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Duemilacinquecento generazioni (v.altri messaggi)

Quasi cinquemila generazioni di umani hanno vissuto, sognato, pensato, lavorato e lottato ed amato per darvi alla luce. Siatene degni più di quanto noi  lo siamo delle duemilacinquecento generazioni che ci separano dalla comparsa dell’Uomo sulla Terra.

I primi 50.000 anni di storia umana hanno visto un grande sviluppo economico, scientifico, tecnico, ma hanno registrato pochissimi passi avanti sul piano delle competenze umane e sociali. Sul piano individuale, noi siamo ancora del tutto simili ai nostri antenati più remoti. Gelosi, invidiosi, egoisti, impauriti, diffidenti, traditori. Vite passati sui binari dell’Uomo senza Qualità, con bagliori rari ed isolati di eroismo odisseo. Sul piano sociale, abbiamo costruito il regime più totalitario che la storia registri. Quasi tre secoli di sogni democratici ci hanno portato sulla soglia di un Impero emi-planetario che nasce su un progetto di controllo panottico globale.

Non sono bastati 50.000 anni per liberarci come individui dall’orrore della morte, e come aggregati sociali, dal fascino della guerra. La morte e la guerra sono il fondale perpetuo del nostro teatro umano, e la Terza Guerra mondiale è ormai alle porte. La vittoria della morte sulla vita è evidente ogni giorno di più, in Occidente, con la sola eccezione della sopravvivenza fisica. Viviamo più a lungo, anche se è sempre meno chiaro il senso di questa apparente vittoria sulla morte. Voi ricorderete, spero, l’Impero Moderno come l’ultima grande civilizzazione parziale di una serie storica che va da quello Celeste a quello Britannico.

Troverete molti materiali inneggianti alla grandezza della Tarda Modernità, ma non lasciatevi fuorviare. E’ la solita immagine che il potere ha sempre offerto di sé, con  la collusione complice dei clientes e la illusione disperata dei servi. La nostra epoca non è affatto un luogo e un tempo felice da abitare. Abbiamo tutte le paure delle caverne, senza le consolazioni del mito e del magico. Abbiamo tutti i pesi del liberismo più selvaggio, aggravati e non contrastati da quelli del socialismo più totalitario. La ripetizione con cui ci dichiariamo liberi è inferiore solo al numero e al peso delle catene che ci rendono schiavi. La nostra è un’epoca con pochissima libertà fuori e ancora meno libertà dentro. La repressione dell’impero nascente, fatta di telecamere onnipresenti e di un carcere cartaceo prodotto da legislazioni persecutorie, è pari all’autorepressione che ormai ci accompagna in ogni gesto e pensiero.

Noi che viviamo in un Occidente crepuscolare, esangue, perduto, sentiamo vivissima l’agonìa di una civilizzazione che ha dato molto all’umanità, ma che soffoca per avere venduto i suoi valori fondanti alla meschinità di una modesta sicurezza economica. Abbiamo raccolto l’eredità di generazioni di nomadi, cavalieri, maghi, esploratori, artisti, filosofi, artigiani e mistici, e l’abbiamo barattata per un posto sicuro in una banca o in un ufficio postale.

Non credo che i vostri libri di storia concederanno alla nostra epoca più che qualche riga. Abbiamo smesso due secoli fa di costruire cattedrali. Questi anni a cavallo di due millenni meritano forse una citazione per due soli fatti. Il primo è la Grande Trasmigrazione. Milioni di esseri umani, perlopiù poveri ma giovani, forti e pieni di speranza, si sono mossi dai loro Paesi, verso l’Occidente ricco, debole, e disperato. Un flusso ininterrotto da est e da sud, di dimensioni senza precedenti nella storia umana, giustificato e benefico, ma grondante di conseguenze conflittuali.  Il secondo è la Grande Rivoluzione informatica. Spero ricorderete con tenerezza e gratitudine quelle poche migliaia di persone che, cooperando, hanno dato vita alla nostra sola impresa di cui certamente voi godete i frutti. E non perché il computer abbia consentito i videogames, il commercio telematico o le chat di adolescenti e cuori solitari. Ma perché l’informatica ha iniziato a liberarci dalla fatica fisica del lavoro, e la grande rete è la prima tecnologia planetaria della storia. La prima ha aperto le porte ad un Evo che io chiamo Immaterialesimo e che spero voi viviate nella sua pienezza. Se Voi avete dimenticato il sudore, le malattie, i rischi mortali che per secoli hanno accompagnato l’Uomo –esattamente come gli animali- nella sua fatica fisica per sopravvivere, ricordatevi che la liberazione è iniziata proprio a cavallo fra il secondo e il terzo millennio.  La seconda sta rendendo palpabile l’idea di un’appartenenza terrestre, che finora era solo astratta e poetica.  Se voi siete cittadini di un pianeta, anziché di modeste quanto pericolose Nazioni, lo dovete alla nostra Cattedrale info-telematica.

Forse sorriderete con un po’ di commiserazione, pensando alla nostra vita in un’epoca che inizia a essere iper-tecnologica senza smettere di essere ipo-psichica. E vi chiederete come facevamo a vivere portando il peso di questo tragico disequilibrio. Forse avrete di noi l’immagine di scimmie che stanno alla guida di un’astronave, tanto sofisticata da renderci incapaci di governarla e terrorizzati per doverne stare ai comandi. E’ la stessa immagine che assale me, ogni giorno, quando mi chiedo cosa dia un senso alla mia vita, e se i suoi vantaggi valgano la pena dei sacrifici che richiede. Allora penso  che finché potrò vedere il sole rosso del tramonto che incendia Bombay, la notte nero-argentata del Deserto Dipinto, il mare verde-blu della “piscina di Allah”, il frontone dorato del Duomo di Orvieto, e gli occhi azzurro-cielo del mio amore, la mia vita ha un senso, in questi anni disperati. Questa è la sola risposta che mi arriva, ed auguro anche voi di poterne trovare una simile.

Guido Contessa


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