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INDICE Prefazione
INTRODUZIONE
Codici, metodi, tattiche e amenità varie
I. Storie informatiche
II. Licenze, politica, mercato
III. Comunità
IV. La strategia economica dellOpen Source
V. Hic Sunt Leones
Appendici
Presentazione oggetti grafici
Disclaimer
PREFAZIONE
Questa prefazione in realtà è una postfazione, nel senso
che è stata fatta dopo il libro stesso. Il fine di questa azione
che precede il testo è parlare fuori dai denti, rendere il più
possibile comprensibile, ampliare le prospettive, dare delle indicazioni
utili al lettore, soprattutto quello non specialistico e alieno a concetti
come software, computer, internet.
Questo libro traccia dei percorsi e delle linee di fuga in una materia
complessa: la scrittura di codici informatici, lagire quotidiano
di legioni di coder e hacker di vario tipo. Il mondo digitale, la tecnocultura
pervasiva, la matrice tutte immagini di gran moda devono
molto a questi individui manipolatori di codici, ovvero coloro che detengono
il potere tecnico di intervenire direttamente sui processi di creazione
dei codici che modellano le realtà.
Tuttavia, malgrado il loro enorme potere, raramente queste persone
se ne fanno carico, difficilmente lo gestiscono, in pochi prendono posizioni
dal punto di vista politico, o per meglio dire al di fuori dei mondi
digitali. Quanto meno, si tratta di una minoranza.
I media di massa ripropongono regolarmente, e in maniera concertata,
banalizzazioni ridicole dellattivismo digitale. Questo atteggiamento
di sufficienza e spettacolarizzazione rende difficile una cartografia
anche solo vagamente oggettiva di quanto si muove nelle reti: i pirati
informatici sono uno spauracchio utile al pensiero totale, non importa
di quale colore politico, e funzionale alle risposte preconfezionate.
Per correre ai ripari, per difendersi da questa malvagia incarnazione
piratesca, sono stati costituiti corpi polizieschi internazionali con
giurisdizione anche virtuale, lanciate campagne sulla sicurezza informatica,
sequestrate migliaia di macchine in tutto il mondo, arrestate centinaia
di persone; i superstati, dagli USA allUE, fanno a gara nellapprovare
corpus di leggi liberticide (DMCA, Digital Millennium Copyright Act,
del 1998; EUCD, European Union Copyright Directive, del 2001) , che
finalmente permettano loro di prendere il controllo delle reti. Un effetto
lampante di questa politica è stata la criminalizzazione, avvenuta
nellindifferenza generale, di larghe fasce della popolazione che
ha accesso alle reti: tutti quelli che scaricano materiali protetti
da copyright, audio, video, testi, qualsiasi cosa, al momento compiono
un illecito penale, alla faccia della riproducibilità tecnica!
Questi tentativi, in parte già riusciti, di imbrigliare, irreggimentare,
castrare la libertà creativa delle reti informatiche riguardano
dunque la vita concreta di tutti. Tutti usano carte di credito e bancomat,
cellulari e computer, pochi si preoccupano della costante chiusura di
orizzonti, delle continue limitazioni delle libertà sulle reti,
che guarda caso corrispondono a tagli drastici delle libertà
civili più tradizionalmente intese: più controlli ovunque,
più paranoia per tutti, più polizia, più armi:
naturalmente, è nel vostro interesse, per la vostra sicurezza.
I mondi digitali, di cui la rete di internet è la manifestazione
più nota, non sono completamente altro dai mondi reali: sono
semplicemente differenti, spesso in movimento più rapido e convulso,
ma sostanzialmente riflettono e a volte anticipano i movimenti che si
verificano fuori da essi. Perciò la mitizzazione manichea dellhacker
come individuo pericoloso che si muove in un territorio senza leggi
(magari!), onnipotente quasi fosse un essere distribuito con terminali
senzienti in ogni capo del mondo, in rapporto con oscure comunità
di supertecnici, è unimmagine decisamente troppo nostalgica
di soluzioni facili, desiderosa di stabilire confini chiari e netti,
di separare i buoni dai cattivi. Il mito fortemente modellato dalla
cultura cyberpunk rappresentava gli hacker come individui pericolosamente
interfacciati con la realtà, tra il virtuale e il reale, con
il giubbotto di pelle e gli occhiali a specchio. Effettivamente, gli
hacker creano codici e aprono nuove strade nella tecnosfera, ma non
hanno gli occhiali a specchio, forse non li hanno mai avuti. Hanno una
passione per i codici, per le macchine, un desiderio di capire come
funzionano e di comunicarlo agli altri. Creano comunità molto
stratificate e spesso fortemente gerarchizzate, dove la meritocrazia
ha un ruolo centrale, ma difficilmente parlano al mondo:
nel complesso, da un punto di vista meramente politico, sono neutri,
non schierati, non attivi. Una delle ragioni di questa disaffezione
per la vita reale, la real life schematicamente contrapposta alla virtual
life (campo dazione e di costruzione della propria individualità
per un numero sempre più imponente di individui) risiede probabilmente
nelle caratteristiche stesse dei mondi e dei linguaggi digitali. Il
cyberspazio, la matrice digitale, già di per sé è
fatta di codice. La scrittura e luso di codici informatici può
dunque sembrare del tutto autoreferenziale, interna allespansione
della matrice stessa, senza relazioni con la realtà nondigitale.
La realtà esterna, invece, non è completamente codificata,
perdurano enormi sacche che resistono a qualsiasi tentativo di codifica.
Mentre scrivere codice crea di fatto, e completamente, la realtà
della matrice, e si configura in quanto azione omogenea alla natura
stessa della matrice, usare una lingua naturale non crea tutta la realtà,
è unazione eterogenea, perché crea solo il mondo
condiviso di chi comprende quel linguaggio . Inoltre, se paragoniamo
i linguaggi informatici alle lingue naturali, laspetto che più
ci preme sottolineare è la radicale differenza di finalità
e funzionalità: una lingua naturale viene codificata a posteriori,
viene scritta una grammatica da esperti dopo che la lingua viene utilizzata;
invece un linguaggio digitale viene pensato per raggiungere un determinato
scopo: per scrivere interfacce grafiche, per mettere in relazione altri
programmi scritti in linguaggi differenti, per programmare una macchina
a basso livello, ecc. La finalità è dettata a priori,
anche se ovviamente si possono aggiungere usi e funzionalità
impreviste. Finalità e funzionalità: il fine di un codice
è che funzioni. Poi ognuno lo userà a modo suo. Lattitudine
hacker è tutta qui: ho un bisogno o desiderio, applico la mia
passione per soddisfarlo, scrivo un codice che funzioni a quel fine.
Banalizzando: ho un computer, un microfono, un telefono, desidero parlare
con un amico lontano, scrivo un codice, un programma che metta in relazione
gli elementi tecnologici per raggiungere il mio scopo. La politica diventa
personale al massimo grado: uso il mio potere tecnico per raggiungere
i miei obiettivi in maniera funzionale.
Abbiamo imparato molto dallo stile hacker. Abbiamo imparato a giocare
e a condividere, a immaginare nuovi possibili usi della tecnologia.
Vorremmo dare qualcosa in cambio, influenzare come siamo stati influenzati:
condividere un immaginario radicale. Smetterla una buona volta con la
strategia della resistenza e della difesa di minuscoli interstizi di
libertà, di piccole aree autogestite a fatica connesse tra loro,
sempre pronti a cambiare aria se la repressione alza il tiro; abbandonare
le strategie di pura sopravvivenza, le economie di autosussistenza,
e cominciare ad ampliare le aree di libertà. La creazione di
TAZ è solo il primo passo, ma non basta: deve diffondersi come
un virus, moltiplicarsi in una miriade di progetti. I mezzi ci sono:
la tecnica è nelle mani di chi la sa usare, e adesso è
il momento di promuovere un uso sovversivo della tecnica. Negli anni
Ottanta gli hacker venivano processati e sbattuti in prima pagina (e,
spesso, cooptati subito dopo dai servizi più o meno segreti per
spiegare a ottusi funzionari come usare le macchine) perché osavano
penetrare nei sistemi delle grandi compagnie telefoniche americane.
Era ridicolo, visto che chiunque sapesse leggere e usare i manuali tecnici
delle compagnie, non certo segreti, avrebbe potuto fare altrettanto.
Ma diffondere le conoscenze e le informazioni, nelletà
in cui linformazione è il bene più prezioso, lunica
vera moneta di scambio e fonte di potere, è già di per
sé sovversivo. Oggi gli hacker detengono senzaltro il potere
tecnico per costruirsi le loro reti telefoniche o reti di qualsiasi
altro tipo, senza chiedere il permesso a nessuno, negoziando invece
con i soggetti interessati i possibili scenari. Dovrebbero solo sporcarsi
di più le mani con la vita reale, prendere la parola e imparare
a parlare anche a persone che non hanno la loro competenza tecnica.
Non è facile, non è automatico, non ci sono ricette di
sicuro successo. Lincomprensione è sempre dietro langolo,
la traduzione può risultare oscura e inefficace. Però
si può giocare, e metterci tutto il proprio desiderio. Non sarà
comunque fatica sprecata.
Questo libro, quindi, è unazione diretta, un modo di chiamarsi
in causa, di non restare a guardare il divenire vorticoso della tecnocultura,
ma di metterci su le mani. È stato scritto a otto mani, attraverso
strumenti di open publishing in rete , da una comunità scrivente
che si è costituita in diversi mesi di lavoro comune; ma, in
pratica, sono molte di più le mani che sono intervenute: ognuno
con le sue competenze, abbiamo dovuto confrontarci e cercare di capirci
fra di noi, mediare e trovare linguaggi condivisi, prima di poter dire
qualcosa. Questo libro non è un libro perché continua
sulla rete, nei percorsi che si sono aperti man mano che ci guardavamo
intorno, chiedendo a chi ne sa di più, ma magari non ha tempo,
voglia e capacità di raccontare agli altri. Questo libro è
unautoproduzione di un autore collettivo che ha coagulato intorno
a sé degli interessi precisi, una volontà chiara di immergersi
nella realtà, consapevoli dei propri mezzi tecnici. Fra tante
azioni, ci sono state anche parecchie riflessioni. In primo luogo, su
chi siamo e cosa vogliamo, sui nostri desideri. Sul modo di relazionarci
fra di noi, nei confronti degli altri, delle comunità di cui
facciamo parte. Sul primato del processo, del metodo, rispetto ai risultati.
Nessuna indagine sociologica, economica, linguistica che pretenda dessere
oggettiva: ma tutto questo, e molto altro insieme, in un divenire fluido.
Ogni capitolo può essere letto a sé: si susseguono una
discussione sulluso dei codici (Introduzione), una panoramica
storica dellemergere dei concetti di Free Software e Open Source
(cap. I), una disamina delle licenze software (cap. II), unanalisi
delle comunità digitali (cap. III), un approfondimento sulle
relazioni tra Open Source e mercato (cap. IV), una focalizzazione sulle
possibilità dazione degli invidi (cap V). Un altro livello
di lettura, più immediato rispetto alla narrazione, è
quello grafico; infatti, sono state inserite delle infografiche, cioè
oggetti grafici, mappe di vettori senza alcuna legenda che evidenziano
le connessioni fra le comunità digitali e fanno il punto sulle
relazioni tra Free Software e Open Source, per facilitare il posizionamento
del lettore nel discorso del testo. In rete, oltre al libro completo
liberamente scaricabile, rilasciato sotto una licenza Creative Commons
, si trovano sitografie, link e approfondimenti vari aperti a contributi
futuri. In questo libro tanto eterogeneo vi sono molte carenze e molti
punti di forza; nessuno sviluppato a fondo: questo perché la
teorizzazione perfetta, le teorie piene e lisce, senza alcun punto debole,
perdono subito contatto con la realtà e si traducono in pratiche
catastrofiche, autoritarie, non condivise. Preferiamo abbozzare, rilasciare
una versione alfa, e attendere contributi. Questo libro è pensato
come un software modulare: abbiamo dei desideri da realizzare, vorremmo
far funzionare e implementare le nostre reti, quindi abbiamo pensato
a scrivere delle librerie, dei pezzi che possano essere riutilizzati
in altri contesti, dei brani di codice che possano servire da collegamento
tra diversi tipi di comunità e soggetti eterogenei: hacker, tecnici,
attivisti, utenti a qualsiasi livello delle tecnologie informatiche.
Lordito e la trama della tela che possiamo tessere sono molto
più complesse di quanto non possa restituire un libro, ma un
libro è quello che ci serve per iniziare a costruire. Questa
struttura modulare è funzionale inoltre allintervento esterno:
chiunque può scrivere la sua implementazione, proporre migliorie,
ideare e realizzare un suo plugin che svolga funzioni specifiche.
Annoveriamo tra i punti deboli, quelli che possono facilmente essere
attaccati, almeno tre linee di fuga che ci piacerebbe seguire, o meglio
che qualcuno seguisse. Innanzitutto, un discorso sul mondo del lavoro.
Elaborare pratiche di autoformazione e la condivisione delle competenze
come modello di autodifesa digitale, esportabile in qualsiasi campo
anche al di fuori dellambito qui affrontato: prospettive di biosindacalizzazione
dei soggetti precari, per i quali le tattiche del welfare tradizionale
(e di qualsiasi presunto welfare alternativo) sono del tutto
obsolete e inappropriate. In secondo luogo, le tematiche legate allergonomia:
a partire dal software e dal rapporto uomomacchina, progettare
oggetti, servizi, ambienti di vita e di lavoro, affinché rispettino
i limiti delluomo e ne potenzino le capacità operative,
con la massima attenzione al confort, allefficacia, alla sicurezza.
Buone pratiche per vivere con un certo stile, per usare le tecnologie
e non esserne usati. Infine, immaginare nuovi modi per attraversare
i livelli delle realtà in cui viviamo, nuove declinazioni collettive
e individuali, che prendano forma, diventino azioni concrete e di quando
in quando riescano, attraverso pratiche di scrittura comunitarie, a
fermare il tempo e il flusso dellazione, a teorizzare, a individuare
nuove vie di fuga, per spingere al massimo i propri desideri.
Una precisazione: in questo libro si accenna appena a Microsoft, perché
sparare sulla croce rossa è troppo facile e persino noioso. Le
posizioni monopolistiche e di chiusura pressoché totale dei codici
del colosso di Redmond non possono nemmeno essere prese in considerazione,
tanto sono lontane dallo spirito hacker. Se addirittura lantitrust
americano si accorge che qualcosa non va, non ci vuole un grande intuito.
È più interessante prendere in considerazione il sottile
slittamento di significato che ha portato la pratica del Free Software
a diventare più semplicemente Open Source, un movimento che sostituisce
la pratica della libertà con una meno imbarazzante apertura:
come ricompensa, viene appoggiato da governi e da corporation come IBM
e Sun, insomma da poteri forti, che ora si fanno improvvisamente paladini
dello sviluppo dei metodi di condivisione e apertura elaborati nelle
comunità digitali. Perché non avvalersi della collaborazione
appassionata di persone a cui piace il lavoro che fanno, invece che
costringere persone poco motivate a produrre merci che non gli interessano?
Il controllo morbido, linsistenza sulla creatività e sul
lavoro déquipe, le pacche sulle spalle, le gratificazioni
sono da tempo patrimonio delle tecniche aziendali: si realizzano prodotti
migliori in minor tempo e a costi inferiori. Per molti settori, persino
i militari preferiscono usare lo sviluppo aperto, piuttosto che la chiusura,
per perfezionare i loro strumenti di dominio e sterminio. Vogliamo allora
mettere il dito sulla piaga, evidenziare le incapacità politiche
del Free Software, linsufficienza della GPL, la necessità
dellestensione del copyleft e insieme lipocrisia, molto
redditizia in tutti i sensi (ma che nonostante tutto ha dato una scossa
al monopolio Microsoft), che ha portato al successo del termine Open
Source.
Infine: se questo libro vi darà delle risposte e lo chiuderete
colmi di sicurezze e gratificazioni, avremo fallito. Speriamo che questo
libro vi deluda: siamo certi che non sia abbastanza e perciò
speriamo che vi spinga a dire la vostra, ad agire in prima persona,
magari a prendervi uno spazio di elaborazione e scrittura collettiva,
usando e migliorando gli strumenti che qui abbiamo testato. Questi strumenti
e molti altri sono a disposizione, fra laltro, presso il server
Ippolita (www.ippolita.net), che incidentalmente è anche lautrice
di questo libro. Solo così il meccanismo della delega, almeno
per una volta, sarà accantonato: confidiamo nellassunzione
diretta di responsabilità, per la creazione di dinamiche impensate
di autogestione.
1. Alcuni approfondimenti, in italiano: EUCD http://www.softwarelibero.it/progetti/eucd/
(cache); DMCA http://www.annozero.org/nuovo/pages.php?page=Sklyarov+DMCA
(cache)
2 . Il discorso qui accennato è ovviamente assai più complesso.
La realtà è idiota, nel senso etimologico del termine
di proprio, privato, particolare; questo aspetto è assolutamente
alieno alle codifiche totalizzanti che rendono invece la matrice digitale
una sequenza, per quanto gigantesca, di impulsi discreti, di zeri e
di uno.
3. Matthew Arnison, Lopen publishing è la stessa cosa del
software libero, Indymedia FAQ #23, http://italy.indymedia.org/news/2002/07/64459.php
(cache). Lo strumento principale che abbiamo usato è un wiki,
un software collaborativi per scrivere, che potete trovare qui: www.ippolita.net
4. In particolare abbiamo scelto una licenza Creative Commons copyleft
di tipo byncsa 2.0, ovvero: Tu sei libero: di distribuire,
comunicare al pubblico, rappresentare o esporre in pubblico lopera;
di creare opere derivate. Alle seguenti condizioni: by: Attribuzione.
Devi riconoscere la paternità dellopera allautore
originario. Nc: Non commerciale. Non puoi utilizzare questopera
per scopi commerciali. Sa: Condividi sotto la stessa licenza. Se alteri,
trasformi o sviluppi questopera, puoi distribuire lopera
risultante solo per mezzo di una licenza identica a questa. Maggiori
informazioni: http://www.creativecommons.it (cache)
INTRODUZIONE
Codici, metodi, tattiche e amenità varie
In questo libro si parla spesso di codici. Un codice è un insieme
di regole che permette la conversione di una porzione di informazione
(una lettera, una parola, una frase) in unaltra forma di rappresentazione,
non necessariamente dello stesso tipo. Una lingua naturale, come litaliano,
è un codice, in quanto è composta da segni arbitrari che,
combinati con altri segni dello stesso tipo, costituiscono un sistema
di segni complesso, ovvero un codice. La lingua quindi può essere
considerata un codice in quanto essa mette in relazione un universo
di significanti e linsieme dei significati di quella lingua stessa.
Allo stesso modo, nel contesto informatico, un codice mette in relazione
le proprietà di un particolare linguaggio (C, php, perl, ecc.),
composto di segni arbitrari, con i significati che lutilizzatore
del linguaggio desidera esprimere. La scrittura di codice, latto
del codare (la codifica, da to code), in questo senso, è unoperazione
di passaggio da un significante a un significato. La decodifica, viceversa,
sarà il passaggio dal significato al significante1. Nella stesura
e nella composizione del libro, operazioni successive di codifica e
decodifica, abbiamo cercato di tenere presente e di rendere questo continuo
trapasso, questo movimento.
1. Canguri dimensionali
Saltando in una tensione continua da un piano allaltro, dalla
rete al reale, dallindividuale al comunitario, e ritorno, è
inevitabile porsi in unottica di traduzione, e dunque di tradimento.
Finora con la stesura di questo libro, che non riusciamo a considerare
concluso, abbiamo saltato in continuazione da dimensioni virtuali a
dimensioni reali: siamo passati dalle microrealtà individuali
(lhacker solitario che scrive il suo codice) ad ampliamenti comunitari
(la condivisione delle conoscenze), a proiezioni globali (luso
di licenze che rilasciano un permesso, che concedono un determinato
potere a un certo utente riguardo a una precisa porzione di codice).
Naturalmente, questi stessi esempi sono semplificazioni: i flussi si
possono analizzare solo perdendo qualcosa della loro complessità.
Questi passaggi non solo non sono affatto scontati, perché richiedono
una certa elasticità e molteplicità di punti di vista,
ma sono evidentemente anche del tutto soggettivi e situati.
Abbiamo cercato di fotografare una realtà complessa e in divenire
vorticoso, il mondo digitale, con il suo pullulare di comunità,
individui, codici, nelle relazioni con il mondo commerciale. Questa
fotografia, è quasi inutile dirlo, non poteva che risultare mossa,
dunque un tradimento delloggettività che esiste (forse)
là fuori da qualche parte, ma che le parole e i codici possono
appena abbozzare.
2. Analisi pure e oggettive Desideri e linguaggi
I livelli di analisi macrosociale scadono presto in costruzioni di
poco o nullo interesse perché perdono di vista la materialità
degli individui che danno vita allo spazio sociale, sia esso digitale
o reale (quanto poi i livelli siano mescolati, è un ulteriore
elemento di complessità).
Se consideriamo invece i singoli individui, e i loro desideri, si svela
lovvia parzialità del proprio punto di vista. Tradurre
nella realtà ciò che sta in rete è unazione
impura (per fortuna), cioè di tradimento, perché ogni
traduzione si confronta con la complessità del nondetto
(i codici non sono mai equivalenti anche se sembrano dire la stessa
cosa): allo stesso modo, un codice ben scritto non si esaurisce nella
purezza delle sue routine e subroutine, e nemmeno nello stile di indentazione
o nella ritmica dei commenti al codice stesso. Il codice contiene in
sé la possibilità di un uso, che può tradursi in
un accrescimento, in una perdita, comunque in una trasformazione di
ciò che già esiste.
3. Codici
Limitiamo momentaneamente il termine codice allambito informatico.
Un codice non utilizzato è monco, o forse inutile. La questione
dellutilità o meno di un codice è decisamente mal
posta, spinge un parallelo con i linguaggi naturali eccessivamente forzato2.
Prescindiamo dallutilizzo che ne viene fatto (o non ne viene fatto):
possiamo dire che non esistono codici inutili.
Esistono sicuramente codici monchi, non finiti, abbandonati, non utilizzati,
accatastati in qualche cimitero di sorgenti sparso da qualche parte
nella rete. Non si scrive codice, non si coda mai iniziando dallo zero
assoluto, ma studiando i codici sorgenti di altri prima di scrivere
il proprio. Dunque accade che codici ritenuti monchi da chi li ha scritti
tornino a essere sfogliati, studiati, utilizzati, implementati.
Il codice può essere riciclato e riutilizzato, studiato, ammirato,
smembrato e ricomposto oppure semplicemente tenuto da qualche parte
per i posteri o per il piacere di avere un archivio.
Infine, non è nemmeno detto che sia possibile analizzare lutilità
o meno di un codice. Ovvero, i codici possono essere scritti per il
«grande pubblico», per gli «addetti ai lavori»,
per il «programmatore stesso». Non per forza acquistano
valore nella loro compilazione ed esecuzione, ma a volte addirittura
si attualizzano solamente e completamente nella loro semplice scrittura.
Per non parlare dei codici che sono scritti per essere il più
possibile non utilizzati oppure semplicemente per il gusto di essere
i primi a riuscire in una qualche impresa.
Lutente medio può apprezzare un programma per gestire la
posta elettronica come Thunderbird, «pochi eletti» o «addetti
ai lavori» apprezzano Blender per la grafica 3d, alcuni coder
sorridono allidea delle librerie dmalloc. Esistono poi linguaggi
di programmazione esoterici, il cui fine non è tanto lusabilità
quanto il desiderio di esplorare i limiti delle macchine, o dimostrare
un concetto, o giocare semplicemente con le possibilità del codice
ed espanderle3.
4. Virtù(alità) del codice
Luso di un codice, in ogni caso, apre la strada al salto dimensionale:
è virtuale, sì, e proprio per questo non è solo
virtuale. Un codice usato non è solo codice: entra in relazione
con la realtà, e la realtà non è fatta solo di
codici e parole, ma anche di cose che proprio non ne vogliono sapere
di rientrare nella semplicità del nostro codice, di essere fedelmente
rispecchiate, di adattarsi. Anzi di solito accade che la realtà,
le cose, trasformino il codice e viceversa: lesempio più
banale è luscita di nuove release dei programmi che impone
laggiornamento del proprio sistema quindi un impiego di tempo
da parte di individui in carne e ossa, e a volte un mutamento nella
struttura stessa delle macchine (più potenti, più performanti).
Luso, la prassi, fra laltro, trascina con sé letica.
Letica è la responsabilità degli esseri umani, la
loro capacità relazionale, e non solo. Non si tratta affatto
di riscoprire il grande valore aggiunto dellumanità, la
centralità delle scelte delluomo, che si costruisce nel
quadro di un umanesimo in fondo malinconico: ah, certo, le macchine
servono, risparmiano fatica, ma come si stava bene senza! Letica
riguarda anche le macchine, e non solo gli esseri umani. perché,
che piaccia o meno, attualmente esistono macchine che agiscono, che
si relazionano con altre macchine, con altri esseri più o meno
viventi e senzienti. Esistono ad esempio macchine armate (dagli esseri
umani, certo) che decidono della vita di esseri animati4. Vi sono passaggi
continui tra i mondi. Mancano, perché devono essere create, parole
adeguate (che non siano solo codici) per esprimere questi passaggi,
dal virtuale al reale e ritorno, e dal collettivo allindividuale
e ritorno, dove non cè mai un punto di partenza né
di arrivo, ma il percorso dipende dal punto di entrata. Insomma, «realtà»
non significa affatto «ambito dazione degli esseri umani,
mondo umano dei corpi e delle cose», né «virtuale»
sta per «mondo delle macchine, delle menti e degli oggetti immateriali».
Questa dicotomia fra reale e virtuale, cavallo di battaglia di una certa
vulgata pseudoscientifica, è del tutto inappropriata, oltre che
orfana di altre ben più potenti e storicamente influenti separazioni
(fra corpo e mente, fra mondo delle idee e mondo della materia, ecc.)5.
Immaginare possibili hacking della realtà non centra nulla
con una ridefinizione e riproposizione dellambito reale come «migliore
perché umano e umano dunque migliore» per intervenire.
Le cose sono assai più complesse, i mondi variamente mescolati,
e osservare i punti di passaggio fra di essi implica delle identità
sempre in gioco e negoziabili. Volerle fissare e legare a un livello
a ogni costo è una semplificazione indebita. Chi vuole definire
un livello «migliore», un approccio «migliore»,
di solito, vuole semplicemente mantenere lo status quo perché
gli fa comodo, ovvero, per mantenere il potere che ha.
Lumanesimo che ribadisce allarmato che il progresso tecnico mette
da parte lessere umano ed esalta le macchine, inumane e dunque
cattive come se invece gli esseri umani fossero «di natura
buoni» è solo la faccia luddista della tecnofilia
repressiva che immagina di scaricare le menti umane in software puri.
Sogni, incubi di tecnofascisti puritani, che si troverebbero a loro
agio in un universo disincarnato: come se potessero darsi software senza
hardware o senza wetware. Entrambe le posizioni hanno scarse capacità
di cambiare, ma soprattutto di immaginare e desiderare.
5. Visioni differenti
Capacità di immaginare e desiderare: in questo senso, ogni capitolo
può essere letto come un tentativo di far vedere ciò che
non si vede tra le «semplici» righe di un codice. Ad esempio,
nel capitolo dedicato alle licenze software appare evidente che, adottando
il «permesso dautore» (copyleft), le licenze come
la gpl (General Public Licence) funzionano con un meccanismo virale
e cercano così di garantire ed estendere la libertà del
codice. Un codice rilasciato sotto gpl è libero, e tutti i codici
che da esso derivano saranno altrettanto liberi; queste licenze quindi
cercano di esplicitare ciò che non si può esplicitare,
far vedere la libertà intrinseca in quel codice. Tuttavia questo
non è sufficiente per rendere oggettivo e ineliminabile un uso
etico del software.
Infatti letica, come la libertà, non si può garantire
per decreto o per licenza, dando o togliendo permessi, ma solo confrontando,
traducendo, adattando. Lì sta il tradimento, nelluso, che
può essere diverso e lontano (volendo anche di mercato; per quanto
la licenza gpl non neghi affatto la possibilità di profitto commerciale)
rispetto a quello che si era previsto scrivendo quel codice. È
come dire a un autore (che scriva romanzi, saggi, poesie o software
a questo punto non è cruciale): io nel tuo testo ho letto questo.
Lautore si potrà anche risentire, sostenendo di aver avuto
tuttaltro intento, ma linterpretazione non può che
essere libera. La libertà dellutente in questo caso sta
nella possibilità di uso (etica) che gli viene concessa. Dare
una libertà significa anche prendersela.
Scrivere uno stesso concetto con il linguaggio del liberismo, dello
strutturalismo, del postmodernismo, del marxismo, dellavanguardismo
(o di qualunque altro ismo, maggiore o minore che sia), ecc. non
è metodologicamente diverso dallo scrivere un codice che in linea
di principio compie le stesse cose in un linguaggio procedurale come
il C, oppure con uno script perl, o php, o in un linguaggio a oggetti,
o in un linguaggio macchina assembly, ecc. Si tratta di visioni differenti
di una medesima, molteplice realtà. Ognuno ha familiarità
e competenza per un certo linguaggio e non per altri, quindi formulerà
il proprio approccio nel linguaggio che padroneggia meglio o che ritiene
più adatto.
Un programma può essere scritto in un linguaggio qualsiasi, in
linea di principio, sempre che i mezzi linguistici siano adeguati ai
fini che si intende raggiungere e dunque: una sequenza di boot allaccensione
di un computer, il cui fine è bootare, sarà probabilmente
scritta in assembly, un sito web dinamico, il cui fine è servire
pagine web agli utenti che interagiscono e le richiedono, potrà
essere scritto ad esempio in php+mysql6, e così via.
Tuttavia alcune cose si possono scrivere solo con certi linguaggi,
o meglio, la maggior parte delle idee che un programmatore desidera
realizzare si possono codare con un linguaggio adeguato al target di
utenti che si intende raggiungere7.
Dunque, la scelta del codice, o dei codici, utilizzati non è
indifferente.
6. Traduzioni e poteri: modelli chiusi,
modelli aperti, modelli free: liberi.
Tradurre significa inoltre mescolare le carte in tavola. Significa
mettere a confronto linguaggi spesso del tutto eterogenei che descrivono
(codificano) la stessa realtà e cercare di trovare ciò
che non quadra, lerrore, il bug, che può anche essere un
elemento di nuova forza e spinta a migliorare linguaggi e codici.
Ovviamente, considerato quanto abbiamo detto poco sopra, tradurre significa
posizionarsi in un luogo di potere dal quale si dà la parola
a un certo linguaggio e in un certo modo. Tradurre è contraddittorio
perché significa dare a chi non conosce quella lingua o quel
codice la possibilità di accedere a un determinato significato,
ma nello stesso tempo forzare il significato ad adattarsi al proprio
particolare punto di vista. Significa prendersi la responsabilità
della fiducia, affermando: fidati di me, anche se non conosci questa
lingua, io ti posso spiegare. Nel caso della scrittura di codice vi
sono ulteriori passaggi che rendono ancora più indispensabile
un investimento di fiducia nella traduzione proposta, perché
lutente medio «legge» il codice già «tradotto»
dallinterfaccia grafica8.
Ma sarebbe ipocrita fingere che i codici possano davvero spiegarsi da
soli, per quanti manuali, howto e tutorial (o dizionari e prontuari)
si scrivano: anzi, ogni manuale in più è un nuovo punto
di vista, una nuova operazione di posizionamento in cui chi scrive per
spiegare domanda la fiducia a chi ascolta la spiegazione9.
Il codice si spiega quando qualcuno prende coraggio e dice: secondo
me funziona così, lho scritto (oppure lho debuggato,
migliorato, ecc.) e credo che questo sia luso migliore che se
ne possa fare. Se questo codice è proprietà privata, o
puro oggetto di scambio commerciale, nessuno può in teoria spiegarci
meglio, modificando e migliorando il codice stesso, come stiano le cose.
In questo senso, possiamo dire che un software close, è nella
stragrande maggioranza dei casi unoperazione di posizionamento
assoluta, in cui qualcuno si arroga il diritto di spiegarci come stiano
le cose, riducendole a un solo punto di vista, il suo, che generalmente
non è affatto disinteressato, visto che il codice lha scritto
per far soldi e basta.
Il software proprietario, ipocritamente, riduce le possibilità
e afferma: le cose stanno così, proprio così, nessun privilegio,
nessun luogo di potere, solo la pura e semplice verità. Non è
una visione differente, è una visione totalizzante che richiede
fiducia cieca da parte dellutente senza dare in cambio laccesso
agli strumenti per interagire e implementare quella traduzione, quel
particolare punto di vista.
Per rendere ancora più saldo questo monopolio interpretativo,
il software close si avvale di minacce, ricatti e repressioni: bisogna
aspettare il prossimo rilascio del programma se ci sono dei bug, ma
se ci azzardiamo a metterci su le mani rischiamo denunce civili e penali.
Ma ci sono anche strategie più morbide di controllo e persino
sfruttamento degli utenti: per esempio, si può contribuire allo
sviluppo di applicazioni close facendo betatesting, ovvero testando
versioni non ancora stabili (beta version) e comunicando le proprie
difficoltà e impressioni duso alle aziende produttrici;
oppure inviare segnalazioni derrore quando qualcosa non funziona.
In cambio, potremo acquistare una nuova versione migliorata grazie ai
nostri suggerimenti!
Adottare un modello open, o meglio free, libero, significa invece senzaltro
affermare la propria posizione, scrivere il proprio codice, ma dare
la possibilità ad altri di spiegarlo, nella maniera più
condivisa possibile. Poi sta alla comunità che recepisce il codice
trovare nuovi usi, interpretazioni e interazioni, nuove spiegazioni,
modificare e tradurre, creare. Ma senza nascondersi dietro una presunta
trasparenza del codice che hai scritto.
Se il codice si può usare, in un modo qualsiasi, anche smontandolo
a pezzi (e non solo accettando passivamente le condizioni stabilite
una volta per tutte da chi ha scritto la licenza), la trasparenza è
meglio lasciarla a chi è davvero convinto che un giorno, quando
il mitico Progresso del libero mercato avrà fatto il suo corso,
chiunque schiacciando un bottone farà la cosa giusta e sarà
libero. I codici non rispecchiano fedelmente e in maniera trasparente
la realtà: sono traduzioni imperfette, punti di vista e prese
di posizione parziali.
Luso del codice implica letica, un certo stile, un certo
codice di comportamento; la libertà duso implica limprevisto,
e la continua rinegoziazione di ciò che significa «fare
la cosa giusta» con quel pezzetto di codice. In ogni caso, fiducia
negli altri e nelle capacità di condivisione degli esseri umani,
nelle loro capacità dinterazione con le macchine (che non
si costruiscono da sole non ancora, almeno), nella loro capacità
di conoscere, comprendere: nella possibilità di cambiare, e divenire
Altro.
Questa fiducia non è per nulla incondizionata, anzi: non è
fiducia nellUomo, nella Macchina, nella Ragione, ma più
semplicemente in alcuni individui che si sentono affini, comunità
di riferimento, situazioni in cui si è a proprio agio e che procurano
piacere. Fiducia in alcune macchine che si ritengono migliori di altre,
o che stimolano maggiormente il proprio senso estetico. Nessuna grande
idea quindi, nessuna verità da svelare, nessuna bandiera da sventolare:
al contrario, molte idee, molti individui, molte verità, molte
etichette, raggruppamenti, comunità, sempre in divenire.
Tra questi soggetti e oggetti vogliamo stabilire delle relazioni, e
non si tratta di volare basso, perché per quanto piccole, temporanee,
revocabili, queste aperture di fiducia possono creare livelli di complessità
enormi.
Note allintroduzione
1. In realtà la questione è assai più complessa,
sia per quanto riguarda la lingua naturale, sia nel caso dei linguaggi
informatici. Sitografia: CODICI e LINGUAGGI.
2. Infatti, avrebbe poco senso paragonare luso, nel 2005, di una
lingua arcaica e desueta ad esempio la scrittura cuneiforme sumerica,
con luso di codici informatici «antichi». Basti pensare
a quanti usano i codici di mplayer 0.1, Linux 0.01, xchat 0.1 ecc. Non
ha senso definirli codici monchi o inutili.
3. Linguaggi di programmazione esoterici: http://en.wikipedia.org/wiki/Esoteric_programming_language
4. Lespressione più compiuta dellincubo delle macchine
armate è probabilmente il film Il Dottor Stranamore, ovvero come
imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Stanley Kubrick, Gb,
1964. Dati alcuni input iniziali, le macchine scatenano lapocalisse
nucleare. E, se non fosse per la pervicacia di alcuni esseri umani nel
raggiungimento degli obiettivi di distruzione, nelladempimento
militaresco degli ordini ricevuti, potrebbero essere fermate! Per unanalisi
più recente si veda: Manuel De Landa, La guerra nellera
delle macchine intelligenti, Feltrinelli, Milano, 1996 (ed. or. War
in the Age of Intelligent Machines, Zone Books, New York, 1991). Sicuramente
la biocenosi contemporanea è un continuum di interazioni e sinergie
caotiche fra esseri di specie diverse, tra i quali le macchine svolgono
una funzione non secondaria.
5. In particolare, si vedano i paradigmi dellia nella sua formulazione
forte (non a caso, ispirata da oltre mezzo secolo di ricerca militare).
Si tratta in un certo senso di una rivisitazione tecnofila del platonico
mondo delle idee, trasformato in un mondo di software in cui finalmente
i corpi non saranno più il carcere di gigantesche menti inumane.
Si veda Naief Yehya, Homo Cyborg, p. 141 ssg., Elèuthera, Milano,
2005.
6. Non tutto si può scrivere con ogni linguaggio perché
ogni linguaggio ha una sua finalità. Il C è stato ideato
per scrivere a medio livello sistemi operativi, php è stato fatto
per il web, lassembly e stato scritto perché era un po
più semplice del linguaggio macchina in codice binario. Ovviamente
poi ci sono linguaggi particolarmente fortunati da essersi accaparrati
altre fette di utilizzatori. Non credo che quando nel 1974 Dennis Ritchie
ha rilasciato il primo compilatore C si immaginasse che oggi io programmo
applicazioni grafiche...
7. Ad esempio, si può benissimo scrivere un window manager in
perl, ma lo userebbero quattro persone e tutti e quattro perlisti esperti.
Se faccio un portale web in C, lo faccio semplicemente per esibire i
miei attributi (senza considerare che aumenterei esponenzialmente la
possibilità di essere attaccabile).
8. Vedi nota 1. Un codice informatico, a seconda del linguaggio in cui
è scritto, subisce passaggi radicalmente diversi. I linguaggi
informatici si dividono in tre tipologie principali: linguaggi interpretati,
linguaggi compilati, linguaggi macchina. Sitografia: CODICI e LINGUAGGI.
9. Un percorso di approfondimento a proposito della nozione di verità,
della necessità di stringere patti di fiducia e di «sospensione
dellincredulità» (si veda in proposito Samuel T.
Coleridge, «suspension of disbelief»), al fine di comprendere
le traduzioni e il rispecchiamento del reale da parte di un linguaggio,
prende le mosse senzaltro da Friedrich Nietzsche, Su Verità
e menzogna in senso extramorale, Roma, Newton Compton, 1981 (ed or.
Über Wahrheit und Lüge im aussermoralischen Sinn, 1873).
I
Storie informatiche
1. In principio era Unix , ma lo sapevano in pochi
Agli inizi degli anni Novanta la Free Software Foundation (FSF) distribuiva
un sistema operativo derivato da Unix, ma libero, gratuito, stabile
e soprattutto (ancora) poco famoso: GNU/Linux. Il panorama digitale
di quegli anni, lato utente e piccole medie imprese, era scandito dal
lancio sul mercato dei processori Intel e dalle release (1) di MSDOS
e, successivamente, di Windows.
Il computer, la scatola magica della rivoluzione informatica, era appena
diventato un fenomeno di massa(2) e la gente veniva indottrinata sullo
standard di accessibilità economica dei Personal Computer. (Un
Computer per tutti! Un PC, un Computer Personale!)
Le nuove leve del digitale non conoscevano altri sistemi operativi oltre
a quelli di casa Microsoft, i programmi erano piccoli e a pagamento,
ma anche facilmente copiabili su floppy disc e distribuiti quindi di
mano in mano.
I nuovi programmatori nati sui PC lavoravano per lo più in BASIC
e pascal, pochissimi in assembly (3). Nascevano i virus, i giochi grafici,
la computer music e le riviste di settore. GNU/Linux non era conosciuto,
così come si ignorava la possibilità, e persino lutilità,
di avere i codici sorgente di un applicativo. Semplicemente, i programmi
venivano crackati. Laspetto commerciale del mondo digitale era
dato per scontato da chiunque perché quasi nessuno sapeva cosa
si celava allaltro lato di questa rivoluzione. In realtà,
se consideriamo che la condivisione del codice è nata insieme
allinformatica, piuttosto che di origini del Free Software dovremmo
parlare di origini del Software Close o software proprietario.
Erano interessati al Free Software accademici, informatici consapevoli
o programmatori con collegamenti a internet che si sarebbero diffusi
presso lutenza non specializzata solo 510 anni più
tardi. Questi personaggi, insieme a tutti coloro che sviluppavano applicativi
su piattaforma Unix, rappresentavano i principali depositari del termine
hacker: colui che scrive codice per passione, lo migliora, lo condivide
e aiuta chi ha problemi nellutilizzarlo (4) .
Il termine hacker ha un ampio spettro semantico e sicuramente acquisterà
nuove accezioni in futuro. Non è dunque errato sostenere che
gli hacker esistevano anche su piattaforma PC legati per lo più
al movimento cyberpunk della seconda metà degli anni Ottanta.
Qualcuno usava Linux, ma pochissimi avevano contatti con le comunità
virtuali di sviluppo software, utilizzando per lo più le BBS
(Bullettin Board System(5) come strumento di incontro e confronto. I
particolare, i gruppi che nascono in Europa in quegli anni sono orientati
alla sperimentazione tecnica, come il mitico Chaos Computer Club di
Amburgo(6) , ma spesso sono anche più spiccatamente luoghi di
elaborazione politica e culturale, che di fatto centrano molto
poco con il computer hacking, come litaliano Decoder(7) o lolandese
Hacktic (8) , fino alla rete europea ECN (European Counter Network)
(9) . Questi gruppi cercano nelle nuove tecnologie degli strumenti di
comunicazione per gruppi di affinità sociale e/o ludica, per
esperimenti di partecipazione pubblica e politica alla vita delle comunità
reali; il mondo della rete è percepito come una frontiera di
libertà nella quale rielaborare sconfitte e vittorie della controcultura
underground (10) . Un momento cruciale, di forte aggegazione delle culture
hacker, fu la tre giorni di Amsterdam Icata 89 (11) . In quelloccasione
Lee Felsestein, il papà dei Personal Computer, che
già negli anni Settanta aveva fondato il Community Memory Project
e poco dopo lHomebrew Computer Club, portò lesperienza
della Bay Area: il confronto con i gruppi americani diventava sempre
più serrato, si elaborava con entusiasmo letica hacker.
Negli Stati Uniti, la novità nellapproccio della FSF risiedeva
soprattutto nel taglio politico col quale esigeva laccesso al
codice sorgente. Mentre si diffondevano programmi crackati, la FSF insisteva
sulla necessità politica di rilasciare software libero allorigine.
Del resto, fino alla fine degli anni Settanta, quando il mercato del
software non si era ancora affermato (il mercato era praticamente limitato
allhardware, e i produttori facevano a gara a distribuire software
gratuitamente, pur di vendere le macchine), negli ambiti universitari
o laboratoriali possedere i codici degli applicativi in uso rappresentava
la base per levoluzione stessa dellinformatica; nessuno
avrebbe rivendicato diritti sulla propria opera se non in termini professionali
di riconoscimento dei meriti e dei contributi individuali. La protezione
e la chiusura dei codici era dunque un fenomeno del tutto nuovo,
e da combattere con determinazione.
La cultura digitale dellepoca traeva le proprie origini dalla
ricerca scientifica condivisa e dalleccellenza accademica statunitense
(ovvero da strutture come il MIT o lUniversità di Berkeley);
di qui vengono mutuate le successive codifiche, regole ed abitudini
sociali allinterno dei network di sviluppo tecnologico, trasformandosi
in quella cultura comunitaria virtuale che ha gettato le basi per lapprodo
di unintera società nella rete globale.
Il metronomo storico di questa cultura e delle evoluzioni che seguirono
è il sistema operativo Unix (12) , lispiratore di GNU/Linux.
Lintroduzione dei sistemi operativi rese i programmi sempre più
portabili: lo stesso sistema operativo veniva offerto dal produttore
di diversi modelli di hardware. Unix nasce alla fine degli anni Sessanta
nei laboratori Bell presso lAT&T, società telefonica
americana, da programmatori che lo avevano pensato e scritto nel tempo
libero. Per quanto semplice, questo sistema conteneva innovazioni tecniche
o implementazioni che lhanno reso immortale: il linguaggio con
cui è stato programmato, il C; un nuovo file system (13) e una
nuova struttura dei file e delle directory; unintegrazione con
lambiente di sviluppo che i sistemi operativi commerciali di uso
domestico/individuale non erano ancora in grado di offrire (in realtà
non esistevano affatto!).
Una famosa causa antitrust contro la AT&T vietò alla società
di entrare nel settore dellinformatica. Unix venne allora distribuito
a un prezzo simbolico a buona parte delle istituzioni universitarie,
le quali si ritrovarono ad avere una piattaforma comune, completa di
codice sorgente, ma senza alcun supporto da parte del produttore. Si
creò spontaneamente una rete di collaborazioni attorno al codice
di questo sistema operativo, coordinata dallUniversità
di Berkeley (che avrebbe in seguito sviluppato la versione BSD (14)
di Unix).
Personaggi chiave dellevoluzione informatica (da Vinton Cerf,
a Richard Stallman, fino a TimBarnes Lee, insieme a molti altri)
hanno sperimentato con grande autonomia nel periodo tra gli anni Settanta
e Ottanta dando vita ai principali protocolli di comunicazione di rete
(SMTP invio di posta elettronica, FTP trasferimento di
file in rete, HTTP trasferimento di ipertesti), ai linguaggi
di programmazione ancor oggi fra i più utilizzati, come il C,
e alla suite di protocolli di rete TCP/IP.
Letica hacker, nata dalla spinta congiunta dei movimenti libertari
dellamerica negli anni Settanta e dallottimismo scientifico
delle élite accademiche (15) , costituiva lenergia di cui
si nutrivano i laboratori e gli studenti universitari crescendo nel
brodo di coltura di un Sistema Operativo aperto, Unix, vivificato da
uno strumento appena nato: internet.
Il potere politico derivato dalle conoscenze tecniche, unito al metodo
della collaborazione paritetica, forniva la libertà necessaria
a uno sviluppo dal ritmo incalzante; strumenti quali mailing list e
chat line cominciavano a diffondersi anche nei primi gruppi non puramente
tecnici, ma affascinati da questo nuovo paradigma comunicativo.
Nel frattempo, la suddivisione della AT&T in 26 società,
le cosiddette BabyBell?, favorì luso di logiche biecamente
commerciali nella distribuzione dello Unix. AT&T chiuse il codice
e iniziò a distribuirlo solo compilato, innalzando notevolmente
i costi delle licenze e impedendo la pratica delle patch. Nel 1982 iniziò
la storia delle diverse versioni commerciali di Unix, legate ai singoli
produttori di hardware, che, differenziando anche solo di poco la propria
versione, riuscivano a legare a sé i clienti acquisiti, in quanto
programmi scritti per una specifica versione di Unix non funzionavano
solitamente su versioni concorrenti. Unix, senza una copertura legale,
si modellava quindi secondo le esigenze delle comunità di ricerca,
creando sistemi spesso non compatibili fra loro: nascevano BSD, Solaris,
IRIX (16) e altri sistemi operativi di cui alcuni sono tuttora
utilizzati. Sulla scia di questo esempio, le università e i laboratori
di ricerca cominciarono regolamentare laccesso ai codici e adottarono
manovre di riservatezza e chiusura, facendo sottoscrivere ai coder accordi
di non divulgazione (17) che sostanzialmente li espropriavano delle
loro creazioni; in questo modo gran parte della filosofia hacker iniziò
a perdere di valore.
Lo standard POSIX (18) , con il primo rilascio nel 1988, fu la conseguenza
naturale della nascita di diversi Unix: per far comunicare fra loro
diverse versioni del sistema vennero stese regole abbastanza ferree
su cosa poteva e doveva essere un sistema operativo per definirsi Unix.
Loperazione di standardizzazione fu compiuta in gran parte dalla
IEEE (19) , un ente relativamente neutrale (se si tralasciano le operazioni
di lobbying, assolutamente comuni negli Stati Uniti), che non privilegiò
nessuno dei concorrenti Unix proprietari; in questo modo fu sostanzialmente
raggiunto lintento di fornire soltanto linee guida per rendere
portabili gli applicativi tra le versioni e le varie implementazioni.
Linformatica stava uscendo dalle università, anche se
linformatica di massa era ancora ben lontana; con labbattimento
dei costi dellhardware molti neofiti si avvicinavano alle tecnologie
grazie ai PC. Paradossalmente, da una situazione di scambio e libera
circolazione dei saperi nei laboratori di ricerca, lepoca doro
degli hacker del MIT negli anni Sessanta, con lespansione delle
tecnologie digitali la direzione sembrava ormai tracciata: si andava
verso la chiusura dei codici e la mera commercializzazione, il cracking
stava diventando più diffuso dellhacking. In attesa del
boom internet negli anni Novanta, le comunità di sviluppo costituirono
la riserva di caccia delle softwarehouse per assoldare coder, gente
che scrivesse programmi commerciali, abbandonando di conseguenza lo
sviluppo dei sistemi aperti (ai quali comunque molti coder continuarono
a dedicarsi nel tempo libero).
Nessun privato poteva acquistare un PDP11 della DEC, una macchina
su cui giravano gli Unix, ma i PC IBM 8088, tecnicamente molto inferiori,
erano compatibili col portafoglio della gente. Sui PC IBM 8088 e successivi
girava un sistema operativo molto primitivo, se confrontato allo Unix
System V commercializzato dallAT&T, lMSDOS. Questo
limitato e quindi semplice sistema operativo era della Microsoft, allepoca
piccola softwarehouse con appena due dipendenti e veniva fornito assieme
al BASIC, linguaggio di programmazione implementato da Bill Gates e
Paul Allen. LMSDOS era basato sul DOS, un sistema operativo
compatibile con CP/M (20), l86DOS, subito acquistato dallex
hacker e neo imprenditore Gates.
E mentre linformatica diventava accessibile anche a chi desiderava
un network unito per affinità sociali e culturali non solo informatiche,
allinterno delle prime comunità di hacker molto stava cambiando.
Negli anni Ottanta ormai da tempo le università avevano partner
commerciali: per questa ragione ritenevano ragionevole bloccare la condivisione
di codice tra laboratori e a utilizzare pratiche di controllo sullo
sviluppo dei programmi.
2. E venne il Free Software
Fu in questo periodo che Stallman intraprese la sua battaglia politica.
Abbandonati i laboratori di intelligenza artificiale del MIT, si dedicò
a scrivere codice per un sistema operativo libero, avviando nel 1984
il progetto GNU (GNUs Not Unix, un acronimo ricorsivo in stile
hacker): Lobiettivo principale di GNU era essere software
libero. Anche se GNU non avesse avuto alcun vantaggio tecnico su UNIX,
avrebbe avuto sia un vantaggio sociale, permettendo agli utenti di cooperare,
sia un vantaggio etico, rispettando la loro libertà.. Nel
1985 fondò la Free Software Foundation (FSF), unorganizzazione
senza fini di lucro per lo sviluppo e la distribuzione di software libero:
i software del progetto GNU (molti scritti da Stallman stesso, come
il compilatore gcc e leditor di testo Emacs) sarebbero stati rilasciati
sotto la General Public License (GPL), licenza scritta da Stallman che
rese de facto un applicativo libero, accessibile a tutti, modificabile
e distribuibile in qualsiasi modo, purché accompagnato da codice
sorgente. Approfondiremo il fondamentale discorso sulle licenze nel
cap. II.
Con la diffusione di massa dei PC e di internet, il progetto GNU si
fece conoscere; si creò una nicchia di utenti attivi, convinti
e motivati. Si formava quindi una comunità indipendente dal nascente
mercato del software e animata da precise finalità politiche:
obiettivo principale della battaglia era la libertà despressione
in campo digitale.
Nel combattere la strategia di penetrazione socioeconomica del close
software, Stallman ipotizzò un sistema operativo basato su Unix,
ma in ogni suo aspetto libero. Coniando il termine Free Software per
definire gli applicativi liberi di essere scambiati, modificati e distribuiti,
diede inizio a una campagna contro i brevetti, ma soprattutto contro
il copyright, sostenendo luso del cosiddetto copyleft, il permesso
dautore: nessun diritto riservato (21) . In breve, il copyleft
ribalta il copyright. In teoria, il livello massimo della libertà
con cui può essere distribuito il software è quello che
corrisponde alla denominazione di pubblico dominio (public
domain), che da molti anni viene spesso adottata nella comunità
degli informatici. Il problema è che un prodotto software di
pubblico dominio può anche essere utilizzato per la realizzazione
di software proprietario, così come è avvenuto anche per
molti programmi liberi, che essendo distribuiti con licenze permissive
(ad esempio BSD) sono stati trasformati in prodotti chiusi e proprietari.
Stallman non ritenne opportuno rendere GNU di pubblico dominio, anche
se quella soluzione avrebbe consentito la massima diffusione del prodotto:
un programma completamente di pubblico dominio avrebbe rischiato di
estinguersi, limitandosi a unentusiasmante esperienza creativa,
una volta che le sue varianti fossero state utilizzate per un uso proprietario.
In tal modo le relazioni cooperative si sarebbero spezzate, oscurando
anche il valore insito nel prodotto iniziale, in quanto lultima
versione aggiornata avrebbe avuto molte più probabilità
di diffondersi, vanificando tutto il lavoro precedente. Il copyleft
invece rende inalienabili e virali le libertà del Free Software.
Molti programmatori aderirono al progetto e allo sviluppo dei software
di Stallman, scrivendone di nuovi o rilasciando i propri sotto licenza
GPL.
Si definiva così la GNU Economy: uno spostamento dellinteresse
economico dal prodotto (software) al servizio (assistenza). I programmatori
furono messi nella condizione di modificare un loro programma per specifiche
esigenze commerciali, e quindi divennero in grado di vendere una copertura
di servizio difficile da ottenere per un software acquistato a scatola
chiusa. Parecchi anni più tardi la new economy (22) non ha fatto
altro che appropriarsi di questo e di molti altri aspetti dello sviluppo
libero. Parte del fallimento della new economy è da attribuirsi
sicuramente alla banalità con la quale ha utilizzato queste intuizioni
senza alcuna cognizione di causa, come se si trattasse di una semplice
strategia per conquistare nuovi mercati e non di un movimento essenzialmente
politico. Infatti bisogna ricordare che le posizioni della FSF fin dallinizio
erano tese alla promozione della libera circolazione dei saperi e, attraverso
la centralità dellassistenza, alla liberazione dei programmatori
dalla noia frustrante della routine lavorativa imposta dalla committenza,
invece che dal proprio desiderio di creare nuovi strumenti.
Dopo 10 anni di lavoro, agli inizi del 1990, la comunità GNU
aveva quasi ultimato il suo sistema operativo. Buoni compilatori, interfacce
grafiche, editor di testi, giochi, software di rete, tutto ciò
che esisteva per un sistema Unix degli anni Ottanta era disponibile
anche nel lungo elenco degli applicativi GNU.
Ma non esiste un sistema operativo se non esiste il kernel. Il kernel
(23) è il motore software per ogni computer ed è ciò
che distingue un sistema operativo da unaltro. La FSF tentò
per anni e senza alcun successo di scrivere questo ultimo fondamentale
elemento.
Molteplici le ragioni del fallimento del kernel HURD (24) , lelemento
software mancante alla GNU per creare un sistema operativo completo:
Stallman accusa larchitettura modulare scelta, palesemente troppo
complessa da gestire e tuttavia già troppo sviluppata per decidere
di accantonarla; altri invece considerano responsabili i programmatori
a causa dellapproccio gerarchico imposto alla comunità
scrivente (coder, debuggers, ecc.).
Qualunque siano le cause di questa sconfitta, la storia volle che un
giovane studente finlandese, Linus Torvalds, risolvesse la situazione
con risultati che andarono ben al di là del cuore del sistema
operativo. Nellagosto del 1991 Linus iniziò la scrittura
di un nuovo kernel a partire dai sorgenti di Minix, un sistema operativo
che Andrew S. Tannenbaum aveva concepito a scopo didattico, con una
vera e propria chiamata alla armi sui principali newsgroup di programmazione.
In due anni formò una comunità che con veloci rilasci
di nuove versioni, unampia cooperazione e la totale apertura delle
informazioni consentì di testare estensivamente il codice.
Mentre Stallman si affannava sul kernel HURD inutilmente, Linus aveva
spontaneamente dimostrato che per ottenere una performance migliore,
quando si è svincolati da istituzioni premianti (le università
che gratificano attraverso lauree e titoli di riconscimento i ricercatori,
oppure le aziende che offrono gratifiche monetarie, ecc.), è
necessaria unadesione a un complesso di valori capaci di coniugare
il coinvolgimento comunitario e la passione tecnica.
Pubblicare i codici sorgenti prima ancora che lapplicativo fosse
terminato, chiedendo immediatamente un feedback ai propri pari, agli
individui che si ritengono in grado di comprendere e collaborare a qualsiasi
livello, rappresentava per la FSF un processo nuovo e non privo di rischi,
ma ebbe un successo tale da venire assunto collettivamente sotto il
nome di metodo bazar (25) , termine coniato da Eric S. Raymond,
uno degli ex sviluppatori GNU, per sottolineare laspetto di scambio
quasi caotico dello sviluppo.
Con lingresso della metodologia bazar usata per il
kernel Linux, la comunità assumeva una configurazione completamente
diversa. Al ruolo degli sviluppatori si affiancava quello di una miriade
di funzioni periferiche con finalità di testing, documentazione,
traduzione. Non occorreva più essere un mago del codice per diventare
parte di una comunità perché ogni aspetto era stato reso
pubblico e trasversale. Anche il singolo utente poteva sapere come stava
procedendo il progetto e contribuire con test e suggerimenti.
Il bazar di Torvalds aveva segnato il passaggio definitivo degli hacker
dal luogo chiuso degli atenei e dei network di soli sviluppatori, allo
spazio sconfinato della rete di internet soprattutto, uno spazio
misto e spurio, in cui la contaminazione fra reale e virtuale diventa
la norma e non leccezione .
In questo nuovo contesto la produzione di applicativi si apriva alla
cooperazione di centinaia di potenziali partecipanti attivi. Limmagine
di un centro pulsante di sviluppo a cui si può collaborare in
maniera marginale, derivata in ultima analisi dal mito dello scienziato
chiuso nel suo laboratorio, viene spazzata via dal modello bazar. Le
reti favoriscono la deterritorializzazione dello sviluppo, per cui un
luogo fisico univoco, il laboratorio, non è più indispensabile:
il lavoro deterritorializzato delle periferie, che producevano feedback
a tutti i livelli (dalla documentazione al debug) si muoveva con lo
stesso ritmo del cuore dello sviluppo (daltra parte nemmeno gli
sviluppatori codavano in luoghi vicini, certo non tutti insieme nello
stesso laboratorio) e non ci volle molto perché lo stesso metodo
reticolare venisse esportato in nuovi progetti comunitari.
In brevissimo tempo si materializzarono comunità autonome per
specifiche esigenze. Sono del 1995 i progetti Apache, uno dei server
web più utilizzati; PHP, un linguaggio per web dinamico e The
Gimp, il programma di manipolazione di immagini della GNU. I principali
desktop GNU/Linux, KDE e Gnome, nascono rispettivamente nel 1996 e nel
1997.
Fu infatti la grafica a rendere Linux così attraente ai non
tecnici. Il porting del window server X fu sicuramente un duplice successo:
senza un ambiente grafico il nuovo sistema operativo non avrebbe mai
avuto unampia diffusione e il server X sarebbe rimasto confinato
sui sistemi Unix.
Con luscita delle prime distribuzioni , si affermò subito
Linux come nome del sistema operativo. I software della FSF erano largamente
in uso ma non sembravano più avere particolare importanza politica:
il ruolo della FSF veniva relegato a una battaglia passata e in parte
vinta, almeno dal punto di vista della diffusione dei modelli aperti.
La libertà passava in secondo piano.
Stallman dovette spesso ribadire che il nome corretto del nuovo sistema
operativo era GNU/Linux e non Linux, poichè questo è solo
il nome del kernel, una delle tante parti essenziali di un sistema completo
in particolare lunico che la FSF non era riuscita a creare.
Ancora oggi questo errore concettuale viene commesso da molti .
Il 1998 fu lanno del cambiamento. Per molti membri della comunità,
GNU/Linux era pronto per diffondersi sui sistemi desktop fino ad allora
monopolizzati da Microsoft (e da Apple, per quanto riguarda una ristretta
ma fedele nicchia di utenti). Dopo la coniazione del termine Open Source
e attraverso la pubblicazione di alcuni testi firmati da Raymond, Oreally
e altri guru, si ottennero i primi risultati. In quello stesso anno
la Netscape, famosa softwarehouse in concorrenza con il browser Explorer,
rilasciò i codici sorgenti del proprio applicativo insieme a
un nuovo nome: Mozilla.
3. E finalmente solo soldi! Nasce lOpen Source.
Il termine Open Source nasce quindi per ragioni prettamente economiche.
In inglese la parola free ha il duplice significato di libero e di gratuito.
Tutte le comunità di sviluppo erano favorevoli alla libertà
del codice, ma per alcuni free poteva essere inteso come gratuito ed
essere quindi un ostacolo per la vendita. La soluzione a questo problema,
non solo linguistico, fu la creazione ex novo di un termine più
neutro politicamente e più appetibile per le imprese. Tuttavia,
si trattava di un problema apparente: bisogna infatti notare che il
progetto GNU, finanziato dalla FSF, non aveva particolari preclusioni
al mercato. I software venivano sviluppati da programmatori appositamente
stipendiati. Furono sviluppate anche altre componenti di sistema UNIX,
alle quali si aggiunsero le applicazioni più disparate e anche
giochi. Questi programmi furono distribuiti per circa 150$, una cifra
che, oltre a coprire i costi di riproduzione (il costo delle memorie
di masse era centinaia di volte superiore a quello attuale per MB di
memoria), garantiva un servizio di supporto al cliente. Lunica
condizione era che tutte le modifiche eventualmente effettuate su tali
programmi venissero notificate agli sviluppatori. Il termine Open Source
non ha dunque altra finalità se non far passare in secondo piano
le libertà propugnate dalla FSF.
La FSF non riconobbe mai il nuovo nome perché avrebbe dato adito
allambigua idea secondo cui il software può essere accessibile,
ma contemporaneamente non libero: semplicemente, aperto.
Dal 1998 in avanti, spinti dallesempio di Netscape/Mozilla, alcuni
progetti Open Source iniziano a modificare il metodo di scrittura aperta,
eliminando la relazione di dipendenza con gli altri progetti e strutturando
le comunità in gerarchie sempre più verticali. Questi
cambiamenti di metodo implicano mutamenti radicali anche nel software
finale (vedremo come nei prossimi capitoli). Banalizzando, lo status
del software passa da creazione, frutto di un investimento creativo
da parte di un coder o di unintera comunità di sviluppo,
a prodotto, generato per soddisfare una richiesta di mercato (solitamente
un bisogno indotto).
Fino ad allora le relazioni a piramide costituivano una
parte minima della gestione dei rapporti interni alle comunità
(per quanto la pratica della meritocrazia comporti nella pratica dei
rapporti gerarchici). Dopo la svolta di Mozilla la gerarchizzazione
diviene una condizione imprescindibile per quei progetti che si rendono
completamente autonomi dalle modalità di condivisione maturate
nel periodo precedente.
Dopo la decisione della Netscape, molte altre aziende cercarono di
stabilire legami con il mondo Open Source: IBM, SUN, Novell e HP sono
di certo le più note. Quando il software libero comincia a essere
chiamato più semplicemente e facilmente software aperto, in modo
da entrare a pieno regime nella catena commerciale, la nostra storia
inizia.
1 . È significativo notare che release, in inglese,
significa in prima istanza scarcerazione, liberazione e
solo in seguito ha assunto laccezione di rilascio
di una versione di codice o di una determinata caratteristica hardware.
Tradurre quindi release software con scarcerazione
o liberazione di codice non è affatto esagerato.
2 . Naturalmente parliamo di masse di utenti nel cosiddetto primo
mondo; gran parte della popolazione rimane comunque ancora oggi
esclusa dal paradigma digitale; si veda http://www.digitaldivide.it
3 . BASIC: http://it.wikipedia.org/wiki/Basic (cache); pascal: http://it.wikipedia.org/wiki/Pascal_%28linguaggio%29
(cache); assembly: http://it.wikipedia.org/wiki/Assembly (cache)
4 . Più precisamente, si tratta di computer hacking;
per una storia del termine hacker, si veda Sam Williams, Codice Libero
Richard Stallman e la crociata per il software libero, Apogeo,
2003, disponibile in rete allindirizzo http://www.apogeonline.com/ebooks/2003/90045/CodiceLibero/
(cache)
5 . http://it.wikipedia.org/wiki/BBS (cache)
6 . Il CCC nasce nel 1981, poi formalizzato nel 1984, per iniziativa
di Wau Holland e S. Wernery http://www.ccc.de/ (cache)
7 . http://www.decoder.it (cache)
8 . http://www.hacktic.nl (cache)
9 . Il progetto ECN, di cui si discuteva dal 1988, coinvolgeva fin dallinizio
gruppi italiani, inglesi, tedeschi e olandesi; nasce di fatto nel 1990,
in particolare in diversi nodi italiani. Si veda http://www.ecn.org
(cache)
10 . SITOGRAFIA: La cultura CYBERPUNK. Si veda il portale http://www.dvara.net/HK/
e lipertesto http://www.decoder.it/archivio/cybcult/index.htm
(cache)
11 . Dichiarazione iniziale: http://www.dvara.net/HK/icata89bis.asp
(cache); dichiarazione finale: http://www.strano.net/wd/cr/cr001.htm
(cache)
12 . SITOGRAFIA: UNIX. http://it.wikipedia.org/wiki/UNIX (cache); repository:
ftp://ftp.autistici.org/Unixmirror (primi codici dello Unix).
Si veda anche la storia di Unix nel Corso Base di Unix, documentazione
dei corsi di Unix del LOA Hacklab di Milano http://www.autistici.org/loa/web/doc/corsounix.pdf
13 . In informatica, un file system è, informalmente, un meccanismo
con il quale i file sono immagazzinati e organizzati su un dispositivo
di archiviazione, come un hard disk o un CDROM. Più formalmente,
un file system è linsieme dei tipi di dati astratti necessari
per la memorizzazione, lorganizzazione gerarchica, la manipolazione,
la navigazione, laccesso e la lettura dei dati .
14 . BSD è un sistema operativo libero largamente utilizzato
da sistemisti, hacker e programmatori. Ispirato anchesso dallo
Unix, come GNU/Linux, rispetta lo standard POSIX. http://www.ibsd.org;
15 . Basti pensare allinfluenza di personaggi come Marvin Minsky
o John MacCarthy?, teorici e fautori dellintelligenza artificiale,
entrambi professori al MIT a partire dagli anni Sessanta. Si veda: Steven
Levy, Hackers, ShaKe?, Milano, 1996. Elaborazioni molto più note
al grande pubblico, come quelle di Pekka Himanem e dello stesso Linus
Torvalds, derivano da analisi assai più tarde e sostanzialmente
debitrici allesplosione del fenomeno Linux: si veda Pekka Himanem
(con Linus Torvalds e Manuel Castells), Letica Hacker e lo spirito
delletà dellinformazione, Feltrinelli, Milano, 2001.
16 . Solaris: http://www.sun.com/software/solaris/ (cache); Irix: http://freeware.sgi.com/
(cache)
17 . Gli accordi di non divulgazione sono sempre più diffusi
in ogni settore; si veda NDA: Non-Disclosure? Agreement http://en.wikipedia.org/wiki/Non-disclosure_agreement
(cache)
SITOGRAFIA: Lo standard POSIX e la guerra tra IBM, SUN, Novell e altre
società che commercializzavano Unix. Vedi anche http://www.lilik.it/~mirko/gapil/gapilsu8.html
(cache)
IEEE: Institute of Electrical and Electronics Engineers, http://www.ieee.org
(cache)
18 . Control Program for Microcomputers, sistema operativo sviluppato
nel 1975 dalla Digital Research. Nel 1979 Tim Paterson, della Seattle
Computer Product scrisse l86-DOS. Contemporaneamente lIBM
stava pensando di costruire un personal computer. Fu allora che Bill
Gates, presidente della Microsoft, si incontrò con lIBM
(la quale nello stesso momento contattò anche la Digital Research).
LIBM non raggiunse un accordo con la Digital Research, mentre
la Microsoft acquistò i diritti per la distribuzione dell86-DOS
di Tim Paterson e trattò con successo con IBM: fu così
che lMS-DOS (leggi 86-DOS) divenne il sistema operativo del nuovo
personal computer IBM. Ecco che finalmente, nellaprile del 1981
lIBM annunciò luscita del personal computer IBM (che
adottava la CPU Intel 8088), con il sistema PC-DOS (MS-DOS con alcuni
programmi aggiuntivi).
19 . La definizione originale di copyleft, formulata nel 1988, si trova
allindirizzo http://www.gnu.org/copyleft/copyleft.html (cache);
in italiano, una buona introduzione è http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/copyleft_booklet.htm
(cache)l
20 . Non si parla più oggi di new economy, ma sicuramente pratiche
come regalare i decoder satellitari (magari grazie a contributi governativi)
per poi far pagare i programmi sono applicazioni su vasta scala del
principio della vendita dei servizi (le trasmissioni televisive, i servizi
legati alla telefonia cellulare, ecc.) piuttosto che dei prodotti. In
fondo, lesplosione stessa dei callcenter deriva appunto
da una spinta alla vendita di servizi, al customer care, ecc.
21 . Si tratta di un software avente il compito di fornire ai processi
in esecuzione sullelaboratore un accesso sicuro e controllato
allhardware. Dato che possono esserne eseguiti simultaneamente
più di uno, il kernel ha anche la responsabilità di assegnare
una porzione di tempomacchina e di accesso allhardware a
ciascun programma (multiplexing).
22 . Il progetto kernel della GNU HURD si basa su una struttura a microkernel
tanto complessa quanto elegante. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta
furono pubblicati molti scritti sulla progettazione di kernel, tra cui
vale la pena citare Andrew S. Tannenbaum (linventore di Minix,
da cui Linus Torvalds ha sviluppato Linux), Operating Systems: Design
and Implementations, Prentice Hall, 1987 (n.e. Modern Operating Systems,
Prentice Hall, 2001). La struttura a microkernel era definita
unarchitettura molto più performante rispetto alla monolitica
approcciata da Linus Torvalds. SITOGRAFIA: Linux is obsolete. http://www.kde.org/history/Linux_is_obsolete.php
(cache)
23 . Eric S. Raymond, The cathedral and the bazar, http://www.catb.org/~esr/writings/cathedralbazar/
trad. it. La cattedrale e il bazar, http://www.apogeonline.com/openpress/doc/cathedral.html
(cache).
24 . Nel passaggio da comunità omogenee (coder GNU, progetti
monolitici) a comunità eterogenee (GNU/Linux, progetti distribuiti)
i linguaggi si moltiplicano necessariamente e di conseguenza si moltiplicano
anche le occasioni di incontro. In questa espansione anche il mercato,
e il suo linguaggio, trova spazio e possibilità di sviluppo.
25 . X nasce nei laboratori del MIT come gestore di finestre grafico.
Era rilasciato gratuitamente e senza una licenza che limitasse lutilizzo
o che ne regolasse il copyright. SITOGRAFIA: La storia di Xfree.
26 . Una distribuzione (distro) è una raccolta di software scelti
e preconfigurati. Le principali usate oggi sono: Debian, Redhat, Suse,
Mandrake, Gentoo e alcune altre centinaia.
27 . Curiosa la posizione di Linus a riguardo: sostenne che non tutto
il resto del sistema operativo era GNU quindi chiamare GNU/Linux il
tutto significava non riconoscere adeguatamente lapporto di altri
applicativi come X.
II
Licenze Politica Mercato
1. Free Software != Open Source
Free Software (1) (Sofware Libero) e Open Source (2) (Sorgente Aperto)
sono sintagmi usati spesso come sinonimi per indicare codici o porzioni
di codici; rispecchiano tuttavia prospettive radicalmente differenti.
Free Software è un termine nato agli inizi degli anni Ottanta
per iniziativa di Richard Stallman (vedi cap. i): si riferisce alla
libertà dellutente di usare e migliorare il software. Più
precisamente, può essere riassunto in quattro libertà
fondamentali:
1) Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo.
2) Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo
alle proprie necessità. Laccesso al codice sorgente ne
è un prerequisito.
3) Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo.
4) Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente
i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga
beneficio. Laccesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
Lespressione Open Source, invece, nasce alla fine degli anni
Novanta, per iniziativa in particolare di Bruce Perens e Eric S. Raymond,
che nel 1998 fondano la Open Source Initiative (3) (OSI); si riferisce
alla Open Source Definition, a sua volta derivata dalle Debian Free
Software Guidelines, ovvero una serie di 10 punti pratici che definiscono
quali criteri legali debba soddisfare una licenza per essere considerata
effettivamente «libera»: o meglio, con il nuovo termine,
Open Source.
È evidente quindi che da una parte il Free Software pone laccento
sulla libertà: come sottolineato nella definizione, «il
«Software libero» è una questione di libertà,
non di prezzo» (4). Dallaltra parte, lOpen Source
si occupa esclusivamente di definire, in una prospettiva totalmente
interna alle logiche di mercato, quali siano le modalità migliori
per diffondere un prodotto secondo criteri open, cioè aperti.
Il Free Software ha un senso che va ben oltre il mercato, pur non escludendolo
a priori; lOpen Source esiste, come specificato dai suoi stessi
promotori, per adattare un modello preesistente, quello free, al mercato.
Comunità hacker, fsf, Progetto gnu: erano questi i primi soggetti
protagonisti di un percorso che dopo aver rilanciato nelle menti e nelle
reti lidea di condivisione, insistendo sul concetto di permesso
dautore (copyleft), avevano messo in crisi lapparente inattaccabilità
della proprietà privata, almeno nella sua applicazione al software.
Negli anni Ottanta e Novanta limportanza dello sviluppo di software
crebbe in maniera esponenziale (mentre in precedenza era lhardware
la componente principale e più costosa di un computer): aumentò
di conseguenza lattenzione delle aziende nei confronti del Free
Software, delle comunità hacker e dei suoi metodi. Il mercato
di riferimento, infatti, dopo aver gettato le basi per la diffusione
del software close (vedi cap. i), vedeva crescere il colosso Microsoft
che, attraverso la stipula di contratti commerciali capestro e accorte
manovre di lobbying, ha condotto il mercato a una fase sostanzialmente
monopolistica (5).
Le implicazioni di questo fenomeno non sono solo tecniche, ma permeano
letica, la filosofia e necessariamente la sfera del politico,
oltre che quella delleconomico. Lavvicinamento del mondo
commerciale al mondo delle comunità hacker non poteva infatti
non intaccare letica che sta alla base del movimento Free Software
(6). La radicalità politica del Free Software, questa insistenza
sulle libertà, era piuttosto scomoda e controproducente dal punto
di vista della sua diffusione al di fuori dallambito hobbistico
o universitario. Inoltre in inglese era facilmente fraintendibile, per
via del doppio significato di «Software Libero» e di «Software
Gratuito» (7); a ragione o a torto, il termine Free era visto
come fumo negli occhi perché legato a correnti di pensiero poco
apprezzate nel mondo aziendale. Troppa «libertà»
fa male al «libero» mercato: lOpen Source entra allora
in gioco.
Il cambiamento dapprima lessicale presupponeva punti di
vista e possibili evoluzioni diverse rispetto al periodo precedente:
non solo il termine free non piaceva alle aziende che cercavano quote
di mercato, ma anche la licenza GPL non era soddisfacente, perché
il suo sistema di diffusione virale rischiava di lasciare fuori dallaccelerazione
digitale molte imprese, che vedevano nelle comunità hacker uno
sbocco naturale delle proprie strategie economiche.
Open Source era un termine che rispondeva perfettamente a queste esigenze:
una volta avvicinate le imprese si trattava solo di dimostrare come
le logiche organizzative e produttive delle comunità da una parte
e il profitto dallaltra potessero andare daccordo. Diventava
così molto semplice ampliare il bacino delle aziende impegnate
a entrare nel «fantastico mondo dellOpen Source».
Il nuovo movimento, meno politicizzato e più orientato alle possibilità
commerciali di quello che era allora definito Free Software, si impose.
Molte le ragioni concomitanti che facilitarono il passaggio concettuale
e pratico: lo scossone dovuto alla nascita di Linux; alcuni passaggi
a vuoto della FSF, spesso chiusa su posizioni piuttosto ingenue e di
nostalgia per unetà delloro di condivisione e libertà
delle conoscenze; la paralisi delle comunità hacker più
radicali (che negli anni Settanta avevano dato luogo a mitici gruppi
come LHomebrew Computer Club nella Bay Area di San Francisco);
la potenza intrinseca del movimento Open Source, spalleggiato fin da
subito da imprese che avevano subodorato laffare. Lo scenario
politico del mondo hacker veniva modificato rapidamente e profondamente.
Lo strappo si completò con la formulazione di nuove licenze che
si ponevano in un concorrenza con la GPL. Louting di alcune società
che rilasciarono il loro codice sorgente, Netscape in primis, rappresentò
il contributo decisivo: il Free Software e la sua filosofia, con una
forzatura palese ma funzionale, vengono relegate nellangolo dellestremismo,
dei progetti non sostenibili economicamente; dallaltra parte lOpen
Source conquista il mercato anche a livello di credibilità in
termini di business.
Nonostante queste differenze palesi, i fraintendimenti sono molti. Proviamo
allora a specificare e delimitare meglio termini e concetti. Si può
definire lOpen Source come quel metodo di progettazione e produzione
(di software, ma non solo) basato sulla condivisione di ogni aspetto
e passaggio (tipico delle comunità hacker e del Free Software)
che, nellottica di sviluppare un prodotto open, accetta al proprio
interno componenti e passaggi closed (comunità ristrette e chiuse,
in alcuni casi anche software proprietario) per garantire maggiore competitività
sul mercato ai propri prodotti. Nulla di troppo differente da quanto
le imprese avessero fatto fino ad allora: il lavoro déquipe
e la condivisione di obiettivi comuni non è certo una novità
(8).
La differenza tra queste due componenti delle comunità virtuali
hacker è comprensibile seguendo le evoluzioni delle licenze che
nel tempo hanno cercato di regolare la distribuzione di prodotti Free
Software, garantendone da un lato i principi di riproducibilità,
modifica, distribuzione e dallaltro cercando, con lavvento
dellOpen Source, di linkarlo più agevolmente al mercato
e alle sue regole (9).
Quello sulle licenze è il primo livello di investigazione circa
le effettive novità e loriginalità dellapproccio
hacker nel mondo del software ma non solo. Immaginiamo per un
attimo una comunità di individui che si definiscono hacker: le
licenze duso rappresentano il livello più esterno, di relazione
verso coloro che non appartengono alla comunità, che per lo più
non sono hacker e non condividono unetica e una storia comune.
Quando dalla GPL si passa a licenze formulate esclusivamente per il
mercato, ovvero del tutto aliene allo spirito hacker, appare evidente
che bisogna scavare molto più a fondo. Useremo allora una sorta
di lente dingrandimento, passando dalle licenze, alle comunità,
fino allindividuo: abbozzare una cartografia di questi tre differenti
livelli ci permetterà di delineare possibili vie di fuga dal
virtuale al reale, cioè di immaginare nuove possibili ricadute
dellhacking nella realtà.
2. La licenza: che cosè?
La parola licenza deriva dal latino licentia, da licire «essere
lecito»; nellaccezione che ci riguarda, significa: «concessione,
da parte di un organo competente, di una determinata autorizzazione;
anche, il documento che comprova lautorizzazione concessa: licenza
di esercizio...» (10).
Le licenze infatti specificano una concessione da parte di un soggetto
nei confronti di qualcun altro. Nel caso del software «concedono»
lutilizzo del codice alle condizioni stabilite da chi redige la
licenza: «licenziare» significa «concedere il potere
specificato».
In ambito informatico la licenza è un contratto tra il detentore
del copyright e lutente. Si parla quindi propriamente di «licenza
duso». La licenza è una sorta di «certificato»
che lautore pone al proprio prodotto per salvaguardarne la sicurezza,
la distribuzione e naturalmente rendere noti i propri meriti. Un software
rilasciato senza alcun testo che «determini» un utilizzo
del prodotto stesso rischierebbe infatti di finire nelle mani di qualcuno
che potrebbe arricchirsi indebitamente, farne un uso non etico, non
rispettare la volontà del creatore del prodotto.
Le Licenze software, nel loro complesso, rappresentano una cartina di
tornasole per misurare levoluzione delle comunità hacker
e verificare limpatto della nascita e dello sviluppo del concetto
di Open Source.
Ogni movimento ha bisogno di qualcosa che sancisca i passaggi salienti
della propria vita: le licenze software hanno spesso segnato qualcosa
di più di un cambiamento, coagulando un modus operandi, uno stile,
un background culturale e politico.
Le licenze, dalla GPL alle ultime rilasciate, ripercorrono la storia
del Free Software e dellOpenSource in alcuni casi incidendo profondamente
su di essa (non solo la GPL, ma anche altre: si pensi solo alla Mozilla
Public Licence, mpl11): differenti per specificità e finalità,
prendono le mosse da percorsi etici e culturali anche molto eterogenei.
Le licenze adottate sottolineano con forza le molte differenze tra le
varie comunità ed evidenziano lintreccio di finalità
diverse in un breve lasso di tempo. Gli anni di rilascio delle varie
licenze, infatti, tracciano la mappa temporale e concettuale del processo
che ha portato allegemonia del termine Open Source e delle sue
pratiche.
Le discussioni in merito alle licenze, sul «permesso», sui
«poteri», spaziano ovviamente ben oltre i limiti delle reti
informatiche. Innumerevoli le visioni, le note, le caratteristiche riscontrate,
gli usi, le preferenze. Nellottica di analizzare i rapporti di
potere e le evoluzioni dellOpen Source le licenze sono da un lato
tentativi di regolamentare qualcosa che fino a quel momento non aveva
delle regole, dallaltro veri e propri scatti concettuali da parte
di particolari gruppi di «potere» allinterno del mondo
delle comunità hacker.
In un racconto Philip K. Dick, già rivisitato dal cinema (12),
un ingegnere elettronico ha il compito di carpire i segreti della concorrenza
e provvedere a concepire nuovi prodotti tecnologicamente migliori. I
suoi datori di lavoro si tutelano a loro modo dalla possibilità
che lingegnere venga «assoldato» da altre aziende,
cancellando al loro dipendente la memoria.
Dick, straordinario nel suo oscuro scrutare (13), percepisce con largo
anticipo la nascita di uneconomia in cui la «protezione»
delle conoscenze sarebbe diventata fondamentale (14) anche a costo di
limitare, castrare e distruggere gli individui stessi.
Leconomia del xx secolo si è basata sempre più sul
concetto di «protezione delle idee» e «proprietà
intellettuale»: un miscuglio assurdo di copyright, brevetti, marchi
registrati e accordi di segretezza che ha prodotto tra laltro
infinite e costose cause legali. In teoria tutti questi strumenti erano
stati approntati per tutelare le creazioni e diffondere meglio le conoscenze;
nei fatti si sono sempre rivelati armi a doppio taglio, come del resto
le stesse licenze apparse negli ultimi anni, che vanno esattamente in
questa direzione: evitare un eccessivo arricchimento economico da parte
di chi si impossessa del software, garantendo quindi la libertà
del software e allo stesso tempo tutelando lautore del programma
da tentativi di appropriazione (anche a scopi economici) del proprio
software. Nel xxi secolo, la cooptazione da parte delle aziende dei
metodi di sviluppo free, diventati open, dimostrano in maniera lampante
come la «protezione» debba cedere il passo alla libera circolazione
dei saperi.
3. Free Software e GPL
Abbiamo visto che la licenza GPL (General Public Licence) nasce dal
progetto gnu di Richard Stallmann.
Stallmann si pose il problema di come distribuire il software libero,
provando dapprima attraverso un semplice spazio ftp del mit. Questo
risolveva il problema della distribuzione, ma non garantiva che il software
rimanesse libero. Chiunque infatti in quel momento poteva comprare il
software e adottarlo come prodotto della propria azienda, commercializzandolo
e appropriandosi dei diritti. Proprio questo era linconveniente
del public domain che Stallmann e migliaia di coder volevano evitare:
la possibilità che il proprio software finisse per essere utilizzato
in progetti commerciali e proprietari, o ancor peggio, in progetti eticamente
discutibili. Mancava cioè la possibilità per il programmatore
di avere delle valide difese rispetto a un uso non solo commerciale,
ma anche irresponsabile, del proprio prodotto. Fin dallinizio
quindi il problema di Stallmann non era la «sostenibilità»
economica del Free Software (era ovvio, dal suo punto di vista, che
il fs fosse migliore, anche commercialmente, del software close), quanto
piuttosto la salvaguardia della sua libertà attraverso una sorta
di copyright del proprio autore.
Stallmann adottò allora quello che definì permesso dautore,
giocando sul significato della parola copyleft: anziché privatizzare
il software, lo rendeva libero, fornendo quindi tutta una serie di garanzie
nei confronti dellautore del software.
Così nasce la GPL (15): lidea centrale è di dare
a chiunque il permesso di eseguire, copiare, modificare e distribuire
versioni modificate del programma, ma senza dare la possibilità
di aggiungere restrizioni. La GPL è virale perché le libertà
di cui è intriso il software sono garantite a chiunque ne abbia
una copia e diventano «diritti inalienabili»: il permesso
dautore infatti non sarebbe efficace se anche le versioni modificate
del software non fossero libere.
In questo modo Stallmann «garantiva» il creatore del software
e la comunità di riferimento stessa, perché ogni lavoro
basato sul prodotto originale sarebbe stato sempre disponibile, libero,
aperto, per tutta la comunità.
La GPL e Stallmann in quel momento rappresentavano lo stato avanzato
delletica hacker e il primo vero tentativo di «dichiarare
autonoma e replicabile» lesperienza della condivisione e
del superamento del settecentesco copyright, della stupidità
del concetto di proprietà intellettuale nel mondo software. Abbiamo
visto però che Stallmann, uno dei personaggi chiave della storia
del movimento hacker, non riuscì a vincere la sfida tecnologica
che si poneva: creare un sistema operativo potente e flessibile come
unix, ma libero.
Dopo lesplosione di Linux, allinizio degli anni Novanta,
apparve chiaro che Stallmann e il suo Free Software non erano più
gli unici soggetti in movimento nel mondo delle comunità digitali,
anzi: erano considerati improvvisamente quasi arcaici relitti dellepoca
doro dellhacking, surclassati dal successo mondiale di Linux.
Ormai il processo di espansione di internet, principale veicolo della
diffusione del software, era inarrestabile e contestualmente i limiti
e lagilità con cui la comunità hacker si apriva
anche al commerciale venne incarnata anche dalla nascita del termine
Open Source. Eppure sappiamo che la GPL stessa non esclude applicazioni
commerciali con finalità di business.
4. Open Source e nuove licenze
Nel 1997 Bruce Perens e Eric Raymond, in una conferenza in posta elettronica,
sanciscono la definizione di Open Source, per specificare che il termine
non significa solo «accesso al codice sorgente», ma si estende
a numerosi altri aspetti. Il radicalismo politico del Free Software
non era attraente per molte imprese produttrici di software, che tra
laltro temevano di perdere il proprio capitale intellettuale;
la Open Source Definition (OSD) cambiava decisamente le carte in tavola.
Alcune precisazioni. Innanzitutto la OSD sottolinea di non prevedere
nessuna discriminazione dei settori che possono utilizzare software
Open Source: la licenza non proibisce ad alcuno luso del programma
in uno specifico campo o per un determinato proposito. Nessuno può
proibire che il software venga utilizzato per scopi commerciali o scopi
non considerati etici. La precisazione degli autori della OSD è
piuttosto chiara: il software devessere impiegabile allo stesso
modo in una clinica che pratichi aborti e in unorganizzazione
antiabortista.
A chi fa notare lincongruenza, o quanto meno, i rischi di tali
affermazioni, la risposta è di una sconcertante apoliticità:
queste discussioni politiche sono di pertinenza del Congresso degli
Stati Uniti, si sostiene, non delle licenze del software. Delega totale.
Daltro canto per i fautori dellOpen Source, la GPL, che
pure viene consigliata in molti casi, viene considerata con malcelato
disprezzo un mero «manifesto politico» (16).
Lo scossone del 1998, quando Netscape rende pubblici i propri codici
sorgenti e nasce il progetto Mozilla, è strettamente legato alla
questione delle licenze: la mpl, pur essendo approvata dalla OSI come
licenza Open Source, specifica che chiunque «è libero di
creare un prodotto commerciale utilizzando il codice Mozilla»
e proprio nella licenza il primo punto è dedicato a questo aspetto
(«1.0.1. Commercial Use means distribution or otherwise
making the Covered Code available to a third party.»).
Il passaggio da Free Software a Open Source è compiuto, non solo
a livello semantico e linguistico ma anche a livello di implicazioni
commerciali: dalla libertà al primo punto, siamo giunti a mettere
il mercato avanti a tutto. Se infatti accettassimo come reale la distinzione
operata da Raymond tra «fanatici» e moderati» dellOpen
Source, il percorso concettuale apparirebbe lineare: inizialmente il
Free Software porta alla ribalta la parte «fanatica» delle
comunità hacker, coloro cioè che hanno sempre specificato
la libertà del codice senza accettare compromessi commerciali,
se non a livello di distribuzione.
La distinzione di Raymond è semplicistica ed è evidentemente
sbilanciata a favore dellOpen Source. Egli infatti si pone tra
i «moderati» (termine conciliante e sempre buono per chi
non vuole apparire scomodo) e definisce gli altri «fanatici»:
letteralmente, «ispirati da un dio» o «presi da delirio»:
nulla di positivo, in genere. Fanatiche sarebbero, per Raymond, quelle
comunità hacker che avevano appoggiato la fsf e il suo percorso
e che mal digerivano la piega conciliante con il mercato intrapresa
dal movimento Open Source. Lo stesso Raymond, per avvalorare la propria
tesi, richiama a sé proprio Linus Torvald: questi, al pari degli
estensori della OSD, ha specificato di apprezzare anche lutilizzo
di software proprietario, per compiti specifici, deridendo «gentilmente
quegli elementi più puristi e fanatici allinterno della
cultura hacker» (17).
La distinzione è quindi più che altro funzionale allOpen
Source, non certo oggettiva. La realtà è ben più
complessa di quanto unetichetta possa racchiudere: nella storia
del movimento hacker si è assistito alla nascita di unetica
che ha messo in crisi il concetto di proprietà intellettuale,
in unepoca e in un settore, il software, di riproducibilità
tecnica totale. Una delle conseguenze maggiori di questa forte politicità,
ovvero di questa prassi fortemente orientata e innovativa, è
stato lavvicinamento di alcune comunità ad aziende e imprese
che hanno fiutato nei metodi e nello sviluppo di software delle comunità
una valida opzione per creare mercato e profitti. Nel prossimo capitolo
ci occuperemo di questo incontro tra comunità digitali e mondo
commerciale.
Distinguere tra fanatici e moderati significa mettere in un angolo i
primi, considerare nel giusto i secondi, mentre naturalmente la questione
è più sfumata: Free Software e Open Source, sono queste
le due componenti di peso delle comunità hacker, entrambe, e
la seconda è unevoluzione della prima, ma non necessariamente
un miglioramento.
La distinzione non tiene inoltre conto del mondo hacker nella sua complessità:
esiste infatti una «massa grigia» che possiamo considerare
come una parte poco interessata non solo alle implicazioni politiche
e filosofiche che il Free Software aveva portato alla luce, ma anche
alle stesse implicazione business oriented. Unica esigenza di questa
«massa»: poter codare in maniera sicura avendo garantita
la GPL e poter praticare quella condivisione connaturata al mondo delle
comunità di software libero.
Linux, come del resto la mpl, rappresentavano dunque queste parti delle
comunità che vedevano nella GPL solo un mezzo, uno strumento
e non una riflessione etica, politica e filosofica applicata al software.
Si muovevano fin da subito verso un dimensione di «democraticizzazione»
(a fronte del monopolio Microsoft) del mercato del digitale, partendo
dal software commerciale, ma comunque libero, e cabotando pericolosamente
la zona commerciale non-libero.
LOpen Source sviluppò fin da subito marketing in grado
di irretire queste componenti; nello stesso tempo, il movimento Free
Software, poco in grado di cogliere immediatamente questi cambiamenti,
si trovò presto in grave difficoltà nel proporre soluzioni
al passo con i tempi.
In realtà, anche tralasciando divisioni artificiose che quasi
mai sono applicabili a una realtà in costante evoluzione, pare
invece più fondato e realistico il passaggio concettuale che
le imprese sono riuscite a far attecchire allinterno delle comunità:
lOpen Source infatti non rappresenta altro che unassunzione
del rischio imprenditoriale da parte tanto dei programmatori, quanto
delle aziende. Le licenze nate dopo il 1998 sanciscono questo passaggio.
Una società in crisi può «guarire» passando
allOpen Source, perché le licenze (che per |