Archivio Web Noam Chomsky
Anno 501 la conquista continua (indice)


PARTE TERZA.
LA STESSA VECCHIA STORIA.


Capitolo 7.
VECCHI E NUOVI ORDINI MONDIALI.

1. IL BRASILE, COLOSSO DEL SUD.

"Se si considerano le risorse del Brasile", scrisse nel 1929 il "Washington Post", "è inevitabile pensare che, tra pochi anni, quel vasto paese diventerà una delle principali potenze mondiali". "Gli Stati Uniti vedono con favore il sorgere di questa grande repubblica nel Sudamerica" che "si avvia verso la prosperità e la pace". Queste euforiche previsioni non erano poi infondate. Peter Evans osservò che "il Brasile si caratterizza per avere, combinate in maniera estremamente favorevole, una vasta superficie, una bassa densità abitativa e grande abbondanza di risorse naturali", ed inoltre per non aver mai avuto nemici esterni che lo minacciassero. Nella seconda metà dell'800, il reddito reale pro capite aumentò più rapidamente nel Brasile che negli Stati Uniti e la sua principale risorsa esportata, il caffè, era sotto il controllo del capitale locale (all'inizio del secolo il Brasile ne forniva l'80% della produzione mondiale). Vi erano comunque già alcuni punti deboli: l'economia dipendeva così pesantemente dall'esportazione di materie prime che questo ricco paese agricolo era costretto ad importare persino prodotti alimentari di prima necessità. Comunque, il 'colosso del Sud', come lo definì il New York Herald Tribune nel 1926, sembrava effettivamente la copia degli Usa, il 'colosso del Nord', con buone possibilità di raggiungere una certa prosperità e potenza. Sembrava davvero "un possente regno dalle illimitate potenzialità", "una nazione che colpisce l'immaginazione", come veniva descritto nei giornali americani del tempo.

Ma il "Wall Street Journal", nel 1924, aveva dato una più realistica anticipazione del futuro: "Nessun territorio al mondo potrà mai rendere di più del Brasile". Cinque anni dopo, "gli uomini d'affari americani si vantavano già di essere più presenti sul mercato brasiliano dei loro rivali inglesi", mentre "New York aveva rimpiazzato Londra come principale fonte di nuovi capitali" (Joseph Smith). Gli investimenti Usa in Brasile aumentarono così di dieci volte tra il 1913 ed il 1930, e il volume degli scambi tra i due paesi raddoppiò, mentre quello con la Gran Bretagna diminuì di quasi il 20%. Lo stesso processo si verificò in tutta la regione. Gli investimenti diretti Usa nelle imprese latinoamericane raddoppiarono fino a raggiungere negli anni '20 i 3,5 miliardi di dollari, e gli investimenti finanziari statunitensi (obbligazioni e titoli) aumentarono più di quattro volte, superando la cifra di 1,7 miliardi di dollari. I settori preferiti dai capitali Usa erano quello del petrolio venezuelano sotto la dittatura di G¢mez, le miniere boliviane e cilene, e le ricchezze di Cuba. Dal 1925 al 1929, l'afflusso di capitali Usa verso l'America Latina fu di circa 200 milioni di dollari all'anno, mentre i profitti rientrati nel Nordamerica, nello stesso periodo, si aggirarono intorno ai 300 milioni (1).

L'interesse statunitense per il Brasile risale al lontano 1889 quando, caduta la monarchia, venne proclamata la repubblica. In quell'anno si tenne a Washington una conferenza Panamericana "nell'ambito di una più vasta strategia - scrisse Smith - mirante ad espellere dal continente la concorrenza europea ed assicurare, quindi, la superiorità commerciale americana nei mercati dell'America Latina". Gli Usa comunque esitarono a riconoscere il governo repubblicano brasiliano, anche perché "l'istinto conservatore degli uomini politici americani si allarmò per il violento rovesciamento da parte dei militari di un simbolo dell'autorità e della stabilità". Ma, come riconobbe il nuovo segretario di Stato James Blaine: "Il Brasile mantiene con gli altri paesi del Sud lo stesso rapporto che gli Usa hanno con quelli del Nord", e le opportunità commerciali erano quindi enormi. Così ogni esitazione venne presto superata.

Grazie alle sue indiscusse opportunità commerciali, il Brasile fu scelto come sede della terza conferenza Panamericana (1906), nel corso della quale il segretario di Stato, Elihu Root, dichiarò che Usa e Brasile, "agendo insieme, costituiranno un'unica ed eterna garanzia dell'integrità dell'America". Dal 1900 al 1910, il commercio e gli investimenti Usa in America Latina raddoppiarono, aumentando ad un ritmo che non era possibile riscontrare in nessun'altra area del mondo. Quando, con la Prima guerra mondiale, il centro del potere a livello internazionale si spostò verso gli Stati Uniti, Washington poté applicare la Dottrina Monroe anche al di fuori della sua tradizionale sfera d'influenza nei Caraibi, e questo portò ad una ancor più rilevante influenza economica e politica statunitense su tutta l'America Latina, dando il via agli 'euforici' anni '20 (2).

Il dominio americano sul mercato brasiliano raggiunse il suo apice all'indomani della Seconda guerra mondiale: allora gli Usa fornivano al 'colosso del Sud' metà delle sue importazioni ed acquistavano il 40% delle sue esportazioni. Eppure, già allora, gli obiettivi degli strateghi di Washington si erano così allargati che il Sudamerica, senza tuttavia essere dimenticato, aveva perso gran parte della sua importanza. "Il ruolo dell'America Latina nel Nuovo Ordine Mondiale", osserva Stephen Rabe, era quello "di vendere le sue materie prime" ed "assorbire l'eccesso del capitale Usa". In breve, doveva "assolvere alla sua funzione prioritaria" di essere "sfruttata", insieme al resto del Sud, a beneficio dei paesi industriali del centro (3).

La descrizione del Nuovo Ordine Mondiale fatta da Rabe nel 1945 è ancora valida al giorno d'oggi; lo stesso vale per le preoccupazioni di Bolivar sul "paese molto potente, molto ricco, molto bellicoso, capace di qualunque cosa" che si trova "in cima a questo grande continente". Così mentre stiamo andando verso una Nuova Era Imperiale vediamo come il dato di fondo dell'era colombiana - il ruolo subordinato e di servizio assegnato al Sud - non possa certo essere considerato superato.


Note:

N. 1. Evans, "Dependent Development", 51n.n. "Washington Post", 6 maggio 1929. "New York Herald Tribune", 23 dicembre 1926. "Christian Science Monitor", 22 dicembre 1928. "N.Y. Post", 21 dicembre 1928. "The Wall Street Journal", 10 settembre 1924; citato in Smith, "Unequal Giants", 186n., 135n., 82. Krenn, "U.S. Policy", p. 122. Green, "Containment", 8n.
N. 2. Smith, "Unequal Giants", 3nn., 35n., 134.
N. 3. Evans, "Dependent Development", p. 70. Rabe, "Road to OPEC", p. 110.


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Nessuno pu˛ uccidere nessuno. Mai. Nemmeno per difendersi.