri corsi, constava di 26 ore di insegnamento
che era possibile dividere in seminari di 13 ore al massimo (divisione
che Foucault adottò sino agli inizi degli anni Ottanta) e doveva concludersi
con una ricerca originale. È stato pubblicato prima in francese dall'editore
Seuil/Gallimard nel 2004 e poi in traduzione italiana, come già ricordato,
da Feltrinelli nel novembre 2005 (prima e finora unica edizione in
«Campi del sapere», traduzione di Paolo Napoli).
La pubblicazione ha favorito moltissimo, in particolare, la divulgazione
della problematica della governamentalità che, anche per le sintesi
che Foucault ne aveva già fatto nel 1979 per una serie di conferenze,
ha prodotto da una decina d'anni a questa parte un vasto campo di
ricerche nei paesi anglosassoni e, più di recente, in Germania: i
governmentality studies.
In alcune università questi studi hanno persino acquisito il rango
di discipline nei dipartimenti di sociologia e di scienze politiche.
Il punto di partenza di tutto questo movimento è stato la pubblicazione
nel 1991 del libro The Foucault Effect: Studies in Governmentality
(a cura di G. Burchell, C. Gordon e P. Miller), in cui è stata approfondita
dai curatori la nozione di rischio ricavata dalle nozioni foucaultiane.
Il risultato è stata la produzione di una letteratura considerevole
nel campo delle scienze sociali, dell'economia politica e della teoria
politica, per la valutazione complessiva della quale rimandiamo al
libro Governmentality: Power and Rule in Modern Society di
Mitchell Dean.
Ma la fortuna delle idee del filosofo francese, così come trattate
a partire proprio dal corso Sicurezza, popolazione, territorio
del 1978, continua oggi anche in altri campi del sapere nuovi o comunque
distanti da quelli che erano centrali per lui come, per esempio, la
gestione delle risorse umane o la teoria delle organizzazioni, a dimostrare
ancora una volta e ancora di più la duttilità dello schema di analisi
da lui proposto e la sua capacità di circolazione e penetrazione negli
ambiti più distanti anche rispetto a quelli originari.
2. Il Riassunto 
Il testo del corso è seguito, anche nell'edizione italiana, dal riassunto
fattone dallo stesso Foucault e pubblicato nell'Annuaire du Collège
de France. Il filosofo lo redasse presumibilmente, come sempre,
nel mese di giugno. Quella era la migliore occasione per lui per fare
il punto retrospettivamente su tutto quanto aveva «scoperto» durante
ogni corso dato che la caratteristica di Foucault, per sua esplicita
ammissione, era proprio quella di sviscerare e attualizzare a tal
punto le sue lezioni da trovarvi egli stesso spunti anche diversi
da quelli che inizialmente aveva avuto intenzione di trattare. Egli
infatti affrontava il proprio insegnamento come un ricercatore.
Da questo riassunto conclusivo emerge che Foucault ha trattato la
genesi di un sapere politico che ha messo al centro delle sue preoccupazioni
la nozione di popolazione e i meccanismi capaci di assicurarne la
regolamentazione, spostando in tal modo l'accento da uno «stato territoriale»
a uno «stato di popolazione» (con la concomitante comparsa di nuovi
obiettivi, nuovi problemi e nuove tecniche) per la cui comprensione
ha adottato come criterio-guida la nozione di «governo», nozione cui
è collegata anche quella di «governamentalità».
3. «Governo degli uomini» 
Il «governo», inteso come «tema del potere pastorale», ovvero come
«l'attività che si incarica di condurre gli individui lungo tutta
la loro vita, sottomettendoli all'autorità di una guida responsabile
di ciò che fanno e che può capitare loro», ed estrinsecantesi nell'idea
di un sovrano-pastore, di un re o di un magistrato-pastore del gregge
umano, sembra essere sorto in Oriente.
È in Oriente che il tema del potere pastorale ha trovato la sua
più ampia trattazione, soprattutto nella società ebraica.
Il potere del pastore non si esercita tanto su un territorio fisso
quanto su una moltitudine che si sposta verso una meta.
Questo tipo di potere è stato introdotto in Occidente dal cristianesimo
e ha assunto una forma istituzionale nel pastorato escclesiastico.
Nei secoli XV e XVI, però, nasce e si sviluppa una crisi generale
del pastorato, «non solo e non tanto come rifiuto dell'istituzione
pastorale» quanto come «ricerca di altre modalità di governare e di
governarsi», più adeguate alla coeva «nascita di nuove forme di rapporti
economici e sociali e di nuove strutturazioni politiche». Nasce allora
la «governamentalità».
4. «Governamentalità» 
La «governamentalità» è un concetto politico che discende da quello
di «governo», è «la maniera in cui la condotta di un insieme di individui
è stata coinvolta, in maniera sempre più accentuata, nell'esercizio
del potere sovrano».
Nasce tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XVII ed è «senza
dubbio legata all'emergere della 'ragion di stato'», che comporta
una radicale trasformazione delle «arti di governo». «Si passa da
un'arte di governo i cui principi erano ricavati dalle virtù tradizionali
[...] o dalle abilità comuni [...] a un'arte di governo la cui razionalità
ha i suoi principi e il suo campo di applicazione specifico nello
stato.» Il che significa che il principe deve esercitare la sua sovranità
governando gli uomini.
Lo sviluppo della ragion di stato è determinata da una nuova percezione
storica, «aperta su un tempo indefinito in cui gli stati devono lottare
gli uni contro gli altri per assicurarsi la sopravvivenza». Per competere
nel nuovo «spazio (insieme europeo e mondiale) di concorrenza tra
stati» occorrono infatti nuove conoscenze, di sapere e di tecnologia
politici.
Nascono così «due grandi insiemi di sapere e di tecnologia politici»:
una «tecnologia diplomatico-militare», che assicura e sviluppa le
forze dello stato verso l'esterno, e la «polizia», intesa come «il
complesso dei mezzi necessari per far crescere, dall'interno, le forze
dello stato». Nel punto di convergenza si collocano il commercio e
la circolazione monetaria interstatale.
Oggetto privilegiato della nuova ragione di governo diventa quindi
la coppia popolazione-ricchezza, in quanto più commercio e più ricchezza
fanno aumentare la popolazione, la manodopera, la produzione, l'esportazione
e la forza degli eserciti. Questo è lo sfondo dell'epoca mercantilistica.
È la popolazione poi che in seguito fa entrare in crisi il sistema,
poiché essa non può continuare a crescere in maniera coercitiva solo
per aumentare le risorse.
Sono i fisiocrati (cioè i mercantilisti) a porre in maniera diversa
il concetto di popolazione, intesa da loro non più come una semplice
somma dei soggetti autoriproducentisi che abitano un territorio ma
come una variabile dipendente da un certo numero di fattori, molti
dei quali non sono naturali bensì modificati artificialmente anche
se si può far apparire come «naturale» la dipendenza da essi. È ciò
che si intende con «problema politico della popolazione»: non più
«sudditi di diritto», non più «insieme di braccia destinate al lavoro»,
ma «insieme di elementi che da un lato si ricollega al regime generale
degli essere viventi [...] e dall'altro può fungere da supporto a
interventi concertati».
5. Tre concetti per un unico problema 
Il titolo del corso Sicurezza, popolazione, territorio descrive
perfettamente il problema posto da Foucault. Si tratta di tre concetti
interdipendenti, come sempre in lui «aperti» a qualsiasi ulteriore
e diversa concettualizzazione possa emerge dalla loro analisi, che
concorrono a parità di importanza intellettuale a delineare il problema
unitario della «sicurezza dell'insieme in relazione ai suoi pericoli
interni». «Qualcosa come un'omeostasi», la definisce Foucault. Tecnologia
di sicurezza, che egli oppone ai meccanismi attraverso cui il sovrano,
fino all'età classica, si sforzava di garantire la sovranità del suo
territorio.
«Territorio» e «popolazione» sono quindi i due concetti antitetici
tra i quali inserire il terzo, quello della «sicurezza», per cercare
di rispondere alla domanda che inevitabilmente ne consegue: «Come
si è passati dalla sovranità sul territorio alla regolazione delle
popolazioni?» «Si può parlare oggi di una 'società di sicurezza'?»
E, ancora: «Possiamo allora sostenere che, nelle nostre società, l'economia
generale del potere si sta trasformando nell'ordine della sicurezza»?
Domande non solo penetranti ma anche inquietanti, se si pensa che
sono state poste nel 1978 e se si riflette a ciò che da allora ad
oggi, in termini di «sicurezza-popolazione-territorio», è avvenuto
sulla faccia del pianeta. Domande che, nella loro preveggenza, confermano
l'assoluta importanza della riflessione filosofica di Foucault.
Nelle nuove tecniche di governamentalità «si tratta di integrare
i paesi stranieri in meccanismi di regolazione che opereranno all'interno
di ogni paese». Attenzione, però: la concorrenza che si vuol lasciar
libera di giocare non è più quella tra stati, bensì quella tra «privati».
È questo gioco, la ricaduta di questo gioco sulla collettività che
permetterà allo stato o all'intera popolazione di ricavare dei benefici.
Per dirla con Foucault: «Il bene di tutti sarà assicurato dal comportamento
di ognuno dal momento in cui lo stato, il governo, sapranno lasciar
giocare i meccanismi dell'interesse privato, che finiranno così per
servire a tutti grazie a un fenomeno di accumulazione e di regolazione».
Nella nuova governamentalità delineata dagli economisti si notano
alcune «trasformazioni della ragion di stato», come la riapparizione
della «naturalità». Ma di «una naturalità specifica ai rapporti che
gli uomini intrattengono tra di loro». In breve, una naturalità che
non esisteva ancora. È la «naturalità della società».
La società così intesa, cioè come campo specifico di naturalità propria
dell'uomo, farà a sua volta apparire la «società civile», che costituisce
una sorta di «interfaccia dello stato».
Di che cosa deve occuparsi allora lo stato? «Lo stato ha in carico
una società, una società civile, ed è la gestione di questa società
civile che è chiamato ad assicurare.»
Correlata di questi nuovi concetti è una nuova «conoscenza» che presenta
procedimenti analoghi a quelli della conoscenza scientifica, ed è
proprio questa scientificità che viene rivendicata dagli economisti.
Anche all'economia vanno quindi applicare le regole dell'evidenza.
«Questa conoscenza è l'economia politica.»
È una conoscenza assolutamente necessaria per un buon governo, ma
«è necessario che non sia una conoscenza del governo stesso, interna
al governo». Assistiamo dunque alla comparso di «un particolare tipo
di rapporto tra potere e sapere, tra governo e scienza». È una «scienza
che gareggia quasi da pari a apri con l'arte di governo, una scienza
esterna che si può perfettamente fondare, stabilire, sviluppare, provare
da cima a fondo anche se non si è governanti, anche se non si partecipa
all'arte di governo».
Un'altra trasformazione è data dalla «comparsa del problema della
popolazione sotto forme nuove». Si afferma l'idea di una «naturalità
intrinseca della popolazione», che finora era stata considerata soprattutto
in termini di popolamento o spopolamento. La popolazione invece rivela
dei meccanismi interni di regolazione che la rendono molto più complessa
di quanto non fosse stata considerata fino a quel momento. Tutto ciò
finirà per determinare «una nuova funzione dello stato: la presa in
carico della popolazione nella sua stessa naturalità».
Quale ulteriore conseguenza ne deriverà? Che, poiché si è in presenza
di fenomeni naturali, «non solo non ci sarà una giustificazione, ma
neppure un interesse» a imporre dei sistemi di regolamentazione imperativi.
D'ora in poi, «bisognerà gestire e non più regolamentare».
Ciò significa che gli elementi che costituiscono i fenomeni naturali
della popolazione e dei processi economici devono essere lasciati
liberi di giocare e di giocare tra di loro, limitandosi l'intervento
dello stato allo stretto necessario affinché il gioco possa avvenire.
Per questo, «bisognerà mettere a punto dei sistemi di sicurezza».
Da adesso in poi anche la libertà acquista un nuovo significato come
elemento della nuova governamentalità: essa non è più solo un diritto
legittimamente opposto od opponibile ad un abuso, ma è a sua volta
un elemento di un processo naturale. «D'ora in poi è possibile governare
bene solo a condizione di rispettare la libertà o un certo numero
di forme di libertà.»
Da tutto questo, considera Foucualt, deriva un «sistema doppio»:
da un lato, un insieme di meccanismi che dipendono dall'economia e
dalla gestione della popolazione e che avranno la funzione di far
crescere le forze dello stato; dall'altro, un apparato o una serie
di strumenti che assicureranno che il disordine, le irregolarità,
le illegalità e le delinquenze saranno impedite o represse. Ed è questo
secondo significato, esclusivamente negativo e marginale, che viene
ora ad assumere la polizia, il cui unico scopo da adesso in poi sarà
«l'eliminazione del disordine».
La riflessione finale che sta a cuore a Foucault, e a cui aveva accennato
anche in precedenza, è che
è perfettamente possibile fare la genealogia dello stato moderno
e dei suoi apparati, senza partire da un'ontologia circolare dello
stato, come si dice spesso, che si autoafferma e cresce come un
grande mostro o una macchina automatica, ma a partire da una storia
della ragion di stato». Una nuova governamentalità, «di cui ancora
adesso conosciamo le forme delle sue modificazioni contemporanee.
Prima di congedarsi, Foucualt vuole tornare però sul problema delle
controcondotte e dell'eventuale possibilità di farne un'analisi in
corrispondenza con quella della governamentalità, dato che hanno in
comune gli stessi elementi, basati sempre sulla ragion di stato. Che
cos'è, allora, che le differenzia rispetto alla ragion di stato?
Foucualt individua quattro forme di differenza. La prima è costituita
dal fatto che, secondo la ragion di stato, «l'uomo deve ormai vivere
in un tempo indefinito», per cui «di governi ce ne saranno sempre,
lo stato esisterà sempre e non sperate in un punto di arresto»; quindi
«escludeva l'impero degli ultimi giorni e il regno dell'escatologia»;
secondo le controcondotte, invece, si ribalta questo assunto, per
cui «verrà il momento in cui il tempo sarà finito». Si pone la «possibilità
di un'escatologia, di un tempo ultimo, di una sospensione o di una
conclusione del tempo storico e del tempo politico». Ma da che cosa
potrà essere arrestata la governamentalità indefinita dello stato?
Dall'«emergere di qualcosa che sarà la società stessa». Quindi: «l'affermazione
di un'escatologia in cui la società civile prevarrà sullo stato».
Ci sarà inoltre un momento in cui la popolazione romperà tutti i
legami di obbedienza, cioè di quel principio che la ragion di stato
aveva posto come fondamentale per il proprio esistere. «Avrà effettivamente
il diritto, non in termini giuridici, ma in forma di diritti essenziali
e fondamentali, di rompere tutti i legami di obbedienza che ha potuto
avere con lo stato e, ergendosi contro di esso, potrà dirgli: è la
mia legge.» Sarà «il diritto alla rivoluzione».
Al tema dello stato come detentore della verità, le controcondotte
«oppongono quella della nazione», che diventa quindi «titolare del
proprio sapere» (ma potrebbe trattarsi anche di un elemento della
popolazione oppure di un'organizzazione o di un partito, ma comunque
rappresentativo di tutta la popolazione). In ogni caso, puntualizza
Foucault, «la storia della ragion di stato, la storia della ratio
di governo, la storia della ragione di governo e la storia delle controcondotte
che le si sono opposte non possono essere dissociate l'una dall'altra».
Interessantissime sono anche le due ultime pagine del manoscritto
del corso, che Foucault tralascia durante la lezione e che riguardano
i «movimenti rivoluzionari», per i quali egli fa riferimento al possibile
retroterra di un'«eredità religiosa». In ogni caso si tratta di una
filiazione non diretta e non ideologica, che va ricercata piuttosto
«sul versante delle tattiche antipastorali» che in qualche caso hanno
portato anche a far assumere «la forma 'arcaica'di una nuova pastorale».
6. Un nuovo modo di ragionare 
Che cosa voleva dimostrare Foucault, alla fin fine, con questo suo
corso Sicurezza, popolazione, territorio? Questo: che «la storia
dello stato deve potersi fare a partire dalla pratica degli uomini,
non da una realtà trascendente». Ciò significa anche che «non esiste
alcuna frattura tra il livello del micropotere e il livello del macropotere».
7. I corsi del dittico (1978-1979) 
Il corso Sicurezza, popolazione, territorio, del 1978, pur
costituendo un nuovo ciclo nell'insegnamento di Michel Foucault al
Collège de France, va per altro analizzato anche in relazione con
il corso dell'anno successivo, Nascita della biopolitica, con
il quale forma per l'appunto un dittico incentrato sul tema comune
della genealogia del biopotere, ovvero sulla genesi e lo sviluppo
di quel «potere sulla vita» nella cui comparsa, a partire dal XVIII
secolo, Foucault vedeva una trasformazione capitale, probabilmente
una delle più importanti nella storia delle società umane.
8. Il corso precedente (1976) e il corso successivo
(1980) 
Il corso del 1978 va però anche analizzato in confronto al corso
dell'anno precedente, rispetto al quale costituisce l'avvio di un
nuovo ciclo. O, meglio, rispetto ai corsi dell'intero periodo 1970-1976,
i quali avevano unitariamente un diverso obiettivo: quello di studiare
i meccanismi attraverso i quali, dalla fine del XIX secolo, si è preteso
di «difendere la società». Va rimarcato che il corso precedente, Bisogna
difendere la società, è del 1976, in quanto nel 1977 Foucault
non ne tenne alcuno. È proprio a partire da questo corso 1976 che
egli introduce per la prima volta, accanto alla nozione di popolazione,
la problematica del biopotere, della quale il dittico 1978-1979 costituisce
quindi una prosecuzione, anche se in parte solo apparente (nel senso
che, in realtà, lo porterà su strade diverse e, soprattutto, collocate
in una prospettiva più ampia, come dimostrerà il focalizzarsi dell'attenzione
sul concetto di «governo» che comunque da quello di biopotere deriva
direttamente).
Il corso successivo, del 1980, sarà intitolato Il governo dei
viventi e proseguirà sulla stessa strada tracciata dal dittico.
9. Il rapporto con gli altri studi: la storia
della sessualità 
Il tema della genealogia del biopotere non è tuttavia autonomo, in
quanto è inseparabile dal lavoro sulla storia della sessualità che
Foucault prosegue parallelamente ai corsi del Collège de France e
al di fuori di questi. Questa storia della sessualità si colloca «proprio
nel punto in cui si intersecano il corpo e la popolazione». Ed è ancora
una volta dal 1978, da Sicurezza, popolazione, territorio (per
arrivare fino al 1984, a L'uso dei piaceri e La cura di
sé), che la storia della sessualità acquista un nuovo significato
non rappresentando più soltanto il punto di articolazione dei meccanismi
disciplinari e dei dispositivi di regolazione, ma anche il filo conduttore
di una riflessione etica orientata sulle tecniche di sé, i cui tratti
generali trovano le loro radici in quella problematica della governamentalità
emersa dal corso Sicurezza, popolazione, territorio.
10. Il contesto storico-politico-intellettuale

Siamo nell'ambito del «pensiero di sinistra» e, in particolare, della
«seconda sinistra», quella che dopo aver preso le distanza dal marxismo
si apre a nuove questioni quali la vita quotidiana, la situazione
delle donne, l'autogestione. Foucault ne è ben consapevole quando
dice: «Scrivo e lavoro per [...] persone nuove, che sollevano questioni
nuove».
Questa consapevolezza si accompagna anche al rifiuto di prendere
posizione nelle elezioni politiche del 1978, a meno che non si voglia
considerare tale la questione da lui sollevata sulla cultura politica
della sinistra, così puntualmente riassumibile: «C'è nei socialisti
una problematica del governare o sono sensibili solo a una problematica
dello stato?».
Due momenti storici di fondamentale importanza nella vita di Foucault
sono, in quel periodo, il movimento di dissidenza sovietico e l'affaire
Croissant.
Rispetto al primo, egli stesso nel giugno 1977 organizza insieme
con alcuni dissidenti una serata pubblica di protesta contro la visita
in Francia del premier sovietico Leonid Breznev, teorizzando qualche
mese dopo il «diritto dei governati».
Rispetto al secondo, si impegna ancor più personalmente prendendo
nettamente posizione a favore del riconoscimento del diritto d'asilo
in Francia per Klaus Croissant, che verso la fine del 1977 stava per
essere estradato in Germania (come poi avvenne). Croissant era l'avvocato
della c. d. banda Baader (RAF, Rote Armee Fraktion), l'organizzazione
paramilitare tedesca protagonista di vari episodi di sangue di matrice
politica.
In quell'occasione Foucault introduce anche l'idea di un «patto di
sicurezza» ormai esistente tra lo stato e la popolazione:
Che accade allora oggi? Il rapporto tra stato e popolazione avviene
essenzialmente nella forma di quello che si potrebbe chiamare 'patto
di sicurezza'. In passato lo stato poteva dire: 'Vi offro un territorio'oppure
'Vi garantisco di poter vivere in pace all'interno delle frontiere'.
Era il patto territoriale, quando la garanzia delle frontiere rappresentava
la grande funzione dello stato.
È sempre in quest'occasione, allora, che egli utilizza i tre termini
-- sicurezza, popolazione, territorio -- che poi riprenderà nel suo
corso del 1978, cioè appena qualche mese dopo.
Questo concetto innovatore del «patto di sicurezza» è anche alla
base del suo rifiuto di continuare a pensare con i vecchi concetti
politici, sia di estrema sinistra (alla quale per altro egli fu vicino
per parecchio tempo) sia del terrorismo stesso (che non aveva quindi
niente a che fare con la sua difesa libertaria del diritto d'asilo
a Croissant) che di qualsiasi tipo di totalitarismo.
La conseguenza è la rottura dei rapporti politici precedenti e il
suo avvicinamento ideologico alla cd. «questione tedesca», che egli
fa coincidere con la possibilità di una governamentalità neoliberale
all'interno del processo di costruzione della Comunità Europea.
Viaggia molto: a Berlino ma anche, dopo la conclusione del corso
del 1978, in Giappone, dove tiene una serie di conferenze in cui affronta
pure il ruolo del filosofo come «moderatore del potere»:
Forse la filosofia può ancora avere una funzione di contropotere
[...] a condizione che smetta di indagare la questione del potere
in termini di bene o di male, per porla in termini di esistenza.
È probabilmente quest'ultima riflessione che lo spinge a ricercare,
nello spazio fisico, la realizzazione stessa delle idee, realizzazione
concreta, materiale, per la quale egli progetta dei «reportages di
idee» in cui intellettuali e giornalisti si uniscono in approfondite
inchieste sul campo.
Comincia egli stesso, sempre nel 1978, con un reportage dall'Iran
sul Corriere della Sera, in cui si interessa all'idea di «buon
governo» del movimento islamico scrivendo anche la sua celebre frase
sulla «spiritualità politica», stimolata dall'incontro con l'ayatollah
liberale Shariati Madari:
Che senso ha, per gli (iraniani), cercare, al prezzo della vita
stessa, quella cosa che noi altri abbiamo dimenticato completamente,
dopo il Rinascimento e le grandi crisi del cristianesimo: una spiritualità
politica. Sento già i francesi ridere, ma so che hanno torto.
Insisterà poi sulla possibilità del sacrificio di sé in un'intervista
rilasciata nello stesso periodo ricordando gli scioperi studenteschi
del 968 in Tunisia, dove allora era professore. Parlerà dell'
evidenza della necessità di un mito, di una spiritualità; il carattere
intollerabile di alcune situazioni prodotte dal capitalismo, dal
colonialismo e dal neocolonialismo.
Saranno frasi che successivamente, dopo la vittoriosa rivoluzione
politico-religiosa degli ayatollah guidati da Khomeini, gli varranno
molte critiche per quello che sarà considerato il suo appoggio morale
all'avvento dell'integralismo. Ma Foucault non si tirerà indietro
e così risponderà:
mi è indifferente che lo stratega sia un politico, uno storico,
un rivoluzionario, un partigiano dello scià o dell'ayatollah. La
mia morale teorica è opposta. E 'antistrategica': essere rispettosi
quando una singolarità si solleva, intransigenti appena il potere
viola l'universale.
Quello che egli sosteneva, infatti, non era una rivoluzione al posto
di un'altra o una forma di potere piuttosto che un'altra, ma l'irrompere
nella storia della dimensione della «soggettività» che la storia stessa
aveva emarginato fino all'annullamento e che adesso il riscoperto
sacrificio di sé sublimava nella sua estrema resistenza al potere.
Un'affermazione di senso, insomma, là dove il senso era ormai andato
perduto.
Copyright © 2009 Nunzia Manicardi
Nunzia Manicardi. «Sicurezza, territorio, popolazione.
Il corso di Michel Foucault del 1978». Dialegesthai. Rivista
telematica di filosofia [in linea], anno 11 (2009) [inserito
il 5 luglio 2009], disponibile su World Wide Web: <http://mondodomani.org/dialegesthai/>,
[31 KB], ISSN 1128-5478.
Copyright © Dialegesthai 2009 (ISSN
1128-5478) | filosofia@mondodomani.org
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